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Minime. 775



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 775 del 30 marzo 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Alcune cose che occorre fare subito contro il razzismo
2. Gloria Steinem: Se gli uomini avessero le mestruazioni
3. Marina Mastroluca: Donne "suicidate"
4. Maria G. Di Rienzo: Un bel tipo
5. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
6. Eva Cantarella presenta "Quando l'Europa e' diventata cristiana
(312-394)" di Paul Veyne
7. Alessandro Corio presenta "L'invenzione dell'etnia" di Jean-Loup Amselle
e Elikia M'Bokolo
8. Isabella Mattazzi presenta "La crisi della coscienza europea" di Paul
Hazard
9. Marina Montesano presenta "La caduta di Roma e la fine della civilta'" di
Bryan Ward-Perkins
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. INIZIATIVE. ALCUNE COSE CHE OCCORRE FARE SUBITO CONTRO IL RAZZISMO
[Riproponiamo il seguente appello]

Proponiamo che non solo le persone di volonta' buona, non solo i movimenti
democratici della societa' civile, ma anche e in primo luogo tutte le
istituzioni fedeli allo stato di diritto, alla legalita' costituzionale,
all'ordinamento giuridico democratico, si impegnino ora, ciascun soggetto
nell'ambito delle sue peculiari competenze cosi' come stabilite dalla legge,
al fine di contrastare l'eversione razzista che sta aggredendo il nostro
paese.
Ed indichiamo alle persone, ai movimenti ed alle istituzioni democratiche
alcune iniziative necessarie ed urgenti.
*
1. Respingere le proposte palesemente razziste, eversive ed incostituzionali
del cosiddetto "pacchetto sicurezza".
*
2. Adottare un programma costruttivo per la difesa e la promozione dei
diritti umani di tutti gli esseri umani:
a) provvidenze di accoglienza a livello locale, costruendo sicurezza per
tutte le persone nell'unico modo in cui sicurezza si costruisce: nella
solidarieta', nella legalita', nella responsabilita', nell'incontro,
nell'assistenza pubblica erogata erga omnes;
b) cooperazione internazionale: poiche' il fenomeno migratorio evidentemente
dipende dalla plurisecolare e tuttora persistente rapina delle risorse dei
paesi e dei popoli del sud del mondo da parte del nord, occorre restituire
il maltolto e cooperare per fare in modo che in nessuna parte del mondo si
muoia di fame e di stenti, che in nessuna parte del mondo vigano regimi
dittatoriali, che in nessuna parte del mondo la guerra devasti l'umanita',
che in nessuna parte del mondo i diritti umani siano flagrantemente,
massivamente, impunemente violati;
c) regolarizzazione di tutti i presenti nel territorio nazionale ed
interventi normativi ed operativi che favoriscano l'accesso legale nel
paese;
d) riconoscimento immediato del diritto di voto (elettorato attivo e
passivo) per tutti i residenti;
e) lotta alla schiavitu' ed ai poteri criminali locali e transnazionali che
la gestiscono e favoreggiano.
*
3. Aprire un secondo fronte di lotta per la legalita' e contro il razzismo,
con due obiettivi specifici:
a) dimissioni del governo golpista e nuove elezioni parlamentari;
b) messa fuorilegge dell'organizzazione razzista denominata Lega Nord.

2. RIFLESSIONE. GLORIA STEINEM: SE GLI UOMINI AVESSERO LE MESTRAZIONI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento]

Una minoranza bianca del mondo ha passato secoli a convincerci che una pelle
bianca rende le persone superiori, anche se in effetti la sola cosa che fa
e' renderle piu' sensibili agli ultravioletti e piu' soggette alle rughe.
Maschi umani hanno costruito intere culture attorno all'idea che l'invidia
del pene sarebbe "naturale" nelle donne, e pero' si potrebbe allo stesso
modo dire che l'avere un organo non protetto di quel tipo rende gli uomini
vulnerabili, e che il potere di dare la vita rende l'invidia dell'utero
quanto meno logica.
In breve, sono le caratteristiche di chi ha potere, chiunque sia, ad essere
pensate come migliori delle caratteristiche di chi non ne ha, e la logica
non ha nulla a che fare con tutto questo. Cosa accadrebbe, ad esempio, se di
colpo, magicamente, gli uomini avessero le mestruazioni e le donne no? La
risposta e' chiara: le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento
mascolino di cui vantarsi.
Gli uomini le sparerebbero grosse su durata e quantita'. La prima
mestruazione sarebbe festeggiata da rituali religiosi e feste tra amici.
L'Istituto nazionale per la Dismenorrea si occuperebbe di indagare eventuali
sconforti mensili. I prodotti sanitari sarebbero forniti gratuitamente dal
governo: ovviamente, alcuni uomini pagherebbero per il prestigio fornito da
marche celebri quali i "Tamponi John Wayne" o i "Pannolini Muhammad Ali" e
ci sarebbero prodotti specifici del tipo "Per il flusso leggero da scapoli".
Militari, uomini politici di destra e fondamentalisti religiosi citerebbero
le mestruazioni come prova che solo gli uomini possono entrare nell'esercito
("Devi dare il sangue per poterlo prendere"), occupare cariche politiche
("Come possono le donne essere aggressive, prive del ciclo governato da
Marte?"), diventare preti ("Una donna non puo' dare il sangue per i nostri
peccati") o rabbini ("Senza la mensile perdita di impurita', le donne
restano ovviamente impure").
I maschi radicali, i politici di sinistra e i mistici, d'altra parte,
insisterebbero sul fatto che le donne sono uguali agli uomini, solo un po'
diverse, e che ogni donna puo' entrare nei loro ranghi se e' disposta ad
infliggere a se stessa una ferita considerevole ogni mese ("Devi dare il
sangue per la rivoluzione"), a riconoscere la preminenza delle istanze
mestruali e a cancellare la propria individualita' a favore di tutti gli
uomini e del loro "Ciclo di Illuminazione".
Gli uomini risponderebbero ad un complimento del tipo "Ehi, oggi ti vedo
proprio bene" con la frase "Per forza, ho le mie cose!".
I media non la finirebbero piu' di trattare il soggetto: "Gli squali, una
minaccia agli uomini mestruanti", "Stupratore assolto: e' stato lo stress
mensile", e cosi' il cinema: pensatevi Newman e Redford in "Fratelli di
sangue".
Gli uomini convincerebbero le donne che il sesso e' piu' piacevole "in quel
periodo del mese". Alle lesbiche si direbbe che temono il sangue, e percio'
probabilmente la vita stessa, e che tutto quello di cui hanno bisogno e' un
buon uomo con delle belle mestruazioni.
Naturalmente sarebbero gli intellettuali ad offrire le argomentazioni piu'
morali e logiche. Come puo' una donna afferrare ogni disciplina che richieda
senso del tempo o dello spazio, che implichi matematica e misurazioni, senza
l'innato dono del misurare i cicli della luna e dei pianeti dato dalle
mestruazioni? Nelle filosofie e nelle religioni, come possono le donne
compensare il fatto che manca loro il ritmo dell'universo? O che manca loro
una simbolica morte e rinascita ogni mese? In ogni campo i maschi piu'
tolleranti cercherebbero di essere gentili: il fatto che "questa gente" non
ha il dono di misurare la vita o di connettersi all'universo,
spiegherebbero, e' gia' un castigo sufficiente.
E come reagirebbero le donne? Possiamo immaginare le cosiddette donne
tradizionali dichiararsi d'accordo con tutte le argomentazioni succitate, e
associazioni di casalinghe le cui socie si feriscono ogni mese, e pie donne
che dicono: "Il sangue di tuo marito e' sacro come quello di Gesu'" e
aggiungono con un risatina "...ed e' anche cosi' sexy!".
Ci sarebbero le "riformatrici" che istituirebbero riti di iniziazione
identici a quelli maschili e spiegherebbero di avere anche loro un ciclo
mensile. Schiere di pensatrici ripeterebbero ad oltranza che gli uomini
devono liberarsi dall'idea dell'aggressivita' marziana cosi' come le donne
devono liberarsi dall'invidia delle mestruazioni. Le femministe radicali
direbbero che l'oppressione delle "non-mestruanti" e' stata lo schema
primario per tutte le altre forme di oppressione, e che le vampire sono
state le nostre prime combattenti per la liberta'. Le femministe culturali
svilupperebbero un immaginario privo di sangue nell'arte e nella
letteratura. Le femministe socialiste spiegherebbero che solo sotto il
capitalismo gli uomini hanno monopolizzato il sangue mestruale...
In effetti, se gli uomini avessero le mestruazioni, le giustificazioni per
farne uno strumento di potere andrebbero avanti all'infinito. Come sempre,
se glielo si lascia fare.

3. DIRITTI UMANI. MARINA MASTROLUCA: DONNE "SUICIDATE"
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 28 marzo 2009 riportiamo pressoche'
integralmente il seguente articolo dal titolo "Il 'suicidio d'onore' delle
donne turche"]

"Per favore, ucciditi". Niente a che vedere con una battuta, non c'e' niente
da ridere in questa storia. Che poi e' la storia di Elif e di altre come
lei, messe all'indice dalle famiglie offese nell'onore e per questo
indirizzate verso l'ultima versione di "lavanderia morale" escogitata in
Turchia: il suicidio d'onore, opportunamente istigato dai familiari,
altrimenti costretti a sporcarsi le mani di sangue e a pagarne il fio dietro
le sbarre. Una legge del 2005 ha introdotto l'ergastolo per punire i delitti
d'onore: una macchia, questa si', che ogni anno si replica in oltre 200
casi, nella sola Istanbul ce n'e' uno a settimana. Per sfuggire al carcere,
l'onore ha trovato altre vie. E il numero delle donne suicide si e'
impennato.
"Per favore ucciditi". Elif e' in fuga da otto mesi, per non dover subire la
punizione della famiglia. Ha detto di no al matrimonio combinato dai
parenti, che volevano farle sposare un uomo piu' anziano dei suoi 18 anni. E
ha detto no anche quando il padre le ha chiesto di torgliersi la vita: per
risparmiargli il carcere una volta che l'avesse uccisa. "Lo amavo cosi'
tanto che lo avrei fatto, anche se non potevo rimproverarmi nulla di
sbagliato - ha raccontato Elif al britannico "Independent" -. Ma non ci sono
riuscita. Amo troppo la vita". Da allora la sua esistenza e' appesa a un
filo, i parenti sono venuti a cercarla persino nel rifugio dove ha trovato
accoglienza. Erano armati.
Elif in questa storia e' l'anomalia, la ciambella mal riuscita, la classica
eccezione dove la regola avrebbe voluto una silenziosa obbedienza. La sua,
del resto, e' chiamata "la citta' dei suicidi": sulla carta geografica non
c'e' scritto, naturalmente, la localita' si chiama Batman, sud-est della
Turchia. Ma e' qui che tre quarti dei suicidi sono commessi da donne, quando
nel resto del pianeta sono piu' spesso gli uomini a togliersi la vita. Per
il procuratore generale e' sospetto: "Credo che nella maggior parte dei casi
siano suicidi forzati".
Un cappio, una pistola o piu' banalmente del veleno per topi. Di solito va
cosi'. Le chiudono in una stanza con quel che serve, aspettando che decidano
di togliersi di mezzo da sole. E non e' difficile immaginare come possano
finire per cedere, quando a chiedergli di sparire sono quelli che piu' di
altri dovrebbero volerle vive, i familiari piu' stretti, il sangue del
sangue. Elif non c'e' riuscita. Anche se sapeva di sue compagne di scuola
uccise dai familiari. Anche se sapeva che la fuga da sola non l'avrebbe
messa al sicuro.
Delitti d'onore. Molti si concentrano tra i curdi, ma non solo tra loro. Chi
si occupa di diritti umani denuncia una tacita benevolenza, che travalica la
severita' annunciata dalla legge. Non sempre si investiga, i casi sospetti
smettono di essere tali, se chi dovrebbe indagare e punire ha lo stesso
codice d'onore...

4. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: UN BEL TIPO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento]

Ibn Rushd (1126-1198, da noi conosciuto come Averroe'), filosofo nato a
Cordova, uomo profondamente religioso, sosteneva che gli affari pubblici
vanno condotti e risolti tramite la ragione umana, non tramite la fede. Si
puo' tranquillamente considerarlo un pensatore chiave della separazione tra
chiesa e stato o tra religione e politica: non per niente la chiesa
cattolica gli si e' opposta per tre secoli. "Infine, racconta Ghayasuddin
Siddiqi, l'Europa venne sulle sue posizioni, cosa che condusse al
Rinascimento ed all'Illuminismo. Il mondo musulmano, invece, prese la
posizione contraria, decidendo che il dogmatismo aveva la precedenza sulla
ragione. Grandi studiosi come Ibn Taymiyya, Maududi e Sayyid Qutb guidarono
le argomentazioni antifilosofiche e correlarono la fede agli affari
politici. L'approccio isolazionista e oscurantista marginalizzo' l'Islam
sempre di piu', e oggi e' arrivato davvero a creare mostri".
Completamente ignaro degli sforzi che tanti benintenzionati fanno per
preservare la "sua cultura", Ghayasuddin Siddiqi conclude: "Come musulmani
dobbiamo reclamare l'eredita' di Ibn Rushd e celebrare le nostre radici
europee". Il dottor Ghayasuddin Siddiqi, direttore dell'Istituto di studi
musulmani e cofondatore del Parlamento musulmano in Gran Bretagna dev'essere
veramente un bel tipo.

5. APPELLI. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal sito del Movimento Nonviolento (www.nonviolenti.org) riprendiamo il
seguente appello]

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile
sottoscrivere un versamento al Movimento Nonviolento (associazione di
promozione sociale).
Non si tratta di versare soldi in piu', ma solo di utilizzare diversamente
soldi gia' destinati allo Stato.
Destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e'
facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il
numero di codice fiscale dell'associazione.
Il Codice Fiscale del Movimento Nonviolento da trascrivere e': 93100500235.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 per mille.
Per molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non
fara' nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola
quota sara' determinante perche' ci basiamo esclusivamente sul volontariato,
la gratuita', le donazioni.
I contributi raccolti verranno utilizzati a sostegno della attivita' del
Movimento Nonviolento e in particolare per rendere operativa la "Casa per la
Pace" di Ghilarza (Sardegna), un immobile di cui abbiamo accettato la
generosa donazione per farlo diventare un centro di iniziative per la
promozione della cultura della nonviolenza (seminari, convegni, campi
estivi, eccetera).
Vi proponiamo di sostenere il Movimento Nonviolento che da oltre
quarant'anni, con coerenza, lavora per la crescita e la diffusione della
nonviolenza. Grazie.
Il Movimento Nonviolento
*
Post scriptum: se non fate la dichiarazione in proprio, ma vi avvalete del
commercialista o di un Caf, consegnate il numero di Condice Fiscale e dite
chiaramente che volete destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.
Nel 2007 le opzioni a favore del Movimento Nonviolento sono state 261
(corrispondenti a circa 8.500 euro, non ancora versati dall'Agenzia delle
Entrate) con un piccolo incremento rispetto all'anno precedente. Un grazie a
tutti quelli che hanno fatto questa scelta, e che la confermeranno.
*
Per contattare il Movimento Nonviolento: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: redazione at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

6. LIBRI. EVA CANTARELLA PRESENTA "QUANDO L'EUROPA E' DIVENTATA CRISTIANA
(312-394)" DI PAUL VEYNE
[Dal "Corriere della sera" del 20 ottobre 2008 col titolo "L'Europa e'
democratica, laica e libera: tutte cose estranee al cattolicesimo" e il
sommario "Stato e Chiesa. Lo storico Paul Veyne racconta come cristianesimo
e paganesimo convissero a Roma. Costantino si converti' per scelta
personale: non fu calcolo politico"]

Paul Veyne, Quando l'Europa e' diventata cristiana (312-394), Garzanti, pp.
204, euro 23.
*
E' il 28 ottobre 312 d.C. Alla periferia di Roma, lungo il Tevere, le truppe
di Costantino affrontano quelle dell'usurpatore Massenzio. Costantino, in
quel momento, governa una delle quattro parti in cui e' diviso l'impero
romano: Gallia, Britannia e Spagna. Dovrebbe governare anche l'Italia, ma
Massenzio se ne e' impadronito. Sull'elmo di Costantino e sugli scudi dei
suoi soldati e' inciso il crisma, un segno formato dalle prime due lettere
greche del nome di Cristo, una X (chi) e una P (rho), sovrapposte e
intrecciate. La notte precedente, gli e' stato rivelato in sogno: in hoc
signo vinces, "sotto questo segno vincerai". E Costantino vince: e' la
celebre vittoria di Ponte Milvio. Due giorni dopo entra a Roma, percorrendo
la Via Lata (attuale via del Corso). E' questo il giorno, dice Paul Veyne,
in cui si puo' fissare il passaggio dall'antichita' all'epoca cristiana, uno
degli avvenimenti decisivi della storia non solo occidentale, ma mondiale.
Cosi', da questo racconto, prende le mosse l'ultimo libro di Paul Veyne, lo
storico che ci regala, periodicamente, libri stimolanti, affascinanti e
coinvolgenti come pochi altri: Quando l'Europa e' diventata cristiana
(312-394). Costantino, la conversione, l'Impero. Alla profonda dottrina e
alla impressionante padronanza delle fonti Veyne unisce, infatti, la rara
capacita' di fare della storia un racconto, prospettando tesi originali,
anticonformiste, spesso formulate in poche, spiazzanti parole (seguite,
beninteso, da una amplissima e documentata motivazione). Un esempio: "Senza
Costantino il cristianesimo sarebbe rimasto una setta di avanguardia".
Riferita a una religione i cui fedeli, oggi, sparsi in tutto il mondo,
ammontano a un miliardo e mezzo di persone, un'affermazione sorprendente.
La convinzione di Veyne mal si accorda con quel che siamo abituati a pensare
in materia. Ma come, si chiede il lettore, il cristianesimo non era la sola
religione capace di dare una prospettiva alle inquietudini dell'epoca, di
soddisfare esigenze personali e sociali che solo in essa potevano trovare
risposta? Non e' a questo che sono dovuti il suo successo e la sua
diffusione?
Veyne, pur ovviamente attento ai complessi meccanismi della storia,
prospetta una risposta inedita: se questo accadde fu grazie alla politica
rivoluzionaria di Costantino, destinata ad avere un peso gigantesco nella
storia dei secoli a venire. Cominciamo dall'inizio: la sua conversione, dice
Veyne, fu assolutamente sincera. La tesi ottocentesca secondo la quale,
militare e politico senza scrupoli, Costantino si sarebbe convertito per
mero calcolo non ha fondamento: i cristiani, allora, erano solo un decimo
della popolazione dell'Impero. Troppo pochi per far pensare a una ragione
opportunistica. La conversione fu un fatto interiore, una scelta del tutto
personale. Ma Costantino ne fece un uso degno di un grande imperatore. La
Chiesa, fondatasi e sviluppatasi al di fuori del potere imperiale, avrebbe
potuto essere un rivale di questo. Costantino si pose come interlocutore dei
vescovi, sul loro stesso livello, presentandosi come il braccio esecutivo
delle loro decisioni. Scrive Veyne: "Costantino non ha messo l'altare al
servizio del trono, ha fatto il contrario: ha ritenuto che gli affari e i
progressi della Chiesa fossero una missione essenziale dello Stato: la
novita' e' che con il cristianesimo ha inizio a tutti gli effetti l'ingresso
del sacro in politica e nel potere, che 'la mentalita' primitiva' si
limitava ad avvolgere con un'infinita' di superstizioni". Egli aveva capito
l'incredibile potenziale della nuova religione, che non stava in una morale
superiore a quella delle altre. Anche gli ebrei, anche i pagani sapevano che
non dovevano uccidere e non dovevano rubare. La novita' cristiana stava
nell'amore che legava tra loro i fedeli e ciascun fedele personalmente al
dio. Fu questo il capolavoro della religione cristiana, dice Veyne. Il
secondo fu la Chiesa, che Costantino favori' in ogni modo, senza peraltro
mai vietare il paganesimo, e tantomeno perseguitare i pagani.
Con Costantino - e a lungo, dopo di lui - paganesimo e cristianesimo
convissero. Fino a quando Teodosio vieto' i culti pagani, facendo del
cristianesimo la religione ufficiale dell'Impero. Le vicende di quei secoli
sono tracciate in capitoli che consentono a Veyne di affrontare problemi ai
quali qui e' possibile solo accennare: cos'e' il sentimento religioso? Quale
il rapporto tra cristiani, pagani ed ebrei? Quale l'atteggiamento degli
imperatori cristiani nei confronti degli altri culti? Per Costantino, se i
pagani sono solo "stupidi", gli ebrei sono una "setta nefasta": quando nasce
l'antisemitismo? Qual e' la differenza tra questo e il razzismo?
Superfluo insistere sull'interesse di questi capitoli. Per non parlare di
quello intitolato: "L'Europa ha radici cristiane?". La risposta di Veyne e'
negativa: "La nostra Europa attuale - scrive - e' democratica, laica,
sostenitrice della liberta' religiosa, dei diritti dell'uomo, della liberta'
di pensare, della liberta' sessuale, del femminismo e del socialismo o della
riduzione delle disuguaglianze. Tutte cose estranee e talvolta in contrasto
con il cattolicesimo di ieri e di oggi. La morale cristiana invece predicava
l'ascetismo, che non ci appartiene piu', l'amore verso il prossimo (un vasto
programma, rimasto imprecisato) e insegnava a non uccidere e non rubare, ma
lo sapevamo gia' tutti... Se non potessimo fare a meno di individuare dei
padri spirituali, la nostra modernita' potrebbe indicare Kant o Spinoza:
quando quest'ultimo scrive nell'Etica che 'portare aiuto a coloro che ne
hanno bisogno va ben oltre le capacita' e l'interesse dei singoli. La cura
dei poveri si impone, percio', alla societa' intera e riguarda l'interesse
comune' e' piu' vicino a noi di quanto non lo sia il Vangelo".
Le tesi di Paul Veyne si possono condividere o non condividere, i suoi libri
si possono amare o criticare, ma e' difficile leggerli senza essere
affascinati dalla mente libera e brillante di chi li ha scritti, da una
scrittura che trasforma una sterminata dottrina in un grande affresco
storico nel quale si fondono eventi, persone e idee; e da ultimo - solo
nell'elencazione - dalla capacita' di un grande accademico (oggi professore
onorario del College de France, dove ha insegnato per anni) di non essere
mai accademico. Di essere se stesso, un grande storico e uno spirito libero.

7. LIBRI. ALESSANDRO CORIO PRESENTA "L'INVENZIONE DELL'ETNIA" DI JEAN-LOUP
AMSELLE E ELIKIA M'BOKOLO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 16 settembre 2008 col titolo "Dall'Africa
all'Europa, L'invenzione dell'etnia" e il sommario "Saggi. Il codice
differenziato del dominio razziale"]

Jean-Loup Amselle e Elikia M'Bokolo, L'invenzione dell'etnia, Meltemi, pp.
282, euro 21,50.
*
Da piu' di un decennio con cadenza regolare si ripresenta in Europa,
assumendo non di rado connotazioni e derive xenofobe, la proposta di una
schedatura/censimento degli immigrati e delle cosiddette "minoranze
etniche", con relativa archiviazione delle impronte digitali, ai fini non
dichiarati di una criminalizzazione preventiva. Simili istituzioni di
controllo e di governo delle popolazioni hanno una lunga storia all'interno
della modernita' e, prima di ritornare in Europa, sono state a lungo
perfezionate nelle pratiche di dominio coloniale. I censimenti, le
classificazioni somatiche, le schedature, le carte di identita' etniche,
fino all'"invenzione" delle impronte digitali, hanno fornito a lungo al
potere coloniale efficaci strumenti per governare le popolazioni
assoggettate, anche attraverso l'uso di saperi - demografia, epidemiologia
e, non ultima, l'etnografia - che assumono l'altro come oggetto e che
tendono a congelarlo all'interno di rigide categorie, rappresentandole come
primordiali e anteriori alla modernizzazione introdotta dall'Occidente, ed
assegnando a questa irriducibile differenza una particolare vocazione
all'essere colonizzata. In tali forme disciplinari e discorsive non v'e'
alcuna differenza sostanziale tra una discriminazione "negativa" ed una
"positiva". Quando si afferma, in Itlia, di voler prendere le impronte
digitali ai minori rom "per il loro bene", favorendo un processo di
integrazione scolastica e sociale o la concessione della cittadinanza a chi
risultasse privo delle figure genitoriali, non si fa altro che consolidare e
rafforzare un meccanismo di separazione e di inclusione differenziale
(quello che Etienne Balibar ha definito "razzismo culturalista") che e' alla
base oggi delle politiche di governo delle migrazioni in Europa.
La categoria che ha avuto l'impatto storico piu' significativo sulle
popolazioni alle quali e' stata applicata in epoca coloniale e che continua
oggi a giocare un ruolo fondamentale nel governo dei movimenti migratori e
delle popolazioni di rifugiati e' la categoria di etnia. La pubblicazione in
Francia, nel 1985, della raccolta di saggi curata da Jean-Loup Amselle e
Elikia M'Bokolo Au cúur de l'ethnie, finalmente tradotto in Italia col
titolo meno evocativo L'invenzione dell'etnia, ha dato inizio ad un
fondamentale lavoro di decostruzione di questo concetto centrale nella
storia della relazione tra etnologia e avventura coloniale. Il termine di
"etnia" e' stato infatti applicato a gruppi sociali che dovevano essere
classificati a parte, negando loro una qualita' specifica, la storicita' e
la complessita', in opposizione alle societa' evolute e storiche, per le
quali si e' utilizzato invece il termine di "nazione". La definizione stessa
dell'antropologia come scienza e l'identificazione di un suo oggetto
specifico, le societa' semplici o fredde, e' legata a categorie connesse a,
e prodotte da, le forme della dominazione coloniale. Per gli autori dei
saggi qui raccolti, come per coloro che, negli ultimi anni anche in Italia,
hanno rimesso in questione la nozione di un'essenza culturale ed identitaria
legata ad un'origine, non si tratta dunque di dissolvere l'esistenza
dell'antropologia ne' di ignorare l'autorappresentazione della diversita'
culturale e le sue politiche. Questi studiosi adottano infatti un approccio
costruttivista nei confronti degli oggetti della "ragione etnologica",
cogliendone la dinamicita', la complessita', le fratture e le contraddizioni
e rilevando la natura politica di ogni definizione identitaria. Dalle
ricerche condotte in differenti paesi africani, dal Rwanda alla Costa
d'Avorio, dal Congo al Mali, emerge una visione degli spazi statuali,
linguistici, economici e culturali in cui il processo di definizione
identitaria e' basato sull'incontro con l'altro, lo scambio, il movimento,
il conflitto, le figure dell'estraneita' e del margine, le quali mettono
radicalmente in crisi un immaginario fatto di sostanze, che appaiono sempre
piu' come meri feticci dell'etnologo. L'importanza e attualita' di un lavoro
critico di questo tipo risulta ancora piu' evidente per analizzare come
l'uso di un linguaggio etnicista intende produrre nuove forme di razzismo e
di esclusione, a cui risultano estremamente permeabili le politiche
dominanti della vita quotidiana.

8. LIBRI. ISABELLA MATTAZZI PRESENTA "LA CRISI DELLA COSCIENZA EUROPEA" DI
PAUL HAZARD
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 luglio 2008 col titolo "Riproposte. La
notte della ragione nel '700 di Paul Hazard. Per Utet La crisi della
coscienza europea"]

"Che cos'e' l'Europa? Un pensiero sempre insoddisfatto. Senza pieta' per se
medesima, essa non cessa mai di cercare la felicita', e cosa ancor piu'
indispensabile e preziosa, la verita'. (...) In Europa si disfa durante la
notte la tela che il giorno ha tessuta; si provano altri fili, si ordiscono
altre trame, e ogni mattino risuona lo strepito degli opifici che
fabbricano, trepidano qualcosa di nuovo". Con una tela strappata, immagine
sottile e mutevole di un mondo nell'atto di sfilacciarsi sotto la forza del
suo stesso peso, si chiude forse il piu' lucido tra gli scritti di Paul
Hazard sulla cultura del Settecento, La crisi della coscienza europea,
uscito per la prima volta nel '35 e ripubblicato oggi con una bella
introduzione di Giuseppe Ricuperati (Utet, pp. 368, euro 24,50). In realta',
tra gli studi critici sull'epoca dei Lumi, il libro di Hazard sembra essere
un caso anomalo. Appartiene alla nostra tradizione come uno spaccato della
cultura settecentesca, anche se del Settecento tocca appena la soglia. E' un
libro sulla cultura dell'Illuminismo, ma senza Illuministi. E' un lungo
tributo alle armoniche leggi della ragione senza Diderot, senza Voltaire,
senza le viti e i tiranti della macchina enciclopedica.
*
Tra le maglie del Grand Siecle
La forbice temporale aperta dalla Crisi della coscienza europea copre poco
piu' di trent'anni, giusto il giro di secolo tra la revoca dell'Editto di
Nantes del 1680 e la morte di Luigi XIV, escludendo di fatto ogni
generazione successiva al 1715. L'Illuminismo di Hazard, al di la' di ogni
periodizzazione storica, e' infatti soprattutto uno stato dell'anima. E'
quella stoffa rappezzata, il continuo fare e disfare di un pensiero mai
stanco, mai appagato, del tutto insofferente alla prospettiva misurata di un
equilibrio, alla stabilita' di una forma chiusa in cui trovare finalmente
quiete. Negli ultimi anni del Seicento, ogni cosa e' gia' in nuce. Sebbene
ancora inconsapevole di se', la forza di rottura che pochi anni dopo
animera' il genio sottile di Voltaire, quella spinta dell'uomo a uscire dal
proprio stato di minorita' di cui Kant raccogliera' una volta per tutte il
cammino, sono presenti, come strappi vistosi, tra le maglie di un Grand
Siecle che sta ormai contando i suoi ultimi passi. Gli elementi della crisi,
della messa in discussione di un pensiero che fino a pochi anni prima
sembrava inattaccabile nella perfezione senza sbrecciature della propria
cittadella ideologica, sono gia' tutti nelle pagine di Spinoza, di Bayle, di
Fenelon.
Certamente l'idea di crisi, come sottolinea Giuseppe Ricuperati, e' un
concetto totalmente aperto. La crisi, in una malattia, e' il momento in cui
tutto e' in gioco. E' la violenza di quell'ultimo attacco febbrile che puo'
portare alla salvezza o, in caso contrario, alla morte. La crisi e' la
rottura dell'equilibrio; il mondo e' in attesa, ogni cosa ha di fronte a se'
la propria immagine e il suo contrario. Ed e' solamente dopo, passata la
notte, che la Storia puo' registrare il cambiamento irreversibile avvenuto
nella struttura del suo percorso. Per ora, nel momento dei sussulti, nel
momento in cui la Francia di Luigi XIV sembra spazzare come granelli di
polvere i propri sudditi ugonotti per tutta Europa, si sa soltanto che il
tempo del classicismo sta cominciando a uscire dai suoi cardini, che gli
Antichi, giganti sulle cui spalle intere generazioni di studiosi si erano
arrampicate per guardare l'orizzonte, sono in realta' giganti zoppi. Zoppi e
ingannatori. Detentori di un principio di autorita' granitico, indiscutibile
nell'uniformita' senza appigli della sua grandezza, ma dalla voce e dal
timbro vistosamente incrinati.
Gli ultimi anni del Seicento sono un continuo aprire e richiudere di testi,
andando a grattare sotto la crosta intonacata delle sedimentazioni storiche,
sollevando i lembi di quella auctoritas di cui erano stati rivestititi per
secoli, per cercare di vedere lo strato di verita' sottostante. I testi
sacri, in primis. Sbugiardati nell'essenza divina del loro stesso verbo
dall'incalzare sempre piu' pressante degli studi filologici, di un nuovo
bisogno urgente, vitale quasi, di fonti documentarie. E poi gli annalisti
greci. Gran parte degli storici romani. Tutti affetti dalla stessa malattia.
Tutti intaccati dalla stessa ruggine dell'errore.
E poco importa che nuovi concetti come tolleranza o progresso, che i
paradigmi teorici sui quali si getteranno le fondamenta della nuova societa'
settecentesca siano gia' presenti contemporaneamente al lento disarmo del
vecchio arsenale del classicismo. Un senso di continuo sgretolamento
percorre l'intera struttura del testo di Hazard come se il concetto di una
crisi del pensiero europeo tra Sei-Settecento fosse una questione ben piu'
radicale di un semplice passaggio di testimone ideologico. Come se la natura
del problema appartenesse al tessuto stesso, ai nodi costitutivi del
pensiero moderno. Come se la coscienza europea, infine, proprio nel momento
piu' violento della rottura, nella presa d'atto dello sbriciolarsi di tutte
le componenti del proprio universo circostante, toccasse in realta' il punto
piu' alto dell'affermazione di se', rivelando al mondo la sua natura piu'
profonda, quella natura che trova appunto, nella coscienza critica, la sua
piu' alta realizzazione.
*
L'ultimo accesso di febbre
Che crisi e critica siano sorelle, tutte e due figlie di krino, dio della
divisione e del giudizio, infatti, non e' cosa da poco. Nella sistematica
distruzione della tela del mondo e nella sua rinnovata ricostruzione, nella
messa in scacco dei suoi principi strutturali per fare spazio a nuove forme
e a nuovi orizzonti teorici, il pensiero occidentale sperimenta il volo e le
altezze della propria liberta' e della propria forza speculativa.
E non e' un caso infatti che Hazard scriva il suo libro all'indomani della
caduta della Repubblica di Weimar, di fronte a una Germania ormai del tutto
immersa nelle acque scure del nazionalsocialismo. Cosi' come non e' un caso
che il percorso del suo pensiero si rivolga proprio al Settecento (cosi'
come fara', del resto, in quegli stessi anni Cassirer), a un periodo
rischiarato dai valori di una ragione e di un giudizio che saranno
completamente spenti dalla lunga notte che sta per calare sull'orizzonte
europeo. Come la crisi, anche la coscienza critica dell'uomo e' una lotta
reale, per niente figurata, tra la vita e la morte. Come la crisi, ultimo
accesso di febbre, crinale sottilissimo tra la salvezza e l'annientamento
del corpo, anche il pensiero critico non puo' che risplendere della sua luce
piu' forte nel momento in cui ogni cosa si trova a essere messa
definitivamente in gioco.

9. LIBRI. MARINA MONTESANO PRESENTA "LA CADUTA DI ROMA E LA FINE DELLA
CIVILTA'" DI BRYAN WARD-PERKINS
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 7 marzo 2009 col titolo "L''eta' oscura'
di uno storico inglese" e il sottotitolo "Saggi. Bryan Ward-Perkins sulla
caduta di Roma"]

Bryan Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civilta', Laterza,
Roma-Bari 2008, pp. 294, euro 19,50.
*
La caduta di Roma e' stata a lungo considerata uno spartiacque nella storia
della civilta' e ancora rappresenta un termine cronologico fondante per la
periodizzazione che si insegna nelle scuole e nelle universita': e' l'inizio
dell'eta' di mezzo, una cesura fra due epoche, nonostante il 476 non
costituisca la fine dell'impero, ma la data di deposizione di un imperatore
privo di potere, Romolo Augusto, mentre la vita continuava sotto la guida
della nuova capitale: Costantinopoli. Perche' la pars occidentis dell'impero
cadde? L'equilibrio dell'impero, all'interno affidato al rapporto fra il
principe e il popolo-esercito da una parte, al senato dall'altra, si reggeva
su un'economia schiavista che presupponeva nuove e continue conquiste per
procurarsi la mano d'opera. I limiti geoclimatici delle conquiste - salvo a
est, dove l'impero partico opponeva un'invincibile resistenza - furono
peraltro raggiunti tra la fine del I secolo e l'inizio del successivo. Ma
nel corso del II secolo il quadro comincio' a deteriorarsi. A livello
climatico si avvio' una fase di raffreddamento dell'emisfero boreale del
pianeta, che sarebbe culminata fra VI e VII secolo portando con se' un
peggioramento delle condizioni di resa agricola e quindi dei livelli di
alimentazione, nonche' un aumento delle malattie epidemiche. Cio' produsse
lo spopolamento di alcune aree rurali, mentre fuori dei confini dell'impero,
nell'Asia centrale, interi popoli nomadi furono costretti a muoversi
cercando di spostarsi verso le aree periferiche del continente eurasiatico,
favorite da un clima piu' mite.
Si andavano frattanto modificando anche gli equilibri politici. A imperatori
che agivano in sostanziale accordo col senato, se ne alternavano altri che
insistevano invece sulle loro prerogative monarchiche, appoggiandosi sulla
plebe e sull'esercito, in una posizione di crescente conflittualita'
rispetto alle aristocrazie conservatrici. Infine, con l'ellenizzarsi della
societa' romana si erano fatti strada culti d'origine orientale (invisi ai
tradizionalisti) che insistevano sulla sopravvivenza dell'anima dopo la
morte e promettevano forme di riscatto eterno; tra questi, il cristianesimo.
Gradualmente, l'asse dell'impero che insisteva sul bacino orientale del
Mediterraneo si arricchiva, mentre quello occidentale diveniva meno
importante; non e' casuale che la scelta di Costantino per edificare una
seconda Roma cadesse su un'area privilegiata qual era lo stretto dei
Dardanelli. Della debolezza della pars occidentis approfittarono i popoli
germanici, che a loro volta subivano la spinta dei nomadi asiatici.
Negli ultimi decenni, la storiografia che studia il mondo tardoantico e
quello altomedievale ha esaminato molti aspetti di questo passaggio,
prendendo in considerazione i caratteri istituzionali, sociali, culturali e
religiosi che rappresentano l'alba di un mondo nuovo - il nostro,
sostanzialmente - piuttosto che le discontinuita' che pure ci furono. Non
tutti pero' sono d'accordo, e di certo non lo e' lo storico inglese Bryan
Ward-Perkins, autore di un libro programmatico gia' dal titolo: La caduta di
Roma e la fine della civilta'. La fine della civilta' romana fu cruenta,
comporto' sofferenza per i romani conquistati dai barbari, e un
generalizzato cedimento del livello di civilizzazione. Ne scaturi' una eta'
oscura: Ward-Perkins rispolvera infatti per l'alto medioevo questa
espressione che non si leggeva da tempo. Dimenticando che, come si e' detto,
la parte occidentale dell'impero era sostanzialmente implosa, e l'avanzata
germanica non le dette che il colpo di grazia. Il fatto e' che, nonostante
la sua raffinata civilta', la societa' romana aveva elementi di debolezza
molto forti: se la sua economia fosse stata meno parassitaria (come sara'
quella basso-medievale), avrebbe forse retto meglio alla crisi.
Nonostante la conoscenza e l'amore per la civilta' romana costituiscano una
forte spinta per lo storico inglese, la sua polemica in realta' e' ben piu'
ampia, e si rivolge contro la nouvelle histoire e i post-colonial studies,
"rei" di non riconoscere che esistono civilta' con gradi di sviluppo
differenziati, e non solo culture uguali fra loro; e che al paradigma
fondante dell'Occidente, cioe' alle sue radici greco-romane, si sostituisca
l'amore per culture "altre". Ora, se pensiamo alla civilta' come alla somma
di conoscenze tecnologiche, nessuno potrebbe contraddire Ward-Perkins. Il
punto e', pero', che la storiografia da lui criticata non nega che certe
societa' siano piu' complesse di altre, bensi' che si possa agganciare a
questo dato un discorso sui rispettivi "valori", conscia del fatto che i
parametri saranno sempre quelli occidentali. L'Europa e' figlia delle sue
mille componenti storiche, etniche e religiose; la scelta a favore di una
storia globale, che sappia riflettere sulle qualita' di societa' "altre"
dalla nostra, in realta' ha significato per la storiografia del Novecento la
presa di coscienza della complessita' del proprio passato e
dell'inopportunita' di scegliere le linee di filiazione che piu' ci
piacciono; soprattutto, non si puo' da un lato affermare che l'alto medioevo
ha rappresentato la fine della civilta' romana, e dall'altro pretendere che
l'Europa debba proclamare in eterno che i suoi fondamenti sono la Grecia e
Roma: si tratta, come avrebbe scritto Marc Bloch, di un "idolo delle
origini", dietro il quale si nasconde una palese insofferenza nei confronti
del relativismo culturale e di cio' che esso ha rappresentato per il mondo
della ricerca, e ben oltre, per la societa' europea.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 775 del 30 marzo 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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