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Minime. 836



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 836 del 30 maggio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Contro la guerra
2. Contro il razzismo
3. Contro il ministero della malavita
4. Contro la trappola del referendum golpista
5. Andrea Pira: Amnesty International denuncia le politiche razziste del
governo italiano
6. Franca Zambonini: Tre donne
7. Dacia Maraini: Il personale e' politico
8. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
9. "Leggendaria" n. 75
10. Alcuni estratti da "Shock Economy" di Naomi Klein (parte terza e
conclusiva)
11. Francesco Garibaldo presenta "Senza democrazia" di Alberto Burgio
12. La "Carta" del Movimento Nonviolento
13. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. CONTRO LA GUERRA

Cessi immediatamente la partecipazione italiana alla guerra terrorista e
stragista in Afghanistan.
Cessi immediatamente la violazione del diritto internazionale e della
legalita' costituzionale.
E s'impegni l'Italia per la pace con mezzi di pace, per salvare le vite
anziche' sopprimerle.

2. LE ULTIME COSE. CONTRO IL RAZZISMO

Contro il razzismo occorre oggi lottare.
Contro il tentativo governativo golpista di imporre in Italia il regime
dell'apartheid.
Contro la politica governativa assassina delle deportazioni.
Contro l'esistenza stessa dei campi di concentramento.
Contro lo squadrismo.
Contro il razzismo occorre oggi lottare.
Vi e' una sola umanita'.

3. I COMPITI DELL'ORA. CONTRO IL MINISTERO DELLA MALAVITA

Deve dimettersi il ministero della malavita.
Deve dimettersi il governo golpista.
I razzisti non possono governare l'Italia.
Dimissioni del governo e nuove elezioni.
Per la legalita' costituzionale.
Per la democrazia e lo stato di diritto.
Per la civilta' giuridica, per la convivenza umana.

4. I COMPITI DELL'ORA. CONTRO LA TRAPPOLA DEL REFERENDUM GOLPISTA

Se al referendum sul sistema elettorale vincono i si' e' il trionfo del
golpismo berlusconiano.
Se al referendum sul sistema elettorale vincono i no e' il trionfo del
berlusconismo golpista.
L'unica mossa giusta e' non giocare il loro gioco.
L'unica scelta possibile e' non accettare la falsa alternativa tra due esiti
egualmente golpisti.
L'unica necessaria azione e' non partecipare al plebiscito mussoliniano.

5. UNA SOLA UMANITA'. ANDREA PIRA: AMNESTY INTERNATIONAL DENUNCIA LE
POLITICHE RAZZISTE DEL GOVERNO ITALIANO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 28 maggio 2009 col titolo "Xenofobia e
rimpatri forzati, Amnesty condanna l'Italia" e il sommario "Diritti umani.
Sotto accusa il governo: Non rispetta il diritto d'asilo"]

Rimpatri forzati, rischio xenofobia, violazione del diritto d'asilo.
L'Italia descritta nel Rapporto 2009 di Amnesty International sulla
situazione dei diritti umani nel mondo e' un paese sconfortante. A Roma per
presentare il Rapporto e la nuova campagna "Io pretendo dignita'", Christine
Weise, presidente della sezione italiana di Amnesty fa il quadro della
situazione. Punta il dito contro la nuova politica dei respingimenti
inaugurata dal governo tra il 7 e l'11 maggio, quando circa 500 migranti e
richiedenti asilo sono stati condotti forzatamente in Libia senza alcuna
valutazione sul possibile bisogno di protezione internazionale degli stessi.
Una decisione senza precedenti. Una politica contraria al diritto
internazionale d'asilo e una palese violazione dei diritti umani. Nella Sala
Igea dell'Istituto della Enciclopedia Italiana gremita di giornalisti
Christine Weise accusa: "L'Italia sara' ritenuta responsabile di quanto
accadra' ai migranti e richiedenti asilo riportati in Libia". Un paese che,
osserva Amnesty, non ha una procedura d'asilo e non offre protezione a
migranti e rifugiati. Un luogo da dove arrivano "persistenti rapporti di
tortura e altri maltrattamenti nei confronti dei richiedenti asilo". I
rimpatri in Libia violerebbero cosi' le norme in materia di refoulement, che
garantiscono ai migranti il diritto a non essere rinviati in paesi dove
possono essere perseguitati o torturati.
Un disprezzo della dignita' umana ben esemplificato dal caso Pinar, la nave
cargo turca che il 16 aprile ha messo in salvo 140 migranti e richiedenti
asilo, lasciata per quattro giorni in balia del mare. Attardandosi in
disquisizioni di diritto marittimo con Malta su quale dei due stati dovesse
ospitare i migranti, i governi di Roma e La Valetta hanno anteposto la
politica al salvataggio delle vite umane che in quel contesto rappresenta la
priorita' assoluta. Tutti fatti che descrivono lo sviluppo di una
cooperazione tra Italia e Libia che, scrive Amnesty, negli ultimi dieci anni
e' stata portata avanti da governi di diverso colore. Cooperazione
caratterizzata da "scarsa trasparenza e da nessuna condizione posta al
governo di Tripoli sui diritti umani". E che ha visto protagonisti in prima
persona Massimo D'Alema, Piero Fassino, Giuseppe Pisanu e Giuliano Amato,
quest'ultimo ringraziato poco prima, nel ruolo di presidente dell'Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, per aver concesso l'uso della sala per la
presentazione. Una mediazione senza risultati se, sottolinea Amnesty,
l'Italia "non ha risolto la questione della legittimita' della detenzione
dei migranti e dei richiedenti asilo".
I respingimenti sono pero' parte di una politica piu' generale portata
avanti dal governo contro quella che viene definita la "percezione di
insicurezza". Si tende a criminalizzare l'immigrazione creando cosi', come
Amnesty ha piu' volte sottolineato, "un impatto pericoloso sui diritti
umani". Norme come quella che rende aggravante generica del reato l'essere
un "irregolare" creano allarmanti conseguenze sulle condizioni di vita dei
migranti. Sentendosi costantemente sotto minaccia si terrebbero lontano da
scuole, strutture sanitarie e uffici pubblici, con gravi ripercussioni sul
loro diritto all'istruzione, alla salute, all'identita'.
Un clima intimidatorio del quale sono gia' vittime i rom e i nomadi. Il
Rapporto guarda con grande preoccupazione alle misure d'emergenza che, dal
maggio 2008, criminalizzano le popolazioni nomadi, sostenute da una retorica
anti-immigrati e anti-rom. Preoccupano soprattutto gli sgomberi forzati.
Condotti senza garanzie, simili misure "sono una violazione dei diritti
umani, in particolare del diritto a un alloggio adeguato".
Il Rapporto e' inoltre l'ennesima occasione per ricordare l'assenza del
reato di tortura nell'ordinamento italiano. Un'assenza resa ancora piu'
palese dalle motivazioni per la condanna in primo grado degli agenti e
medici accusati delle violenze contro i manifestanti durante il G8 di Genova
nel 2001. Gli imputati sono stati infatti condannati per reati minori come
l'abuso d'ufficio, proprio perche' il codice penale non prevede il reato di
tortura. Un'assenza che Amnesty denuncia dagli anni Ottanta.

6. PROFILI. FRANCA ZAMBONINI: TRE DONNE
[Da "Famiglia Cristiana" del 17 maggio 2009 col titolo "Se il potere ha
paura del mondo femminile"]

Tre donne si sono affacciate alle cronache della settimana scorsa e non per
bellezza esibita o affari di cuore, i soliti futili motivi dell'interesse
dei giornali verso il mondo femminile. Ma perche' si sono scontrate con il
potere. Per Roxana Saberi e' finita bene. Per Yoani Sanchez non si sa. Per
Aung San Suu Kyi si teme il peggio.
*
Roxana Saberi, 32 anni, e' americana di padre iraniano, giornalista, donna:
tre buone ragioni perche' il regime degli ayatollah non la voglia tra i
piedi. E infatti l'hanno messa in galera con accuse ridicole: prima
l'acquisto illegale di una bottiglia di vino, poi aver lavorato senza
permesso, infine di essere una spia al servizio degli Stati Uniti. Dopo una
condanna a otto anni, tre mesi di detenzione nel carcere di Evin e due
settimane di sciopero della fame, il processo di appello ha ridotto la pena
a due anni. Grazie a una lettera che il presidente Ahmadinejiad ha mandato
al tribunale, Roxana e' stata liberata. Un bel gesto di distensione tra Iran
e Usa, apprezzato dal presidente americano Obama come da tutti quelli che
fanno il tifo per la pace. Rallegra che a conciliare questo gesto sia stata
una giovane donna, con la sua storia dolorosa a lieto fine.
*
Anche Yoani Sanchez e' giornalista. Ha 34 anni, vive a Cuba, con il figlio
Teo di 13 e il compagno Reinaldo, che faceva pure lui il giornalista, ma
l'hanno cacciato e ora campa aggiustando ascensori. Come lui, Yoani non ha
piu' un giornale, pero' continua a scrivere. Lo fa via Internet, su un blog
tutto suo che s'e' piazzato tra i piu' cliccati del mondo. Il settimanale
"Time" l'ha inserita tra le cento persone influenti del 2008. Lei si sente
una cittadina comune che nota e descrive i guai cubani, il mercato nero e i
limoni introvabili, l'isolamento e l'apatia di un popolo rassegnato.
Yoani e' una strana dissidente: "Non denuncia, non attacca, non contesta.
Semplicemente racconta cosa significa vivere nel regime comunista di Cuba".
Cosi' e' scritto nel risvolto del suo libro Cuba Libre, tradotto in Italia
da Rizzoli. L'hanno accusata, e' ovvio, di essere una spia della Cia. Ma e'
troppo nota per temere una persecuzione. Il regime castrista ha altre armi,
e per esempio le impedisce di lasciare l'isola. E' successo l'anno scorso,
quando doveva andare in Spagna per il premio "Ortega y Gasset" e le hanno
negato il "permesso di uscita". Ora e' stata invitata dalla Fiera
internazionale del libro di Torino, ma le autorita' cubane hanno detto
ancora no. Yoani non cede. "Continuero' nel mio lavoro femminile di
tessitrice sopra lo sfilacciato tappeto della nostra societa' civile".
*
Aung San Suu Kyi, 63 anni, premio Nobel per la pace, "arpa birmana" che
suona in silenzio la sua opposizione, vive da 13 anni agli arresti
domiciliari. La condanna sarebbe scaduta il 27 maggio, ma la giunta militare
della ex Birmania ha trovato la scusa pronta. Un americano, forse per
spavalderia o chissa' cos'altro, e' andato a trovarla di nascosto e s'e'
fermato due giorni. Siccome lei non puo' ricevere nessuno senza permesso,
l'hanno chiusa nel carcere di Rangoon. Non sta bene, anni di dolore l'hanno
logorata. C'e' una mobilitazione internazionale a sua difesa, ma la giunta
birmana resta sorda e muta.
*
"Tre donne intorno al cor mi son venute / ... ciascuna par dolente e
sbigottita / come persona discacciata e stanca". Cosi' cantava Dante nelle
Rime. Cosi' e' oggi per Roxana, Yoani e Suu Kyi, tre donne contro.

7. RIFLESSIONE. DACIA MARAINI: IL PERSONALE E' POLITICO
[Dal "Corriere della sera" del 19 maggio 2009 col titolo "I panni sporchi si
lavano in pubblico" e il sommario "Responsabilita' in ufficio e in strada,
ma anche in casa e in camera da letto"]

Ai tempi dei movimenti delle donne si diceva: "Il personale e' politico". Ed
era considerata una grande conquista dopo la centenaria separazione del
comportamento privato da quello pubblico. La separazione e l'isolamento
della condotta personale, come fosse un luogo neutro, esente da giudizi, un
luogo dove la morale non c'entra e non conta, legato solo alle leggi della
natura, ha portato a coprire i peggiori abusi familiari, i parossismi
dell'autorita' paterna e maritale e ogni forma di prepotenza e violenza
privata. Troppo spesso il "buon cittadino" si divide schizofrenicamente in
due meta': la sfera sessuale, sentimentale e intima di cui decide di
rispondere solo a Dio o alla sua coscienza e basta. E quella lavorativa,
politica, economica, esposta agli occhi e al giudizio dei piu'. In culture
dove vige la trasparenza questa si chiama ipocrisia. In un Paese cinico come
il nostro in cui il modo di agire personale e' relegato comodamente nella
sfera della "privacy" segreta e inconoscibile, si chiama "difesa della
privatezza".
Eppure la persona umana e' fatta di un solo corpo, una sola testa, una sola
coscienza. E non puo' rispondere al mondo solo per una meta', come faceva il
dottor Jekyll, in privato mister Hyde. Due persone che non riuscivano a
stare in un solo corpo. Non a caso il grande personaggio di Stevenson e'
diventato il simbolo della malattia mentale chiamata scissione della
personalita'. L'aberrazione della doppia morale purtroppo e' molto diffusa,
soprattutto nei Paesi in cui la religione ha tendenze totalitarie. Cio' che
appartiene a Dio sara' giudicato da Dio, cio' che appartiene agli uomini e'
sotto il giudizio del mondo. Come se la sessualita' e i sentimenti non
appartenessero anche essi al mondo. Soprattutto quando si tratta di persone
con responsabilita' pubblica che decidono leggi che riguardano sia il
pubblico che il privato. E' una comoda scappatoia confondere il privato con
la privatezza.
E' assurdo gridare che "i panni sporchi si lavano in famiglia". L'uomo e' un
essere pensante e responsabile non solo in ufficio e in strada, ma anche in
casa, nel buio della camera da letto. E deve rispondere dei suoi
comportamenti. Altrimenti arriviamo all'aberrazione di quei "bravi
amministratori" o di quei "bravi servitori di Dio" che in privato praticano
la pedofilia e il sadismo o lo stupro domestico e l'inganno quotidiano, e in
pubblico vengono onorati da tutti, purche' la cosa non trapeli. Col
risultato di un incitamento generale alla menzogna e alla falsita'. Una
doppia morale assolutamente immorale, a cui purtroppo ci stiamo abituando
con impudente volgarita'.

8. APPELLI. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal sito del Movimento Nonviolento (www.nonviolenti.org) riprendiamo il
seguente appello]

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile
sottoscrivere un versamento al Movimento Nonviolento (associazione di
promozione sociale).
Non si tratta di versare soldi in piu', ma solo di utilizzare diversamente
soldi gia' destinati allo Stato.
Destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e'
facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il
numero di codice fiscale dell'associazione.
Il Codice Fiscale del Movimento Nonviolento da trascrivere e': 93100500235.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 per mille.
Per molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non
fara' nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola
quota sara' determinante perche' ci basiamo esclusivamente sul volontariato,
la gratuita', le donazioni.
I contributi raccolti verranno utilizzati a sostegno della attivita' del
Movimento Nonviolento e in particolare per rendere operativa la "Casa per la
Pace" di Ghilarza (Sardegna), un immobile di cui abbiamo accettato la
generosa donazione per farlo diventare un centro di iniziative per la
promozione della cultura della nonviolenza (seminari, convegni, campi
estivi, eccetera).
Vi proponiamo di sostenere il Movimento Nonviolento che da oltre
quarant'anni, con coerenza, lavora per la crescita e la diffusione della
nonviolenza. Grazie.
Il Movimento Nonviolento
*
Post scriptum: se non fate la dichiarazione in proprio, ma vi avvalete del
commercialista o di un Caf, consegnate il numero di Condice Fiscale e dite
chiaramente che volete destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.
Nel 2007 le opzioni a favore del Movimento Nonviolento sono state 261
(corrispondenti a circa 8.500 euro, non ancora versati dall'Agenzia delle
Entrate) con un piccolo incremento rispetto all'anno precedente. Un grazie a
tutti quelli che hanno fatto questa scelta, e che la confermeranno.
*
Per contattare il Movimento Nonviolento: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: redazione at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

9. RIVISTE. "LEGGENDARIA" N. 75
[Dalla redazione di "Leggendaria" (per contatti: redazione at leggendaria.it)
riceviamo e diffondiamo]

"Leggendaria" n. 75, "In viaggio", 84 pagine, 10 euro. In libreria dal 28
maggio 2009.
*
Andare, dis-locarsi, sperimentare l'altrove: sono viaggiatrici per lavoro,
migranti per forza, giornaliste, turiste le donne protagoniste del "Tema"
del numero 75 di "Leggendaria", curato da Silvia Neonato, che sara' in
libreria a partire dal 28 maggio 2009.
Un tempo a viaggiare erano gli uomini, oggi le viaggiatrici sono sempre piu'
numerose: per lavoro o per svago, per scelta o per costrizione, il viaggio
e' sempre e comunque un'esperienza che cambia chi la fa. Come dimostrano le
molte e diverse scritture che trovate in queste pagine: dai racconti inediti
di Maria Pace Ottieni e Laila Wadia, alle narrazioni di Giuliana Sgrena,
Marta Dassu' e Renata Pisu; dal riattraversamento della figura della
tata-viaggiatrice Mary Poppins (Francesca Neonato) alla carrellata di film
on the road che ci consegna Giovanna Pezzuoli, fino al panorama delle
imprese femminili impegnate nel turismo responsabile (Iaia Pedemonte) e
molto altro, compreso tutto cio' che trovate nelle pesanti borse delle donne
che viaggiano (Donatella Alfonso).
Tre interviste importarti in questo numero: la prima, a Rosaria
Capacchione - accompagnata da un commento di Mariella Gramaglia - l'abbiamo
messa in apertura per scelta consapevole: ci pare che ci sia troppo silenzio
su una donna libera e coraggiosa che mette ogni giorno in gioco se stessa.
Poi, un incontro di Irene Panighetti con la scrittrice e cineasta Liana Badr
(che e' stata in questi giorni ospite della Fiera del Libro di Torino) e un
colloquio di Nadia Tarantini con lo scrittore Francesco Piccolo.
E ancora, abbiamo dedicato alcune pagine in memoriam della nostra amica
Roberta Tatafiore, che ci ha lasciato il 14 aprile.
Lo "Speciale" e' tutto da leggere: Lorella Reale, Lia Giachero, Andrea
Pezze' e Bia Sarasini ci parlano di alcune "signore in giallo" (Sue Grafton,
Fred Vargas, Silvia Maldonado, Anne Holt) e anche di un signore, il
compianto Stieg Larsson, che Francesca Pasini legge capace di partire dalle
profonde trasformazioni dei rapporti sentimentali, professionali e politici
tra uomini e donne indotti dalla "crisi del patriarcato".
La rubrica "Politica" e' affidata per questo numero alla scrittrice
Maristella Lippolis, che commenta il terremoto nella sua terra, l'Abruzzo. E
poi trovate, come di consueto, un gran numero di recensioni in "Primopiano",
"Letture" e "Ultimi arrivi".
*
Redazione: via Giulio Galli, 71/B-2, 00123 Roma, sito: www.leggendaria.it,
e-mail: leggendaria at supereva.it

10. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "SHOCK ECONOMY" DI NAOMI KLEIN (PARTE TERZA E
CONCLUSIVA)
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Naomi Klein, Shock Economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli,
Milano 2007 (ed. originale: The Shock Doctrine, 2007)]

Da pagina 25
La grande bugia
Nel torrente di parole scritte nei necrologi di Milton Friedman, il ruolo
della crisi, dello shock e del disastro fu a malapena menzionato. Piuttosto,
la morte dell'economista forni' un'occasione per raccontare di nuovo la
storia ufficiale di come la sua versione del capitalismo radicale fosse
diventata ortodossia governativa in quasi ogni angolo del globo. E' una
versione romanzata della storia, ripulita dalla violenza e dalla coercizione
cosi' intimamente intrecciata con questa crociata, e rappresenta il piu'
riuscito colpo di propaganda degli ultimi tre decenni. La versione dice piu'
o meno quanto segue.
Friedman ha dedicato la vita a combattere una pacifica battaglia di idee
contro chi credeva che i governi avessero il dovere di intervenire nel
mercato per smussarne gli angoli. Era convinto che la storia "avesse preso
una strada sbagliata" quando i politici avevano iniziato a dar retta a John
Maynard Keynes, architetto intellettuale del New Deal e del moderno Stato
sociale. Il crollo del 1929 aveva convinto i piu' che l'approccio del
laissez-faire fosse fallito, e che i governi dovessero intervenire
nell'economia per redistribuire la ricchezza e limitare le grandi
concentrazioni. In quei giorni bui per il laissez-faire, quando il comunismo
conquisto' l'Est, il welfare state sedusse l'Occidente e il nazionalismo
economico mise radici nel Sud postcoloniale, Friedman e il suo mentore,
Friedrich von Hayek, tennero viva con pazienza la fiamma di una versione
pura del capitalismo, non toccata dai tentativi keynesiani di mettere in
comune la ricchezza collettiva per costruire societa' piu' giuste.
"L'errore fondamentale, a mio avviso", scrisse Friedman in una lettera a
Pinochet nel 1975, era stato "credere che sia possibile far del bene con i
soldi degli altri". Pochi lo ascoltarono: i piu' insistettero che i loro
governi potevano e dovevano far del bene. Friedman fu sbrigativamente
liquidato da "Time" nel 1969 come "un folletto o uno scocciatore", ed erano
in pochi a venerarlo come un profeta.
Alla fine, dopo decenni di esilio intellettuale, vennero gli anni Ottanta e
il dominio di Margaret Thatcher (che chiamava Friedman "un combattente per
la liberta' intellettuale") e Ronald Reagan (che fu visto con in mano una
copia di Capitalismo e liberta', il manifesto di Friedman, durante la
campagna elettorale per la presidenza). Finalmente c'erano leader politici
che avevano il coraggio di liberare e svincolare i mercati nel mondo reale.
Stando a questa versione ufficiale, dopo che Reagan e la Thatcher ebbero
pacificamente e democraticamente liberato il mercato, la liberta' e la
prosperita' che seguirono furono cosi' palesemente desiderabili che quando i
dittatori iniziarono a cadere, da Manila a Berlino, le masse chiesero a gran
voce la Reaganomics accanto ai loro Big Mac.
Quando infine l'Unione Sovietica collasso', il popolo dell'"impero del male"
era impaziente di unirsi alla rivoluzione friedmaniana, cosi' come i
comunisti convertiti al capitalismo in Cina. Voleva dire che il vero
liberismo globale non aveva piu' ostacoli, e in esso le grandi imprese,
finalmente affrancate, non solo erano libere a casa loro, ma erano libere di
varcare ogni confine senza vincoli, diffondendo la prosperita' in tutto il
mondo. Ora c'era consenso su come la societa' dovesse essere governata: i
leader politici dovevano essere eletti, e le economie dovevano seguire le
regole di Friedman. Era, come disse Francis Fukuyama, "la fine della
storia": "il punto finale dell'evoluzione ideologica dell'umanita'". Quando
Friedman mori', la rivista "Fortune" scrisse che "la marea della storia era
con lui"; il Congresso americano approvo' una risoluzione che lo lodava come
"uno dei piu' importanti patroni della liberta' nel mondo, non solo
nell'economia ma in ogni campo"; il governatore della California Arnold
Schwarzenegger fece celebrare il Milton Friedman Day nell'intero Stato il 29
gennaio 2007, e parecchie citta' e cittadine fecero lo stesso. Il "Wall
Street Journal" riassumeva efficacemente questa versione ordinata della
storia con il titolo: Freedom Man.
Questo libro e' una sfida alla pretesa centrale e piu' cara alla storia
ufficiale: che il trionfo del capitalismo senza regole sia nato dalla
liberta', che il liberismo sfrenato vada a braccetto con la democrazia. Al
contrario, mostrero' che questo fondamentalismo capitalista e' stato
invariabilmente partorito dalle piu' brutali forme di coercizione, inflitte
sul corpo politico collettivo come su innumerevoli corpi individuali.
La posta in gioco e' alta. Il corporativismo sta per conquistare le sue
ultime frontiere: le economie chiuse e basate sul petrolio del mondo arabo,
e i settori delle economie occidentali che a lungo sono stati protetti dal
profitto - incluse la risposta alle emergenze e la creazione di eserciti.
Poiche' non si finge neppure di cercare il consenso popolare prima di
privatizzare funzioni economiche tanto vitali, sia in patria sia fuori,
serve un'escalation di violenza e disastri sempre maggiori per far avanzare
la causa. Eppure, poiche' il vero significato degli shock e delle crisi e'
stato cosi' efficacemente cancellato dalla storia ufficiale della crociata
corporativista, le tattiche estreme usate in Iraq e a New Orleans sono
spesso scambiate per semplici incompetenze o favoritismi della Casa Bianca
di Bush. In realta', gli exploit di Bush rappresentano il culmine, molto
violento e molto creativo, di una campagna lunga cinquant'anni per la totale
liberazione delle grandi imprese, che non sara' frenata da una singola
elezione in un singolo Paese. Piuttosto, e' la stessa ideologia che
dev'essere identificata, isolata e sfidata.
Qualsiasi tentativo di incolpare le ideologie per i crimini commessi dai
loro seguaci dev'essere intrapreso con grande cautela. E' troppo facile dire
che coloro dai quali dissentiamo non sono solo in errore ma sono tirannici,
fascisti, genocidi. E' anche vero pero' che certe ideologie sono un pericolo
per la gente e necessitano di essere identificate per quello che sono. Sono
quei sistemi chiusi, quelle dottrine ideologiche che non possono coesistere
con altri sistemi di valori: i loro seguaci disprezzano la diversita' e
pretendono una tabula rasa su cui costruire. Il mondo com'e' oggi va
cancellato per edificarne uno nuovo e perfetto. E' una logica che affonda le
radici nelle fantasie bibliche di grandi inondazioni e grandi incendi, una
logica che conduce ineluttabilmente alla violenza. Le ideologie che aspirano
a quell'impossibile foglio bianco che si puo' raggiungere solo con un
qualche cataclisma sono le ideologie pericolose.
Di solito sono i sistemi ideologici basati sull'estremismo religioso e sul
concetto di razza che richiedono l'eliminazione di altri gruppi al fine di
perseguire una visione purista del mondo. Ma in seguito al crollo
dell'Unione Sovietica, c'e' stata una potente resa dei conti collettiva con
i grandi crimini commessi nel nome del comunismo. Gli archivi sovietici sono
stati aperti ai ricercatori, che hanno cosi' potuto contare i morti per
carestie forzate, campi di lavoro e omicidi politici. Il processo ha
scatenato un acceso dibattito su quanto le uccisioni fossero ispirate
dall'ideologia in se', o invece dalla sua distorsione da parte di seguaci
come Stalin, Ceausescu, Mao e Pol Pot.
"E' stato il comunismo in carne e ossa a imporre la repressione
all'ingrosso, culminata in un regno di terrore spalleggiato dallo Stato",
scrive Stephane Courtois, coautore del discusso Libro nero del comunismo.
"L'ideologia e', dunque, innocente?". Certo che ne ha. Non ne consegue che
tutte le forme di comunismo siano intrinsecamente genocide, come qualcuno ha
affermato, ma e' stata senza dubbio un'interpretazione della teoria
comunista, un'interpretazione dottrinaria, autoritaria e contraria a ogni
pluralismo, che ha condotto alle purghe staliniane e ai campi di
rieducazione di Mao. Il comunismo autoritario e', ed e' bene che sia, per
sempre macchiato da quei laboratori.
Ma che ne e' allora della crociata contemporanea per liberate i mercati
mondiali? I colpi di Stato, le guerre e i massacri che servono a installare
e mantenere i regimi a favore delle grandi societa' non sono mai stati
trattati come crimini del capitalismo, ma sono stati liquidati come eccessi
di dittatori troppo zelanti, come fronti caldi della Guerra fredda, e ora
della Guerra al Terrore. Se i piu' decisi oppositori del modello economico
corporativista sono sistematicamente sterminati - in Argentina negli anni
Settanta, in Iraq oggi - quella soppressione e' giustificata come parte
della lotta sporca contro il comunismo o il terrorismo: quasi mai come la
lotta per l'avanzamento del capitalismo puro.
Non sto affermando che tutte le forme di sistema di mercato sono per forza
violente. E' assolutamente possibile, certo, avere un'economia di mercato
che non richieda una simile brutalita' e non necessiti di tale purezza
ideologica. Un mercato libero dei prodotti di consumo puo' coesistere con
una sanita' pubblica, con scuole pubbliche, con un ampio segmento
dell'economia - come una compagnia petrolifera pubblica - saldamente in mano
statale. E' parimenti possibile richiedere che le grandi aziende paghino
salari decenti e rispettino il diritto dei lavoratori di costituirsi in
sindacati; e che i governi tassino e redistribuiscano la ricchezza cosi' che
le aspre ineguaglianze che affliggono lo Stato corporativo siano ridotte.
Non e' obbligatorio che i mercati siano fondamentalisti.
Keynes aveva proposto esattamente questo genere di economia mista, regolata,
dopo la Grande depressione: una rivoluzione nell'approccio politico che
creo' il New Deal e trasformazioni analoghe in tutto il mondo. E' stato
proprio quel sistema di compromessi, controlli ed equilibri che la
controrivoluzione di Friedman mirava a smantellare metodicamente Paese dopo
Paese. Vista in questa luce, la variante fondamentalista del capitalismo
propria della Scuola di Chicago ha, in effetti, qualcosa in comune con altre
pericolose ideologie: quel tipico desiderio di irraggiungibile purezza, di
imbiancare la tela e tirar su dal nulla la societa' ideale.
Questo desiderio di disporre del potere divino di creazione ex nihilo
costituisce precisamente il motivo per cui gli ideologi del libero mercato
sono cosi' attratti dalle crisi e dai disastri. Una realta' non apocalittica
e' semplicemente incompatibile con le loro ambizioni. Da trentacinque anni,
cio' che anima la controrivoluzione di Friedman e' stata l'attrazione per un
tipo di potere, liberta' e senso di possibilita' che e' disponibile solo in
tempi di mutamento cataclismatico - quando le persone, con le loro abitudini
ostinate e le loro domande insistenti, vengono spazzate via -, momenti in
cui la democrazia sembra concretamente impossibile. Chi crede nella dottrina
dello shock e' convinto che solo una grande discontinuita' - un'inondazione,
una guerra, un attacco terroristico - possa generare quelle tele vaste e
bianche tanto intensamente desiderate. In questi momenti malleabili, in cui
siamo psicologicamente e fisicamente sradicati, gli artisti del reale
tuffano le mani e iniziano il loro lavoro di ricreazione del mondo.

11. LIBRI. FRANCESCO GARIBALDO PRESENTA "SENZA DEMOCRAZIA" DI ALBERTO BURGIO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 maggio 2009 col titolo "Dalla Genesi
alla crisi del neoliberismo. La miseria europea del riformismo"]

Alberto Burgio, Senza democrazia. Per un'analisi della crisi, Deriveapprodi,
pp. 288, euro 15.
*
Il libro di ALberto Burgio sulla crisi economica e sociale che stiamo
vivendo, senza nulla concedere alle semplificazioni, si propone come uno
strumento di conoscenza e lavoro per tutti coloro che vogliono andare alla
radice di questa crisi e della sua genesi. Il libro e' di agevole e
piacevole lettura anche per i non specialisti.
La ricostruzione, accompagnata da una ricchissima bibliografia, parte,
infatti, dalla conclusione della seconda guerra mondiale e dal periodo
storico 1945-1975, noto come i "trenta gloriosi". Il nodo centrale della
ricostruzione storica e' l'analisi di come gli Usa modellarono una fase di
crescita che sembrava avere introdotto per sempre nel capitalismo una
dimensione sociale eliminandone la congenita instabilita' e di come si e'
poi arrivati alla fase neoliberista degli ultimi trenta anni. Infine si
analizza criticamente l'esplosione della crisi uscendo dagli schemi
semplificatori di molti altri libri e articoli, in particolar modo per
quanto concerne il rapporto tra finanza e industria. Si punta il dito sul
modello di accumulazione sviluppatosi dagli anni Novanta e sullo squilibrio
sistemico del capitalismo e si affrontano le trasformazioni sociali avvenute
in Italia a seguito dell'avvento del neoliberismo. Rilevare lo squilibrio
sistemico del capitalismo, che oltre che ai capitalisti, appariva superato
al personale politico occidentale, compresi i vari riformismi, consente di
fare emergere la parabola discendente della prassi e del pensiero riformista
sia in Italia che in Europa.
Tutto cio' sarebbe sufficiente a consigliarne la lettura. In questo volume
pero' si sviluppa, contemporaneamente, una linea di analisi piu' coraggiosa
e ambiziosa della sola ricostruzione critica di questa lunga fase storica.
L'autore, infatti, sviluppa una riflessione sul presente attualizzando la
domanda che Antonio Gramsci si pose sul perche' Mussolini avesse vinto;
insomma perche', in particolar modo in Europa, la rivoluzione neoliberista
non ha incontrato una resistenza sociale, per non parlare di quella
politica, all'altezza delle drammatiche conseguenze sociali che provocava?
Su cosa si e' basato il consenso di massa ottenuto dai Bush, dalla Thatcher,
da Berlusconi? Burgio, dopo avere richiamato anche l'esigenza di una
riflessione sulle trasformazioni antropologiche avvenute - consumismo e
individualismo -, ricostruisce, fuori da ogni imbastardimento, il concetto
originario di Gramsci di "rivoluzione passiva", cioe' di processi di
trasformazione economica, sociale e politica diretti dall'alto. Tale
concetto per essere utilizzato richiede, oltre alla direzione dall'alto, che
le trasformazioni diano parziale soddisfazione alle istanze poste dalle
classi subalterne e che vi sia l'assenza o la carenza del conflitto sociale.
Notoriamente in Gramsci tale concetto era associato all'analisi del
trasformismo delle classi dirigenti italiane. L'autore ci ricorda che per
Gramsci le rivoluzioni passive, cosi' intese, sono "restaurazioni
progressive", vi e' cioe' la capacita' delle classi dominanti di fare i
conti con importanti processi di trasformazione della societa'. Cosi'
definito il concetto, egli ne trae la conclusione che mentre negli Usa esso
e' pienamente utilizzabile, in Europa, specificatamente in Italia, manca la
condizione della parziale soddisfazione di esigenze delle classi subalterne
che sono state solo vittime e non parzialmente beneficiarie, come negli Usa,
della bolla speculativa finanziaria. Ne esce un atto di accusa molto
radicale sui gruppi dirigenti del riformismo europeo, visti come un esempio
di trasformismo, e la ricerca di una spiegazione meno politologica della
crisi della rappresentanza politica a sinistra. In questo quadro si indica
come maturi una pericolosa crisi democratica. Sarebbe di grande interesse
fare interagire il richiamo alla spiegazione antropologica, nella linea di
Pasolini e altri, con il concetto di rivoluzione passiva, il libro ce ne
offre un'opportunita'.
Negli ultimi due capitoli si affronta l'oggi, sia attraverso una valutazione
critica delle misure adottate dai governi di tutto il mondo per uscire dalla
crisi, sia rispetto alle prospettive aperte di fronte a noi. Il libro
sottolinea l'ambivalenza della situazione odierna, e quindi la presenza di
un'opportunita' per una svolta radicale, senza nascondere i pericoli che
dobbiamo superare. Si polemizza con grande forza contro il rischio, a
sinistra, di una nuova fase di "pensiero desiderante che scambia la
congettura per previsione e la previsione per analisi", in favore di un
realismo attivo, basato sul conflitto sociale, la soggettivita' e la
democrazia. Si tratta di trarre profitto dalla crisi di egemonia del
capitalismo prima che si avvii una possibile nuova rivoluzione passiva, se
non una crisi senza uscite. Si indica la via di un diverso modello di
sviluppo, riassumendo quanto gia' elaborato dai saperi critici che a
sinistra hanno in questi anni costruito delle opzioni di politiche
alternative, sottolineandole la concretezza a fronte dell'irrazionalita' del
capitalismo.

12. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

13. PER SAPERNE DI PIU'

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 836 del 30 maggio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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