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La domenica della nonviolenza. 221



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 221 del 21 giugno 2009

In questo numero:
1. Stefano Arrighetti ricorda Ivan Della Mea
2. Cesare Bermani ricorda Ivan Della Mea
3. Gianfranco Capitta ricorda Ivan Della Mea
4. Gabriele Polo ricorda Ivan Della Mea
5. Alessandro Portelli ricorda Ivan Della Mea

1. MEMORIA. STEFANO ARRIGHETTI RICORDA IVAN DELLA MEA
[Dall'Istituto Ernesto de Martino (per contatti: iedm at iedm.it), e poi anche
da varie persone amiche, abbiamo riceviamo il 14 giugno 2009 il seguente
messaggio del presidente Stefano Arrighetti dal titolo "Ciao Ivan"]

Questa notte intorno alle 1,30 e' morto improvvisamente Ivan Della Mea,
all'ospedale San Paolo di Milano dove era stato ricoverato d'urgenza dopo un
malore. Aveva 68 anni, era nato a Torre Alta di Lucca nel 1940. Viveva a
Milano con la sua compagna Clara Longhini e aveva due figli, Sara e Pietro.
Da tempo aveva problemi di salute. Impossibile dire nelle poche righe di un
comunicato la vita e la storia di Ivan Della Mea. Forse basta solo ricordare
quello che aveva fatto in questo ultimo scorcio di vita: aveva ideato una
ricerca con l'Arci di Firenze sulla storia delle case del popolo; il 25
aprile aveva suonato per la festa della Liberazione a Fosdinovo (Carrara)
dai compagni degli Archivi della Resistenza; era stato a Sesto Fiorentino
all'Istituto Ernesto de Martino, che aveva diretto per 13 anni, per la
conferenza stampa della rassegna InCanto; il 12 maggio aveva presentato
l'ultimo numero della rivista "il de Martino", ad Acquanegra sul Chiese,
paese natale di Gianni Bosio; il 28 maggio aveva suonato a Brescia per
ricordare la strage di Piazza della Loggia; sabato 30 maggio era stato con
Paolo Pietrangeli e Paolo Ciarchi a Montevarchi a cantare per il '68; il 3
giugno aveva scritto un appello al voto per Rifondazione comunista; venerdi'
12 giugno il suo ultimo articolo su "il manifesto" dal titolo "Brucia
compagno brucia". Pochi mesi fa Ala Bianca aveva distribuito una "Antologia"
con molte delle sue canzoni piu' belle ed e' appena uscito per la Jaca Book
l'ultimo libro di Ivan Della Mea, la sua autobiografia: Se la vita ti da'
uno schiaffo, il racconto della sua infanzia e la storia della sua famiglia,
un testo di grande spessore narrativo e di forte impatto emotivo. Una dura
resa dei conti con la vita e con la morte che suona, purtroppo, come
l'epitaffio nella vita di un grande artista e di un grande compagno
comunista.
A Clara, Pietro e Sara e a tutti i familiari va l'abbraccio piu' forte di
tutti i compagni dell'Istituto Ernesto de Martino.

2. MEMORIA. CESARE BERMANI RICORDA IVAN DELLA MEA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 16 giugno 2009 col titolo "Le
provocazioni di un bastian contrario" e il sommario "Sinistra italiana.
Piccole e grandi storie. Dalla Milano anni '50 e '60 all'Amendoleide"]

Con Ivan se ne va una fetta importante della vita di tanti compagni.
Difficile, direi impossibile, comprimere in poche righe una personalita'
cosi' complessa come la sua. Ivan e' legato agli anni piu' belli della mia
vita, gli anni 1962-1969 che segnarono lo svilupparsi della ricerca sul
campo del canto sociale italiano e della realta' di base, il decollo del
Nuovo Canzoniere Italiano, spettacoli come Bella ciao e Ci ragiono e canto,
infine lo sfociare di tutto questo nella cultura del Sessantotto. Sia Ivan
che io avevamo gia' alle spalle una milizia nella Federazione Giovanile
Comunista, in quegli anni pervasa da un desiderio d'autonomia rispetto al
Partito degli adulti. Credo pero' che sia stato l'incontro con Gianni Bosio
a determinare su che binari si sarebbero incanalate le nostre vite. Gianni
fu per entrambi un "padre". Grazie a lui io divenni, credo, uno "storico", e
Ivan il cantante che meglio e piu' degli altri assimilo' il progetto
politico-culturale del gruppo, in particolare il rapporto tra grande e
piccola storia, leit motiv dell'opera di Bosio.
Ivan giunse nel gruppo con una drammatica testimonianza autobiografica,
cantata con impegno di liberazione, che forse non ha mai completamente
raggiunta tanto traumatica era stata la sua esperienza infantile e
adolescenziale. La prima volta che comunico' la sua storia familiare riusci'
a cantarla solo con la schiena voltata agli ascoltatori e con la faccia
rivolta al muro. Poi di quella sua tragedia parlo' sempre poco, se non in
questi ultimi anni, ma riusciva a farlo solo scherzandoci su, come soltanto
riuscivano a raccontare certi reduci dai campi di sterminio. Pochi giorni fa
mi disse che finalmente era riuscito a scriverne estesamente in Se la vita
ti da' uno schiaffo, pubblicato dalla Jaca Book. Non potei fare a meno di
dirgli: "Ce l'hai fatta finalmente!". Quel lungo poemetto in musica che ce
lo fece conoscere, pregno di un'intensita' sofferente, lo intitolo' poi La
grande e la piccola violenza. Anticipava di un buon decennio il
"personale-politico" e se da esso una morale se ne poteva trarre era che la
grande violenza del fascismo aveva generato tante "piccole violenze"
quotidiane, tra cui quella generata dal comportamento violento di suo padre
nei confronti di sua madre.
Del sodalizio di quei primi anni con Ivan ricordo in particolare uno
spettacolo sperimentale che curammo assieme, Altri vent'anni, andato in
scena il 18 marzo 1966, critico verso le politiche culturali della sinistra
dalla Liberazione in poi. Notavamo allora come l'abbandono del concetto
stesso di "cultura di classe" tendesse a sospingere le organizzazioni di
sinistra "nella direzione della propagazione della cultura oggi piu'
confacente alla societa' dei consumi e alla forza ideologica che, pur sotto
svariate tendenze partitiche si avviava a esserne la coerente espressione
politica, ossia la socialdemocrazia". E affermavamo come non ci sembrasse
percio' "un aspetto negativo il progressivo svuotamento di tali
organizzazioni, il loro abbandono da parte della classe; negativo e' semmai
che stentino a sorgerne di nuove e intimamente diverse".
Tanto per ricordare che certi problemi dell'oggi hanno radici lontane.
Quindi, la sinistra italiana, nella quale abbiamo sempre militato in questo
o quel raggruppamento, c'e' tuttavia sempre andata anche molto stretta. Da
cui un nostro permanente essere critici nei suoi confronti e la fama - debbo
dire piu' che meritata - di essere dei rompiballe e dei "provocatori".
Molte canzoni e atteggiamenti di Ivan furono infatti espressione di voluta,
anche se non sempre ponderata, provocazione politica verso prassi che non si
riusciva piu' ad accettare. Da Nove maggio, che stigmatizza il fatto che
Longo e Parri fossero stati nella celebrazione del Ventennale della
Liberazione di due mesi prima a fianco di Andreotti, che Ivan canto' perche'
Cossutta gli aveva detto di non farlo in uno spettacolo abbinato proprio a
un comizio di Luigi Longo, all'"Amendoleide", cantata in una sezione del Pci
romano: "Amico mio di Roma / stanotte ho fatto un sogno / tu eri al governo
/ leggevi l'Unita'. / Ma poi mi son svegliato / e ho letto sul giornale /
che alle ultime elezioni / a noi e' andata male".
Il suo modo d'essere lo portava a coniugare comunismo e anarchia, ateismo e
cristianesimo, facendolo stare con naturalezza dalla parte di tutti gli
sfruttati e di tutti gli emarginati, sino a rivendicare il "diritto alla
follia". Ne L'estremista canta: "Rileggo Pasolini / il suo demofascismo / e'
oggi la cultura / cresciuta a maggioranza / e contro Cristo avanza / un
clericofascismo / per il diverso e l'altro / c'e' zero tolleranza / Rileggo
anche Basaglia / e sono nei suoi matti / e sono nei migranti /e in tutti i
mentecatti".
Ivan e' stato parte fondamentale della colonna sonora di una generazione di
militanti perche' le sue canzoni erano sempre il portato di una ricerca
continua delle trasformazioni e di una poetica apparentemente semplice ma
che solo lui ha saputo mettere in pratica: "La realta' si impara dove la
realta' si fa e cosi' la vita e cosi' il mondo". Questo gli ha permesso di
creare veri gioielli come El me gatt, Ballata per l'Ardizzone, Io so che un
giorno, Mio Dio Teresa tu sei bella, Creare due, tre, molti Vietnam, la
canzone che piu' incarna lo spirito del '68. E gli ha permesso di essere il
cantore della Milano degli anni Cinquanta e del "lungo Sessantotto", quella
che forse solo il suo amico Primo Moroni conosceva meglio di lui.
Ma ecco, per esempio, come e' nata una sua ballata. Nel 1973 lui e Clara
vennero a trovarmi a Zaccheo, in Abruzzo, dove passavo le vacanze. L'8
agosto andammo a registrare alla festa di San Donato a Castiglione Messer
Raimondo. Dalla processione e dai suoi canti Ivan trasse spunto per quella
sua bellissima ballata che e' Compagno ti conosco dove si interroga sul
simbolismo religioso e laico.
Dal 1996 Ivan ha anche fatto il presidente dell'Istituto Ernesto de Martino.
Recentemente aveva chiesto di essere sostituito per motivi di salute.
Avrebbe dovuto starsene un po' tranquillo ma non ce l'ha fatta a
pensionarsi. E' sempre stato goloso di esperienze e ha sempre ingurgitato la
vita tutta quanta. A settant'anni non si cambia. Cosi' e' morto sul campo,
in piena attivita'.

3. MEMORIA. GIANFRANCO CAPITTA RICORDA IVAN DELLA MEA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 16 giugno 2009 col titolo "Ricordi. 'O
cara moglie', tra affetti e scioperi]

E' soprattutto gratitudine che il ricordo personale di Ivan Della Mea puo'
ispirare. Quella per le sue canzoni indimenticabili che hanno segnato il
passo di diverse generazioni verso un cielo bianco di carta; quella per la
passione politica che e' riuscito a contagiare senza mai fare prediche o
astrazioni; quella piu' forte di tutte, forse, per essere sempre stato,
nelle sue parole, nelle musiche e negli scritti, un uomo intero, quasi fosse
lui per molti di noi quel omm. Che a fianco alla politica e alla ragione ha
sempre sostenuto le ragioni del cuore. Anche nel senso piu' privato. Tanto
che le sue canzoni cominciarono a entrare come corpi "clandestini" (come De
Andre' del resto) prima ancora del '68 nelle aule severe dei licei. E a
venir cantate come un linguaggio altro e nuovo, che pure riusciva a
esprimere qualcosa che pareva altrimenti inesprimibile. O cara moglie
raccontava di scioperi e padroni e crumiri, ben prima dell'autunno caldo, ma
attraverso la ricaduta dentro un universo familiare che poteva davvero
essere familiare a chiunque. E dopo pochi anni, quando la lotta politica
aveva dilagato nelle scuole e nelle piazze, Ivan Della Mea scrisse per
Angela il piu' bello e caloroso e vissuto degli inni all'amore. Un uomo
formidabile Della Mea, un cantautore che piu' cantava il valore della
politica, piu' allargava il cuore verso la pienezza dell'esistenza. Suo
fratello Luciano dava la forza del ragionamento dentro acque che si
intorbidavano sempre piu' senza quasi ce ne accorgessimo; lui Ivan faceva di
ogni canzone (e quante ne ha fatte divertenti) una smorfia allegra. Con voli
improvvisi di delicatezza degni di un grande retore del passato. La Gelmini
avrebbe ancora molto da imparare se riuscisse ad ascoltare fino in fondo la
Ballata di Ciriaco Saldutto. Noi per fortuna lo terremo sempre nel cuore e
nella memoria.

4. MEMORIA. GABRIELE POLO RICORDA IVAN DELLA MEA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 16 giugno 2009 col titolo "Il Mea. Una
vita da sovversivo narrante"]

Cantastorie, poeta, scrittore: intellettuale non "organico", bensi'
"rovesciato", per citare un libro del suo maestro, Giovanni Bosio. Questo e'
stato Luigi Della Mea, per tutti Ivan, per pochi "il Mea": l'esatto
contrario di cio' che e' accademia o sapere separato da pratica e senso,
l'opposto di impegno politico inteso come un mestiere qualsiasi. Insomma, un
militante indipendente che intendeva il comunismo come ricerca e pratica
della liberta'. Quella di dire e fare cose scomode, soprattutto contro il
potere, contro ogni potere. Anche quello che nasce a sinistra, anche quello
"tuo personale", come cantava in Lettera a Michele, all'inizio degli anni
'70, quando il "personale" non era ancora "politico", ma quando "il Mea"
aveva gia' capito tutto su come le burocrazie potevano trasformare la
militanza nell'alienazione dei sovversivi.
Ecco, un sovversivo. Questo, nel profondo, era "il Mea", che ha raccontato
le alienazioni e contro di esse si e' battuto, non solo a parole, semmai
usandole per costruire una narrazione comune. Quella indispensabile a capire
la costrizione e a cercare di vivere la liberta'. Sovversivo con gli altri e
con se stesso, contro l'ordine costituito e contro quello "nuovo" dei suoi
compagni di strada. Nelle feste dell'Unita' e nei picchetti davanti alle
fabbriche, nelle canzoni e nei suoi libri. Sovversivo persino con la propria
esistenza (raccontata nel libro appena uscito, Se la vita ti da' uno
schiaffo, Jaca Book), che ha sottoposto a continui stress, fino alla fine
("Mica posso stare fermo, al diavolo i medici e le loro previsioni").
Sovversivo anche con noi, con questo giornale, cui ha dato canzoni e
articoli, senza accettare nessun freno. Con quella voce strana su una
chitarra rappezzata, con quella scrittura unica su una tastiera da cui a
volte "spariva" la punteggiatura. Sarcastico e passionale, tenero e
incazzato. Mandandoti al diavolo se non riceveva risposta nel giro di
qualche minuto, perche' "tutto si puo' sopportare, tranne il silenzio o
l'indifferenza".
"Mio il dovere di proporre, tuo il potere di disporre", scriveva a premessa
di ciascun articolo che spediva. "Mea, scrivi troppo. E, poi, quale
potere... qui siamo tutti schiavi del poco spazio". Sbottava: "Non fare il
pirla con me, per quanto poco lo spazio c'e' e c'e' sempre chi sceglie come
usarlo". Se vale per l'avversario - pensava - vale anche per noi. Questa la
lezione, che finiva col metterti al muro nel cortocircuito della
partecipazione personale: "Se non capite quanto vi voglio bene, sono solo
problemi vostri".
Ciao "Mea", cantastorie, poeta, scrittore... compagno. Termine da maneggiare
con cura, un tempo inflazionato, oggi vilipeso. Con te si poteva usare senza
paura di disperderlo o prendersi in giro.

5. MEMORIA. ALESSANDRO PORTELLI RICORDA IVAN DELLA MEA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 16 giugno 2009 col titolo "Segni di
resistenza con gli occhi di Ivan" e il sommario "Ha cantato, scritto e
parlato di politica, di restaurazione clericale e di guerra fredda. Ma la
voce imperfetta di Ivan Della Mea, morto sabato notte a Milano, si e' fatta
anche denuncia dei nuovi mostri nel mondo globale"]

Quando mori' Gianni Bosio, suo amico, interlocutore, maestro, Ivan Della Mea
gli dedico' una delle sue canzoni piu' belle: Se qualcuno ti fa morto. Se
qualcuno ti fa morto, diceva, un motivo c'e': ti commemorano, ti fanno elogi
e monumenti di parole, ma se ti fanno morto e' perche' non credono piu' alle
ragioni della tua vita. Basterebbe una canzone come questa per complicare
quell'etichetta di "cantante di protesta" che Ivan Della Mea si portava
appresso fin dagli anni '50 - come se avesse da dire solo cose contro cui
lottare, e non anche moltissime cose per cui vivere. Ivan ha cantato,
scritto, parlato la politica e le lotte, ma soprattutto i sentimenti, i
rapporti che a quelle lotte davano, e se non vogliamo farlo morto, daranno
ancora un senso.
Nato in Toscana, cresciuto a Bergamo, cantava in milanese le sue canzoni
rivolte a Gianni Bosio: ti ricordi, Giovanni, del quarantotto, quei bei
tempi di buriana, "vegniven giu' da la rocca de Berghem i tusan braccia' su
tucc'insema, tutt'insema cantaven, cantaven - Bandiera Rossa, Giuan, te se
ricordet". Il suo comunismo cominciava - "avevo otto anni, calzettoni e due
grandi occhi per guardare" - con quell'immagine di amicizia e di gioia, era
quello il mondo sognato da creare. E quando poi i ragazzi sconfitti
cantavano ancora Bandiera Rossa, la guerra e la rabbia che avevano negli
occhi era quella di chi e' respinto a forza in un mondo cupo di solitudine e
repressione.
Accanto alla grande violenza della restaurazione clericale e della guerra
fredda, Ivan cantava la "piccola violenza" del mondo familiare, e - come suo
fratello Luciano, un altro maestro della nostra cultura e della nostra
storia - ci vedeva le radici della violenza maggiore. Quando comprai
titubante il suo primo disco, i suoni con cui cominciava - il rumore
antimusicale di un motore di scooter - mi sconcertarono, e altrettanto mi
sconcertava la sua voce non canonica e imperfetta. Ma Io so che un giorno
era la piu' acuta e poetica denuncia che avessi ancora sentito del nuovo
mondo che avanzava, che ti comprava il cervello in cambio di una lavatrice,
che trattava per matto chi cercava altre liberta' (Luciano ne sapeva
qualcosa), e che mascherava tutto sotto una coltre di bianco
elettrodomestico e manicomiale. Il rumore, le imperfezioni, anche la
qualita' ruvida di una registrazione fatta in economia, erano tutti segni di
una resistenza a quella bianca pulizia senz'anima.
Non e' stato un cantore di vittorie, di sorti magnifiche e progressive di un
comunismo portato dall'onda della storia. A ripensarci, tante delle sue
canzoni parlano di sconfitte, di compagni uccisi (Serantini, Ardizzone), di
lotte andate a male - e della orgogliosa determinazione a ricominciare. La
sua canzone piu' cantata, quella entrata davvero nella tradizione orale, O
cara moglie, e' la storia di uno sciopero sconfitto, di un operaio
licenziato, del ricatto padronale che convince o costringe tanti operai a
chinare la testa e rientrare in fabbrica - e gli scioperanti che gli gridano
crumiri e venduti, ma vedono la loro umiliazione anche come un'offesa fatta
a se stessi. Ma la storia e' raccontata nel calore di una cucina operaia,
condivisa con l'amore familiare, con la proiettivita' nei confronti del
figlio che si trasforma in orgoglio e insegnamento. Alla grande violenza
della repressione e dei licenziamenti risponde, stavolta, la "piccola"
resistenza dei sentimenti, dell'amore, della dignita'. E da qui si
ricomincia, oggi come allora.
La cucina di O cara moglie e' anche un pezzo di quel mondo popolare, "di
ringhiera", in cui Ivan si e' sempre riconosciuto. Da questo mondo viene la
piu' perfetta della canzoni, El me gatt, a questo mondo ha dedicato un disco
(Ringhiera), e questo mondo frequentava in
quell'"arcicorvettocheincormista'" di cui ci raccontava ogni tanto nelle sue
lettere al "Manifesto", e che in cuor gli stava anche quando i discorsi che
sentiva li' dentro non gli andavano piu' tanto bene - un po' perche' al
cuore non si comanda, e un po' perche' una cosa sono i discorsi e un'altra
le persone, e che se certe persone a cui si vuol bene parlano in un certo
modo un motivo ci sara' e noi dobbiamo ascoltare e capire per cambiare.
Ivan aveva fatto una vita faticosa e logorante negli ultimi anni, in
continuo movimento fra Milano e Sesto Fiorentino, per tenere in vita la
creatura piu' importante e piu' amata, sua, di Gianni Bosio, di Franco
Coggiola, e di tanti che da loro avevamo imparato: l'Istituto Ernesto de
Martino, il cuore della memoria e della cultura profonda di un'Italia che
vogliono annullare e farci dimenticare. Era davvero un sacrificio, non solo
per la fatica fisica ma anche perche' in fondo quella di organizzatore e
dirigente non era neanche la sua vocazione - ribelle fino in fondo, si
adattava con sforzo generoso alle esigenze dell'organizzazione, dell'ordine,
dell'amministrazione. Ma davvero non c'erano altri che potessero farlo, che
rappresentassero cosi' intensamente quella storia (comprese le divisioni, i
conflitti, le riconciliazioni, gli incontri) di persone, di suoni, di
parole, di carte. Anche questo era un dovere d'amore.
Come facciamo a non "fare morto" l'indimenticabile Ivan Della Mea? A me la
notizia arriva via internet mentre sono a Whitesburg, in Kentucky, e ieri ho
ascoltato una giornata bellissima di musica e di condivisione, creata da
Appalshop, un'organizzazione praticamente sorella del de Martino. Leggendo
la notizia di Ivan ho pensato che se fosse stato qui ieri si sarebbe
divertito e si sarebbe sentito a casa, non tanto per la politica felicemente
obamiana (su cui sono sicuro che avrebbe avuto qualche critica) quanto
perche' quello che ha sempre cercato di fare e' stato di tenere insieme le
persone in nome di un desiderio bello e sensato, di festa e non solo di
lotta. In un film prodotto da Appalshop, Sara Ogan Gunning, una delle voci
piu' grandi della canzone proletaria americana, canta in una canzone la
storia della sua vita e conclude "e cantate sempre le mie canzoni". Per non
fare morto Ivan Della Mea, cantiamo ancora A quel omm, La pipa di Costante,
A Costabona... Ma ricordiamo anche quello che Phil Ochs diceva, in memoria
di Woody Guthrie: "Oggi tutti cantano le sue canzoni, ma che senso ha
cantarle senza le ragioni per cui lui le ha scritte?". Le ragioni di Ivan
erano tante, qualche volta contraddittorie. Ma lo possiamo salutare con la
parole che Gianni Bosio gli disse, e che lui canta, dopo una grande giornata
di ricerca sul campo in Toscana: "qualcos'em fatt". Grazie a Ivan, qualcosa
abbiamo fatto e molto ci resta da fare.

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