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Minime. 859



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 859 del 22 giugno 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: Piove, governo ladro
2. Maria G. Di Rienzo: 167 dollari al mese
3. Giulio Vittorangeli: C'e' una alternativa al Piccolo Cesare
4. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
5. Alfonso M. Iacono ricorda Aldo G. Gargani
6. Dacia Maraini: Un viaggio con Pasolini e Moravia
7. Marinella Fiume: Scritture di donne lungo il Mediterraneo
8. Riletture: Niccolo' Cusano, Il Dio nascosto
9. Riletture: Nicola Cusano, La pace della fede
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: PIOVE, GOVERNO LADRO

Nel primo pomeriggio di domenica 21 giugno 2009 c'e' su Viterbo un
temporale, neppure tanto violento, neppure tanto prolungato. Ma le fogne
straripano. Per l'irresponsabilita' di pubblici amministratori assai peggio
che inetti nella programmazione e nella gestione del territorio e dei
servizi, per l'incuria delle pubbliche istituzioni e per il ritardo negli
interventi, in alcuni quartieri e' un disastro.
Nell'edificio in cui ha sede la redazione di questo notiziario, le acque di
scarico eruttate dalle fogne allagano cantine e garage, e per quel che ci
riguarda si allagano le stanze in cui teniamo la maggior parte del nostro
archivio.
Mentre scrivo queste righe, in un lezzo da inferno dantesco, non sono in
grado di valutare compiutamente le dimensioni del danno che abbiamo subito,
ma temo siano enormi: un archivio che raccoglie quattro decenni di impegno
civile, innumerevoli documenti di cui e' ragionevole supporre che
possedessimo l'ultima copia superstite, per non dire di migliaia di fogli
manoscritti, sono stati in parte sommersi dalla fetida acqua risalita dalle
fogne, e verosimilmente perduti per sempre.
Guardo questa catastrofe ed e' come se mi avessero strappato brani di carne
del mio stesso corpo, anni ed anni della mia vita e della mia lotta, e la
memoria di tante esperienze condotte dagli anni Settanta del secolo scorso
in qua con tante e tanti compagni di lotta che non sono piu', e di alcuni
dei quali restava ancora traccia quasi solo in quelle carte.
Questa la situazione.
La lotta, naturalmente, continua.
La nonviolenza e' in cammino.

2. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: 167 DOLLARI AL MESE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento]

Volete una moglie vietnamita? Vi costera' solo 167 dollari al mese.
E tutto quello di cui avete bisogno e' una carta di credito Diners Club. Il
prezzo totale della donna e' di 8.000 dollari, ma il proprietario
dell'agenzia "Vietnam Brides International", il sig. Mark Lin che e' uomo di
sicuro buon cuore, ha pensato alle difficolta' dei suoi clienti ed ora
accetta pagamenti rateali. In aggiunta alla commissione fissa del 3% a
favore del Diners Club, c'e' solo un ulteriore 2% di aumento se si salta una
scadenza, il che e' conveniente e mostra una profonda comprensione umana. Ma
la verita' e' che quando i possessori di carta di credito non pagano e' il
Diners Club a rivalersi legalmente contro di loro (tre casi lo scorso anno)
e Lin non ci perde un centesimo. E spiega: "Non e' che andiamo a riprenderci
la sposa se un cliente non paga una rata. E' una situazione diversa da
quella in cui se non veniamo pagati andiamo a riprenderci il prodotto. Non
trattiamo le donne come oggetti, si tratta solo di un servizio che offriamo
ai clienti".
Sara' perche' il sig. Lin parla mandarino che lui ed io ci capiamo poco.
Interrogato sull'eticita' della faccenda, ha infatti risposto: "Noi non
diamo giudizi morali. La cosa piu' importante e' che il business e'
legittimo". Legalizzeranno pure il traffico di droga, prima o poi, basta
aver pazienza. Mi vedo gia' qualche membro dell'onorata societa' stringere
la mano ad un signore della guerra mentre gli consegna il premio
"Imprenditore dell'anno".
E poi, cosa volete farci, e' la loro cultura, sarebbe davvero improprio
giudicare chi si sceglie una moglie su un catalogo e la paga e chi quel
catalogo gli offre come due schiavisti. Percio', visto che non si puo' fare,
lo faccio io: le testimonianze sulle vite delle "spose" sono allucinanti per
ammontare di umiliazioni e violenze.
Comunque il sig. Lin non e' neppure il primo ad avere idee innovative su
come si vendono donne, nell'aprile 2007 l'agenzia "Mr. Cupid" ha cominciato
ad offrire spose cinesi dietro il pagamento di una caparra di un solo
dollaro: il resto dei 6.000 (le cinesi costano meno, forse perchÈ sono di
piu'?) si versa in dieci comode rate mensili. Soddisfatti o rimborsati.
Meno male che nessuno degli "operatori del settore" mi ha detto: "Abbiamo un
profondo rispetto per il mondo femminile", il che pone Lin e compagnia mezzo
gradino piu' in alto, sulla scala dell'infamia, di un notissimo politico
italiano.

3. EDITORIALE. GIULIO VITTORANGELI: C'E' UN'ALTERNATIVA AL PICCOLO CESARE
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento

Scriviamo nei giorni in cui il castello di carte dell'incantesimo
berlusconiano sembra crollare su se stesso. Le difficolta' che incontra il
nostro "Piccolo Cesare", la melma che quotidianamente lo sommerge, fanno
pensare, ai piu' ottimisti, ad una sua uscita di scena.
Quello che deve essere estremamente chiaro e' che l'íeventuale uscita di
scena (il "Piccolo Cesare" non cedera' il passo tanto facilmente, ricorrera'
a ogni mezzo lecito e illecito), non produrra' il rapido disfacimento del
sistema di potere egemonico costruito nel corso degli anni dal capo. Resta
il populismo, demagogico e reazionario, come continuazione e stabilizzazione
del sistema egemonico vigente in Italia.
Non a caso, la stragrande maggioranza del paese ci appare antropologicamente
berlusconiana.
Resta, nella piu' totale dimenticanza, l'assurda guerra in Afghanistan, dove
l'Italia e' impegnata ormai da otto anni in violazione del diritto
internazionale e della legalita' costituzionale.
Resta il razzismo del "pacchetto sicurezza", i respingimenti che sono vere
deportazioni, i campi di raccolta che somigliano sempre piu' a quelli di
concentramento, fino alla segregazione ed alla squadracce. E' il
rovesciamento del principio fondamentale del nostro patto costituzionale
sulla pari dignita' sociale di tutti i cittadini. Quando il sesso, la razza,
la lingua, la religione, le condizioni personali diventano sempre piu' causa
di discriminazione, e' la stessa democrazia a essere in pericolo, la stessa
liberta' di agire in base a diverse opinioni politiche ad essere messa in
discussione. Cosi' come deve essere chiaro che discriminare, emarginare,
fare pratica costante di razzismo e di differenzialismo significa essere
fascisti dentro.
Resta un sistema repressivo convertito in una macchina tritatutto per i
marginali mentre viene rafforzata l'impunita' per i poteri forti. "Sarebbe
riduttivo pensare che siano solo gli affari berlusconiani ad esigerlo. C'e'
uníemergenza sociale che si aggrava di giorno in giorno e richiedera' una
stretta repressiva e un potere di controllo straordinario, per non
disturbare i manovratori sempre piu' svincolati dai controlli di legalita'
per continuare a depredare indisturbati" (Giuseppe Di Lello).
A tutto questo, ad un modo di governare che rende sempre piu' barbari,
sempre piu' imbecilli, sempre piu' mascalzoni, occorre opporsi oggi e non
aspettare il domani del tifone che travolga il "Piccolo Cesare".
Scontando l'incapacita' di reazione che sembra colpire anche alcune delle
aree migliori della nostra societa'; scontando l'andamento negativo (per
usare un eufemismo) degli attuali partiti e partitini di sinistra che ha
portato alla cancellazione della rappresentanza comunista e socialista dal
parlamento nazionale prima ed europeo dopo. La sconfitta elettorale dei
partiti di sinistra e' stata causata anche dal fatto che il linguaggio di
chi si sosteneva di battersi per un'alternativa non e' riuscito piu' ad
assumere una qualsiasi validita' sociale. I milioni di astenuti a sinistra
si spiegano anche cosi'.
Dunque, piu' che dare ascolto a quella parte della societa' impaurita e
conservatrice che viene fuori anche dai risultati elettorali macro e micro,
e' meglio trovare il coraggio di forzarne le barriere mentali, rivitalizzare
quel che resta di democratico nel nostro paese, prefigurare cosi' un altro
mondo che tenga conto delle trasformazioni materiali ed emozionali.
C'e' un'alternativa gia' oggi operante, costituita dalle persone amanti
della giustizia e della liberta', della solidarieta' internazionale e della
dignita' propria ed altrui. Costituita dalle lotte nonviolente per la pace,
i diritti, l'ambiente l'eguaglianza; contro sfruttamento, inquinamento,
guerra e maschilismo. Non si tratta di astrazioni, ma di un modo di stare
ben dentro la burrascosa realta' della crisi.
Valga per tutti il tema dell'uguaglianza. Lieguaglianza e' funzione della
liberta', e senza liberta' non esiste. Il che spinge a pensare la liberta'
come principio di solidarieta', non come sopraffazione dell'altro. Senza
uguaglianza la liberta' vale come garanzia di prepotenza dei forti, cioe'
come oppressione dei deboli. Da qui l'urgenza e la necessita' della lotta
politica delle oppresse e degli oppressi per una societa' di persone libere
e solidali, eguali in diritti e doveri. Lotta che inevitabilmente assume le
caratteristiche della nonviolenza e della solidarieta' internazionale,
"tenerezza dei popoli".

4. APPELLI. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal sito del Movimento Nonviolento (www.nonviolenti.org) riprendiamo il
seguente appello]

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile
sottoscrivere un versamento al Movimento Nonviolento (associazione di
promozione sociale).
Non si tratta di versare soldi in piu', ma solo di utilizzare diversamente
soldi gia' destinati allo Stato.
Destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e'
facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il
numero di codice fiscale dell'associazione.
Il Codice Fiscale del Movimento Nonviolento da trascrivere e': 93100500235.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 per mille.
Per molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non
fara' nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola
quota sara' determinante perche' ci basiamo esclusivamente sul volontariato,
la gratuita', le donazioni.
I contributi raccolti verranno utilizzati a sostegno della attivita' del
Movimento Nonviolento e in particolare per rendere operativa la "Casa per la
Pace" di Ghilarza (Sardegna), un immobile di cui abbiamo accettato la
generosa donazione per farlo diventare un centro di iniziative per la
promozione della cultura della nonviolenza (seminari, convegni, campi
estivi, eccetera).
Vi proponiamo di sostenere il Movimento Nonviolento che da oltre
quarant'anni, con coerenza, lavora per la crescita e la diffusione della
nonviolenza. Grazie.
Il Movimento Nonviolento
*
Post scriptum: se non fate la dichiarazione in proprio, ma vi avvalete del
commercialista o di un Caf, consegnate il numero di Condice Fiscale e dite
chiaramente che volete destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.
Nel 2007 le opzioni a favore del Movimento Nonviolento sono state 261
(corrispondenti a circa 8.500 euro, non ancora versati dall'Agenzia delle
Entrate) con un piccolo incremento rispetto all'anno precedente. Un grazie a
tutti quelli che hanno fatto questa scelta, e che la confermeranno.
*
Per contattare il Movimento Nonviolento: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: redazione at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

5. LUTTI. ALFONSO M. IACONO RICORDA ALDO G. GARGANI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 19 giugno 2009 col titolo "La parabola
filosofica di Aldo Gargani" e il sommario "Studioso di Wittgenstein, e'
morto ieri a Pisa"]

Riflettendo su uno dei suoi libri certamente piu' significativi, Il sapere
senza fondamenti, Aldo Giorgio Gargani diceva di rispondere sempre
filosoficamente in modo ritardato alle sollecitazioni che venivano dalla
societa'. Il sapere senza fondamenti, che recentemente e' stato ripubblicato
da Mimesis per la cura di Arnold Davidson, usci' nel 1975. Erano passati
sette anni dal fatidico '68, e questo libro metteva in discussione alcuni
capisaldi, allora dominanti anche nella sinistra critica, del concetto di
verita' nel sapere e in particolare nel sapere scientifico. Gargani mostro'
come in molti casi i discorsi sulla scienza fossero legati ai cerimoniali
della comunita' scientifica e all'immagine che questa si dava. Parlo' di
feticci epistemologici quando altri erano ancorati a un'idea forte - in
realta' rigida - di sapere scientifico e di verita' della conoscenza. Era
ancora l'epoca in cui si dividevano uomini e idee in razionali e
irrazionali, buoni e cattivi e naturalmente gli irrazionali-cattivi erano di
destra. Circolava un notevole manicheismo, nascosto e nello stesso tempo
giustificato dal fatto che si era contro, un manicheismo che il '68 aveva in
parte incrinato in parte irrigidito.
Alcuni anni dopo, nel 1979, Gargani curo' per Einaudi un libro collettivo
intitolato Crisi della ragione, che ospitava contributi di Bodei, Veca,
Badaloni, Viano, Ginzburg tra gli altri. Anche questo volume creo' qualche
imbarazzo (persino tra gli stessi coautori). Eppure Gargani stava portando
alle estreme conseguenze alcuni effetti liberatori del '68 insieme a nuove
interpretazioni del pensiero di Ludwig Wittgenstein, del quale era uno dei
piu' illustri e importanti studiosi. Si deve anche a Gargani, sulla scia dei
contributi di Brian McGuinnes che fu suo professore a Oxford, se
Wittgenstein e' passato da interpretazioni fondamentalmente
neopositivistiche, in gran parte legate alla filosofia della scienza, a
interpretazioni dove i giochi linguistici, le pratiche filosofiche, la
psicologia, il gesto, l'arte si accompagnano al sapere scientifico e vi si
intrecciano in una filosofia che Gargani leggeva come analisi delle
possibilita'.
L'ultimo suo scritto pubblicato si intitola infatti "Wittgenstein: la
filosofia come analisi delle possibilita'". E' un saggio uscito sulla
rivista "Il pensiero" che sintetizza la sua precedente ricerca sul filosofo
viennese edita da Cortina. Rifacendosi a una lettera di Wittgenstein del
1934 scritta al grande economista Piero Sraffa, suo caro amico nonche' amico
di Antonio Gramsci, Gargani sottolinea l'atteggiamento antidogmatico
dell'autore del Tractatus - scrive - "la filosofia e' una pratica simbolica
che si assume e che poi si puo' rilasciare o abbandonare per poi riprenderla
nell'attualita' di un problema (si tratti dei fondamenti della matematica,
dell'esperienza privata, delle menti altrui, della certezza, del rapporto
semantico fra la parola forse, termine non denotativo, e la parola mela,
termine denotativo) nel quale ci imbattiamo perche' intriga, turba, sgomenta
il nostro pensiero e magari anche la nostra vita".
Per Wittgenstein non c'e' corrispondenza tra pensiero e realta' esterna,
ne', scrive Gargani, c'e' un senso che diriga l'uso delle parole quando
queste vengono applicate. Non c'e' regola che sia causa dell'uso del
linguaggio. La regola e' un'ipotesi, che riguarda il comportamento degli
uomini, ma non e' la guida per le cose a cui gli uomini si applicano. "Una
storia, una narrazione, oppure un'ipotesi: questo e' cio' in cui puo'
consistere l'espressione di una regola". Dal sapere senza fondamenti
all'importanza della narrazione, Gargani ha percorso una strada che gli ha
fatto riscoprire le teorie di Ludwig Boltzmann, ispiratore di Wittgenstein,
il quale ha scritto: "Le nostre idee delle cose non sono mai identiche alla
loro essenza. Sono solo immagini o anzi simboli, che rappresentano l'oggetto
in modo necessariamente unilaterale, ma non possono fare altro che imitarne
certi tipi di connessione, non intaccandone minimamente l'essenza".
Gargani ha praticato queste idee, per esempio, in Sguardo e destino, dove la
narrazione, la messa in gioco del proprio Io, la riflessione esistenziale si
intrecciano per formare un'esperienza filosofica. Ha anche collaborato con
Claudio Proietti per una performance filosofico-musicale sulla Vienna di
fine secolo.
Qualche anno fa Giorgio aveva deciso di andare in pensione. Poi se ne
penti'. Gli mancava il rapporto con gli studenti. Torno' a insegnare negli
ultimi anni, molto felicemente, senza dovere piu' subire l'affastellarsi
delle questioni burocratiche. Forse in questi ultimi anni, liberato dal peso
accademico, ha potuto esprimere fino in fondo il suo piacere di fare
filosofia, condividendo con chi gli e' stato vicino questo gioco che
qualunque rappresentazione o qualsivoglia narrazione non puo' descrivere ne'
far rivivere.

6. RIFLESSIONE. DACIA MARAINI: UN VIAGGIO CON PASOLINI E MORAVIA
[Dal "Corriere della sera" del 16 giugno 2009 col titolo "Un Paese pacifico,
poi il fanatismo. Quel viaggio con Pasolini e Moravia" e il sommario "La
scrittrice arrivo' alla fine degli anni Sessanta alla ricerca del set per un
film. Il ricordo di Dacia Maraini: Sanaa ci apparve come sospesa. Le forme:
Cieli alti e nuvole come frotte di cammelli, citta' fantasmagoriche con
grattacieli di fango. L'accoglienza: L'accoglienza era un dovere religioso e
i militari erano gentilissimi con gli stranieri. Le ragazze: Alle ragazze e'
stato strappato di mano ogni libro, costringendole a indossare un abito
scuro. La vendetta: Quando si chiede alle donne di scomparire con il loro
corpo si entra in un mondo di uomini allenati solo alla vendetta"]

Assistiamo sorpresi e smarriti a un processo di imbarbarimento del mondo
intero.
In Africa, in Asia, dove fino agli anni '70 si viaggiava tranquilli senza
difese, ora e' prudente andare in giro armati, possibilmente in compagnia
numerosa. Perfino chi abita li' da anni, se solo e' proprietario di una casa
o di un giardino o di una automobile, e' costretto a vivere asserragliato,
con guardie armate di fucile alla porta. Le strade del mondo sembrano
diventate campi di battaglia anziche' vie di pellegrinaggio e conoscenza e
scambio.
Lo Yemen, questo paese dalle grandi alture e le strepitose discese verso il
mare, questo paese in cui le montagne azzurre sembrano scivolare
costantemente verso le pianure di un verde pietroso, questo paese dai cieli
alti e le nuvole che corrono eternamente come frotte di cammelli, questo
paese dalle citta' fantasmagoriche come Sanaa, dai grattacieli di fango
dipinti di bianco e di rosso, questo paese povero ma accogliente e pacifico,
e' diventato un luogo di paura e di sospetto.
Ricordo ancora un viaggio fatto con Pasolini e Moravia nei tardi anni '60.
Siamo arrivati con un vecchio aereo ad elica su un aeroporto dalle piste
cortissime, a ridosso delle montagne. Ci siamo arrampicati con una jeep su
per i tornanti di una strada nuova appena costruita dai cinesi, verso la
fiabesca citta' di Sanaa. Che ci e' apparsa improvvisamente all'orizzonte
come una piccola fantasia magrittiana - la citta' sospesa, la citta'
rovesciata, la citta' dalle pietre di merletto -. La prima cosa che ci ha
colpito era la sua completa mancanza di asfalto. Le strade erano sterrate,
senza luci, e non c'erano alberghi in cui soggiornare. Abbiamo dormito in un
ostello per militari, in cui ci hanno messo a disposizione un camerone con
decine di letti, corredato da un unico bagno sporchissimo. Alla mensa in
fondo a lunghi corridoi su cui si aprivano altri cameroni pieni di militari,
servivano montagne di riso con grasso di montone e filetti di carne secca,
salatissima. Birra a volonta', ma solo cinese. Ricordo Alberto che girava
per i corridoi cercando un asciugamano che non c'era. Abbiamo dovuto usare
il lenzuolo del letto che d'altronde aveva l'aria poco pulita. L'acqua era
solo fredda e colava da un unico rubinetto dentro una specie di
vasca-abbeveratoio per cavalli. Ricordo i militari che entravano e uscivano
dall'ostello, armati di grandi coltelli ricoperti di perline colorate, i
piedi nudi - non avevano i soldi per le scarpe - gentilissimi con gli
stranieri.
L'accoglienza era un dovere religioso e il visitatore doveva solo temere lo
sciame di bambini che spesso si intrufolavano nelle case per rubare un pezzo
di pane, un frutto, qualche centesimo. D'altronde di turisti se ne vedevano
pochissimi, probabilmente perche' non c'erano alberghi dove alloggiare.
L'impressione era di un paese molto povero ma orgoglioso e autonomo, dove la
poverta' non era una vergogna a cui rimediare, non era un segno di debolezza
sociale, ma un destino celeste a cui le persone si adattavano con candida
serenita'. Pier Paolo che cercava un posto per girare il suo film era
incantato da quei palazzi di fango rossiccio dalle finestre incorniciate di
gesso bianco. Giravamo dalla mattina alla sera con la testa all'insu'.
Chi ci accompagnava - le guance gonfie di Qat, un'erba che da' energie -
raccontava di storie antiche in cui lo Yemen commerciava con i greci
l'aromata, ovvero l'incenso. Raccontava di un paese talmente ricco di fonti
e di sorgenti da somigliare al paradiso sognato dai grandi poeti
dell'antichita'. Raccontava di case sporgenti sulle strade dalle cui
finestre venivano giu' in certe ore del mattino le orine di tante abitazioni
senza cesso. Ma all'interno si aprivano giardini colmi di fiori profumati e
di frutti preziosi.
Da Sanaa siamo scesi ad Odeida, la citta' del caffe'. Parlare di citta' e'
comunque eccessivo. Attraversavamo villaggi poveri ma ben arredati, con
tende e letti sospesi per sfuggire al caldo cocente delle notti estive.
L'umidita' era tale che molti avevano i funghi sulla pelle. Dalla citta' di
Moka arrivavano in continuazione sacchi di caffe' che venivano caricati
sulle navi in partenza per il mondo. Il profumo del caffe' si mescolava a
quello del pesce che marciva al sole. Ad un certo punto abbiamo visto un
uomo che camminava faticosamente tirando una pesante palla di ferro legata a
una caviglia con una catenella. Abbiamo chiesto alla guida che significasse.
E lui ci ha spiegato che, in mancanza di prigioni, i condannati andavano in
giro cosi', trascinando pesi e vivendo di elemosina.
Ricordo ancora una ragazza magrissima che, pudicamente distesa su un
lettuccio di pelli di pecora intrecciata, se ne stava sotto un tetto di
foglie a leggere un libricino. Era strano perche' la maggioranza della
popolazione era analfabeta. Ma la ragazza leggeva con tale concentrazione
che non si e' neanche accorta di noi che giravamo con appresso un codazzo di
bambini vocianti vestiti di stracci. Mi e' rimasta nella memoria quella
immagine pacifica e gentile: due mani infantili, magrissime con i segni
della fame addosso, che reggevano un libretto dalla copertina sdrucita. Un
Corano? Un romanzo?
Solo oggi so che quella immagine rappresentava il mondo orientale come
avrebbe potuto essere senza il terrorismo, senza il fanatismo religioso. Un
fanatismo che ha strappato dalle mani delle ragazze ogni libro, fosse pure
di preghiera, costringendole a indossare un abito lungo, scuro, che le copre
dalla testa ai piedi. Quando si chiede alle donne di scomparire con il loro
corpo, con la loro voglia di apprendere, si entra in un mondo di soli uomini
allenati all'odio religioso e alla vendetta da cui non si sapra' piu' come
uscire. Un mondo di odio che porta oggi a uccidere senza discriminazione
persone inermi che volevano solo aiutare. Forse apposta, persone inermi, per
suscitare indignazione e quindi paura, e successivamente alzare il prezzo
del ricatto politico.

7. RIFLESSIONE. MARINELLA FIUME: SCRITTURE DI DONNE LUNGO IL MEDITERRANEO
[Dal sito www.aetnanet.org riprendiamo il seguente testo dal titolo "La
difficile arte del narrare"]

Appare in crescente aumento, negli ultimi decenni, la scrittura fatta da
donne e che parla di donne. Ma esiste uno specifico letterario femminile
all'interno dello statuto della letteratura? Si puo' parlare di letteratura
femminile o la classificazione e' un'operazione riduttiva che puo' dar luogo
a forme di confinamento e di emarginazione? E poi, come scrivono le donne
appartenenti a culture diverse dalla nostra? Ci sono elementi comuni per
aree geografiche?
La risposta a queste questioni ci porterebbe lontano. Possiamo solo tentare
qui di definire un ambito della "letteratura femminile" che comprenda non
solo scritture che ruotano intorno alle tematiche della condizione
femminile, ma anche quelle che, pur parlando d'altro, rivelino i segni della
"differenza". Cosi', come non parleremo di "letteratura femminile", ma di
"scritture di donne", non parleremo di "letteratura mediterranea", ma di
"scritture di donne in area mediterranea", per esprimere la molteplicita' e
la diversita' dei modi di scrivere delle donne, che possono trovare un
elemento unificatore, non tanto o non piu' nell'appartenenza di genere,
quanto nel modo di concettualizzare e vivere la pratica della scrittura a
partire dalla consapevolezza di se' in quanto donna, capovolgendo nozioni di
un linguaggio neutro, che in realta' assolutizza, secondo relazioni
asimmetriche per sesso, razza e cultura, l'esperienza di pochi individui,
basata su relazioni di dominio. La differenza del "punto di vista" delle
scrittrici ha finito per innovare lo statuto, perche' per le donne "il
bisogno di scrivere in modo nuovo segue un nuovo modo di essere nel mondo"
(Christa Wolf).
In un contesto "mediterraneo", acquista particolare complessita' il discorso
relativo alla condizione delle donne, assimilabili ad altre categorie di
colonizzati.
La donna colta, la scrittrice in Tunisia, in Algeria come in altri paesi
arabi, rimane oggetto di critiche, di discriminazioni e di violenze. Una
forte valenza politica acquista in questi paesi la scrittura delle donne, in
un contesto storico in cui loro patrimonio tradizionale e' stata la
trasmissione orale delle conoscenze. Anche per queste scrittrici, tuttavia,
le soggettivita' escono fuori dall'intreccio classe, genere, razza, etnia,
mentre ne portano tutti i segni. E' il caso di Assia Djebar, prima
scrittrice algerina che ha scelto come tema delle proprie opere i problemi
delle donne nei paesi islamici, facendone oggetto di romanzi gia' a partire
dal 1957 (La sete); e prima donna regista algerina (il film La Nouba e'
premio della Critica internazionale al Festival del Cinema di Venezia del
1979).
Tradotto in italiano e in diverse altre lingue, il romanzo Donne di Algeri
nei loro appartamenti ha consacrato la sua notorieta' e insieme stimolato la
curiosita' di conoscere un universo prima sconosciuto al grande pubblico,
quello delle donne maghrebine, sepolte in casa e detentrici della sfera del
privato e della parola orale, escluse dalla scrittura e delegate a celebrare
le gesta dei fratelli, dei padri, dei figli, dei mariti morti. Sin dagli
inizi dell'Islam, le donne sono state progressivamente espulse dalla
scrittura intesa come potere e questo ha comportato la loro assenza come
individui, la loro mancanza di diritti civili e politici. La stessa Algeria
ha taciuto con il silenzio dei suoi intellettuali ammazzati, come scrive
nell'ultimo racconto Bianco d'Algeria. D'altra parte, le numerose donne del
Maghreb che scrivono usano il francese, ossia una scrittura che viene da
altrove, mentre lo stesso romanzo, nel mondo arabo, e' un genere letterario
importato dall'occidente e sviluppatosi in francese. Nel romanzo L'amour, la
fantasia (Paris, Lattes, 1985), l'autrice si sofferma a riflettere sul
significato dello scrivere in francese per una donna araba, mentre
l'espressione della soggettivita' resta ancora proibita e la trasgressione
e' un attentato al codice dell'onore dei padri e dei fratelli.
Ma la soggettivita' non puo' esprimersi in una lingua straniera, per cui il
romanzo e' la storia del fallimento dell'autobiografia e la ricerca nella
"storia degli antenati" del permesso ad esprimersi. Come afferma anche
nell'intervista resa a Renate Siebert, Andare ancora al cuore delle ferite,
scrivere nella lingua "straniera", abbandonando l'orale del berbero delle
montagne di Dahra e dell'arabo delle citta', riporta la scrittrice alla
ribellione delle donne della sua infanzia, perche' scrivere non uccide la
voce, ma la risveglia, per risuscitare tante sorelle scomparse. Da qui anche
l'idealizzazione di certi luoghi femminili come l'harem, visto non come
spazio d'esclusione e di segregazione, ma come luogo privilegiato della
comunicazione tra donne. L'autrice sembra propendere per uno specifico
"femminismo" d'ambito arabo-musulmano. L'eroismo delle donne immolate nel
rogo della torturata Algeria d'oggi, insieme con i martiri della rivoluzione
ispirano anche l'ultima raccolta, Nel cuore della notte algerina.
Tra le scrittrici egiziane che continuano a battersi contro l'integralismo,
ricordiamo Latifa al-Zayyat, intellettuale di sinistra, politicamente
impegnata nel movimento studentesco e nazionalista, piu' volte in carcere,
che scrive Carte private di una femminista, la testimonianza raccontata da
una donna in terza persona, come se volesse prendere le distanze da se' per
osservarsi meglio.
Tra le scrittrici greche che si riferiscono spesso piu' o meno
esplicitamente alla dittatura dei colonnelli ed a problematiche
sociopolitiche, ricordiamo le autrici di racconti pubblicati dalla casa
editrice e/o, come Maro Douka o Alki Zei, che hanno partecipato attivamente
al movimento di opposizione, subendo il carcere o l'espatrio.
L'interesse suscitato in Europa da queste scrittrici e' testimoniato anche
dai premi letterari: il Premio Moravia per la letteratura straniera e' stato
assegnato a due donne che vivono in Palestina su due opposti fronti: Sahar
Khalifah, femminista palestinese, autrice di romanzi tra cui Il fico
d'India, Il Girasole, La svergognata, e Ida Fink, israeliana di origine
polacca che, avendo peregrinato molti anni ed essendo vissuta
clandestinamente in Germania durante la guerra, approdata in Israele,
comincia a scrivere, rielaborando le esperienze dell'Olocausto.
Ci immettiamo ora nella problematica dei rapporti tra razza, sesso, mercato
culturale che sarebbe lungo trattare e per la quale rimandiamo al bel libro
di bell hooks, Elogio del margine, con prefazione e cura di Maria Nadotti
(Feltrinelli).
E' significativo che il seminario internazionale tenutosi a Palermo nel
1988, che ha visto la partecipazione di italiane, maghrebine, egiziane,
americane, tedesche, spagnole, sia stato organizzato da Arcidonna e gli atti
pubblicati (a cura di D. Corona) dalla casa editrice palermitana di donne La
Luna. La stessa casa editrice che pubblicava (a cura di G. Fiume) gli atti
di un seminario internazionale tenutosi ancora a Palermo l'anno prima su
"Onore e storia nelle societa' mediterranee", che raccoglieva il contributo
di studiosi europei, americani e dell'area maghrebina su un concetto che
consente agli studiosi di scienze sociali di affermare un'ipotetica unita'
culturale dei paesi dell'area mediterranea. La risposta degli studiosi piu'
avvertiti e' che, per ovviare ai rischi che la "mediterraneita'" sia un
inventario di luoghi di "fossili sociali", e' preferibile parlare di
"societa' mediterranee".
E penso all'altro convegno tenutosi ancora a Palermo, ai cantieri della
Zisa, e recensito da Clelia Lombardo sulle pagine del palermitano
"MezzoCielo", mensile di politica culturale e ambientale pensato e
realizzato da donne, con il titolo "Narrare per convivere", sul confronto
tra narrazioni, lingue e culture diverse che convivono nelle nostre citta'.
La narrazione e' il genere forse piu' frequentato dalle donne perche',
attraverso il racconto, alcuni eventi non solo non vengono dimenticati, ma
riprendono corpo e forza, facendosi "resistenza" ad ogni forma di dominio.
Narrare e' identita', scandaglio della propria esistenza, in relazione ad
altre esistenze, ascolto degli altri, quelli che vivono tra noi ma che
vengono da altri paesi: "la difficile arte del narrare, allora, aiuta la
difficile arte del convivere".
La Sicilia, "fegato" del Mediterraneo, e' inesauribile fonte di vitalita'
esistenziale e letteraria di una nouvelle vague di scrittrici, che hanno una
sorte migliore della conterranea Maria Messina (1887-1944), la quale trovo'
non poche difficolta' ad affermarsi, mentre bisogna attendere la ristampa
negli anni '80 di alcune sue opere da parte della casa editrice palermitana
di Elvira Sellerio, per rompere il silenzio che tanti anni gravo' su di lei.
La sua opera oscilla tra la volonta' di denunciare i meccanismi sociali di
oppressione della donna e la contraddittoria accettazione acritica di
modelli tradizionali interiorizzati, dalla divisione dei ruoli, all'assetto
sociale classista.
Si volta pagina con Maria Occhipinti (Ragusa 1921 - Roma 1996), che e' gia'
una donna e una scrittrice del nostro tempo. Rappresenta la generazione
delle ragazze siciliane che vanno a scuola fino alla terza elementare per
andare poi ad imparare il mestiere presso una sarta; si sposa a 17 anni,
quando il marito viene richiamato alle armi, riprende a studiare da
autodidatta. Con grande scandalo dell'ambiente che la circonda, si iscrive
alla Camera del Lavoro ma, contro le direttive del Partito Comunista in
Sicilia, organizza la rivolta contro il richiamo alle armi deciso dal
governo Bonomi. Confinata ad Ustica dove nasce sua figlia, viene poi
trasferita nel carcere di Palermo. Tornata a Ragusa, si accorge che il
divario con il marito e gli ex compagni di lotta e' ormai insanabile, per
cui lascia la sua citta' girovagando per il mondo. Infine si stabilisce a
Roma senza dimenticare la Sicilia, si impegna nelle lotte contro la base
missilistica a Comiso. Autrice di racconti brevi ("Il carrubo"), e' piu'
nota per il suo libro autobiografico Una donna di Ragusa.
La milanese La tartaruga stampa l'esordiente catanese d'adozione Silvana La
Spina (Morte a Palermo, 1987; Scirocco, 1992; infine Penelope, 1998) che
approda alla Bompiani (Ultimo treno per Catania, 1992; Quando Marte e' in
Capricorno, 1994) e alla Mondadori (Inganno dei sensi malizioso, 1995 e
L'amante del paradiso, 1997). Si tratta di scrittrici che spesso vengono da
studi classici e filologici e in ambito critico si occupano del rapporto tra
mito e scrittura. Cosi', la La Spina analizza tra i miti di una terra
"ammorbata dalla presenza di madri luttuose e terribili", il conflitto
madre-figlia espresso nel mitico rapporto Demetra-Proserpina e vede
nell'atteggiamento della figlia il conflitto con la tradizione, un
tradimento che le costera' la colpa, il dolore, e la scrittura vissuta come
giustificazione dell'esistenza. Rivisita personaggi femminili del mondo
classico, come quello di Penelope consacrata dal mito come la paziente
tessitrice, la sposa fedele del "rabbioso" Ulisse, colta nell'atteggiamento
di raccontare la parte in ombra della propria vita: la violenza subita dal
padre Icaro, la gelosia del figlio Telemaco, l'amore per un altro, il suo
punto di vista, rovesciato rispetto a quello dei classici, sulla guerra di
Troia, sul ritorno di Ulisse e la strage dei pretendenti, nello sforzo di
liberarsi dell'ingombrante ombra del marito per incarnare la femminilita'
umiliata di ogni tempo.
Proviene dagli stessi studi anche Silvana Grasso, che esordisce con i
racconti Nebbie di Ddraunara (La Tartaruga, 1993), cui Seguono i romanzi Il
bastardo di Mautana (Anabasi, 1994), Ninna nanna del lupo (Einaudi, 1995),
L'albero di Giuda (Einaudi, 1997), nei quali si inventa un codice
linguistico originale che e' un impasto del dialetto delle madri siciliane
ma anche un rovesciamento, perche' le parole delle madri sono le parole del
pregiudizio, del dominio maschile e dell'esclusione femminile, e inchiodano
le figlie ad un ruolo meramente riproduttivo, e' necessario alle figlie un
"viaggio all'inferno", mettere l'oceano tra loro e le madri, per tornare ad
usare il dialetto degli avi, finalmente riconosciuto come proprio.
Gli interrogativi iniziali non possono, dunque, essere disciolti se ci
poniamo un intento classificatorio, proprio per la complessita' di queste
scritture all'interno del singolo Paese e nei Paesi della vasta area
geografica. Anzi, proprio dall'impossibilita' di riassumere e sintetizzare
questa letteratura, da questa "ambiguita'" in piu', dal suo costituirsi non
come spazio di sintesi ma di moltiplicazione della parola, deriva il fascino
della sua "diversita'".

8. RILETTURE. NICCOLO' CUSANO: IL DIO NASCOSTO
Niccolo' Cusano, Il Dio nascosto, Laterza, Roma-Bari 1995, 2004, pp. XL +
120, euro 7,50. A cura di Lia Mannarino, "Il Dio nascosto. Dialogo tra un
gentile e un cristiano", scritto tra il 1440 e il 1445, "La ricerca di Dio"
del 1445, "La filiazione di Dio" del 1445, e le "Quattro prediche nello
spirito di Eckhart" tenute tra 1453 e 1457 (ed edite con questo titolo nel
1937). Alcuni testi cruciali di quel fondamentale e straordinariamente
aggettante ambito di riflessione che e' noto nella storia del pensiero come
"teologia negativa".

9. RILETTURE. NICOLA CUSANO: LA PACE DELLA FEDE
Nicola Cusano, La pace della fede e altri testi, Edizioni cultura della
pace, S. Domenico di Fiesole (Firenze) 1993, pp. 142, lire 20.000. A cura di
Graziella Federici Vescovini, la "Lettera a Rodrigo Sanchez de Arevalo" del
1442, la "Congettura sulla fine del mondo" del 1446, "La pace della fede"
del 1453. Un testo classico del pensiero pacifista, accompagnato da altri
scritti che lo contestualizzano efficacemente.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 859 del 22 giugno 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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