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Voci e volti della nonviolenza. 364



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 364 del 26 agosto 2009

In questo numero:
1. Jean-Marie Muller: Momenti e metodi dell'azione nonviolenta (parte terza
e conclusiva)
2. Et coetera

1. JEAN-MARIE MULLER: MOMENTI E METODI DELL'AZIONE NONVIOLENTA (PARTE TERZA
E CONCLUSIVA)
[Riproponiamo ancora una volta il testo di un opuscolo edito dal Movimento
Nonviolento che a sua volta riproduceva anastaticamente un capitolo di una
piu' ampia opera. L'opuscolo e': Jean-Marie Muller, Momenti e metodi
dell'azione nonviolenta, Edizioni del Movimento Nonviolento, s. i. l. 1981;
il libro e' Jean-Marie Muller, Strategia dell'azione nonviolenta, Marsilio,
Venezia-Padova 1975 (il capitolo e' il settimo, alle pp. 73-99). Noi
riproduciamo qui il testo di Muller senza le note dell'autore e senza la
presentazione del traduttore Matteo Soccio (uno dei maggiori studiosi ed
amici della nonviolenza in Italia), rinviando per la lettura del testo
integrale all'acquisto dell'opuscolo, disponibile presso il Movimento
nonviolento, via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax 0458009212,
e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org]

b. Azioni dirette d'intervento
Se la manifestazione e' un confronto diretto con il pubblico che si cerca di
far aderire alla propria causa perche' eserciti una pressione capace di
provocare il cambiamento ricercato, se l'azione di non-cooperazione ha lo
scopo di inaridire le fonti del potere dell'avversario e di costringerlo a
soddisfare le rivendicazioni che gli vengono presentate, l'intervento
nonviolento e' un confronto diretto con l'avversario attraverso il quale ci
si sforza di provocare il cambiamento nei fatti. Con l'intervento
nonviolento si porta il conflitto nel campo dell'avversario che e' posto di
fronte ai fatti compiuti, per cui lo scontro diventa inevitabile.
L'intervento provoca deliberatamente le rappresaglie e la repressione, per
cui i rischi in cui si incorre devono essere accuratamente calcolati.
- Il sit-in. Il piu' noto metodo di intervento diretto nonviolento e' il
sit-in (letteralmente: stare seduti dentro) che fu impiegato soprattutto dai
neri negli Stati Uniti per ottenere la fine della segregazione nei
ristoranti, nei cinema, nelle biblioteche, ecc. Si tratto' allora di sfidare
i responsabili di quei locali pubblici mettendoli di fronte al fatto
compiuto e di obbligarli a cedere di fronte alla pressione sociale cosi'
esercitata.
Generalmente il sit-in e' un'occupazione che si fa stando seduti nei locali
di proprieta' dell'avversario allo scopo di imporsi a lui come interlocutori
necessari e di obbligarlo a riconoscere i diritti che si e' rifiutato, fino
a quel momento, di prendere in considerazione. Durante uno sciopero operaio,
questo metodo dovrebbe consistere nell'occupare pacificamente gli uffici del
padrone per costringerlo a negoziare nel caso che si rifiuti di farlo. Esso
dovrebbe essere sistematicamente preferito al sequestro del padrone nel suo
ufficio, per ragioni morali e tattiche, e dovrebbe rivelarsi piu' efficace.
In senso lato il sit-in consiste nello svolgere una manifestazione sedendosi
in un luogo pubblico. Questo metodo puo' essere impiegato in particolare da
quelli che partecipano ad una manifestazione che rischia di scontrarsi con
le forze di polizia. Essa permette allora un'occupazione efficace del
terreno che diventa molto difficile da "pulire", e permette alla
manifestazione di durare. E' possibile allora che le forze di polizia
indietreggino di fronte alla responsabilita' di caricare, a colpi di
sfollagente e di bombe lacrimogene, una folla silenziosa il cui solo torto
e' di star seduta in una strada per far valere i propri diritti. Ma e' anche
possibile che esse non indietreggino e si decidano invece a fare una carica.
Queste due possibilita' si sono verificate negli Stati Uniti nel corso di
manifestazioni nonviolente dei neri in lotta per 1'integrazione. Si tratta
di valutare nel modo piu' giusto possibile il rischio che si corre, partendo
dall'analisi del clima politico e sociale nel quale si svolge la
manifestazione. Se si prendera' la decisione di andare fino in fondo, e'
opportuno che le prime file dei manifestanti siano particolarmente
preparate, sia psicologicamente che tecnicamente, ad affrontare le cariche
della polizia e conoscano in particolare i metodi elementari di protezione
che devono essere presi in quel momento (si tratta soprattutto di
proteggersi la nuca con le mani). Se la polizia non osa disperdere la
manifestazione con la violenza, si trova costretta a portar via uno alla
volta tutti i manifestanti.
Si puo' dare allora la parola d'ordine di rifiutare qualsiasi cooperazione
con le forze di polizia, e cioe' di "diventare molli" (come dicono gli
anglosassoni) e lasciarsi "manipolare" con calma dai poliziotti mentre
questi riempiono i furgoni destinati a ricevere i manifestanti.
- L'ostruzione. L'ostruzione consiste nell'impedire la libera circolazione
su una via pubblica facendo dei proprio corpo un ostacolo inevitabile per
chi volesse passare. Questo metodo e' stato utilizzato in particolare in
occasione di scioperi operai per impedire ai non-scioperanti di accedere al
loro posto di lavoro. Si e' pure ricorso a questo procedimento per ottenere
l'arresto e l'immobilizzazione di veicoli che servono ad alimentare
direttamente, sia in uomini che in materiali, l'ingiustizia che si combatte.
Puo' essere utilizzata anche per impedire una costruzione giudicata
indesiderabile come quella di una base militare, di una centrale atomica o
di una realizzazione di prestigio che costituirebbe un'ingiuria per i
poveri: si tratterebbe in questi casi di occupare il cantiere e di impedire
agli operai di lavorare. Si puo' anche concepire l'ostruzionismo simbolico
dell'ingresso di un edificio ufficiale: ostruendo ad esempio l'ingresso del
ministero della Difesa nazionale per protestare contro la vendita di armi
che vanno ad alimentare l'oppressione in diversi paesi stranieri.
In genere, e' preferibile che l'ostruzione sia compiuta da un gran numero di
persone piuttosto che da poche. Vi sono soprattutto meno pericoli e l'azione
sara' capita meglio dal pubblico.
In questi ultimi tempi, si sono sviluppate altre tecniche di ostruzione: non
si tratta piu' soltanto di fare ostruzione con il proprio corpo ma con la
propria automobile, con il proprio trattore, o con il proprio camion. Il
fine dell'ostruzione qui non e' piu' di impedire gli spostamenti
dell'avversario o di rendere impossibile la cooperazione con lui, ma di
impedire semplicemente la circolazione al fine di creare il fatto che
consenta di far conoscere l'ingiustizia all'opinione pubblica. E' noto che
in Francia i commercianti, gli agricoltori e i camionisti sono ricorsi a
queste tecniche, e generalmente con successo.
- L'usurpazione civile. Invece che abbandonare il proprio posto e
interrompere ogni attivita', puo' essere piu' efficace, per dare scacco al
sistema, sovvertirlo dall'interno restando al proprio posto. Si tratta
allora di ignorare volutamente le istruzioni che giungono dall'alto e
d'impegnarsi a seguire, nel proprio lavoro, le disposizioni dei movimento di
resistenza. Invece di scioperare, questa o quella categoria di funzionari o
di professionisti puo' esercitare sul governo una pressione maggiore
mettendo a disposizione del movimento "le sue armi e i suoi bagagli". Questo
metodo di azione e' chiamato "usurpazione civile". Theodor Ebert ne da' la
seguente definizione: "Lungi dall'interrompere il lavoro, gli insorti si
assumono direttamente l'organizzazione dei lavoro secondo i metodi del
sistema sociale che essi auspicano ed e' l'ampiezza di questa azione che
costringe gli attuali detentori del potere ad adattarsi alle strutture
create dagli insorti". Ci sembra opportuno precisare che non si tratta qui
di fare evolvere le strutture dall'interno sforzandosi di sfruttare il piu'
possibile il margine d'iniziativa lasciato dal sistema. Salvo qualche
eccezione, questo comportamento avalla maggiormente il sistema piu' di
quanto non lo metta in discussione. Serve spesso di pretesto a chi non ha il
coraggio di rifiutare apertamente la propria collaborazione con
l'ingiustizia. L'usurpazione civile si colloca certamente all'interno delle
strutture, pero' essa opera una rottura con il sistema dominante e sfida
apertamente la gerarchia. Si tratta di dirottare le strutture dal fine che
e' loro assegnato dal sistema e di rivolgere la loro efficacia contro di
esso.
Questo metodo puo' essere utilizzato allo scopo di incominciare a realizzare
direttamente nei fatti il cambiamento sociale che si vuole promuovere,
invece che esercitare una pressione per ottenerlo.  Arriviamo percio' alla
nozione di "controllo operaio" cosi' come e' stato gia' espresso nel
contesto della lotta di classe. "L'assunzione del controllo da parte dei
lavoratori significa che questi smettono di giocare secondo le regole.
Significa che essi stessi decidono delle loro condizioni di lavoro, e
soprattutto della loro produzione. Significa rifiutare totalmente la
collaborazione con il sistema esistente. Significa farsi carico della vita
dell'impresa (formazione professionale, ritmi, sicurezza, orari,
ripartizione dei lavoro, movimenti del personale...). (...) La strategia del
fatto compiuto e' sempre comprensibile a condizioni che sia onesta' fin
dall'inizio della sua proposta. Infatti, non bisogna nascondere ai
lavoratori che l'esercizio del controllo non puo' essere transitorio e
legato ad un rapporto di forza. Cio' finisce sempre in uno scontro globale
con l'avversario di classe (lock-out...). Ma soprattutto, l'esercizio dei
controllo collettivo resta la forma migliore di apprendimento da parte dei
proletariato delle responsabilita' che l'attendono per la presa del potere e
la transizione verso il socialismo" ("Le controle ouvrier").
Cosi', invece di porsi in sciopero per reclamare nuovi ritmi di lavoro in
fabbrica, gli operai decidono da soli di lavorare con i nuovi ritmi e
instaurano in fabbrica una situazione di fatto. La pressione cosi'
esercitata puo' rivelarsi piu' efficace.
L'usurpazione civile realizza contemporaneamente sia il programma di
non-cooperazione con il quale ci si rifiuta di servire un sistema ingiusto,
sia il programma costruttivo che permette di realizzare nei fatti le
soluzioni concrete proposte dal movimento. I settori di attivita' sociale,
in cui l'organizzazione dei lavoratori e' riuscita a soppiantare la
direzione legata al sistema e in cui diventa possibile applicare
concretamente i principi della nuova societa', costituiscono dei "territori
liberati".
Certo, anche qui si dovra' fare i conti con i mezzi di risposta di cui
dispone l'avversario. Egli tentera' di porre fine a questa usurpazione e di
riprendere possesso dei servizi amministrativi o dei settori sociali che
sono sfuggiti al suo controllo. Questa risposta dell'avversario potra'
essere piu' o meno efficace a seconda dei rapporti di forza gia' esistenti.
Puo' divenire necessario evacuare i territori momentaneamente liberati e
organizzare la resistenza facendo ricorso unicamente ai metodi classici di
non-cooperazione, e cioe' alle diverse forme di sciopero. Ma e' anche
possibile che l'avversario si trovi disarmato per riprendere questi
territori e che questi giochino allora un ruolo determinante nell'evoluzione
del conflitto.
- Usurpazione delle funzioni governative e governo parallelo. Quando tutto
un paese e' abbandonato all'arbitrio di un governo che intende imporre il
dominio rinnegando tutti i principi della vita democratica, non si tratta
piu' soltanto di opporsi a una legge particolare, si trattera' di opporsi al
governo. Converra' percio', allo scopo di bloccare i meccanismi del governo
e di paralizzarlo, estendere la disobbedienza civile alle leggi che, pur non
essendo di per se stesse ingiuste, servono nondimeno ai progetti del
governo.
Nella misura in cui la disobbedienza civile avra' potuto essere organizzata
su scala nazionale, i leader dei movimento di resistenza potranno essere
considerati come rappresentanti dell'autorita' legittima del paese. Se la
situazione l'esiga e lo permetta - e bisogna ammettere che cio' si puo'
verificare solo eccezionalmente - il movimento di resistenza puo' essere
condotto a usurpare certe funzioni governative, fino a creare un governo
parallelo. La popolazione ignorerebbe allora sistematicamente le decisioni
del governo per obbedire solo alle disposizioni del movimento di resistenza.
"Quando un gruppo di uomini rinnega lo Stato sotto la cui dominazione hanno
vissuto fino ad allora - scrive Gandhi -, essi costituiscono quasi un
proprio governo. Dico "quasi" perche' essi non arrivano al punto d'impiegare
la forza quando lo Stato resiste".

2. ET COETERA

Jean-Marie Muller, filosofo francese, nato nel 1939 a Vesoul, docente,
ricercatore, e' tra i più importanti studiosi del pacifismo e delle
alternative nonviolente, oltre che attivo militante nonviolento. E'
direttore degli studi presso l'Institut de Recherche sur la Resolution
non-violente des Conflits (Irnc). In gioventu' ufficiale della riserva, fece
obiezione di coscienza dopo avere studiato Gandhi. Ha condotto azioni
nonviolente contro il commercio delle armi e gli esperimenti nucleari
francesi. Nel 1971 fondo' il Man (Mouvement pour une Alternative
Non-violente). Nel 1987 convinse i principali leader dell'opposizione
democratica polacca che un potere totalitario, perfettamente armato per
schiacciare ogni rivolta violenta, si trova largamente spiazzato nel far
fronte alla resistenza nonviolenta di tutto un popolo che si sia liberato
dalla paura. Tra le opere di Jean-Marie Muller: Strategia della nonviolenza,
Marsilio, Venezia 1975; Il vangelo della nonviolenza, Lanterna, Genova 1977;
Significato della nonviolenza, Movimento Nonviolento, Torino 1980; Momenti e
metodi dell'azione nonviolenta, Movimento Nonviolento, Perugia 1981; Lessico
della nonviolenza, Satyagraha, Torino 1992; Simone Weil. L'esigenza della
nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Desobeir a' Vichy, Presses
Universitaires de Nancy, Nancy 1994; Vincere la guerra, Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1999; Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004; Dictionnaire
de la non-violence, Les Editions du Relie', Gordes 2005.

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Numero 364 del 26 agosto 2009

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