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Nonviolenza. Femminile plurale. 277



 Oggetto: Nonviolenza. Femminile plurale. 277

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 277 del 24 settembre 2009

In questo numero:
Marina Calvo Perez e Andrea Celli presentano "L'harem e la famiglia" di Germaine Tillion

LIBRI. MARINA CALVO PEREZ E ANDREA CELLI PRESENTANO "L'HAREM E LA FAMIGLIA" DI GERMAINE TILLION
[Dalla rivista "Trickster", n. 5, col titolo "Germaine Tillion etnografa del cambiamento", il sommario "Nel leggere per la prima volta oggi in lingua italiana L'harem e la famiglia, il saggio che Germaine Tillion pubblico' ormai quarant'anni or sono, e in coincidenza con i suoi cento anni di vita, non si puo' non iniziare da un interrogativo che e' la stessa forza della sua scrittura a pretendere: perche' e come leggere oggi questo testo? Se si potrebbe rispondere che questo saggio di antropologia andrebbe oggi riletto, come si suol dire, per la sua attualita', vale la pena di contestualizzarlo - 'datandolo' e misurando i segni di un'epoca, per far cosi' emergere le essenziali novita' in cui l'etnografa, nel suo intento di proporre una 'scienza del cambiamento umano', ha cercato di collocarsi", e la nota redazionale "Il saggio e' gia' apparso come introduzione a Germaine Tillion, L'harem e la famiglia, Milano, Medusa, 2007, pp. 5-15". Trickster e' la Rivista del Master in Studi Interculturali del Dipartimento di Storia dell'Universita' di Padova (per contatti: e-mail: trickster at lettere.unipd.it, sito: http://trickster.lettere.unipd.it/)]

Nel leggere per la prima volta oggi in lingua italiana L'harem e la famiglia (Milano, Medusa, 2007), il saggio che Germaine Tillion pubblico' ormai quarant'anni or sono, non si puo' non iniziare da un interrogativo che e' la stessa forza della sua scrittura a pretendere: perche' e come leggere oggi questo testo? Le Harem et les Cousins (1966) appare addirittura colmo di riferimenti che toccano la nostra attualita': su di essi varra' la pena di soffermarsi, apparendo in alcuni casi antidoti ironici contro il conformismo di molti nostri dibattiti sul velo, sulla condizione femminile, sulla famiglia, sull'immigrazione. Tuttavia, se si potrebbe rispondere che questo saggio di antropologia andrebbe oggi riletto, come si suol dire, per la sua attualita', vale la pena di contestualizzarlo - "datandolo" e misurando i segni di un'epoca, per far cosi' emergere le essenziali novita' in cui l'etnografa, nel suo intento di proporre una "scienza del cambiamento umano", ha cercato di collocarsi: essendo l'etnografia, nella definizione che ne da' la Tillion, una "sociologia dell'esteriore, la sociologia degli altri", succede che questa "scienza ad uso esterno", che esige "lo spaesamento, ovvero la serenita', la lucidita'", si volge in forma inattesa su se stessa e verso quel mondo europeo che altrimenti si crederebbe ulteriore a tale sguardo. Come capito' ad alcuni francesi contemporanei dell'autrice (Bourdieu, Camus), che si videro quasi imposto dalla brutalita' degli eventi un oggetto di studio, che li "costrinse" a mettersi "al suo servizio" per una sorta di compassione nei confronti delle realta' umane coinvolte, anche nella Tillion di queste pagine il lettore scopre che non si sta parlando di altri, oggetti di un esotismo ancora vivo allora, bensi' di noi. Il problema che si affronta nel testo e' quello del degrado progressivo della condizione femminile nella zona mediterranea, ovvero la "claustrazione" delle donne. Ma questo fenomeno non e' trattato, come accadra' in altri casi, con l'intento di aprire una aggressiva vertenza nei confronti di un mondo dichiarato tout court ostile e maschilista in quanto musulmano: la Tillion non cerca capri espiatori. Vede invece la fatica di alcuni cambiamenti rimasti a meta' strada, incompleti e percio' dolorosi, vede la polverizzazione di molti contesti geografici a causa del sovrappopolamento e delle deleterie condizioni di vita effetto anche delle politiche coloniali, la "clochardisation" e lo sradicamento di intere realta' sociali, che tentano di rispondere tra l'altro intensificando la segregazione femminile. Ma, cosi' come accade nel Bourdieu di Sociologie de l'Algerie (1961), la Tillion soprattutto percepisce - in cio' con notevole anticipo su alcuni esiti degli studi post-coloniali - che Algeri, l'Aures e la montagna berbera, il Cairo, le periferie marocchine, la Nigeria, l'Indocina, non sono un altrove da analizzare con distacco, a partire da biblioteche e manuali, ma luoghi praticamente interni a processi di cui l'Europa non e' piu' centro bensi' parte.
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L'etnografia, ovvero le condizioni della scrittura. Di cosa parli il saggio di Germaine Tillion solo in apparenza e' facile a dirsi. Certo l'autrice da' una prima parte di risposta sin dai primi paragrafi, affermando che oggetto del suo studio sono le societa' mediterranee, i cui caratteri sarebbero alla base di un tenace avvilimento della condizione femminile, destinato anzi a crescere come effetto di grandi fenomeni sociali quali la crescita demografica, l'inurbamento delle popolazioni contadine e l'aggressione dei patrimoni dei clan familiari (in arabo firaq, pl. di firqa). L'interesse di questa ipotesi della Tillion, che afferma l'esistenza di una struttura sociale mediterranea relativamente omogenea al Sud come al Nord delle sue coste, e' la sua denotazione geografico-culturale e non identitaria e religiosa: tale struttura si estenderebbe su tutte le rive del Mediterraneo, di confessione musulmana, ebraica, cattolica od ortodossa.
Simile argomento, pur non esente da importanti limiti, ha pero' il merito di sgombrare il campo da un approccio essenzialista, propenso a identificare con talune tradizioni un particolare comportamento sociale. Se la "claustrazione" della donna, simbolizzata dal mito dell'harem turco, viene legata dall'opinione comune in prevalenza alle societa' musulmane, in realta' essa e' operante, in forme magari meno appariscenti, anche al Nord del Mediterraneo, tra cattolici ed ortodossi.
Si tratta di distinguere dunque la fede religiosa, le diverse spiritualita' derivanti dai testi sacri del monoteismo, dalle pratiche sociali che vengono fatte rimontare dalla Tillion, attraverso la sua ricerca sul campo, a epoche decisamente anteriori all'avvento di queste religioni. Non a caso la parte forse piu' importante del libro dal punto di vista dell'autrice e' rappresentata dai capitoli centrali, di antropologia fisica e archeologia (che a un lettore odierno possono apparire molto estesi nel contesto di un saggio): essi hanno per obiettivo di descrivere l'origine preistorica di una endogamia mediterranea in realta' sopravvissuta a grandi rivoluzioni storiche come la cristianizzazione o l'islamizzazione, che dal punto di vista delle strutture sociali soggiacenti si rivelano avvenimenti solo di superficie (1).
Le strutture di una rigorosa endogamia, ovvero di una conservativa organizzazione dei patrimoni familiari intorno al primogenito e al suo onore, improntata a una tendenza "conquerante", si sono di volta in volta adattate, cercando di proteggere nelle nuove "grammatiche" istituzionali il proprio funzionamento anteriore, magari piegando e correggendo i dogmi religiosi a questo scopo. A tale organizzazione sociale la Tillion da' anche il nome di Repubblica dei Cugini, volendo forse evitare di identificarla troppo univocamente con i limiti dell'area mediterranea.
Si potrebbe in prima istanza allora affermare che l'obiettivo pratico dell'autrice sia quello di stimolare il superamento di una tipologia di oppressione moderna, che vede le donne subordinate ad un ordine familiare arcaico giocato intorno al prestigio sociale del maschio (padre, marito, fratello, cugino), e che allo stesso tempo essa abbia la necessita' di non fare di questa denuncia una crociata anti-musulmana. Gia' questo sarebbe peraltro un obiettivo piuttosto ambizioso, se comparato con taluni argomenti attuali, intenzionalmente brutali, spesi in contesti pubblici, ad esempio nei dibattiti sull'immigrazione musulmana.
Tuttavia l'obiettivo della Tillion e' piu' complicato e si rispecchia nella forma stessa del suo testo, che arriva nel suo complesso ad avvincere il lettore a dispetto dell'ordine dichiaratamente provvisorio delle definizioni impiegate: la stessa forma in certo modo non ultimata del testo, che si presenta a momenti quasi per pezzi disomogenei, recupero di materiali precedenti a cui vengono interpolate suggestioni improvvise e memorie letterarie, talvolta molto appropriate, non distrae dalla lettura.
Le travagliate condizioni materiali in cui nasce questo testo, la sua storia e preistoria, non sono in questo senso accidentali, ma intrinseche all'oggetto di cui intende occuparsi l'autrice. Lei stessa descrive come e' avvenuta la scrittura del testo: "durante alcune soste di riposo o di malattia, durante viaggi in treno, in battello, dentro caffe', in hotel, sotto una tenda, all'ombra di un albero e con il raro ausilio di una biblioteca". Incapace di difendere il proprio tempo, essa e' partita dai pochi appunti superstiti di alcune importanti ricerche etnografiche condotte in Algeria prima degli anni '40, andate perdute in Francia durante la sua militanza partigiana e la prigionia nel campo di concentramento nazista di Ravensbrueck.
Questi episodi, lancinanti in modi diversi, ovvero la perdita irreparabile di un ingente lavoro di scrittura e la prossimita' alla morte nel campo di concentramento, insieme all'esperienza della guerra d'Algeria, durante la quale accetto' ruoli molto scomodi, sono i luoghi esistenziali che vengono a dare un altro senso a quella etnografia la cui "austera virtu'" scientifica, citandone le parole, rappresenta per lei un ideale di ricerca. Germaine Tillion, piu' di ogni altra cosa dichiara di essere legata all'idea di una scienza che, prima che teoria, e' studio "umile" e scrupoloso degli oggetti, nel loro dettaglio.
Eppure Le Harem et les Cousins, dice la Tillion, "rappresenta quasi esattamente il contrario di cio' che [avrebbe] voluto fare": e' stato scritto e pubblicato nonostante non adempisse a tali ambizioni di compiutezza, perche' vi era una urgenza che le sembrava renderlo utile "in quel momento" (maintenant). Anche l'ordine di scrittura risulta in qualche modo rovesciato da quella che lei definisce la "prospettiva pratica mondiale" del proprio tentativo: "il libro, di fatto, e' stato interamente pensato e scritto cominciando dagli ultimi capitoli, ovvero da uno studio molto attento dei fatti contemporanei, delle societa' contemporanee, dei cambiamenti delle societa'".
L'etnografia, "a differenza delle altre scienze umane, non puo' accontentarsi di archivi, di statistiche, di compilazioni", avendo bisogno di interrogare gli uomini in carne ed ossa, di approssimare da vicino le loro esperienze e difficolta'. Proprio per questo la Tillion e' portata a dare un senso pragmatico alla nozione di scienza, facendone una pratica della prossimita' al "fatto umano", che ha da essere decifrato nella sua originalita', nella sua ricchezza, nel suo segreto, "attraverso la fine griglia dell'esperienza vissuta".
In accordo in questo senso con un'idea molto radicata in Louis Massignon, che fu tra i promotori di un ritorno della Tillion all'Algeria, la scienza ha senso per l'etnografa in quanto provi a rispondere a delle questioni, cercando di spiegarle e di spiegarsi: "se vuole ben comprendere deve anzitutto badare a farsi comprendere". Cio' comporta tra l'altro che la comunita' scientifica non sia qui identificata con l'insieme degli specialisti, ma con tutte le persone intelligenti, non necessariamente istruite, perche' "in quanto intelligenti, meritano che ci si intrattenga con loro a proposito delle cose che le riguardano".
Si misura qui effettivamente una differenza profonda di obiettivi rispetto a una parte degli studi e battaglie di genere di quegli stessi anni. Come fa notare Tzvetan Todorov introducendo una raccolta di scritti dell'etnografa da lui curata nel 2001, appare molto significativa la detestazione di Simone de Beauvoir nei confronti della studiosa: la de Beauvoir, in un passaggio del suo libro La force des choses (1964), definisce "una vera porcheria" alcune posizioni della Tillion riguardanti l'Algeria. Scrive Todorov: "l'intellettuale parigina le rimproverava di non essere schierata per cio' che lei riteneva la causa giusta; la combattente della Resistenza le risponde che ha difeso non una causa ma delle persone e che le sue reazioni sono il risultato di una conoscenza approfondita della situazione" (Todorov, 2006: 11).
Lo sconcerto per "la degradazione della condizione femminile nella zona mediterranea" non si traduce nella Tillion in una rivendicazione politica di genere e nemmeno nella richiesta di riconoscimento della diversita' femminile. E' per lei piu' significativo invocare un riorientamento complessivo, forse utopico, dell'umanita'. Non a caso la Tillion, nell'introdurre la quarta edizione del suo libro, estende il concetto di Repubblica dei cugini virtualmente a tutta la societa' occidentale e al di la' in certo modo della stessa questione femminile: "la societa' 'storica' (la nostra) [...] venera di fatto la sua parentela dal lato paterno, abbandona il tipo di socializzazione intensa (nota come esogamica) che anticamente ha rappresentato la salvezza per le societa' 'selvagge', e soprattutto essa e' fanatica della crescita in tutti i campi e a tutti i costi: economico, demografico, territoriale". Tale modello sociale espansionista e conquistatore, che e' quello in cui noi stessi, secondo l'autrice, viviamo, e' in effetti basato su una logica della crescita esponenziale (dei consumi, della produzione...) che non sembra ipotizzare alternative.
Si tratta allora per l'autrice di rinunciare a tale "filosofia espansionista" propria della struttura endogamica, per tentare una sorta di riorientamento del mondo verso i piu' discreti e misurati equilibri dell'esogamia (suggestione qui degli studi sulla Pensee sauvage di Levi-Strauss), al fine di commisurare la crescita alle risorse disponibili. Come se si trattasse di apprendere altre modalita' di rapporto, tra uomini e donne, proprio da quelle societa' umane minoritarie e residuali studiate dall'etnografia, che vengono quotidianamente espulse dagli ultimi lembi di pianeta in cui sopravvivono.
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La voce assente. Il saggio della Tillion e' scritto da una donna a cui sta a cuore la condizione delle donne. Le donne, ancora nel Duemila, appaiono in molti contesti recluse o per lo meno interdette a un pieno accesso a quella dimensione di pubblicita' (la res publica) di cui la parola e' l'elemento principale. Le diverse forme di alienazione di cui le donne sono vittime rappresentano "la piu' massiccia sopravvivenza dell'asservimento umano", per dirla con le parole della Tillion. La parola, come la strada o la piazza, come lo stesso corpo femminile rimangono - in certi contesti piu' che in altri - sotto il controllo palese o latente del maschio. Cosi' anche in Italia, dove i dibattiti sulle donne, a tutt'oggi, sono fatti in prevalenza da uomini. Come rileva con ironia l'autrice, "Nostra Santa Madre Chiesa [e'] restata di fatto sino ai nostri giorni 'una madre maschile' se cosi' si puo' dire". E aggiunge: "le solenni posizioni, prese in materia di controllo delle nascite da tutti quegli uomini celibi [i cardinali], hanno ancora una volta confermato l'arcaismo molto italiano dell'apparato cattolico".
Cio' nonostante in questo testo di critica sociale a rimanere assente e' proprio la voce femminile, la densita' di una sua testimonianza. Cosi' come rimane assente un esplicito riferimento al controllo del corpo femminile. In questo silenzio si misura probabilmente il maggior limite della ricerca della Tillion, di cui ella pure e' in parte consapevole e a cui provera' a dare una spiegazione piu' tardi, in un testo intitolato Le donne nella morsa delle strutture (1969): "nelle zone in cui esse sono davvero tutte tenute ai margini della societa', quel che chiamiamo 'femminismo' non e' una faccenda che riguardi le donne, esattamente come la lotta contro la schiavitu' (laddove sussiste, cioe' in particolare nel Sahara) non e' faccenda che riguardi gli schiavi" (Tillion, 2006: 288). Secondo la studiosa, si tratterebbe in alcuni casi di operare per l'emancipazione addirittura contro il volere degli schiavi come delle donne (2).
Alla luce dei decenni trascorsi dagli anni di queste affermazioni, va constatata una sconfitta almeno parziale della scommessa della Tillion, la quale - in coerenza con questa sua ipotesi - molto puntava su una via istituzionale e paternalista: l'emancipazione delle donne, in certi contesti, non poteva che essere opera di elites maschili (ed europeizzanti). Cosi' e' nel caso, citato con molto favore dal lei, di Habib Bourghiba, il laico padre della Repubblica tunisina, fautore di un Codice dello Statuto Personale, importante se non rivoluzionario per la condizione della donna, la cui applicazione - con modalita' spesso autoritarie - e' diventato pero' uno dei punti di volta comunicativi del regime attuale; un regime che resta talora drammaticamente estraneo nelle sue scelte dirigistiche a una buona maggioranza della popolazione.
Appunto in Tunisia il velo si e' trasformato in questi anni in simbolo di una contesa molto piu' intricata di quanto non appaia e pesante per la posta in gioco che sottintende. Tale contesa ancora una volta non sembra sorgere da un dibattito femminile esistente, non riferisce del loro effettivo operato ma vede le donne (velate o meno) "usate" come segno nella comunicazione sociale e politica. Mentre in Europa la donna velata, fatta allegoria nei media dell'intera immigrazione musulmana, e' oggetto di discorso (3), in certo senso anche quando alcune donne riescono a prendere parola (bisogna aggiungere che queste prese di parola, a prescindere dalle ragioni - politiche, commerciali... - che le permettono, sono preziose in se').
Dunque un limite abbastanza rilevante della ricerca etnografica della Tillion sta nell'assenza di voci femminili: le sue fonti, i suoi informatori, sono quasi senza eccezione uomini. Parla della condizione femminile attraverso racconti maschili. L'antropologia del genere avra' nei decenni successivi modo di rilevare criticamente l'androcentrismo implicito nelle scienze sociali. Ma il problema non e' semplicemente di equita' nella rappresentanza dei generi: e' che, facendo a meno delle voci femminili, l'analisi delle societa' rimane falsata, monocroma e non si arriva a riconoscere strategie di resistenza dei singoli come dei gruppi alla pressione collettiva (si vedano in questo senso i lavori di Assia Djebar, Chakravorty Spivak o Ursula Hart).
Ci sembra pero' che vi siano nella sensibilita' della Tillion antidoti contro questo rischio di anonimato riservato agli oggetti della ricerca sociale. Se la via da perseguire e' quella della individuazione delle voci, i concetti antropologici a cui ricorre la Tillion non danno un soccorso immediato. Essi sono tutti, come si suol dire, d'epoca: anzitutto il concetto di endogamia, che fa coppia con quello di esogamia nelle ricerche sulle strutture di parentela di cui Levi-Strauss e' in quegli stessi anni il divulgatore. L'antropologo, formatosi tra l'altro alla scuola americana di Franz Boas, e' fautore di una distanza scientifica dall'oggetto che anche e' destinata ad allontanare lo sguardo dagli individui concreti implicati nella ricerca.
Insieme al ragionamento sulle strutture della parentela, la Tillion ricorre poi a quella concezione della storia di cui furono teorici i fondatori delle "Annales" e in particolare Fernand Braudel, che con l'autrice condivide, oltre che analoghe tappe biografiche (l'Algeria, i campi di concentramento tedeschi, l'Ecole Pratique des Hautes Etudes), quella nozione di longue duree che le permette di cercare sui tempi lunghi delle collettivita' alcune costanti che trascendono le singole identita' storico-culturali. Tuttavia questo tipo di approccio favorisce piu' che altro la sottolineatura di costanti, e non la valorizzazione di scarti e rotture, di scelte individuali, di pur faticose alternative.
Il Mediterraneo, concetto inteso in senso materiale, geografico, economico, e' l'altro grande strumento, preso da Braudel, che le permette di superare il contesto dei suoi studi nell'Aures algerino non nella direzione di una antropologia del mondo arabo-islamico o del Maghreb, ma in direzione appunto di uno spazio nel quale e' inclusa l'Europa - a propria insaputa e contro la propria volonta'. Quella che e' stata definita "antropologia della zona mediterranea" e che ha come proprio atto fondatore un convegno organizzato nel 1959 a Burg Wartenstein (Austria) dall'americano Julian Pitt-Rivers, autore tra l'altro di studi sull'Andalusia, e' appunto la cornice in cui va ricondotto il riferimento da parte della Tillion al Mediterraneo (4). Tale corrente di studi ha privilegiato concetti che ritroviamo nella nostra autrice come quello di familismo e di onore, che hanno talora stereotipizzato la cultura mediterranea.
Lei pero', come dicevamo, mantiene con tale categoria un rapporto strumentale: si tratta di una "costruzione provvisoria", utile in attesa di definizioni piu' efficaci dal punto di vista di un intervento pratico. Perche' per l'autrice l'etnografia e' ormai valida solo in relazione ad un lavoro sociale che ha per proprio obiettivo il cambiamento, il progresso delle aree che proprio in quei decenni verranno definite "in via di sviluppo". La biografia della Tillion e' in questo senso segnata dall'avvio, proprio a ridosso della decolonizzazione, delle prime missioni delle Nazioni Unite, di cui in alcuni casi fu incaricata. Una potenziale "antropologia per lo sviluppo" (5) insomma sembra essere quella verso cui si indirizza la studiosa.
Se le politiche di "cooperazione allo sviluppo", a distanza di alcuni decenni, mostrano le loro debolezze ed insuccessi, cio' che va sottolineato e' il particolare significato che al termine sviluppo da' la Tillion. Secondo l'autrice "l'endogamia non implica necessariamente la degradazione della donna, il problema e' una evoluzione incompiuta della societa' endogamica - incompiuta a causa di un rianimarsi continuo delle idee e dei timori tribali in seno alle grandi civilta' cittadine". Tale degrado si produrrebbe al contatto tra le due societa', quella urbana e quella tribale. Si tratta di due societa' solidali, ma quando la seconda accede alla prima e' come se cercasse di proteggere le proprie modalita' di funzionamento all'interno della citta', fuori di contesto.
La "claustrazione" della donna, il suo velamento, servirebbe a custodirla (come fosse una cosa) per i maschi della famiglia, proteggendola dagli occhi di altri uomini. Si tratterebbe di una reazione protettiva adottata in epoche diverse dalle strutture claniche patrilineari, sia contro l'eredita' femminile imposta dall'islam, principio di parziale eguaglianza che mette a repentaglio il patrimonio delle tribu', sia nello "spazio aperto" della vita cittadina, sia nel contatto con le realta' coloniali e poi con l'inurbamento nei decenni della decolonizzazione: le strutture tradizionali subiscono piu' tipologie di aggressione, alcune delle quali violente.
Al degrado recente delle condizioni di vita, a causa di forme di sussistenza ormai divenute impossibili in campagna (per non parlare della stessa scomparsa della campagna, divenuta eterna e angosciosa periferia), le popolazioni reagiscono controllando le "proprie donne", ossia la propria roba.
Notiamo che la spiegazione del degrado della condizione femminile attraverso il riferimento al familismo, alla realta' tribale e all'antitesi campagna/citta' appartiene a una scuola antropologica diremmo legata all'esperienza del colonialismo e alla necessita' di controllo del territorio. L'elemento culturale principalmente valorizzato dalla Tillion e' appunto la struttura di parentela.
Si tratterebbe per l'autrice dunque di contribuire al compimento di una transizione: fare in modo che si realizzi un passaggio, che porti popolazioni, rimaste sospese tra tradizionali stili di vita contadini e lo "spazio aperto" della vita cittadina e globalizzata, a trovare un equilibrio nuovo. Operare quindi per lo sviluppo significa in questo testo sostenere il compiersi di un cambiamento non riuscito, causa percio' di frustrazione, di malessere sociale. Lo sviluppo sembra essere per Tillion modernizzazione, ovvero affermazione di una cultura cittadina, laica e rispettosa delle individualita'. Nell'etnografa rimane pero' anche un rispetto profondo e sincero per le culture contadine e tradizionali, prese nel loro funzionamento piu' proprio.
Il vero dilemma e' rappresentato proprio dal mancato riconoscimento nelle metropoli delle individualita', le femminili come le maschili. Queste individualita' dovrebbero trovare maniera di emergere, potremmo parafrasare, dall'anonimato attuale di banlieues brutali e repressive. "Profondamente colpita dalla miseria e dagli esiti che essa provoca, da una scolarizzazione insufficiente, [la popolazione] si 'detribalizza' senza poter accedere alla nozione di essere individuale ed al suo rispetto".
Effettivamente cio' che si nota in certi fenomeni sociali di massa, la migrazione, l'islamizzazione, la globalizzazione dei consumi, e' un tendenziale omologamento, spesso fatto bandiera ideologica, magari contro l'individualismo occidentale. La Tillion, come unica alternativa, vede il rafforzamento delle elites intellettuali attraverso la scolarizzazione, ricetta tipica della modernita' che anche significa tentativo di espandere processi di individuazione.
Certo le speranze connesse a un pensiero delle elites e del ruolo della cultura ha nel corso del Novecento subito varie pesanti battute d'arresto quando non una vera liquidazione pratica. Si tratta di ripensare allora, oltre alle ricette, le modalita' con cui ci si avvicina al "fenomeno umano", per non contribuire con il proprio agire a renderlo indistinto. Questo e' appunto il problema delle scienze sociali: riconoscere le differenze nell'ora e adesso, evitando di applicare interpretazioni preconcette, che decidono una volta per sempre il significato di un comportamento, al di fuori di uno specifico contesto (6).
Si trattera' di cogliere l'intelligenza che gia' si esprime nelle singole voci (addirittura nei sussurri), perche' e' a volte piu' fruttifero per il proprio discorso capire le diversita' che non produrre teoria. E questo implica una capacita' di ascolto che alcuni antropologi che si sono occupati di Maghreb, come Clifford Geertz e Paul Rabinow, non avrebbero esitato forse a definire poetica, in quanto attenta alle individualita' nel linguaggio.
Tra le pagine piu' suggestive del saggio vi sono non a caso quelle in cui l'autrice ricorre alle considerazioni di Stendhal sulla "passione italiana", sull'onore e la vendetta (temi poi fatti propri dall'antropologia dell'area mediterranea, che spesso li ha ridotti a gatekeeping concepts di facile e stereotipico impiego). Un punto interessante e innovativo di questo libro e' la messa in questione del concetto di mascolinita', che agisce su individui indotti, nel gioco dei ruoli sessuali di stampo "latino", a tenere la parte del macho, del primogenito che deve sempre dimostrarsi pronto alla conquista.
Afferma la Tillion che l'ipertrofia della gelosia maschile, la valorizzazione smisurata della virilita', che schiacciano il singolo nel suo ruolo stereotipico di maschio, e' a sua volta causa di angoscia per l'individuo, "obbligato a confrontarsi in ogni circostanza con il modello 'ideale' del perfetto matamoro" (molto acuto l'impiego di una figura per eccellenza spagnola nel contesto di una riflessione su caratteri attribuiti altrimenti alle societa' musulmane). Sin dalla prima infanzia il bambino e' sottoposto a una rigida pedagogia, "conosce frustrazioni crudeli quanto quelle a cui sono sottoposti i giovani borghesi della civilta' 'igienica' europeo-americana".
E qui la Tillion, ricordando due celebri film di Pietro Germi, Divorzio all'italiana e Sedotta e abbandonata, commenta: "attraverso una successione di scene che costituiscono una vera antologia parodica della societa' mediterranea, vediamo l'ossessione sessuale imposta agli uomini, non solamente dalla separazione totale dei sessi, ma anche da una sorta di etichetta che obbliga qualsiasi giovane a corteggiare non importa che donna quando si trovi solo con lei". Non serve aggiungere probabilmente altro per spiegare l'interesse che puo' avere per noi, per le questioni che travagliano le nostre societa', questo testo.
Algeri, 2007
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Note
1. Eppure la presunta mascolinita' di Dio, confermata di recente dal Papa, non pone in dubbio questa distinzione?
2. Per la conoscenza del dibattito femminista nel mondo arabo otto-novecentesco si rinvia alla ricerca di Lucia Sorbera, che prova a valorizzare un "discorso autoctono femminile". Cfr. L. Sorbera, Viaggiare e svelarsi alle origini del femminismo egiziano, in A.R. Scrittori, Margine e confini. Studi sulla cultura delle donne nell'eta' contemporanea, Venezia, Cafoscarina, 2007, pp. 265-297.
3. Ci permettiamo di rinviare al nostro Lo sconcerto dei mariti, in "Trickster. Rivista di Studi interculturali", n. 4, "Il contagio", luglio 2007 (www.trickster.lettere.unipd.it).
4. Cfr. L'anthropologie de la Mediterranee, sous la direction de D. Albera, A. Blok, C. Bromberger, Paris, Maisonneuve et Larose, 2001.
5. Molto importante per la definizione di questo concetto la ricerca di Arturo Escobar. Cfr. www.unesco.org/issj/rics154/escobarspa.html
6. Si veda ad esempio per il dibattito sul velo la diversita' delle opinioni in campo (a cominciare da una certa rivendicazione femminile del velo). Cfr. www.donnamed.unina.it/opinioni.php

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Numero 277 del 24 settembre 2009

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