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Voci e volti della nonviolenza. 378



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 378 del 29 settembre 2009

In questo numero:
1. Un appello da Pisa
2. "Jesus": Helder Camara, memoria e impegno (1999)
3. Aloisio Lorscheider ricorda Helder Camara (1999)
4. Pedro Casaldaliga ricorda Helder Camara (1999)
5. Graziano Zoni intervista l'Abbe' Pierre su dom Helder Camara (1999)

1. APPELLI. UN APPELLO DA PISA

L'assemblea degli studenti del corso di laurea in Scienze per la pace
dell'Universita' di Pisa ha promosso un appello affinche' il corso,
minacciato di chiusura, possa continuare ad esistere.
Il testo dell'appello e' scritto alquanto male (come accade sovente in
questo genere di documenti), ma la richiesta che formula e' del tutto
ragionevole e merita di essere sostenuta.
Le adesioni si raccolgono alle pagine web:
www.petitiononline.com/savesplp/petition.html o
http://firmiamo.it/salviamoscienzeperlapace

2. MAESTRI. "JESUS": HELDER CAMARA, MEMORIA E IMPEGNO (1999)
[Dal mensile "Jesus", n. 10, ottobre 1999, col titolo "Dom Helder Camara. La
sua memoria e' il nostro impegno"]

Avevamo appena finito di scrivere l'editoriale del numero di settembre
("Nostalgia di profeti"), quando ci ha raggiunto la notizia della morte di
dom Helder Camara. Cosi', ora, la nostra nostalgia ha un altro volto da
inseguire nel ricordo, quello di un testimone che, per citare Leonardo Boff
(cfr. "Jesus", maggio 1988, p. 10), "non appartiene solo alla Chiesa
cattolica. E' un patrimonio spirituale dell'umanita'. La sua voce e'
ascoltata al di la' dei confini delle confessioni e delle ideologie". La
ragione di questa sintonia con il mondo l'ha spiegata efficacemente Marcelo
Barros, scrittore e monaco benedettino, che con Camara ha vissuto e lavorato
a lungo: "Con lui ho capito che il progetto di Dio e' l'unita' delle
religioni e delle culture in funzione della pace e della giustizia per la
Terra".
Purtroppo, come spesso avviene quando di mezzo ci sono i profeti,
ingombranti perche' coerenti, non tutti l'hanno capito. Alcuni - molti anche
dentro la Chiesa - sono giunti ad accusarlo di essere un vescovo che piu'
che al Vangelo guardava al marxismo; la sua risposta era stata
evangelicamente disarmante: "Se do pane ai poveri, tutti mi chiamano santo;
se dimostro perche' i poveri non hanno pane, mi chiamano comunista e
sovversivo". A dom Camara, uno degli ultimi profeti del Novecento che muore,
dedichiamo queste pagine, intrise dei ricordi del cardinale Aloisio
Lorscheider, di monsignor Pedro Casaldaliga e dell'Abbe' Pierre, il
fondatore di "Emmaus", col quale, nel 1996, dom Helder aveva scritto:
"Abbiamo piu' di 80 anni e ancora ci sono molte cose da fare per rimettere
il mondo in ordine. Con le poche forze che ci restano, continueremo a
combattere contro la miseria".
La sfida continua: provoca ogni cristiano. Accettarla, significa seguire dom
Helder lungo le strade esigenti del Vangelo, che troppe volte - come singoli
e come Chiesa - abbandoniamo, trovando piu' comodo stare al fianco dei
potenti, anziche' degli ultimi. Opportuno giunge dunque l'appello di
monsignor Casaldaliga: "La memoria di dom Helder sara' il nostro impegno.
Cosi' si rimpiangono i profeti...

3. MAESTRI. ALOISIO LORSCHEIDER RICORDA HELDER CAMARA (1999)
[Dal mensile "Jesus", n. 10, ottobre 1999, col titolo "Dom Helder Camara. Un
uomo del Vangelo"]

La notizia della morte di dom Helder Camara, il 27 agosto scorso, ha
rapidamente fatto il giro del mondo. I giornali le hanno dedicato grandi
titoli nel tentativo di sintetizzare la figura e il ruolo del vescovo
scomparso: "Muore il fratello dei poveri", "Scompare un gigante della storia
della Chiesa", "Il suo coraggio era grande quanto il mondo", "Una figura
chiave di una Chiesa povera e libera".
Sono tutte sfaccettature della personalita' di un uomo che sfugge a
qualsiasi definizione per la grandezza della sua anima, imprigionata
nell'involucro di un corpo piccolo ed esile. E oggi, che non e' piu' tra
noi, ci si chiede quale fosse il segreto di questo "povero di Dio" che e'
riuscito a raggiungere ricchi e poveri con la sola forza del Vangelo.
Nel 1962 monsignor Helder Camara, allora vescovo ausiliare di Rio de Janeiro
e dirigente nazionale dell'Azione cattolica brasiliana, fu tra i fondatori e
la vera anima della Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani (Cnbb).
Coronava cosi' un progetto che si proponeva di coordinare meglio l'azione
pastorale di un episcopato che andava facendosi sempre piu' numeroso. Dom
Camara riteneva fosse indispensabile creare un "luogo" nel quale potessero
far sentire la loro voce non soltanto i vescovi delle grandi metropoli, ma
anche quelli le cui frontiere missionarie erano sperdute nell'immensa
Amazzonia o in altri Stati enormi e fino ad allora dimenticati, come il
Para' o il Mato Grosso. Il suo fu indubbiamente un gesto coraggioso.
Della Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani dom Camara fu il primo
segretario, incarico che occupo' fino al 1964, alla vigilia della
conclusione del Concilio Vaticano II. E se l'episcopato brasiliano ha avuto
un ruolo attivo nell'assise conciliare, lo si deve in gran parte proprio a
lui. Era un uomo infaticabile. La' dove c'era la Chiesa, la' c'era lui.
Ricordo il Congresso eucaristico internazionale celebrato a Rio de Janeiro
nel settembre del 1955. L'anima dell'organizzazione erano lo stesso dom
Camara e l'altro vescovo ausiliare di Rio, monsignor Tavora. All'improvviso
i due si ammalarono. Fu il panico. Ma il Congresso risulto' un grande
successo. Nonostante la malattia, dom Helder riusci' a pilotare la complessa
organizzazione fino al traguardo. E la gente incomincio' a parlare dei
"miracoli" di questo vescovo che non conosceva la parola "impossibile".
Per la verita', dom Helder non era un grande organizzatore, ma sapeva
contagiare con il suo carisma le persone che con lui collaboravano,
trasmetteva loro la passione che aveva dentro. Esercitava uno fascino
straordinario. Fu cosi' che riusci' a portare a compimento il progetto della
Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani. Ed era stato cosi' anche per la
nascita del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam).
Il Celam nacque proprio in occasione del Congresso eucaristico di Rio. Anche
in questa circostanza, a muovere dom Camara fu l'amore per l'unita'. Era
convinto che solo riscoprendo questa unita' interna, la Chiesa avrebbe
potuto cambiare il volto dell'America latina. Del Celam dom Helder fu
vicepresidente. Ed e' stata questa un'altra delle sue caratteristiche. Non
occupava mai il primo posto: lavorava perche' altri fossero i "primi". Non
era fatto per comandare, ma per servire. Lui aveva un'altra dote: sapeva
"convincere" con la parola e con l'esempio. In questo era un trascinatore.
Lavorare con lui era affascinante: ti faceva sentire importante,
indispensabile. E non aveva pregiudizi: era un uomo aperto al dialogo, con
il cuore spalancato sul mondo.
Visse la stagione del Concilio con grande entusiasmo. Nel 1962 io era appena
stato nominato vescovo nel Sud del Brasile e mi chiese di aiutarlo
nell'ambito della Commissione teologica del Consiglio nazionale dei vescovi
brasiliani. Eravamo in tre: lui ci riuniva e ci spingeva a lavorare con
entusiasmo. Non interveniva molto: ci lasciava lavorare ed era felice quando
tutto procedeva per il meglio. Non era invadente: ma la sua presenza la
sentivamo sempre addosso, come uno stimolo a camminare con gioia e tenacia
verso l'appuntamento conciliare. E fu cosi' anche a Roma. Lui, naturalmente,
faceva parte di una delle commissioni conciliari, ma di fatto la sua
presenza si avvertiva in tutte. Per lui il Concilio era una grande occasione
per rinnovare la Chiesa e metterla in condizione di annunciare in modo
sempre piu' adeguato il Vangelo a un mondo in rapido cambiamento.
Fu lui, durante il periodo conciliare, a spingere i vescovi brasiliani a
preparare il "Primo piano quinquennale di pastorale d'insieme".
Anche in questo caso, all'origine dell'iniziativa c'era quella sua continua
"ossessione" per il "lavorare insieme".
L'unita' e' stata sempre il suo sogno. Ed e' questa anche la chiave di
lettura del suo impegno per l'unita' di tutte le Chiese cristiane. Dom
Camara, infatti, e' stato un uomo dell'ecumenismo. Forse si tratta di uno
degli aspetti meno conosciuti della sua vita, ma non per questo meno
straordinari.
Ma dom Helder e' stato soprattutto un apostolo dell'amore, impegnato sulla
frontiera di un mondo piu' giusto. Non a caso fu lui il protagonista dietro
le quinte di un appuntamento ecclesiale decisivo in questa direzione, la
seconda Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano di Medellin del
1968. Fu in quella occasione che la Chiesa del nostro continente fece del
sottosviluppo un'emergenza pastorale. L'anno prima Paolo VI aveva affrontato
il tema di uno sviluppo dal volto umano nell'enciclica Populorum progressio.
Dom Camara era rimasto entusiasta del documento di papa Montini. E a
Medellin, pur non avendo piu' incarichi ufficiali nel Celam, fu uno dei piu'
attivi. I suoi occhi brillavano di soddisfazione quando nei documenti finali
fu sancita la scelta preferenziale per i poveri.
Dom Helder Camara non e' stato un teologo, ma un profeta, un predicatore, un
missionario, un uomo piccolo, per il quale pero' il mondo non era tanto
grande che lui non potesse abbracciarlo per intero. E' stato un uomo del
Vangelo. Questo era dom Helder Camara.
*
Postilla
Dom Helder Camara, morto il 27 agosto scorso, aveva 90 anni. Era nato a
Fortaleza il 7 febbraio del 1909. Ordinato sacerdote nel 1931, nel 1952 era
diventato vescovo ausiliare di Rio de Janeiro. Nel 1964 era stato chiamato a
guidare la diocesi di Olinda-Recife. Ritiratosi nell'aprile del 1985, aveva
pero' continuato a vivere a Recife. Piu' volte candidato al premio Nobel per
la pace, era stato tra i fondatori della Conferenza episcopale brasiliana e
del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam).

4. MAESTRI. PEDRO CASALDALIGA RICORDA HELDER CAMARA (1999)
[Dal mensile "Jesus", n. 10, ottobre 1999, col titolo "Dom Helder Camara. Un
dono per il mondo"]

Ora, in occasione della sua morte, nessun avversario, ne' dentro ne' fuori
la Chiesa, ha avuto il coraggio di parlar male dell'arcivescovo di
Olinda-Recife, nel Nordeste arido, mistico e militante del Brasile: dom
Helder Pessoa Camara. O almeno nessuno ne ha parlato male in pubblico. Anzi,
al contrario: tutto il mondo ne ha parlato bene (mi riferisco agli
"avversari dentro e fuori la Chiesa", perche' dentro e fuori li ha avuti,
nella sua lunga e tormentata vita, l'amato patriarca).
Io, commentando la sua morte, il significato della sua vita, il profondo
vuoto che ci lascia - ancorche' con tutta la presenza di un risuscitato -,
facevo, tra il serio e il faceto, lo stesso commento addolorato di Gesu':
"Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti...".
Con dom Helder abbiamo condiviso episcopalmente lunghi anni della piu'
recente storia della Chiesa e ci hanno uniti impegni e sogni, programmi e
aneddoti ed una certa esperienza ecclesiale sofferta. Tutti questi anni, ora
li ripercorro nella memoria, alla luce quieta dello humour e della speranza.
Questa speranza che e' stata, certamente, in tutta la sua vita e soprattutto
nei tempi difficili della societa' e della Chiesa, un atteggiamento
fondamentale di dom Helder. Non solo ha scritto che "il deserto fiorira'",
lo credeva in modo irremovibile.
E con questa speranza ci ha lasciati ed e' morto, e nemmeno ora, nelle
tenebre, aspetta invano. Continuo a immaginarmelo con le braccia in alto,
come se cercasse di allungare la sua figura minuta, vestita con la talare
bianca, mentre ci grida, grida al mondo: "Irmaaaos!", "fratelli!".
Abbracciandoci tutti, senza frontiere. Anche il "fratello universale"... O
chiamando, nella piu' intima orazione evangelica: "Paaai!", "Padre!". E
sottolineava la sillaba, come riposando nella sicura accoglienza di Dio. O
proclamando la Maria del Magnificat come la "Mariaaaama!" afrobrasiliana,
nella memorabile prima volta della Messa dei Quilombos che avevamo composto
Milton Nascimento, Pedro Tierra ed io. In questa preghiera dom Helder ebbe
l'audacia filiale di correggere il canto a Maria: "Non e' necessario che i
ricchi restino a mani vuote". Ne' ricchi, ne' poveri, chiedeva. Che ci sia
lo stesso per tutti, che tutti siamo fratelli... (La notte prima della
grande celebrazione di questa messa, che dom Helder presiedette, le forze
dell'"ordine" repressivo trasformarono la croce del cartellone pubblicitario
in falce e martello e durante l'eucaristia diffusero un opuscolo sulla
"messa nera", nel senso peggiorativo del termine).
In diversi libri e riviste, nelle moltissime interviste che gli hanno fatto,
dom Helder ha lasciato scampoli delle sue memorie. Sempre eloquenti, perche'
dom Helder era un oratore nato. Diceva tutto con vibrazione. Come pure era
un poeta nato: un poeta di aforismi, che scriveva di solito nelle prime ore
del mattino. Molte altre memorie, sicuramente, gli sono rimaste nella penna
o nel cuore. Molte nel piccolo scrigno di una misericordiosa prudenza, nella
colombaia della pace. Perche' dom Helder, il famoso "vescovo rosso", fu
sempre un militante della nonviolenza, un Gandhi ecclesiale latinoamericano.
Nella societa' non voleva scontri violenti, anche se sollecitava riforme e
qualcosa di piu' che riforme. Tutti ricordiamo quel suo detto paradigmatico:
"Quando parlo dei poveri, mi chiamano santo. Quando indico le cause della
poverta', mi chiamano comunista".
Risaliva alle cause e denunciava l'oppressione o l'esclusione sociale
chiamando per nome i loro meccanismi e le loro strutture. Non fu un ingenuo,
pur essendo un pacifista. Era profeta. Dai pulpiti e nelle conferenze e
attraverso i mezzi di comunicazione. Nelle assemblee episcopali o nei giri
"cospiratori" dei compagni e delle compagne di "caminhada". Con i monsignori
del Vaticano e i Papi. Egli sognava una Chiesa altra nel suo vivere
l'autorita'; capace di molto dialogo, ecumenico (e macroecumenico, diremmo
ora), un ministero papale ed episcopale "altro"; sognava un popolo laico
libero e adulto e attivo, che prendesse decisioni e non "imparasse" e
"obbedisse" soltanto, agendo come un immenso collegio per la Chiesa nei suoi
impegni sociali o politici. Con talare e croce, dentro e fuori, andava dom
Helder...
L'amore, la speranza e lo humour lo aiutarono a muoversi nella marea. Nelle
questioni piu' intricate o nelle situazioni limite sapeva manifestare la sua
acutezza. In piena dittatura militare, quando gia' gli avevano assassinato
con la tortura il suo "diacono", il suo Lorenzo, il padre Antonio Enrique
Pereira Neto, ricevette minacce anonime, chiamate telefoniche terrorizzanti.
Una notte il telefono se ne usci' con questa proposta macabra: "Dom Helder,
scelga il tipo di morte che preferisce!"; al che lui, pronto e piu' che
altro divertito, rispose: "Squartato, come Tiradentes!" (l'eroe
dell'indipendenza brasiliana).
A Roma, in particolare nella Congregazione del Sant'Uffizio - che allora si
chiamava ancora cosi' -, sua Eminenza il cardinale prefetto mi allungo', con
una lettera-poema, un libro di poesia, intitolato Terra nostra, liberta'.
Nel prologo l'autore evocava, tra molte cose belle, anche le torture subite
dai nostri operatori pastorali, alcuni seviziati con scosse elettriche ai
genitali. Per questa ragione, il prefetto del Sant'Uffizio, contestando la
mia difesa, defini' il libro "eretico ed erotico". Incalzato da dom Helder,
sua Eminenza disse che non conosceva il libro, che gliene avevano parlato...
Con questa stessa Eminenza ci fu un altro alterco, ancora piu' imbarazzante,
diciamo. Dom Helder riteneva la collegialita' il grande progetto ecclesiale
della nostra epoca. E sua Eminenza contestava, chiuso, difendendo
l'accentramento: "Collegialita', collegialita'... dove sta nel Vangelo la
collegialita', dom Helder?". "Nel collegio apostolico, Eminenza!",
rispondeva il minuto arcivescovo. Durante un'assemblea della Cnbb - la
Conferenza episcopale brasiliana - si stava discutendo non so quale norma
venuta da Roma e, nel mezzo delle discussioni, qualcuno, conservatore, fece
appello all'autorita' del Papa, richiamo' all'obbedienza al Papa. Dom Helder
prese la parola, ci ricordo' la santa liberta' di Paolo quando discuteva con
Pietro e concluse: "Se Paolo non si fosse opposto a Pietro, a quest'ora
saremmo tutti circoncisi!". Una risata solenne, episcopale, riempi' la sala
e pose termine alla discussione.
Roma non diede a dom Helder la berretta cardinalizia. Il Governo brasiliano
impedi' che gli venisse conferito il premio Nobel per la pace. Il popolo e
la Chiesa dei poveri e molta umanita' grata gli hanno dato i migliori titoli
e un affetto mondiale.
Dom Helder Camara restera' tra di noi come profezia. Come una delle piu'
grandi figure della Chiesa di questo secolo. Come uno dei massimi leader
spirituali, all'altezza di Gandhi, di Luther King... "Fratello dei poveri",
anima del Terzo Mondo nel Concilio Vaticano II, cuore di Medellin.
Voleva "un anno Duemila senza miseria in Brasile", un nuovo millennio nella
pace e senza esclusioni. La sua memoria sara' il nostro impegno. La sua
speranza, ora realizzata, ci confortera': fiorira' il deserto, nonostante
tutte le siccita'... il suo "passaggio pasquale" ci apre, soprattutto in
America latina, una porta autentica per il vero Giubileo. Dom Helder e'
stato un vero "dono" per il Brasile, per la nostra Chiesa, per il mondo. Ci
sorride, stende le braccia e grida, glorioso: "Irmaaaos, irmaaa!".
*
Postilla
Di dom Camara, il cardinale Lucas Moreira Neves ha scritto: "Conservo il
ricordo di un prete povero che fino alla fine ha vissuto autenticamente la
piu' austera poverta' prima di predicarla agli altri. Ho visto in lui
durante tutta la vita, anche quando da alcuni era giudicato 'politico', un
uomo che poggiava totalmente la sua azione nel Vangelo" ("Osservatore
Romano", 4 settembre 1999).

5. MAESTRI. GRAZIANO ZONI INTERVISTA L'ABBE' PIERRE SU DOM HELDER CAMARA
(1999)
[Dal mensile "Jesus", n. 10, ottobre 1999, col titolo "Dom Helder Camara. I
ricordi dell'Abbe' Pierre: Il Curato d'Ars del XX secolo" e il sommario
"L'Abbe' Pierre, fondatore delle comunita' "Emmaus", e dom Camara: due
personaggi emblematici del nostro tempo, due voci coraggiose nella difesa
dei diritti dei poveri, legati da un'amicizia cementata da comuni ideali e
dall'impegno costante per i piu' deboli. Ecco la testimonianza dell'Abbe'
Pierre sui suoi rapporti con il vescovo brasiliano, raccolta da Graziano
Zoni, presidente di "Emmaus" Italia"]

- Graziano Zoni: Padre, puo' raccontarci qualche ricordo di dom Helder?
- Abbe' Pierre: Conobbi dom Helder nel 1963, quando era ancora ausiliare di
Rio de Janeiro. Mi invito' perche' voleva vedere se si poteva dare vita a
una comunita' "Emmaus" anche nella sua citta' (in seguito, effettivamente,
la comunita' fu aperta... in condizioni difficili, terribili...). Il primo
incontro avvenne la mattina dopo il mio arrivo a Rio. Salii al Corcovado per
celebrare la messa, molto presto. Piu' tardi avevo appuntamento con dom
Helder, appunto. Inizio la messa: quando mi volto (era prima della riforma
liturgica) per il Dominus vobiscum, trovo dom Helder inginocchiato, che mi
fa da chierichetto... Parlammo a lungo. E la prima sensazione che ebbi, fu
quella di incontrare un nuovo Curato d'Ars del XX secolo, con una
straordinaria capacita' di comunicare.
*
- Graziano Zoni: Ricorda qualche confidenza particolare nel corso di quel
primo incontro?
- Abbe' Pierre: Si'. Una, davvero particolare. Quando fu consacrato vescovo
ausiliare di Rio de Janeiro, dom Helder apri' il "palazzo" a tutti,
naturalmente anche ai mendicanti, ai vecchi, ai disoccupati, alle ragazze
madri... Il cardinale di Rio (si chiamava Camara anche lui) lo chiamo' e gli
disse che non era "bello" vedere tutta quella confusione e lo sporco che
questi poveracci portavano. Doveva evitarlo! Dom Helder, dopo un attimo di
riflessione, si sfilo' l'anello episcopale dalla mano e disse al suo
vescovo: "Eminenza, pochi giorni fa, durante la mia consacrazione
episcopale, mi disse, pronunciando la formula del rito: 'Ecco, ti offro il
tesoro piu' caro della Chiesa di Cristo: i poveri'. Visto che oggi mi vieta
questo tesoro, si riprenda anche l'anello". Qualche giorno dopo, dom Helder
ricevette una lettera dal cardinale. Aprendola, non senza emozione e paura,
vi trovo' una sorpresa. Il cardinale gli restituiva l'anello episcopale e lo
informava che avrebbe cercato di accelerare la fine della costruzione del
nuovo episcopio, e che pertanto lasciava a dom Helder tutto il palazzo,
cosi' sarebbe stato libero di fare cio' che voleva... Anche i piu'
conservatori - a volte - sanno essere intelligenti!
*
- Graziano Zoni: Padre, durante il Concilio, non avete avuto contatti a
proposito della "Chiesa dei poveri"?
- Abbe' Pierre: Dom Helder e io preferivamo parlare di "Chiesa povera",
piuttosto che di "Chiesa dei poveri"... In proposito, mi ricordo che,
proprio durante il Concilio, ci trovammo un giorno a pranzo insieme: dom
Helder, il vescovo di Betlemme, un altro vescovo, forse quello di Algeri, e
io. A un certo punto dom Helder ci disse: "Fratelli, devo farvi una
confidenza. Durante la guerra, mentre le armate si avvicinavano a Roma,
diverse volte, nelle mie preghiere, mi sorpresi a chiedere al Signore che
non perdesse l'occasione..., cioe' che orientasse qualche bomba su qualche
palazzo vaticano che mi crea forte imbarazzo... Poi, finita la guerra, capii
che lo Spirito Santo - che e' piu' intelligente di me, evidentemente - ha
permesso che certi palazzi rimanessero in piedi... Sarebbe servito a poco
che qualche bomba li avesse distrutti. La gente ricca li avrebbe ricostruiti
subito e forse peggio di prima! Lo Spirito Santo quindi non mi ha ascoltato,
pero' ha mandato in quei palazzi e nel mondo un'altra "bomba", per la
conversione dei nostri cuori: papa Giovanni XXIII....
*
- Graziano Zoni: E qual e' il ricordo dell'ultimo incontro?
- Abbe' Pierre: Fu nell'agosto del 1996, in occasione dei suoi 65 anni di
sacerdozio. Mi invito', anche perche' voleva approfittare dell'occasione per
inaugurare la comunita' "Emmaus" di Recife, per la quale si privo' del suo
diretto collaboratore, Luis Tenderini, un italiano da quarant'anni in
Brasile, responsabile della Commissione Iustitia et pax quando lui era
vescovo di Recife, e che ha sofferto anche la prigione e la tortura per la
sua scelta di vita e di condivisione con i poveri. Rimasi con dom Helder per
una settimana. Era gia' molto debole e stanco, ma ha voluto partecipare a
tutte le manifestazioni in programma per i due avvenimenti. Mi
impressionarono le folle enormi che attorniavano dom Helder in ogni
occasione. Si capiva che gli volevano veramente bene. I poveri capiscono e
ricordano, quando si sta con loro, sempre.
*
Postilla
Molte opere di dom Camara sono state tradotte in italiano. Ne citiamo
alcune: Fame e sete di pace con giustizia (Massimo, 1974), La violenza dei
pacifici (Massimo, 1977), Il deserto e' fecondo (Cittadella, 1982),
Interrogativi per vivere (Cittadella, 1985), La Madonna sul mio cammino e
Parole ai giovani (Queriniana, 1985), Il Vangelo con dom Helder (Cittadella,
1988), Mille ragioni per vivere (Cittadella, 1991).

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 378 del 29 settembre 2009

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