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Telegrammi. 196



TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 196 del 20 maggio 2010
Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail:
nbawac at tin.it
 
Sommario di questo numero:
1. Mao Valpiana: Dopo la Marcia Perugia-Assisi
2. Mauro Furlotti presenta "L'uomo che piantava gli alberi" di Jean Giono
3. Si e' svolto il 18 maggio un incontro di studio a Viterbo
4. Una comunicazione al prefetto di Viterbo
5. Sulla rivista dell'Ordine dei medici di Arezzo uno studio della dottoressa Litta sull'inquinamento e il danno alla salute prodotto dal trasporto aereo a Ciampino
6. Il cinque per mille al Movimento Nonviolento
7. Giuliano Pontara: Ripensare i diritti
8. "Azione nonviolenta"
9. Segnalazioni librarie
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'
 

1. EDITORIALE. MAO VALPIANA: DOPO LA MARCIA PERUGIA-ASSISI

[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: an at nonviolenti.org) per questo editoriale.
Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive e ha lavorato come assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di intervento nel sociale"), e' segretario nazionale del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in Afghanistan e poi liberata. Con Michele Boato e Maria G. Di Rienzo ha promosso l'appello "Crisi politica. Cosa possiamo fare come donne e uomini ecologisti e amici della nonviolenza?" da cui e' scaturita l'assemblea di Bologna del 2 marzo 2008 e quindi il manifesto "Una rete di donne e uomini per l'ecologia, il femminismo e la nonviolenza". Un suo profilo autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 de "La nonviolenza e' in cammino"; una sua ampia intervista e' nelle "Minime" n. 255 del 27 ottobre 2007]

 

Dal banchetto del Movimento Nonviolento posizionato a Santa Maria degli Angeli, ho visto sfilare tutti i marciatori. Difficile dire quanti fossero (per i piu' prudenti cinquantamila, per i piu' ottimisti centomila), ma certamente la presenza di giovani e giovanissimi era evidente, e fra loro innumerevoli gli scout.

Dalla seconda edizione del 1978 (“Mille idee contro la guerra”) ho partecipato a tutte le marce Perugia-Assisi, e ho collaborato all’organizzazione di quelle del 1981 (“Contro la guerra a ognuno di fare qualcosa”) e del 1985 (“Contro il riarmo blocchiamo le spese militari”), per cui, considerandomi ormai un “veterano”, mi sono concesso quest’anno di non essere fra i marciatori, ma un osservatore, seppur attivo nella distribuzione di oltre cinquemila copie di "Azione nonviolenta", di tante bandiere con il fucile spezzato e soprattutto di opuscoli di Capitini e don Milani, molto richiesti dai piu' giovani.

Ho raccolto pareri e considerazioni di quei marciatori che si sono soffermati al gazebo del Movimento Nonviolento: il piacere di vedere tanta varieta' di partecipazione da ogni parte d’Italia, la volonta' di reagire alla rassegnazione, l’entusiasmo nel constatare che il movimento per la pace e' ancora cosi' attivo. Non sono mancati, pero', i malumori per le note stonate di quei giorni: l’incontro fra i rappresentanti della Tavola per la Pace e il generale Capo di Stato Maggiore della Difesa, che ha potuto affermare che anche i militari nelle "missioni di pace" “sono da considerarsi dei pacifisti”, cosi' come il messaggio del Presidente della Repubblica, che ha voluto sottolineare il ruolo delle forze armate come “garanzia della sicurezza collettiva contro i pericoli del terrorismo”.

Dalla marcia sono emersi temi fondamentali: il diritto all’acqua, l’impegno contro le mafie, i problemi della disoccupazione, ma l’argomento centrale “per la pace, contro la guerra” forse non e' emerso con la dovuta forza. Ci ha pensato la durezza della cronaca del giorno dopo, con le due vittime di nazionalita' italiana della guerra in Afghanistan, a riportare la questione al primo punto dell’agenda del movimento pacifista. E a far emergere imbarazzanti contraddizioni fra chi il giorno prima era presente alla partenza della Marcia a dichiarare davanti alle telecamere la sua appartenenza al movimento per la pace, e il giorno dopo, in Parlamento, a chiedere una “evoluzione della missione militare italiana in Afghanistan”.

La Marcia per la Pace Perugia-Assisi e' un grande evento della storia d’Italia. Sono centinaia di migliaia le persone che in tanti decenni vi hanno partecipato. Possiamo dire che e' un palestra di formazione politica, di cittadinanza attiva, una “assemblea itinerante” per la pace. Nessuno puo' permettere che essa rischi di diventare una ritualita', una “tradizione”. La Marcia e' viva.

L’anno prossimo sara' il cinquantesimo anniversario della prima edizione, quella voluta da Aldo Capitini nel 1961. Il primo punto del suo programma era “l’opposizione integrale alla guerra”. Dopo cinquant’anni il cammino ripassa da li'.
 
2. LIBRI. MAURO FURLOTTI PRESENTA "L'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI" DI JEAN GIONO
[Ringraziamo Mauro Furlotti (per contatti: mauro.furlotti at mostramida.it) per questa recensione]
 
Jean Giono, L'uomo che piantava gli alberi, Adriano Salani Editore, Milano 1996 (titolo originale: L'homme qui plantait des arbres).
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In una modesta famiglia di origine italiana nasce nel 1895 Jean Giono. La Provenza e i suoi dintorni, mediterranei e non, saranno il palcoscenico della vicenda letteraria ed esistenziale di quest'autore. Questa regione, nella cittadina di Manosche, aveva accolto anni prima, il papa' di Jean, calzolaio piemontese un tempo, itinerante. Qui, dopo studi sommari e un precoce impiego molto impiegatizio, prende presto vita la scrittura di Giono. Si tratta di una scrittura passionale, poetica, talvolta militante, che solo molto piu' avanti potra' diventare anche una professione. Giono scrive con lentezza e, non senza grandi sacrifici, ritagliando inizialmente del tempo dalle sue attivita' ordinarie, finche' qualcuno si accorgera' della sua opera, che conoscera', almeno in Francia, una certa diffusione e notorieta'. Di lui possiamo ricordare, oltre a L'uomo che piantava gli alberi, la trilogia di romanzi picareschi Una pazza felicita', L'ussaro sul tetto (che ebbe all'epoca un ottimo successo di pubblico e di critica), Un re senza distrazioni; tutti e tre tradotti e pubblicati in italiano da Guanda; il saggio pacifista Lettera ai contadini sulla poverta' e la pace, pubblicato di recente in italiano da Ponte delle Grazie; il racconto Il bambino che sognava l'infinito, edito da Salani.
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E' in Provenza, in un periodo imprecisato, che il giovane Jean Giono conosce realmente Elzeard Bouffier, un uomo tranquillo che impiega il suo tempo piantando degli alberi. Il breve racconto e' la storia, un po' fiaba e molto poesia, di Elzeard e della sua terra.
Durante una delle sue lunghe passeggiate giovanili, alla vigilia della prima guerra mondiale, Jean incontra nel dipartimento francese delle Basse Alpi un taciturno pastore. Presenza insolita in un territorio completamente spopolato e che nella sua desolazione non offre, almeno a prima vista, nulla di cio' che puo' rendere piacevole la vita. E', invece, proprio tra quegli altipiani brulli e insignificanti, che il pastore ha trovato qualcosa per cui vivere ed essere felice: piantare alberi la' dove non ce ne sono piu'. Il breve racconto, dalla sorprendente sinteticita' e carica espressiva, si snoda tra le rare ma costanti visite, intervallate da due guerre mondiali, di Jean ad Elzeard, ora apicultore, ogni volta in un territorio divenuto, come per magia, sempre piu' bello, rigoglioso e accogliente, infine allietato da spensierati e fiduciosi insediamenti umani, tornati nei luoghi precedentemente abbandonati dalle altre generazioni.
Querce, betulle, faggi, silenziosi esseri attraverso i quali anche l'umanita' puo' rifiorire.
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Una parabola del fare, in silenzio, da soli, senza nessun riconoscimento, ad una distanza incolmabile con un mondo in tutt'altre faccende affaccendato, sorretti solamente dalla propria irrinunciabile rettitudine e dal proprio piacere. Una parabola di "come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione". Una favola che avremmo urgenza di trasformare in azioni concrete.
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Il libro dal 2008 e' disponibile in cofanetto, contenente anche la versione in cartoni animati, disegnati a matita da Frederic Back, con la voce narrante, nella versione italiana, di un notevole Toni Servillo. Il prezzo del cofanetto con libro + Cd e' di 16,80 euro.
 
3. INCONTRI. SI E' SVOLTO IL 18 MAGGIO UN INCONTRO DI STUDIO A VITERBO
 
Si e' svolto martedi' 18 maggio 2010 a Viterbo, presso la sede del "Centro di ricerca per la pace", un nuovo incontro di studio sulla comunicazione nonviolenta.
Dopo il consueto scambio di notizie su iniziative in corso e questioni di cui ci si occupa (difesa dell'ambiente, diritti umani, pace, opposizione al regime della corruzione ed ai poteri criminali) si e' proseguita la riflessione sulla gestione nonviolenta dei conflitti particolarmente a livello interpersonale nelle esperienze di convivenza comunitaria e di impegno sociale e civile.
Nel corso dell'incontro si e' anche riflettuto sulla questione della responsabilita' morale nella valutazione e nella scelta delle iniziative di impegno civile e dei metodi di azione dal punto di vista della nonviolenza (analizzando un caso di studio particolare), e si e' anche ragionato su alcune tecniche adeguate ed efficaci se correttamente gestite nell'attivita' di formazione alla nonviolenza (ed in particolare sull'uso - con la necessaria attenzione - dei giochi di ruolo nei training).
 
4. BULICAME. UNA COMUNICAZIONE AL PREFETTO DI VITERBO
[Riceviamo e diffondiamo]
 
Al prefetto di Viterbo
e per opportuna conoscenza: al sindaco del Comune di Viterbo, a tutti i consiglieri del Comune di Viterbo, ai mezzi d'informazione locali
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Signor prefetto,
la scorsa settimana abbiamo segnalato al Comune di Viterbo che nei giorni precedenti all'inizio di una delle vie di accesso che dalla strada asfaltata denominata strada Ponte del diavolo reca ad una delle pozze dell'area del Bulicame e' stata eretta una palizzata con un reticolato che impedisce il passaggio. E' stato inoltre scavato un fossato dinanzi all'improvvisata recinzione.
Ignorando se tali opere siano state autorizzate (non compaiono ne' cartelli di cantiere ne' altre pubbliche segnalazioni) e se siano o meno legittime, segnalavamo al Comune l'accaduto chiedendo un tempestivo intervento di verifica da parte delle competenti istituzioni e, ove ne ricorressero le condizioni, ogni conseguente azione ai fini della tutela dei diritti di tutti.
Non essendoci fin qui pervenuta comunicazione alcuna, ne' essendo stata rimossa la recenzione, con la presente chiediamo alla Prefettura di valutare l'opportunita' di intervenire presso il Comune affinche' si proceda alle verifiche richieste ed agli eventuali interventi conseguenti.
Restando in attesa di una risposta, distinti saluti,
*
le persone partecipanti all'incontro di formazione alla nonviolenza svoltosi domenica 16 maggio 2010 presso il centro sociale "Valle Faul" di Viterbo
Viterbo, 16 maggio 2010
Per comunicazioni: partecipanti agli incontri di formazione alla nonviolenza presso il centro sociale "Valle Faul", strada Castel d'Asso snc, 01100 Viterbo
 
5. STUDI E RICERCHE. SULLA RIVISTA DELL'ORDINE DEI MEDICI DI AREZZO UNO STUDIO DELLA DOTTORESSA LITTA SULL'INQUINAMENTO E IL DANNO ALLA SALUTE PRODOTTO DAL TRASPORTO AEREO A CIAMPINO
[Riceviamo e diffondiamo]
 
Nella rivista medico-scientifica dell'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Arezzo, "Il Cesalpino", nel fascicolo di aprile 2010, anno IX, numero 24, alle pagine 44-48, e' stato pubblicato uno studio della dottoressa Antonella Litta su "Il trasporto aereo come fattore d'inquinamento ambientale e danno alla salute. il caso di studio della citta' di Ciampino e delle scuole di Santa Maria delle Mole".
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La dottoressa Antonella Litta svolge l'attivita' di medico di medicina generale a Nepi. E' specialista in Reumatologia ed ha condotto una intensa attivita' di ricerca scientifica presso l'Universita' di Roma "la Sapienza" e contribuito alla realizzazione di uno tra i primi e piu' importanti studi scientifici italiani sull'interazione tra campi elettromagnetici e sistemi viventi, pubblicato sulla prestigiosa rivista "Clinical and Esperimental Rheumatology", n. 11, pp. 41-47, 1993. E' referente locale dell'Associazione italiana medici per l'ambiente (International Society of Doctors for the Environment - Italia) e per questa associazione e' responsabile e coordinatrice nazionale del gruppo di studio su "Trasporto aereo come fattore d'inquinamento ambientale e danno alla salute". E' referente per l'Ordine dei medici di Viterbo per l'iniziativa congiunta Fnomceo-Isde "Tutela del diritto individuale e collettivo alla salute e ad un ambiente salubre". Gia' responsabile dell'associazione Aires-onlus (Associazione internazionale ricerca e salute) e' stata organizzatrice di numerosi convegni medico-scientifici. Presta attivita' di medico volontario nei paesi africani. E' stata consigliera comunale. E' partecipe e sostenitrice di programmi di solidarieta' locali ed internazionali. Presidente del Comitato "Nepi per la pace", e' impegnata in progetti di educazione alla pace, alla legalita', alla nonviolenza e al rispetto dell'ambiente. E' la portavoce del Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti.
*
Nota per la stampa a cura del comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti
Viterbo, 19 maggio 2010
Per informazioni e contatti: e-mail: info at coipiediperterra.org, sito: www.coipiediperterra.org, recapito postale: c/o Centro di ricerca per la pace, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo
Per contattare direttamente la portavoce del comitato, la dottoressa Antonella Litta: tel. 3383810091, e-mail: antonella.litta at libero.it
 
6. APPELLI. IL CINQUE PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
 

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi si puo' destinare il cinque per mille al Movimento Nonviolento.

Non si tratta di versare denaro in piu', ma solo di utilizzare diversamente soldi gia' destinati allo Stato.

Destinare il cinque per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e' facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il numero di codice fiscale del Movimento Nonviolento, che e': 93100500235.

 
7. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: RIPENSARE I DIRITTI
[Riproponiamo (nuovamente ringraziando l'autore per avercela messa a disposizione) l'introduzione al libro di Philip Alston e Antonio Cassese, Ripensare i diritti nel XXI secolo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2004.
Giuliano Pontara e' uno dei massimi studiosi della nonviolenza a livello internazionale, riproduciamo di seguito una breve notizia biografica gia' apparsa in passato sul nostro notiziario (e nuovamente ringraziamo di tutto cuore Giuliano Pontara per avercela messa a disposizione): "Giuliano Pontara e' nato a Cles (Trento) il 7 settembre 1932. In seguito a forti dubbi sulla eticita' del servizio militare, alla fine del 1952 lascia l'Italia per la Svezia dove poi ha sempre vissuto. Ha insegnato Filosofia pratica per oltre trent'anni all'Istituto di filosofia dell'Universita' di Stoccolma. E' in pensione dal 1997. Negli ultimi quindici anni Pontara ha anche insegnato come professore a contratto in varie universita' italiane tra cui Torino, Siena, Cagliari, Padova, Bologna, Imperia, Trento. Pontara e' uno dei fondatori della International University of Peoples' Institutions for Peace (Iupip) - Universita' Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace (Unip), con sede a Rovereto (Tn), e dal 1994 al 2004 e' stato coordinatore del Comitato scientifico della stessa e direttore dei corsi. Dirige per le Edizioni Gruppo Abele la collana "Alternative", una serie di agili libri sui grandi temi della pace. E' membro del Tribunale permanente dei popoli fondato da Lelio Basso e in tale qualita' e' stato membro della giuria nelle sessioni del Tribunale sulla violazione dei diritti in Tibet (Strasburgo 1992), sul diritto di asilo in Europa (Berlino 1994), e sui crimini di guerra nella ex Jugoslavia (sessioni di Berna 1995, come presidente della giuria, e sessione di  Barcellona 1996). Pontara ha pubblicato libri e saggi su una molteplicita' di temi di etica pratica e teorica, metaetica  e filosofia politica. E' stato uno dei primi ad introdurre in Italia la "Peace Research" e la conoscenza sistematica del pensiero etico-politico del Mahatma Gandhi. Ha pubblicato in italiano, inglese e svedese, ed alcuni dei suoi lavori sono stati tradotti in spagnolo e francese. Tra i suoi lavori figurano: Etik, politik, revolution: en inledning och ett stallningstagande (Etica, politica, rivoluzione: una introduzione e una presa di posizione), in G. Pontara (a cura di), Etik, Politik, Revolution, Bo Cavefors Forlag,  Staffanstorp  1971, 2 voll., vol. I, pp. 11-70; Se il fine giustifichi i mezzi, Il Mulino, Bologna 1974; The Concept of Violence, Journal of Peace Research , XV, 1, 1978, pp. 19-32; Neocontrattualismo, socialismo e giustizia internazionale, in N. Bobbio, G. Pontara, S. Veca, Crisi della democrazia e neocontrattualismo, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 55-102; tr. spagnola, Crisis de la democracia, Ariel, Barcelona 1985; Utilitaristerna, in Samhallsvetenskapens klassiker, a cura di M. Bertilsson, B. Hansson, Studentlitteratur, Lund 1988, pp. 100-144; International Charity or International Justice?, in Democracy State and Justice, ed. by. D. Sainsbury, Almqvist & Wiksell International, Stockholm 1988, pp. 179-93; Filosofia pratica, Il Saggiatore, Milano 1988; Antigone o Creonte. Etica e politica nell'era atomica, Editori Riuniti, Roma 1990; Etica e generazioni future, Laterza, Bari 1995; tr. spagnola, Etica y generationes futuras, Ariel, Barcelona 1996; La personalita' nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996; Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996; Breviario per un'etica quotidiana, Pratiche, Milano 1998; Il pragmatico e il persuaso, Il Ponte, LIV, n. 10, ottobre 1998, pp. 35-49; L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ega, Torino 2006. E' autore delle voci Gandhismo, Nonviolenza, Pace (ricerca scientifica sulla), Utilitarismo, in Dizionario di politica, seconda edizione, Utet, Torino 1983, 1990 (poi anche Tea, Milano 1990, 1992). E' pure autore delle voci Gandhi, Non-violence, Violence, in Dictionnaire de philosophie morale, Presses Universitaires de France, Paris 1996, seconda edizione 1998. Per Einaudi Pontara ha curato una vasta silloge di scritti di Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, nuova edizione, Torino 1996, cui ha premesso un ampio studio su Il pensiero etico-politico di Gandhi, pp. IX-CLXI". Una piu' ampia bibliografia degli scritti di Giuliano Pontara aggiornata fino al 1999 (che comprende circa cento titoli), gia' apparsa nel n. 380 de "La nonviolenza e' in cammino", abbiamo successivamente riprodotto nel n. 121 di "Voci e volti della nonviolenza"]

Gli autori dei due scritti che costituiscono questo volume (l'undicesimo) della collana "Alternative" sono entrambi noti studiosi del diritto internazionale dei diritti umani.
Ambedue sono anche da anni impegnati in organizzazioni internazionali di monitoraggio e protezione di tali diritti. Philip Alston e' uno dei massimi esperti mondiali nel campo dei diritti economici, sociali e culturali, ed e' stato per otto anni - dal 1991 al 1998 - presidente del Comitato dell'Onu su questi diritti. Antonio Cassese, giudice, autore di importanti lavori sui diritti umani, ha presieduto per cinque anni - dal 1993 a 1997 - il Tribunale dell'Aja sui crimini nella ex Iugoslavia (International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia).
Entrambi gli autori "prendono i diritti sul serio". Sono quindi perfettamente coscienti dell'uso puramente ideologico cui il linguaggio dei diritti molto bene si presta e della retorica dei diritti, spesso usata nelle giustificazioni ufficiali di interventi "umanitari" di vario tipo (da qualsiasi parte avvengano) allo scopo di stendere cortine di fumo su azioni in realta' mosse da ben altre ragioni e far accettare alla gente politiche che, nei migliori dei casi, con i diritti umani non hanno nulla a che fare e, nei peggiori, comportano gravi e ripetute violazioni di essi.
Ambedue gli autori concordano anche nel ritenere il sistema dei diritti umani, come concepito mezzo secolo fa, strumento sempre piu' inadeguato.
Muovendo da una concezione dinamica, essi evidenziano il bisogno di ripensare e ridisegnare il sistema dei diritti umani in funzione del susseguirsi sempre piu' rapido di avvenimenti che in pochi decenni hanno profondamente cambiato il mondo. Da questo punto di vista i due scritti in questo volume sono complementari l'uno all'altro. Alston auspica un ripensamento del diritto internazionale in modo tale che anche degli attori non statali siano trattati alla stregua di "soggetti" al pari degli stati. Cassese insiste sul problema dell'enforcing, additando come particolarmente importanti alcuni diritti "essenziali".
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Una delle sfide cui il sistema dei diritti umani, tradizionalmente inteso su basi puramente statocentriche, si trova di fronte e' posta dalla drastica riduzione della sfera del potere statale e dalla parallela ascesa di potenti attori non statali, connessa con il modello neoliberista prevalente nell'attuale processo di globalizzazione dell'economia. Prevale la tendenza allo stato minimo (peraltro armato fino ai denti), "guardiano notturno" della legge e dell'ordine. Il resto e' lasciato sempre di piu' alle operazione di un mercato globale presupposto libero, in realta' fortemente dominato da diecimila multinazionali e da potenti istituzioni finanziarie internazionali quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale.
In questo modello, caratterizzato dalla deregulation del potere di attori privati mossi dalla logica dell'efficienza economica e della massimizzazione del profitto, favorevole alla privatizzazione anche dei servizi pubblici piu' essenziali, in cui le esigenze connesse al rispetto dei diritti sono sistematicamente messe in secondo piano (a meno che non si tratti di quelle che favoriscono le operazione del mercato e dello stato minimo), i deboli del mondo, coloro che non hanno potere contrattuale e potere di acquisto, sono destinati ad essere spazzati via. La logica in questo modello non e' quella di una benigna mano invisibile che assicura continui miglioramenti per tutti, bensi' piuttosto quella di un duro stivale - spesso assai visibile - che a grandi pedate relega i piu' poveri e i piu' deboli nei ghetti della poverta' assoluta.
La tesi centrale sostenuta da Alston nel suo scritto e' che, tale essendo la situazione globale, una delle grandi sfide per il sistema dei diritti umani e' quella di ristrutturare il diritto internazionale dei diritti estendendo la portata del principio di responsabilita' dagli stati ad attori non statali quali, in primo luogo, le imprese multinazionali e le grandi organizzazioni finanziarie internazionali. Infatti, a tutt'oggi, tali attori, in quanto attori non statali, non sono vincolati dalle norme del diritto dei diritti. La proposta di Alston puo' avere implicazioni piu' o meno radicali, e la fattibilita' di quanto implicato puo' essere piu' o meno realistica. Come minimo, essa comporta che le politiche di attori non statali del tipo menzionato dovrebbero essere monitorate da sistemi internazionali ufficiali di controllo e attuazione dei diritti (e non solo dal mondo delle Ong - Amnesty International, Human Rights Watch, ecc. - come avviene oggi).
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La lista dei diritti umani e' molto estesa e nuovi si vanno aggiungendo. Alcuni di essi, come certi diritti civili e politici, sono diritti "negativi" nel senso che richiedono immunita' da certi tipi di interferenza; altri, segnatamente certi diritti economici e sociali, sono "positivi", nel senso che implicano una pretesa di interventi di un certo tipo. I primi si violano essenzialmente per commissione, i secondi anche per omissione. Si dice spesso che tutti i diritti umani sono indivisibili e interdipendenti. E in qualche senso lo sono. Ma e' chiaro che essi possono confliggere, quanto meno nel senso che, come si continua a rilevare da varie parti, a causa della scarsita' di risorse non tutti possono venire pienamente attuati in breve tempo e per tutti.
Teoricamente, vi sono vari modi per risolvere conflitti tra diritti e tra politiche alternative che incidono variamente sui diritti umani di molte persone. Un modo e' quello di prendere tutti i diritti ugualmente sul serio e quindi di volta in volta (cercare di) individuare la politica che probabilmente conduce alla maggiore attuazione totale dei diritti - nel lungo periodo dato che, plausibilmente, i diritti di individui futuri contano tanto quanto contano quelli degli individui oggi esistenti. Secondo questo modo di vedere non vi sono diritti umani assoluti, che non e' mai lecito violare: tra i diritti vi possono essere trade-offs. Plausibilmente, e fino a prova contraria, sia il numero delle persone i cui diritti sono coinvolti, sia il numero dei diritti attuati rispettivamente non attuati o violati, sia i gradi di attuazione, non attuazione o violazione, sono fattori ugualmente importanti. Inutile dire che, dato il gran numero di persone e di diritti coinvolti, le stime necessarie per individuare di volta in volta le politiche piu' atte a massimizzare la fruizione totale dei diritti comportano calcoli e operazioni estremamente complessi.
Un modo di rendere il problema piu' gestibile consiste forse nel dare priorita' a pochi diritti che possono plausibilmente essere considerati basilari, ossia tali che l'effettiva fruizione di essi e' condizione necessaria per il perseguimento e la fruizione di tutti gli altri diritti.
Tra i diritti basilari vi saranno, plausibilmente, oltre al diritto alla vita, il "diritto alla liberta' dalla fame" (come sancito nel Patto sui diritti economici, sociali e culturali), e oggi si puo' certamente aggiungere, dalla sete; o piu' in generale, un diritto di "sopravvivenza", inteso come diritto a un nutrimento adeguato, acqua potabile, servizi igienici e sanitari essenziali, educazione di base, insomma un diritto a quelle risorse basilari necessarie per raggiungere quel tenore di vita materiale e mentale a sua volta necessario per poter perseguire qualsiasi altro valore, scelta o proprio piano di vita. Questa e' la via indicata da Cassese il quale appunto suggerisce che la "comunita' internazionale", al fine di non disperdere energie e poter agire piu' efficacemente nella promozione dei diritti umani, negli anni a venire dovrebbe focalizzare l'attenzione su un numero ristretto di diritti civili politici ed economici "essenziali", potenziando contemporaneamente il sistema di controllo e implementazione di essi.
*
I diritti umani pongono severi limiti alle politiche locali e globali sia degli attori statali sia degli attori non statali. Cio' vale forse in particolar modo per i diritti basilari, quale quello alla liberta' dalla fame. Se la gente in alcune parti del mondo muore di fame in seguito alle politiche economiche di certi stati, o di certe imprese multinazionali e certe istituzioni finanziarie internazionali, perche' questi stati, imprese, istituzioni non sarebbero da ritenere corresponsabili di violazioni massicce di siffatto diritto? Si considerino, a titolo di puro esempio, i due seguenti casi.
- Le sovvenzioni dei paesi ricchi dell'Occidente alla propria agricoltura, dell'ordine di 300 miliardi di dollari annui, e quelle alla produzione di tabacco, dell'ordine di 200 miliardi di dollari annui - da paragonarsi ai 52 miliardi di dollari annualmente devoluti all'assistenza nei "paesi in via di sviluppo" - producono, in questi ultimi, congiuntamente con le politiche doganali protezionistiche praticate dai primi, ulteriore disoccupazione, fame e miseria. Se tali sovvenzioni fossero drasticamente ridotte, e le politiche doganali radicalmente rivedute, tanti contadini del "Terzo Mondo" avrebbero ben altre possibilita' di esportazione dei loro prodotti, con conseguente diminuzione della poverta' e della fame tra di essi. Non comportano le politiche protezionistiche dei paesi occidentali violazioni di diritti umani?
- Se gli Stati Uniti, invece di praticare il dumping della sovrapproduzione delle proprie granaglie in Africa, comperassero quelle che ivi vengono prodotte e quindi usassero le proprie risorse nella loro distribuzione, cio' costituirebbe un grande stimolo per l'agricoltura africana proprio dove c'e' maggiore bisogno di esso, con conseguente riduzione di disoccupazione, poverta', fame tra le popolazioni locali. Le esigenze di attuazione di diritti umani basilari non fanno si' che il dumping praticato dagli Usa costituisca una violazione di tali diritti?
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I diritti implicano obblighi, e se gli obblighi non vengono onorati i diritti rimangono parole nelle Carte. Diritti umani basilari come quello alla vita e alla liberta' dalla fame implicano un obbligo dei governi (specie quelli che hanno ratificato i patti e le convenzioni in cui siffatti diritti sono sanciti), nonche' della comunita' internazionale di creare leggi, norme e istituzioni per la realizzazione di quelle politiche necessarie alla loro attuazione - a livello globale.
Qui ci si scontra con un altro difficile problema per il sistema dei diritti umani, quello rappresentato dall'espansione dell'egemonia - specie militare - degli Stati Uniti nel mondo. Da piu' di mezzo secolo, la politica, tanto interna quanto estera, degli Usa viene ufficialmente presentata e giustificata come ispirata alla promozione dei diritti umani.
Nel gennaio del 1941 il presidente F. D. Roosvelt, in un famoso messaggio al Congresso, proponeva una nuova societa' mondiale fondata sul rispetto, "da parte di tutti", dei diritti alla liberta' di parola e di pensiero, alla liberta' di culto, alla liberta' dal bisogno e alla liberta' dalla paura.
Mezzo secolo dopo, alla Conferenza mondiale sui diritti umani che ebbe luogo a Vienna nel giugno l993, l'allora Segretario di Stato statunitense, Warren Chistopher, ribadiva l'impegno degli Usa nella difesa "della universalita' dei diritti umani" contro "gli aggressori di tutto il mondo e coloro che incoraggiano la diffusione delle armi", in base a un criterio unico di comportamento determinato dalla universalita' stessa dei diritti. E, immancabilmente, ogniqualvolta gli Usa sono intervenuti militarmente, da soli o alla testa di alleanze, sulla scena internazionale (interventi armati in Somalia, Bosnia, Kosovo, Iraq) essi si sono richiamati alla protezione dei diritti umani. Ma alle parole corrispondo di rado i fatti.
E' noto che gli Stati Uniti sono i maggiori esportatori di armi nel mondo. E' arcinoto che gli Usa non hanno ratificato vari Patti e Convenzioni intesi a dare maggiore concretezza ai diritti sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Non hanno ratificato ne' il Patto sui diritti economici, sociali e culturali del 1966 (ritenendo che parlare di tali diritti sia un nonsenso - una "lettera a Babbo Natale" aveva a suo tempo ironicamente caratterizzato questa categoria di diritti l'ambasciatore statunitense all'Onu Jeanne Kilpatrick), ne' la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione della donna del 1979, ne' la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia del l989 (unico paese al mondo, assieme alla Somalia, a non averla ratificata). Inoltre, pur avendo ratificando il Patto sui diritti civili e politici, essi hanno formulato precise riserve nei confronti dell'articolo 6(5) che proibisce la pena di morte per reati commessi da persone antecedentemente al loro diciottesimo anno di eta', sancendo che "nella legislazione presente e futura" degli Usa la pena capitale puo' essere comminata anche a persone per reati commessi quando erano minori. (Sedici stati mantengono a tutt'oggi una legislazione che permette l'esecuzione capitale per reati commessi da minori: tra questi, l'Arkansas e il North Carolina pongono il limite a quattordici anni, la Louisiana e la Virginia a quindici, il Mississippi a tredici). Gli Stati Uniti hanno anche formulato precise riserve nei confronti dell'articolo 7 dello stesso Patto che proibisce punizioni o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, sancendo che gli Usa sono vincolati da questo articolo "soltanto nella misura in cui 'punizione o trattamento crudele, inumano o degradante' significa punizione crudele o inusuale" come proibita dalla Costituzione degli Stati Uniti. Una simile riserva condiziona anche l'accettazione da parte degli Usa della Convenzione contro la tortura del 1984. Nel momento in cui sto stendendo queste righe gli Stati Uniti - che non intendono ratificare il trattato istitutivo della Corte penale internazionale - stanno allestendo tribunali militari speciali, incompatibili con ogni sistema democratico e stato di diritto, per giudicare i prigionieri tenuti a Guantanamo in condizioni che contravvengono le norme del diritto internazionale vigente.
Una sfida per il sistema universale dei diritti umani e' quella di impedire che con l'egemonia militare statunitense prevalga a livello globale anche la concezione riduttiva dei diritti umani di cui la classe dirigente di questo paese e' portatrice. La sfida puo' addirittura essere nientemeno che quella di impedire che il diritto internazionale venga di fatto sostituito da quello americano. E' sperabile che l'Europa firmataria del Trattato di Amsterdam, entrato in vigore nel 1999, voglia e sia in grado di prendere questa sfida sul serio.
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Un'altra grande sfida per il sistema dei diritti umani nel XXI secolo e' quella - brevemente discussa da Cassese nell'ultima parte del suo scritto - concernente l'enforcing dei diritti - almeno di quelli essenziali. Come Cassese rileva, tale strategia si articola essenzialmente in due direzioni: da una parte, attraverso il perseguimento e la punizione (per scopi preventivi, non grettamente retributivi) di persone provate colpevoli di crimini internazionali (tortura, crimini contro l'umanita', genocidio) da corti nazionali, o da tribunali penali internazionali; dall'altra, attraverso il ricorso, come ultima ratio e in via del tutto eccezionale, all'intervento armato da parte della comunita' internazionale allo scopo di porre termine a violazioni sistematiche e massicce di diritti umani, o almeno di quelli indicati da Cassese come "essenziali".
Su questo ultimo punto il dibattito negli ultimi dieci anni si e' fatto sempre piu' intenso. Un numero crescente di voci, molte assai autorevoli, si sono alzate a sostenere o rispettivamente a contestare la tesi per cui il diritto internazionale deve essere sviluppato in modo tale da rendere possibile legittimare in base ad esso determinati interventi militari umanitari da parte della comunita' internazionale. Vari fautori di questa tesi auspicano addirittura la legittimazione di siffatti interventi anche senza l'autorizzazione dell'Onu - almeno in situazioni in cui l'Onu non sia in grado di agire e tutte le alternative diplomatiche e quelle di intervento non armato si siano dimostrate inefficaci. A sostegno di questa tesi si adducono talora vari precedenti di interventi fatti a scopo umanitario - o comunque ufficialmente presentati come tali - e avvenuti senza l'autorizzazione dell'Onu: l'intervento armato del Vietnam in Cambogia; l'intervento armato da parte dell'Ecowas (Economic Community of Western African States) nel l990 in Liberia dilaniata dalla guerra civile; l'intervento di truppe statunitensi, francesi e inglesi nel l991 nell'Iraq del Nord, giustificato ufficialmente come necessario per proteggere le popolazioni curde ivi residenti dopo il soffocamento della rivolta curda da parte dell'esercito di Saddam Hussein; i bombardamenti della Nato contro la Iugoslavia, e via dicendo. Il diritto internazionale non e' statico. Esso si trasforma continuamente attraverso nuove interpretazioni che non sono il risultato di conferenze diplomatiche internazionali, bensi' interpretazioni degli stati; e quando queste interpretazioni sono sostenute da grandi potenze e via via condivise da un numero sempre maggiore di stati, esse diventano in prosieguo di tempo consuetudine e un po' alla volta diritto vincolante (principio di effettivita'). Tuttavia, come Cassese rileva, non vi e' a tutt'oggi nel diritto internazionale consuetudinario una norma largamente accettata che sancisca interventi armati umanitari del tipo in questione. Sia in relazione al massiccio intervento armato della Nato in Kosovo nel 1999, sia in relazione all'intervento armato ancor piu' massiccio degli Usa e alleati contro l'Iraq (tutti e due gli interventi, come noto, sono avvenuti senza l'autorizzazione dell'Onu), la comunita' internazionale e' stata profondamene divisa.
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L'attuazione dei diritti umani richiede potere. Ma si puo' lecitamente perseguire la loro attuazione attraverso operazioni militari che comportano esse stesse la violazione di diritti? Questo e' il dilemma. Nella sua trattazione vengono spesso tirati in ballo vari principi, quello di "proporzionalita'", quello di "discriminazione" tra perpetratori di violazioni di diritti e innocenti (tra combattenti e civili), e quello tra "violazioni dirette" (deliberatamente volute) e "violazioni collaterali" (previste o prevedibili, ma non deliberatamente volute) di diritti umani.
Ciascuno di questi principi solleva piu' questioni di quelle che in base ad essi si cerca di risolvere. Le violazioni di diritti debbono essere proporzionali: come, quanto, a che cosa? E chi lo decide quando lo sono? Come si traccia piu' precisamente la linea di demarcazione tra coloro che sono coinvolti in violazioni massicce di diritti (combattenti) e coloro che non lo sono (civili)? Che senso ha, da parte delle vittime, se loro fondamentali diritti sono violati direttamente o collateralmente? E perche' mai le violazioni collaterali di diritti sarebbero meno importanti (quanto?) di quelle dirette?
Qualcuno e' forse disposto ad avanzare seriamente la tesi per cui interventi militari come quelli della Nato contro la Iugoslavia o della coalizione Usa-Gran Bretagna (perche' di questa in effetti si e' trattato) contro l'Iraq, non comportano nessuna violazione di diritti? Ma gia' le politiche di sanzioni - comprese quelle decise in varie occasioni dal Consiglio di Sicurezza (da quelle contro la Repubblica Sudafricana al tempo dell'apartheid ufficiale, a quelle contro l'Iraq) - hanno avuto effetti devastanti sui diritti di milioni di persone. Come rilevato in un rapporto del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali - steso in base a un'analisi di vari tipi di sanzioni e del loro impatto nei vari paesi colpiti - "le sanzioni determinano spesso interruzioni nella distribuzione di cibo, prodotti farmaceutici e sanitari, compromettono la qualita' dell'alimentazione e l'accesso all'acqua potabile, colpiscono gravemente il funzionamento dei servizi sanitari di base e dell'istruzione, abbattono il diritto al lavoro". Se questi sono gli effetti sui diritti umani delle politiche di sanzioni, figurarsi quali sono quelli connessi con i massicci interventi armati "umanitari" verificatisi gli ultimi quindici anni! E allora?
Allora e' auspicabile che il diritto internazionale non legittimi, in nome della tutela di diritti fondamentali, massicci interventi armati di tal tipo. E se per mettere fine a vistose e reiterate violazioni di diritti umani fondamentali e' ritenuto necessario, come ultima ratio, l'intervento armato da parte della comunita' internazionale, e' ovviamente importante che chi decide sull'ultima ratio non sia questo o quello stato o alleanza di stati e che le forze militari da far intervenire non siano quelle di paesi che nell'area di intervento hanno grossi interessi economici, geopolitici, ecc. E' quindi auspicabile che un eventuale diritto di intervento armato umanitario rimanga di esclusiva competenza dell'Onu.
E' ben vero che in seno all'Onu le decisioni di intervento le prende il Consiglio di Sicurezza, che queste decisioni sono politiche e che, attraverso l'istituto del veto, possono essere bloccate. Ma e' altrettanto vero che politiche sono pure le decisioni di intervento di uno stato o alleanza di stati. Quello che occorre, oggi piu' che mai, e' potenziare il processo di riforma democratica e ulteriore rafforzamento dell'Onu. Nella regia di un'Organizzazione delle Nazioni Unite piu' democratica, piu' forte ed economicamente piu' attrezzata sono pensabili efficaci, e dal punto di vista internazionale piu' credibili, interventi umanitari alternativi a quelli armati: politiche di sanzioni molto selettive volte a colpire i responsabili di massicce violazioni di diritti umani e non intere popolazioni; impiego di vasti contingenti di verificatori (in Kosovo, per esempio, invece di ritirare i verificatori Osce in vista e/o preparazione dei bombardamenti, si poteva potenziarne fortemente la presenza portandoli da poche migliaia a decine di migliaia); impiego di forze di intervento non armate.
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Comunque sia, l'introduzione nel diritto internazionale di una norma che sancisca, in determinate e ben specificate condizioni, "interventi armati umanitari" comporta l'evoluzione del diritto internazionale in direzione di una revisione dei principi di sovranita' e non-intervento. Ma cio' puo' avere implicazioni assai radicali. Se possono essere legittimati determinati e ben limitati interventi armati da parte della comunita' internazionale allo scopo di (cercare di) porre fine a massicce violazioni di diritti basilari perpetrate contro intere popolazioni dai loro governi o da fazioni coinvolte in una guerra civile, perche' non potrebbero parimenti essere legittimati interventi coercitivi (non dico armati!) da parte della comunita' internazionale nei confronti di stati - ma anche di attori non statali - le cui politiche economiche comportano palesi e gravi violazioni di diritti umani basilari tra le popolazioni del pianeta? E perche' non dovrebbero trovare legittimazione - sempre che sia possibile attuarle - misure volte a introdurre un sistema di tassazione coercitiva globale degli stati (e delle multinazionali) al fine di realizzare una ridistribuzione un po' piu' equa delle ricchezze e risorse del pianeta e garantire cosi' l'effettiva fruizione di diritti umani basilari per un numero crescente di persone? Cio' puo' a sua volta comportare una revisione del principio di sovranita' territoriale come sancito nell'articolo 1 comma 2 dei due Patti del '66 per cui "tutti i popoli possono disporre liberamente delle proprie ricchezze e delle proprie risorse naturali". E' vero che questo articolo puo' essere visto come volto a tutelare dallo sfruttamento i popoli piu' poveri e deboli; ma e' parimenti chiaro che esso favorisce fortemente anche quelli che sono piu' ricchi, lo siano per fortuna naturale, o come frutto di passate immani violenze e violazioni di diritti nei confronti di altri popoli, o per ambedue questi fattori.
La funzione del sistema dei diritti - presi sul serio - e' quella di costituire una barriera alla violenza in tutte le sue forme, da quella militare, a quella strutturale, a quella culturale. La grande sfida cui tale sistema si trova di fronte nel XXI secolo e' nientemeno che quella di riuscire a imporsi a livello globale. A rischio, altrimenti, di rivelarsi un inganno di piu'.
 
8. STRUMENTI. "AZIONE NONVIOLENTA"
 
"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Redazione, direzione, amministrazione: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 30 euro sul ccp n. 10250363 intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
 
9. SEGNALAZIONI LIBRARIE
 
Riletture
- Testi taoisti, Utet, Torino 1977, 2002, Mondadori, Milano 2009, pp. 684.
 
10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
 
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
 
11. PER SAPERNE DI PIU'
 
Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it
Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/
 
TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 196 del 20 maggio 2010
 
Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
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