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Archivi. 26



 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XII)

Numero 26 del 26 gennaio 2011

 

In questo numero:

1. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte nona)

2. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte decima)

3. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte undicesima)

 

1. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE NONA)

[Riproponendo il seguente testo che gia' riproducemmo nel nostro notiziario nel 2005, ancora una volta ringraziamo di cuore Bruno Segre per averci permesso di riprodurre sul nostro foglio ampi stralci dal suo utilissimo libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, la cui lettura vivamente raccomandiamo. Riportando passi di esso abbiamo omesso tutte le note, ricchissime di informazioni e preziose di riflessioni, per le quali ovviamente rinviamo chi legge al testo integrale edito a stampa.

Bruno Segre, storico e saggista, e' nato a Lucerna nel 1930, ha studiato filosofia alla scuola di Antonio Banfi; si e' occupato di sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell'ambito del movimento Comunita' fondato da Adriano Olivetti; ha insegnato in Svizzera dal 1964 al 1969; per oltre dieci anni ha fatto parte del Consiglio del "Centro di documentazione ebraica contemporanea" di Milano; per molti anni ha presieduto l'associazione italiana "Amici di Neve Shalom Wahat as-Salam"; nel quadro di un'intensa attivita' pubblicistica, ha dedicato contributi a vari aspetti e momenti della cultura e della storia degli ebrei; dirige la prestigiosa rivista di vita e cultura ebraica "Keshet" (sito: www.keshet.it). Tra le opere di Bruno Segre: Gli ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore, Milano 1998, 2003]

 

Alcune formidabili domande

In uno degli ultimi capitoli del Doctor Faustus (1947) Thomas Mann (1875-1955) espone le proprie riflessioni sui tragici accadimenti del 25 aprile 1945, quando ormai "la nostra resistenza in Occidente sta evidentemente dissolvendosi"; e le esprime attraverso osservazioni attribuite a Serenus Zeitblom, il bravo umanista tedesco, avverso ai nazisti, che nel romanzo funge da portavoce dell'autore.

In quelle pagine, scritte nel segno dell'angoscia per la catastrofe nazionale che proprio in quelle ore si stava consumando, Serenus registra il cupo fatalismo con il quale "il nostro popolo sciagurato, emaciato dal dolore e dallo spavento, incapace di comprendere" si pone di fronte al precipitare degli eventi. "L'uomo raccapricciante che or e' un anno sfuggi' all'attentato di patrioti disperati (...) ha ordinato ai suoi soldati di affogare in un mare di sangue l'attacco contro Berlino, di fucilare ogni ufficiale che osi parlare di resa". Su questo sfondo di ferocia e distruzione, quando "un generale d'oltre-Atlantico fa sfilare la popolazione di Weimar davanti ai crematori di quel campo di concentramento" (Buchenwald), coloro che vengono costretti a visitare il campo sono "cittadini che hanno tenuto dietro apparentemente con onore ai loro affari e tentato di non saper nulla, benche' il vento portasse alle loro nari il puzzo di carne umana bruciata". Hanno tentato di non sapere nulla, dunque sapevano. "La nostra vergogna e' esposta agli occhi del mondo" incalza Serenus Zeitblom. "Chiamatelo tenebrosa possibilita' della natura umana, quel che ora si scopre; ma uomini tedeschi, a decine, a centinaia di migliaia hanno commesso cio' che fa rabbrividire l'umanita'".

Sul versante opposto a quello delle centinaia di migliaia di "volonterosi carnefici di Hitler" (secondo l'icastico titolo di un'opera, molto discussa, del politologo americano Daniel J. Goldhagen) che misero fisicamente in atto lo sterminio, e dei milioni di europei che "non videro nulla" o assistettero alla Shoah con occhi distratti, vi furono casi non rari, in quei terribili anni, di singole persone prive di potere e lontane da esso che, aiutate talvolta da sparuti nuclei di collaboratori, scelsero a proprio rischio di prodigarsi per sottrarre gruppi di ebrei a un destino di sicura eliminazione.

Tre nomi per tutti: Giorgio Perlasca, il "fascista buono" (1910-1992) e Raoul Wallenberg, il diplomatico svedese (1912-?), che a Budapest, tra il 1944 e il gennaio del 1945, salvarono varie migliaia di ebrei ungheresi; e Oskar Schindler (1907-1974), l'imprenditore tedesco dei Sudeti che, facendo lavorare un migliaio di ebrei in alcune sue fabbriche nella Polonia occupata, riusci' a evitare che finissero nei crematori di Auschwitz.

A Berlino, nel cuore stesso del Terzo Reich, a partire dal 27 febbraio 1943 varie centinaia di donne "ariane" si raccolsero spontaneamente nella centralissima Rosenstrasse dando vita a una protesta impensabile e inaudita nella Germania hitleriana. Le manifestanti erano le mogli e le madri di un migliaio di ebrei "mezzosangue" e "imparentati" (cioe' sposati con donne "ariane"), che la Gestapo aveva prelevato nelle diverse fabbriche in cui erano costretti a lavorare per condurli e rinchiuderli in vari centri berlinesi di raccolta, in vista della deportazione "verso est".  Senza gesti di violenza, camminando per giorni interi, nell'arco di una settimana,  su e giu' in Rosenstrasse davanti all'ex sede amministrativa della Comunita' ebraica (in cui era stato allestito il centro principale di raccolta degli uomini da deportare), queste donne audaci riuscirono a ottenere la liberazione dei detenuti al grido di "Ridateci i nostri mariti! Ridateci i nostri figli!".

Alla fine del conflitto, nella stessa Berlino circa cinquemila ebrei risultarono essere stati nutriti, nascosti e messi in salvo da singoli "ariani" animati da coraggio e senso di umanita'. Nel mare magnum dell'indifferenza, questi isolati esempi di solidarieta' ebbero un'enorme importanza.

Ma nell'Europa egemonizzata dai nazisti, al di la' di questi casi individuali vi furono alcune nazioni (si pensi alla Bulgaria o alla Danimarca) in cui esponenti dell'elite, interpretando anche gli orientamenti delle popolazioni, osarono opporre varie forme di resistenza alla politica dello sterminio, riuscendo a incepparla efficacemente.

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Non v'e' dubbio che, nel mondo, settori molto ampi di opinione pubblica tardarono parecchio a rendersi conto che le uccisioni sistematiche di ebrei nei paesi baltici e nelle zone dell'Unione Sovietica conquistate dai tedeschi erano in realta' soltanto i primi passi di un piano per dare corso e compimento al genocidio degli ebrei d'Europa. E' altresi' probabile che sino alla fine della guerra la pratica delle gassazioni di massa rimanesse sconosciuta ai piu'.

Tuttavia i documenti oggi disponibili ci informano che, appena dopo l'inizio dell'"operazione Barbarossa" (22 giugno 1941), gli alti comandi della Wehrmacht gia' sapevano degli eccidi compiuti dalle Einsatzgruppen, e che a Berlino la burocrazia ministeriale, anche quella "dei piani bassi", ne era informata.

Non piu' tardi dell'agosto 1942 ne erano al corrente il governo di Roma, molti governi neutrali e quelli delle potenze in guerra con la Germania (Gran Bretagna e Stati Uniti, oltre naturalmente all'Unione Sovietica, sul cui territorio le stragi si stavano compiendo). Lo sapevano le Chiese tedesche (quella cattolica e quelle protestanti) e lo sapeva il Vaticano, come dimostra il promemoria fatto pervenire il 17 marzo 1942 da rappresentanti dell'Agenzia ebraica, del Congresso mondiale ebraico e della Comunita' ebraica elvetica (nelle persone di Richard Lichtheim e Gerhardt Riegner) al nunzio apostolico a Berna, monsignor Bernardini.

Una sensibilissima testimone del nostro tempo, Gitta Sereny - giornalista e saggista viennese di origine ungherese, che per lunghi anni si e' data ad analizzare cio' che accadde al popolo tedesco durante il nazismo, cercando poi anche di cogliere i sentimenti dei tedeschi d'oggi nei riguardi del loro passato - sostiene con  argomenti apprezzabili che dopo la fine della guerra, a parte la comunita' mondiale ebraica, il paese che con maggiore convinzione si e' rivelato disposto a considerare la Shoah come il crimine piu' infame e atroce del secolo e' stato proprio la Germania. "E' in Germania", scrive la Sereny, "che sono stati introdotti i provvedimenti legali ed educativi piu' efficaci per affrontare questo terribile passato". Ed ella rammenta come nell'autunno del 1958 il Congresso dei ministri della giustizia dei Laender della Germania Ovest abbia costituito  a Ludwigsburg, non lontano da Stoccarda, l'Agenzia centrale per le indagini sui crimini nazionalsocialisti. Nei quattro decenni successivi circa 130 pubblici ministeri e giudici, assistiti da 300 funzionari di polizia, indagarono su piu' o meno centomila persone, sospettate di avere commesso crimini nazisti. "Gli svariati processi che ne risultarono - alcuni dei quali durati mesi, perfino anni - hanno rappresentato una pietra miliare nel percorso compiuto dalla Germania Ovest per affrontare il suo passato e cominciare a venire a patti con esso. (...) Nel corso degli anni i media e le autorita' preposte all'istruzione hanno appoggiato senza mezzi termini i processi per crimini nazisti, ai quali hanno assistito migliaia di studenti dei licei e delle universita'". In Germania, sostiene in conclusione la Sereny, la presa di coscienza della natura e delle conseguenze della tirannia hitleriana ha costituito e costituisce una scoperta che coinvolge i tedeschi di tutte le generazioni, non soltanto delle generazioni del tempo di guerra. Si tratta di una scoperta che in milioni di persone, compresi i giovani d'oggi, ha prodotto una ferita molto profonda che tarda a rimarginarsi. "Il fatto che questa ferita esista e sia stata sentita con tanta profondita' per ben mezzo secolo ha alterato quello che solitamente veniva chiamato il 'carattere tedesco'. E se oggi la Germania (in modo del tutto diverso da quanto pianificato da Hitler) e' diventata non la padrona, ma il cuore dell'Europa, ritengo che sia proprio perche' e' con questa ferita che continuano a confrontarsi ancor oggi i tedeschi di ogni eta'".

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Detto cio', persistono due formidabili domande di fondo alle quali, a mio avviso, ne' la celebrazione di processi contro i crimini nazisti ne' l'apertura di archivi rimasti a lungo sigillati riusciranno mai a offrire risposte esaurienti. Come e' stato possibile che un paese quale la Germania abbia dato corso al genocidio ebraico? Quali iniziative si sarebbero potute, o dovute, prendere per impedire il massacro di milioni di vittime inermi?

Per quanto imbarazzo lo storico della Shoah incontri nell'affrontare una tematica di questa natura, conviene qui elencare alcuni altri fra i molti quesiti che, ancora dopo piu' di mezzo secolo, sogliono essere riproposti. Quale fu nei vari Stati dell'Europa continentale occupata, e quale peso ebbe, la collaborazione degli organi locali di governo e di polizia nella deportazione degli ebrei? Quali furono gli atteggiamenti prevalenti fra le popolazioni? Quali furono i gesti e le politiche delle Chiese cristiane, e in particolare del Vaticano? Come reagirono i governi alleati, soprattutto quelli di Londra e Washington, e i loro organi militari quando constatarono la natura e le dimensioni dell'eccidio in corso? Con quanta tempestivita' si mossero i governi neutrali (in particolare la Svizzera e la Svezia) e le grandi organizzazioni internazionali (come la Croce Rossa)? In che misura gli ebrei destinati allo sterminio vi si opposero mettendo in atto tentativi di autodifesa? Che cosa impedi' agli ebrei di Germania, la cui integrazione nella vita tedesca prima del 1933 era da molti considerata esemplare, di avere un'esatta percezione della vocazione criminale dell'antisemitismo che andava emergendo, e quindi di predisporre efficaci contromisure? Le organizzazioni ebraiche non sottoposte al dominio nazista (ossia i rappresentanti degli ebrei residenti nella Palestina sotto mandato britannico e i dirigenti di molte importanti comunita' della diaspora) furono all'altezza delle responsabilita' imposte loro dalla piu' orrenda catastrofe della storia degli ebrei?

Nel dedicare a questi temi qualche riflessione, prendero' in esame alcune interpretazioni significative che la critica storica ha espresso negli ultimi anni.

 

2. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE DECIMA)

 

L'amnesia della Shoah

Nel periodo tra la presa del potere da parte di Hitler nel 1933 e la fine del 1940, anno in cui unita' delle SS e della Wehrmacht iniziarono a spostare masse di ebrei da varie regioni europee nei territori polacchi recentemente occupati, gli ebrei assassinati dai nazisti furono poco meno di centomila (secondo calcoli del politologo americano Raul Hilberg). Nel 1941, a seguito della ghettizzazione, dei massacri periodici in Polonia e degli assalti omicidi delle Einsatzgruppen e di altre unita' militari nei territori occupati dell'Unione Sovietica, il numero delle vittime aumento' vertiginosamente raggiungendo un milione e centomila morti. Ma l'anno in cui la strage raggiunse il picco piu' elevato fu il 1942: circa due milioni e settecentomila morti. Dopo la conferenza di Wannsee (gennaio 1942), venne avviata in marzo la Aktion Reinhard, coordinata dal generale Odilo Globocnik, comandante delle SS e della polizia del distretto di Lublino (uomo mostruosamente crudele e venale, uno dei peggiori in assoluto fra i criminali nazisti, morto suicida il 6 giugno 1945 al momento d'essere arrestato da una pattuglia britannica in Carinzia), mentre nel corso dell'estate cominciarono a viaggiare treni che da est e da ovest trasportavano gli ebrei verso i campi di sterminio allestiti appositamente in Polonia. Nel 1943 il numero delle vittime scese a cinquecentomila. Il grande serbatoio polacco dell'ebraismo est-europeo era ormai praticamente svuotato. Dopo d'allora, per procurarsi nuovi ebrei da deportare la burocrazia nazista dovette estendere i suoi tentacoli altrove, nei paesi dell'Europa centrale, meridionale e occidentale.

Allo sterminio degli ebrei d'Europa diedero un notevole contributo molti non tedeschi: poliziotti e burocrati locali, persone disposte non solo a manovrare i treni e a fare la guardia ai campi, ma anche a dare la caccia agli ebrei privandoli dei loro beni e a sbrigare il notevole lavoro cartaceo legato alle deportazioni. Nel novero dei collaborazionisti non mancarono i "Hiwi", cioe' i membri di diverse formazioni di ausiliari dell'Europa orientale che operavano a fianco dei nazisti e sotto la loro supervisione. Fra questi ausiliari, si segnalarono per particolare efferatezza i cosiddetti "trawniki", cioe' quei prigionieri di guerra ucraini che, offertisi volontari al servizio delle SS e della polizia, furono inviati in un campo di addestramento a Trawniki, nel distretto di Lublino. Qui, acquisite le competenze necessarie per fungere da guardie dei ghetti e dei campi di concentramento del "Governatorato generale", contribuirono alle deportazioni e alle fucilazioni in massa e costituirono la componente principale delle forze di sorveglianza nei campi di sterminio di Chelmno, Treblinka, Belzec e Sobibor, dove (secondo le stime ufficiali polacche, che probabilmente peccano per difetto) entro l'ottobre 1943 vennero eliminati due milioni di ebrei e cinquantaduemila zingari. I nazisti trovarono collaboratori zelanti anche in Lituania, in Lettonia, nelle diverse regioni conquistate dell'Unione Sovietica, in altri paesi dell'Europa centrale e orientale, e anche nell'Europa occidentale, segnatamente in Francia e in Italia.

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Nei vasti territori dell'Europa dell'est occupati dai nazisti, l'opinione pubblica era pesantemente condizionata da tradizioni antiebraiche che risalivano molto addietro nel tempo. Prima dell'inizio della seconda guerra mondiale, gli ebrei che vivevano negli Stati indipendenti compresi tra la Germania e l'Unione Sovietica erano circa quattro milioni e mezzo: costituivano cioe' minoranze importanti. In Polonia, per esempio, erano il 10 per cento circa dell'intera popolazione. Attorno al 1939, secondo Ezra Mendelsohn, autore del migliore studio sulla vita ebraica in queste regioni tra le due guerre, gli ebrei erano minacciati da una grave crisi: la base economica della loro esistenza, tradizionalmente legata a determinate funzioni e attivita' professionali, appariva molto indebolita; i governi andavano moltiplicando a loro carico le interdizioni; ampi settori del mondo politico li incalzavano con attacchi aspri, tesi a ostacolare o a rallentare la loro integrazione sociale. Naturalmente, tra Stato e Stato si registravano differenze rilevanti: mentre in Jugoslavia e nei paesi baltici l'antisemitismo era abbastanza blando, le grandi comunita' ebraiche concentrate in Polonia, Romania e Ungheria vivevano in condizioni molto piu' difficili.

Quando questi paesi caddero sotto il dominio nazista, le tensioni del periodo prebellico si esacerbarono. I nazisti facevano di tutto per creare, mediante i ghetti, barriere fisiche e morali che riducessero al minimo le comunicazioni tra ebrei e non ebrei. Come reagirono allora le varie popolazioni alla persecuzione e ai massacri messi in atto dai nazisti?

E', questo, un punto delicatissimo, sul quale s'e' sviluppato per decenni fra gli storici un dibattito acceso, concentrato soprattutto sulla Polonia dove viveva la comunita' ebraica piu' numerosa e dove i nazisti avevano stabilito le sedi dello sterminio. Gli storici polacchi ebbero spesso a negare che nella societa' del loro paese vi fosse, durante la Shoah, una rilevante ostilita' popolare. Per contro gli studiosi di parte ebraica, pur proponendo un ventaglio di valutazioni diverse, si sono generalmente trovati d'accordo nel sostenere che gli ebrei, mai completamente accettati quale parte integrante della nazione polacca, affrontarono lo sterminio nella diffusa indifferenza della popolazione: intere comunita' ebraiche sradicate e avviate al macello senza che la quiete dei villaggi polacchi fosse in alcun modo turbata dalla tragedia. "Una indifferenza", osserva Francesco M. Cataluccio, "che ha mille motivazioni, ma che rimane, tutto sommato, ancor oggi inspiegabile. Non si tratta soltanto di antisemitismo, (...) ma di qualcosa di molto piu' profondo e oscuro. Qualcosa che per molti anni e' rimasto in ombra".

Questo "qualcosa che per molti anni e' rimasto in ombra", se per un verso chiama direttamente in causa l'antico retaggio dell'antigiudaismo polacco di matrice cattolica, per un altro fa riferimento anche al particolare atteggiamento che i regimi comunisti subentrati dopo il 1945 nell'Europa orientale assunsero verso gli ebrei e verso le memorie della Shoah: un atteggiamento di profonda rimozione, come parte del tentativo di dissolvere la questione ebraica nel mito della creazione dell'"uomo nuovo".

E' questo uno dei temi, fra gli altri, che Gabriele Eschenazi e Gabriele Nissim hanno affrontato in Ebrei invisibili. I sopravvissuti dell'Europa orientale dal comunismo a oggi: un testo che, ricostruendo per la prima volta la trama delle vicende ebraiche nell'"altra Europa", ha il pregio di analizzare la dinamica ebrei-comunismo senza mai perdere di vista il retroterra dello sterminio nazista.

Per quanto concerne specificamente la Polonia, come s'e' gia' detto, prima del 1939 un polacco su dieci era ebreo. Ancor oggi, nella memoria ebraica la Polonia rievoca lo Yiddishland e tutto cio' che vi e' legato: lingua, pratica religiosa, shtetl. Per molto tempo il mondo degli ebrei polacchi costitui' un faro della cultura ebraica. Terra di accoglienza degli esiliati sin dal IX secolo, il paese fu la culla di alcune delle grandi correnti dell'ebraismo in Europa. Varia e intensa vi si presentava la vita degli ebrei prima che Hitler facesse della Polonia il fulcro del genocidio. Fino ad allora, il paese contava la  comunita' ebraica quantitativamente piu' cospicua nel mondo, persino piu' numerosa di quella dell'Urss. Dei 3.250.000 ebrei polacchi del periodo precedente la guerra, nel 1945 ne erano sopravvissuti solo 250.000, dei quali 150.000 rimpatriati dall'Urss nel 1946. Questo trauma orrendo, senza precedenti - riacutizzato da una serie di pogrom di cui furono vittime i sopravvissuti, come quello abietto, inammissibile di Kielce il 4 luglio 1946 - indusse molti ebrei, dopo la guerra, a fuggire dal paese,  trasformato ormai in un gigantesco cimitero. Sotto il regime comunista, diverse ondate di antisemitismo, in particolare nel 1968-1969, finirono con l'annientare in Polonia ogni parvenza di vita ebraica. (A seconda delle stime, si calcola che nel 1999 vivessero nel paese tra i duemila e i quindicimila ebrei).

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Piu' in generale, i regimi comunisti dei vari paesi est-europei non ebbero mai, verso i pochi ebrei rimasti nei loro territori dopo la Shoah, un atteggiamento univoco e costante bensi' passarono, piuttosto, da momenti di "normalita'" ad altri in cui l'antisemitismo, dietro la maschera dell'antisionismo, si dimostrava in perfetta sintonia con l'ideologia comunista. Sul tema specifico del genocidio nazista, la censura impedi' per anni la nascita di una pubblicistica che si discostasse dallo schema propagandistico imposto dal potere. Innegabilmente, in Polonia la guerra di Hitler aveva provocato tra i cittadini cattolici un numero di vittime pari a quello registrato presso gli ebrei: tre milioni di morti per ciascuna delle due comunita'. Memore dell'atteggiamento di sostanziale indifferenza e passivita' manifestato dalla popolazione polacca di fronte al massacro degli ebrei, il giornalista e scrittore Konstanty Gebert, autorevole dirigente della piccola comunita' ebraica polacca, ebbe acutamente a osservare che "non e' vero [che il martirio renda piu' nobili]. Il proprio martirio rende indifferenti a quello degli altri. I polacchi ne sono stati un esempio magistrale". Non solo per questo, ma anche per questo, in tutta l'Europa egemonizzata dall'Unione Sovietica si e' potuta  per decenni privilegiare la diffusione di una storiografia ufficiale, che negava ogni specificita' ebraica della Shoah e parlava dell'antisemitismo come di un mezzo usato dai nemici di classe per schiavizzare i lavoratori. Presentandosi quali antitesi radicali al capitalismo, di cui il nazismo e l'antisemitismo sarebbero stati soltanto delle varianti, i regimi comunisti finirono per deresponsabilizzare gli individui, inibendo il formarsi di una memoria storica e di una coscienza critica e autocritica della Shoah.

"Vivendo in una simile atmosfera", commentano Eschenazi e Nissim, "molti ebrei non dovevano piu' porsi domande inquietanti, ne' chiedersi come mai i loro amici li avevano abbandonati per saltare, come scrive Hannah Arendt, sul 'treno della storia'. Potevano liberarsi dalla paura e pensare che chi aveva loro fatto del male era stato condizionato dall''ambiente', ma in fondo era innocente. Il dolore che avevano patito perdeva ogni legame con chi lo aveva provocato; diventava una cosa 'astratta', senza nome".

 

3. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE UNDICESIMA)

 

Varianti di antisemitismo: l'Italia di Salo' e la Francia di Vichy

Nel mondo occidentale, dopo la fine della seconda guerra mondiale il lavoro degli storici del genocidio ebraico si svolse per circa quindici anni in un quadro di relativa solitudine. Si trattava di un lavoro difficile, di raccolta e vaglio critico delle testimonianze dei sopravvissuti (vittime e carnefici), di reperimento di archivi spesso inaccessibili, nonche' di scavo paziente in archivi spesso difficilmente reperibili. Un risveglio dell'attenzione e dell'interesse del grande pubblico si registro' soltanto nel 1961, all'epoca del processo Eichmann. La scarsa informazione sin allora disponibile facilito' la diffusione del cosiddetto "negazionismo", il cui primo manifestarsi risale appunto agli anni cinquanta.

Quando negli anni settanta Willy Brandt, in veste di cancelliere della Repubblica federale tedesca, ando' a inginocchiarsi davanti alle rovine del ghetto di Varsavia, quel gesto simbolico colpi' notevolmente l'opinione pubblica mondiale, innescando in Germania un significativo conflitto generazionale tra i figli e i padri ex nazisti, e incoraggiando gli storici a scandagliare in profondita' l'universo complesso del Terzo Reich hitleriano.

Poco dopo la meta' degli anni ottanta lo storico canadese Michael R. Marrus faceva notare che il campo della ricerca sulla Shoah si presentava ormai troppo esteso perche' una persona potesse pretendere di dominarlo da sola. A quell'epoca, erano gia' circa duemila le opere a stampa piu' importanti che un'ideale selezione bibliografica avrebbe potuto annoverare.

Ora, varcato l'ingresso nel XXI secolo, abbiamo la possibilita' di accedere a una memorialistica ricchissima, che dello sterminio esplora gli aspetti e i momenti piu' diversi. A prescindere dalle opere di fantasia e propaganda, che pure vi sono, dai numerosi, piu' o meno triviali prodotti filmici e televisivi riproposti a getto continuo o da una certa sottoletteratura che esibisce forme davvero immonde di sollecitazione al consumo del sadico, in ogni paese abbonda sulla Shoah una produzione storiografica che, spesso, e' frutto di un'elevatissima professionalita'. Romanzieri e cineasti vi hanno dedicato lavori importanti, ne' si possono passare sotto silenzio le molte e assai impegnate opere di riflessione metafisica, religiosa e teologica con le quali studiosi e pensatori di varia estrazione hanno voluto affrontare questo tema.

Se e' lecito istituire confronti su questo terreno, si ha oggi l'impressione che nella Germania riunificata circolino molte piu' notizie criticamente vagliate circa la memoria del nazismo di quante non ne circolino in Italia sulla memoria del fascismo o in Francia sulle memorie del regime di Vichy e delle rispettive politiche antiebraiche.

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L'Italia

La societa' italiana ha acquisito molto tardi e con enorme riluttanza la coscienza delle responsabilita' del regime fascista nella persecuzione antisemita e della sua corresponsabilita' persino nella "soluzione finale". Nel nostro paese resiste  ostinatamente il mito dell'Italia fascista "salvatrice di ebrei". E del resto, la vulgata degli "italiani brava gente" appare accolta anche da alcuni studiosi stranieri, quale per esempio Meir Michaelis, docente di storia all'Universita' ebraica di Gerusalemme, che nel suo saggio su Mussolini e la questione ebraica propone una sostanziale subalternita' della politica razziale italiana rispetto alla variante del nazismo tedesco.

Non vi e' alcun dubbio che la responsabilita' generale della Shoah ricada sul regime di Hitler. Detto cio', e date per scontate la mancanza di fanatismo antisemita nella tradizione politico-culturale italiana, nonche' l'assenza di finalita' di annientamento fisico nella tradizione dell'antigiudaismo italiano (d'impronta essenzialmente cattolica), resta il fatto che la Shoah ebbe luogo anche in Italia. E' vero che la persecuzione raggiunse il culmine solo durante l'occupazione tedesca (a partire dall'autunno del 1943), allorche' le forze d'invasione braccarono gli ebrei italiani e quelli stranieri che risiedevano nel nostro paese, deportandone in Germania varie migliaia. Ma le deportazioni furono in larga misura propiziate dall'attiva collaborazione delle milizie della Repubblica di Salo'. E soprattutto, la decisione di trasformare il Regno d'Italia in uno Stato ufficialmente antisemita maturo' ed ebbe luogo in una fase storica precedente, in coincidenza con l'adozione delle leggi razziali autonomamente imposte nel 1938 da Mussolini a una popolazione che, almeno in parte, non ne condivideva la stolida violenza: una violenza volta dapprima a colpire gli ebrei nei loro diritti, non gia' a stroncarne le vite.

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Il fascismo arrivo' con fatica, ma metodicamente, a darsi i capisaldi concettuali del proprio antisemitismo. Gia' nel maggio 1933 (quattro mesi dopo l'ascesa di Hitler al potere), il capo squadrista Roberto Farinacci (1892-1945), esponente della componente piu' aggressiva del fascismo, aveva scritto su "Il regime fascista" un articolo nel quale caldeggiava l'introduzione in Italia di un numerus clausus ufficioso degli ebrei. E poco meno di un anno piu' tardi, nel marzo 1934, quando venne arrestato a Torino un gruppo di sedici antifascisti di "Giustizia e liberta'" (quattordici dei quali erano ebrei), il quotidiano romano "Il Tevere", notoriamente molto vicino al duce, aveva rincarato la dose attribuendo alla "razza ebraica" "il meglio dell'antifascismo passato e presente: da Treves a Modigliani, da Rosselli a Morgari". Dato che la "sovversione ebraica" veniva imputata con insistenza sempre maggiore all'emergere del sionismo, e poiche' questa iniziale campagna della stampa fascista andava ascrivendo la "dubbia lealta' patriottica" degli ebrei al potere dell'"internazionale ebraica", alla "doppia fedelta'" e via accusando, gli ebrei piu' ansiosi di dimostrare il proprio zelo verso il regime si affrettarono a offrire un aperto sostegno al fascismo, anche in polemica con i propri correligionari, in particolare con la piccola pattuglia dei sionisti, della quale il piu' strenuo alfiere era Dante Lattes. Cosi', nel maggio 1934, nacque a Torino "La Nostra Bandiera", organo settimanale diretto da Ettore Ovazza, un ebreo convinto antisionista, che aveva aderito al fascismo sin dal 1920 (finira' catturato in Valle d'Aosta e ucciso dai tedeschi nell'ottobre 1943).

Ad ogni modo, l'adozione ufficiale di una politica antiebraica su basi razziali si ebbe soltanto  tra la fine del 1937 e il 1938, in seguito al progressivo avvicinamento di Mussolini alla Germania hitleriana. Al razzismo antisemita dei fascisti italiani, uno dei primi tasselli "teorici" fu fornito da un vecchio e bolso poligrafo gia' di fede cattolica e nazionalista, e passato poi armi e bagagli nelle file fasciste: Paolo Orano (1875-1945), rettore dell'Universita' di Perugia. Alla penna di costui si dovette un pamphlet intitolato Gli ebrei in Italia che, quando vide la luce in prima edizione nell'aprile 1937, suscito' una notevole eco nei giornali, non solo italiani, e apri' la strada - non a caso, come vedremo - alla futura politica fascista nei confronti degli ebrei.

Il libello di Orano, nel quale si ritrovano tutti gli stereotipi comuni alla giudeofobia tradizionale (gli ebrei che vogliono prevalere con l'oro, gli ebrei razzisti, gli ebrei traghettatori delle mode intellettuali degenerate, e cosi' via), assumeva come suo primo bersaglio polemico la presunta "attivita' sionistica di gran parte degli ebrei cittadini italiani", "l'esaltazione degli ebrei ebraizzanti e sionisti per i loro apostoli, le loro  tradizioni, la loro razza, il loro sogno, oggi impresa decisiva, di restaurare lo Stato palestiniano". Secondo l'autore, nel dare una mano al sionismo l'Italia avrebbe dato una mano, in realta', all'espansionismo britannico e avrebbe preso posizione, a scapito dei propri interessi, contro gli arabi; senza dire poi dei diritti cristiani sui Luoghi Santi: "Essa [la Palestina] e' la Terra Sacra perche' vi nacque il Redentore che illumino' dall'interno la coscienza latina", sentenziava Orano. E poco oltre aggiungeva: "Croce e Fascio sono legati dal piu' intimo spirito e si trovano oggi di fronte un'Inghilterra ebraizzante ed un ebraismo britannizzante".

Sistemati cosi' i sionisti, Orano si dava poi a esortare gli ebrei italiani ad astenersi da manifestazioni di "separatismo", proponendo loro un futuro di totale assimilazione, quasi nei termini di una resa senza condizioni: "L'ebraismo di razza e sionistico ha la sua specifica esclusiva visione in un orgoglio di genti, come tante altre genti, vinte disperse che non hanno piu' ragion di vita e di sviluppo che in quella delle patrie territoriali e nazionali".

Ma ecco l'autore cambiare improvvisamente registro per rivolgere i suoi strali anche contro gli ebrei fascisti, e persino contro quell'Ettore Ovazza che proprio due anni prima, nel suo libro Sionismo bifronte, aveva preso le massime distanze possibili da Dante Lattes e dal movimento sionista. Anche per la penna di Ovazza - "che io considero, scriveva Orano, l'israelita italiano di piu' franca parola, il piu' sinceramente convinto della gravita' del problema ebraico anche per l'Italia" - "ritorna la nota del 'popolo eletto', missionario, e l'irresistibile senso dell'origine privilegiata..., la nota insomma del rabbino Dante A. Lattes".

Il pamphlet di Orano si chiudeva infine con le seguenti parole, criptiche ma cariche di minaccia: "E' il problema che deve essere abolito. L'Italia fascista non ne vuole. Il dire di piu' sarebbe superfluo".

Diretta per la prima volta esplicitamente contro gli ebrei italiani, e non piu' contro le astrazioni chiamate "Internazionale ebraica", "alta finanza ebraica", o "cricca giudaico-massonica", la prosa vacua e aberrante di Paolo Orano ebbe la singolare fortuna di fornire al momento giusto, al regime di Mussolini, quella copertura ideologica di cui aveva bisogno. A cavallo tra il 1937 e il 1938, infatti, il governo fascista, impelagato irrimediabilmente nella guerra civile spagnola e costretto, all'interno dell'Asse Roma-Berlino, a una partnership sempre piu' vincolante, andava cercando ormai affannosamente il modo di disfarsi di tutti gli ebrei: non soltanto degli "infidi ebrei italiani", cioe' degli antifascisti (che sarebbero stati eliminati comunque), ma anche dei "leali italiani ebrei", considerati fino allora elementi utilissimi.

Troviamo gia' qui l'argomentare duplice, per cosi' dire a tenaglia, di ogni razzismo che si rispetti. Gli ebrei sono pericolosi in quanto costituiscono una minoranza inassimilabile. Ma la loro pericolosita' non e' minore quando facciano di tutto per omologarsi o mimetizzarsi, com'era il caso, per l'appunto, degli ebrei fascisti. "Il Popolo d'Italia" di Mussolini, che recensi' il libro di Orano in termini entusiastici, fece capire a tutti - ebrei e non ebrei - che era giunto il momento, in Italia, di combattere gli ebrei in quanto tali, compresi i fascisti della prima ora come Ettore Ovazza. Di qui, l'atto riconoscibile di nascita del razzismo italiano di regime.

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Sostenuta da pseudo-ideologi della portata di Paolo Orano, Telesio Interlandi (1894-1965) e Giovanni Preziosi (1881-1945), la politica di discriminazione antisemita del fascismo venne inaugurata il 14 luglio 1938 con la pubblicazione del "Manifesto degli scienziati razzisti", scritto di pugno dal duce con la collaborazione di Guido Landra (un giovane assistente di antropologia, 1913-1980), e fatto avallare dalla firma di qualche scienziato compiacente: fra gli "autori", il senatore professor Nicola Pende (1880-1970), direttore dell'Istituto di Patologia medica dell'Universita" di Roma. In dieci sintetiche proposizioni, il documento affermava che le razze umane esistono, che ce ne sono di grandi e di piccole, che si tratta di un concetto puramente "biologico", che gli italiani sono ariani puri, che gli ebrei non appartengono alla razza italiana, che ormai e' tempo che gli italiani "si proclamino francamente razzisti"; e concludeva dichiarando che "i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo", e che i matrimoni misti erano ammissibili "solo nell'ambito delle razze europee, nel qual caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo".

"La svolta del 1938", osserva Michele Sarfatti, "fu voluta da Benito Mussolini. Cio' discende con tranquilla evidenza dal fatto che egli era il dittatore del paese e che la decisione di varare la persecuzione costituiva un evento politico di grande rilevanza. A tutto questo va aggiunto che non sono state identificate tracce di imposizioni hitleriane al riguardo". Ma anche il passaggio, nell'autunno del 1943, "dalla fase della persecuzione dei diritti alla fase della persecuzione delle vite (...) ricadde sotto la piena responsabilita' di Mussolini, nonostante la sua maggiore debolezza nel paese, nel fascismo, nel rapporto con Hitler". Queste osservazioni, cui Sarfatti offre il sostegno di un'analisi minuziosa di tutta la documentazione reperita, consentono di mettere da parte i dubbi, piu' volte avanzati da alcuni studiosi, circa le presunte imposizioni che il dittatore italiano avrebbe subito dall'esterno.

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Ma soprattutto mettono in luce la natura ideologica e l'ambiguita' di certi sviluppi anche recenti della storiografia revisionista in Italia: una storiografia che appare preoccupata, in particolare, di offrire contributi al cosiddetto "sdoganamento" del fascismo e della sua eredita' politico-culturale. E per fare cio', oltre a ridimensionare l'immagine della Resistenza e a cercare di dimostrare come ormai "superato" il concetto di antifascismo (considerato insidioso in quanto includente la componente comunista), presenta retrospettivamente il fascismo italiano come "accettabile", anche in quanto alieno da cadute nel razzismo e nell'antisemitismo. Un celebre studioso, Renzo De Felice (1929-1996), al quale va riconosciuto in ogni caso il merito di avere offerto i frutti di una ricerca monumentale e molto documentata sulla vita e le politiche di Mussolini, dedico' gli ultimi anni della sua vita a una tenace battaglia per abbandonare il cosiddetto "paradigma antifascista" e proporre un'implicita riabilitazione di Mussolini. "So che il fascismo italiano e' al riparo dall'accusa di genocidio, e' fuori dal cono d'ombra dell'Olocausto. Per molti aspetti, il fascismo italiano e' stato 'migliore' di quello francese o di quello olandese", ebbe a dichiarare  De Felice nel corso di un'intervista, invero poco felice, rilasciata a Giuliano Ferrara per il "Corriere della Sera" del 27 dicembre 1987. Quell'intervista, che fece scalpore, fu seguita da autorevoli interventi che affermavano la necessita' di superare l'ideologia antifascista, compromessa con lo stalinismo.

In questo stesso solco revisionista si collocano i tentativi non rari di restituire dignita' a figure segnalatesi, all'epoca della dittatura mussoliniana, per l'abilita' con cui seppero attraversare l'esperienza fascista all'insegna dell'ambiguita'. E' il caso, per citare l'esempio piu' illustre, di Giuseppe Bottai (1895-1959): un gerarca particolarmente potente, che gia' durante l'infausto ventennio era in fama di uomo sagace e spregiudicato. Fascista della vigilia (fondo' nel 1919 il primo fascio mussoliniano a Roma), ideologo delle "Corporazioni", riusci' a restare in sella molto a lungo, sino alla fatale notte del 25 luglio 1943 quando, assieme agli altri principali seguaci di Mussolini, contribui' a estromettere il dittatore dal potere. E in tutti quegli anni seppe coniugare un cursus honorum brillantissimo entro il partito e il governo con la capacita' di offrire (compatibilmente con il clima chiuso e provinciale della cultura italiana dell'epoca) spazi di espressione apparentemente libera agli sfoghi delle frange meno conformiste, se non frondiste, dell'intelligenza fascista che incominciavano a mostrarsi insofferenti dell'inganno sociale e intellettuale del regime.

Troppo ambizioso e titubante per trarre qualche conclusione dalle proprie inquietudini, Bottai rimase un personaggio ambiguo che, pur amando atteggiarsi a difensore dei diritti dell'intelligenza, continuava su un altro versante a predicare la disciplina e la devozione al regime. Tant'e' che fu proprio questo "eretico prudente" ad anticipare di un mese la legislazione antisemita italiana firmando nell'agosto 1938, in veste di ministro dell'Educazione nazionale, le circolari che inibivano il conferimento a ebrei di supplenze nelle scuole elementari e medie, vietavano l'adozione di libri di testo di "autori di razza ebraica" ed escludevano gli studenti ebrei stranieri dalle universita' e dalle scuole del Regno. Con una punta particolare di cinismo, l'11 agosto 1938 Bottai annotava nel suo diario: "... Della questione ebraica m'e' avvenuto, tra amici, di gittar la' questo scherzo. 'Il problema degli ebrei esiste anche in Italia, ma in piccole proporzioni. Si poteva risolverlo con dei piccoli atti amministrativi, insomma perche' sparare un cannone per uccidere un uccellino, anche se si tratta di un uccellino circonciso?'".

Ebbene, in diverse occasioni Giuseppe Bottai e' stato fatto oggetto di strumentali conati di riabilitazione. Esemplare e', a tale riguardo, la biografia dal titolo e dal taglio assolutorio, Bottai. Un fascista critico (1976) dedicatagli da Giordano Bruno Guerri: un lavoro che, nell'esaltare il "romanticismo epico" di Bottai e nell'offrirsi quale contributo a una rilettura "piu' serena" della sua azione nel contesto dell'Italia fascista, si muove in termini sempre brillanti, ma sostanzialmente carenti di impegno critico, verso il proscioglimento di Bottai dalle sue pesanti responsabilita'.

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La Francia

Quanto alla Francia, il giudizio storico circa il ruolo attivo che il regime di Vichy ebbe a svolgere nella "soluzione finale" ha potuto farsi largo soltanto con grande fatica. Nel 1969 il regista Marcel Ophuls realizzo' a Clermont-Ferrand Le chagrin et la pitie', un film sull'occupazione tedesca e i suoi strascichi, che fino al 1981 le autorita' francesi tennero, per cosi' dire, all'indice. Anche in seguito la sua programmazione incontro' seri ostacoli. A dispetto della retorica del dopoguerra, la pellicola chiariva come la polizia di Vichy avesse diligentemente collaborato con i nazisti nell'organizzare le retate e la deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio, e mostrava come gran parte dei francesi continuasse, quasi trent'anni piu' tardi, a ricordare con un misto di indulgenza e ammirazione il maresciallo Petain (il vegliardo che governo' la Francia durante l'occupazione tedesca). Ma ancora all'inizio degli anni novanta, un'inchiesta rivelava che circa il 40 per cento dei francesi conservava un'anima petainista, ossia aveva una buona opinione dello statista-militare che, alla Liberazione (tre decenni dopo la sua mitica difesa di Verdun), aveva subito la condanna alla pena capitale "per intelligenza con il nemico", per poi essere graziato.

Il regime di Vichy, di cui Petain fu il capo e di cui rimane il simbolo, ha costituito a lungo un'ossessione per i francesi. In una prima fase, dopo il 1945, il dibattito era coperto da quella che molti storici hanno chiamato l''illusione': il magico effetto illusionistico di cui fu artefice il generale Charles de Gaulle (1890-1970), il quale seppe costruire una memoria patriottica della Resistenza come immagine collettiva della societa' francese durante la guerra, creando e diffondendo l'impressione che tra il 1940 e il 1944 (gli anni dell'occupazione tedesca) il paese si identificasse con la "Francia Libera" (il suo governo in esilio a Londra), e non gia' con lo Stato francese del vecchio maresciallo di Vichy. Questa "mistificazione", non priva di nobilta' e rivelatasi, alla Liberazione, ricca di intelligenza politica (sia sul piano interno, in quanto riusci' a imprimere vigore alla ripresa democratica, sia sul piano internazionale, in quanto consenti' alla Francia di presentarsi al mondo come potenza vittoriosa e di cancellare l'onta della collaborazione con i tedeschi), e' stata via via smantellata dagli studiosi, che in molti casi sono riusciti a restituire a Vichy la sua reale dimensione storica. Ma naturalmente, il confronto con la verita' che con tanta fatica e' venuta emergendo non ha cessato di creare lacerazioni nella coscienza nazionale.

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Cosi', tra memoria zoppa e volonta' d'oblio, la Francia ha continuato a moltiplicare, sul passato di Vichy, atti mancati e passi falsi. Per esempio, risulto' per molto tempo "rimossa" la realta' dei numerosi campi d'internamento che durante l'occupazione vennero allestiti su suolo francese: un fenomeno la cui ampiezza rimase praticamente sconosciuta, almeno fino alla pubblicazione delle indagini sistematiche condotte a questo riguardo da Anne Grynberg.

Silenzi amministrativi, occultamenti, rimozioni sono stati, nel corso degli anni, gli elementi rivelatori di un senso di colpa che la societa' francese ha a lungo coltivato, cercando di celarlo a se stessa. Sulle tombe di uomini politici della Francia prebellica, che erano stati trucidati dalla milizia di Vichy nell'estate del 1944 - come Jean Zay, accusato di avere avviato alla sovversione la gioventu' francese nella sua qualita' di ministro dell'Educazione del Fronte popolare, e Georges Mandel, il ministro piu' vigorosamente contrario all'armistizio nel giugno 1940 -, vennero dapprima poste delle targhe che descrivevano tali personaggi come vittime dei "nemici della Francia" o della "barbarie nazista". Dovevano passare ben quarant'anni prima che quelle iscrizioni venissero opportunamente corrette.

Non meno degno di menzione e' il tentativo di cancellare le tracce di una vergogna nazionale chiamata Pithiviers. In questa cittadina del centro della Francia, non lungi da Orleans, venne eretto nel 1957 un monumento "A' nos deportes morts pour la France". E anche qui occorreva attendere sino al 1992 perche' la municipalita' decidesse di sostituire la placca precedente con una targa nuova, il cui testo recita: "Alla memoria dei 2.300 bambini ebrei internati nel campo di Pithiviers dal 19 luglio al 6 settembre 1942, prima che venissero deportati e assassinati ad Auschwitz". Per risvegliare le memorie sopite ci volle un libro del giornalista Eric Conan, nel quale si dimostrava che non furono i nazisti bensi' la gendarmeria francese agli ordini di Rene' Bosquet (ex segretario di Stato alla polizia di Vichy tra l'aprile 1942 e il dicembre 1943, ucciso da un presunto pazzo l'8 giugno 1993), a organizzare la reclusione in condizioni disumane di migliaia di bambini che, separati selvaggiamente dai loro genitori, furono poi deportati ad Auschwitz e condannati a morire.

Non meno straordinaria e' la vicenda della schedatura degli ebrei eseguita dalla prefettura di Parigi a partire dall'ottobre 1940: decine di migliaia di nomi recanti la menzione "ebreo", con le date d'arresto, i numeri di convoglio e le date d'arrivo alla destinazione finale. Depositate a guerra terminata nell'archivio del ministero degli "Anciens combattants", queste schede servirono a indennizzare le vittime di guerra e gli aventi diritto. Ma all'inizio degli anni settanta le cose mostrarono di complicarsi. Un numero sempre piu' largo di storici e di ricercatori si stava interessando a questa documentazione. Cosi' dapprima, nel 1972, ne venne vietato l'uso da parte di "terzi e associazioni" e poi, un anno piu' tardi, essa spari' addirittura dai repertori dell'archivio. Seguirono quasi vent'anni di un "silenzio amministrativo" che riesce fin troppo ovvio attribuire a una pervicace volonta' di occultamento. Per riportare alla luce quelle schede, nel 1991, fu necessaria una vigorosa campagna di stampa condotta dal quotidiano parigino "Le Monde" e dall'avvocato Serge Klarsfeld, noto per la sua caccia ai criminali nazisti e ai collaborazionisti di Vichy e autore dell'opera piu' esauriente sulla deportazione degli ebrei dalla Francia.

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Lo storico Harry Rousso ha ricostruito con grande penetrazione la difficolta' dei francesi di misurarsi con l'imbarazzante eredita' di un regime fascista che, alleato al Terzo Reich, resse per quattro anni le sorti del paese. Secondo Rousso, la memoria di Vichy riemerse in maniera traumatica solo nei primi anni settanta, a mano a mano che nella societa' francese la visione gaullista della Resistenza andava perdendo vigore. A quel punto il retaggio di Vichy divento' rapidamente materia di disputa e di conflitto politico, punteggiato dal crescere delle varie espressioni francesi del revisionismo storico e segnato, con riferimento alla Shoah, dalla ripresa di un vero e proprio negazionismo: un orientamento che si diffuse anche in ambienti universitari, con Robert Faurisson, dalla meta' degli anni settanta e rilanciato in anni successivi dall'ormai vecchio Roger Garaudy.

Tardivo e discontinuo, il risveglio della memoria riaccese forti passioni, particolarmente in occasione dei processi che, con l'accusa di crimini contro l'umanita', portarono alla sbarra noti gerarchi nazisti e collaborazionisti francesi come Rene' Bousquet, poc'anzi citato, Klaus Barbie (Obersturmfuehrer della Gestapo a Lione, morto all'ergastolo nel 1994), Paul Touvier (ex capo della milizia petainista a Lione, morto di cancro il 14 luglio 1996 in carcere a 81 anni) e il gia' ricordato Maurice Papon (ex segretario generale della prefettura di Bordeaux).

La vicenda di Paul Touvier costituisce un caso che getta luce sui rapporti particolari che le istituzioni repubblicane continuarono per oltre mezzo secolo a intrattenere con importanti settori della Chiesa di Francia al fine di coprire aspetti inconfessabili del passato del regime di Vichy. La giustizia transalpina non si mostro' mai solerte nel ricercare Touvier quando questo criminale entro' nella clandestinita', alla fine della guerra. Il presidente Georges Pompidou (1891-1974) addirittura gli concesse la grazia.  Soltanto la perseveranza degli scampati, dei figli delle vittime, rese possibile la riapertura del caso da parte della Magistratura. Nel 1989, infatti, Touvier venne arrestato a Nizza, in un convento nel quale aveva trovato protezione. E certo, l'iniziativa pur coraggiosa del cardinale Decourtray, arcivescovo di Lione, d'istituire una commissione di storici con l'incarico di elucidare il rapporto tra Touvier e la Chiesa, non fu sufficiente a far dimenticare il sostegno morale - molto tardivamente sconfessato - che quest'ultima accordo' al regime di Vichy.

Nel periodico riaprirsi di una piaga nazionale mai completamente cicatrizzata, l'aspetto che si rivelo' piu' arduo da smascherare fu la sistematica amnesia in virtu' della quale la Francia postbellica e la sua classe politica tennero ben chiusi nei loro armadi gli scheletri delle corresponsabilita' francesi nei crimini nazisti. E proprio ai vari processi va ascritto il merito di avere dato luogo a importanti passi avanti nella scomoda ricerca della verita' su Vichy, in quanto misero in luce, per esempio, che piu' o meno tutti i primi ministri di de Gaulle, da Michel Debre' a Georges Pompidou a Maurice Couve de Murville, avevano avuto un qualche ruolo nel regime di Petain. E proprio quei processi consentirono di capire che in Francia la pluridecennale amnesia collettiva era stata in larga misura incentivata dalle reticenze di ben quattro presidenti della Repubblica (de Gaulle, Pompidou, Giscard d'Estaing e Mitterrand), nessuno dei quali oso' mai ammettere che Vichy non costitui' una "parentesi", bensi' rappresento' la continuita' stessa dello Stato francese.

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Per il popolo transalpino, e soprattutto per il popolo della sinistra, furono particolarmente sconvolgenti le rivelazioni circa l'impegno di Francois Mitterrand (1916-1996) nella Vichy degli anni 1940-42. L'uomo destinato a "rifondare" il partito socialista francese e a diventare, come leader della sinistra unita, il primo presidente socialista della Quinta Repubblica aveva infatti cominciato la carriera politica nella destra nazionalista fedele al maresciallo Petain per poi collegarsi, alla fine del 1943, alla resistenza antitedesca animata da de Gaulle. La verita' circa l'itinerario politico complesso, a tratti torbido, di una personalita' cui i francesi affidarono per ben due volte il mandato presidenziale, nel 1981 e nel 1988, venne presentata nel 1994 dal giornalista Pierre Pean in una monumentale biografia in cui si ricostruiva appunto la giovinezza di Mitterrand in una versione fin'allora inedita e approvata dallo stesso anziano presidente. Fra i vari aspetti, che il libro rivela, della giovanile adesione di Mitterrand al regime petainista, quelli che suscitarono particolare sconcerto furono i legami d'amicizia stretti e mantenuti vivi per molti anni con noti collaborazionisti che durante l'occupazione nazista furono coinvolti, tra l'altro, nella deportazione degli ebrei. Colpi' soprattutto il caso di Rene' Bousquet, del quale Mitterrand rimase sempre amico anche quando contro di lui si stava istruendo un processo per delitti contro l'umanita', per le sue responsabilita' nell'organizzazione della retata del Velodromo d'inverno, a Parigi (1942): una delle pagine piu' nere della storia del fascismo francese di quegli anni.

Circostanze come questa consentono di percepire con chiarezza quanto importanti siano stati i freni che per tanto tempo hanno impedito alla societa' civile e al mondo politico francesi di riconoscersi attraversati da una profonda vena di antisemitismo. Paradossalmente, il primo esponente delle istituzioni che si dimostro' sufficientemente libero per riportare la Francia sui sentieri accidentati della verita' fu il presidente Jacques Chirac (un gaullista!) che nel luglio 1995, durante una cerimonia di commemorazione delle deportazioni di ebrei ai tempi di Vichy, ammise le responsabilita' della Repubblica nel genocidio e riconobbe "il debito inestinguibile del popolo francese verso gli ebrei". "Ci sono dunque voluti piu' di cinquant'anni", commentava il quotidiano "Le Monde" del 18 luglio 1995, "perche' una verita' impressa nella memoria di decine di migliaia di francesi sia finalmente detta e riconosciuta dal primo di loro".

Cosi', proprio nell'estremo scorcio del XX secolo e' sembrata prevalere in Francia una certa volonta' di recuperare aspetti poco frequentati della storia nazionale, se e' vero, come hanno rivelato nel 1997 alcuni sondaggi d'opinione, che 70 giovani su 100 si dichiaravano intenzionati a conoscere quel "passato che non passa", e se persino la Chiesa di Francia, 57 anni dopo la promulgazione delle leggi antisemite di Vichy (1940), si decise finalmente ad ammettere che il proprio silenzio sui misfatti del regime collaborazionista, sulla persecuzione e lo sterminio degli ebrei "fu un errore".

(segue)

 

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Numero 26 del 26 gennaio 2011

 

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