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Archivi. 27



 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XII)

Numero 27 del 27 gennaio 2011

 

In questo numero:

Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte dodicesima)

 

MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE DODICESIMA)

[Riproponendo il seguente testo che gia' riproducemmo nel nostro notiziario nel 2005, ancora una volta ringraziamo di cuore Bruno Segre per averci permesso di riprodurre sul nostro foglio ampi stralci dal suo utilissimo libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, la cui lettura vivamente raccomandiamo. Riportando passi di esso abbiamo omesso tutte le note, ricchissime di informazioni e preziose di riflessioni, per le quali ovviamente rinviamo chi legge al testo integrale edito a stampa.

Bruno Segre, storico e saggista, e' nato a Lucerna nel 1930, ha studiato filosofia alla scuola di Antonio Banfi; si e' occupato di sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell'ambito del movimento Comunita' fondato da Adriano Olivetti; ha insegnato in Svizzera dal 1964 al 1969; per oltre dieci anni ha fatto parte del Consiglio del "Centro di documentazione ebraica contemporanea" di Milano; per molti anni ha presieduto l'associazione italiana "Amici di Neve Shalom Wahat as-Salam"; nel quadro di un'intensa attivita' pubblicistica, ha dedicato contributi a vari aspetti e momenti della cultura e della storia degli ebrei; dirige la prestigiosa rivista di vita e cultura ebraica "Keshet" (sito: www.keshet.it). Tra le opere di Bruno Segre: Gli ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore, Milano 1998, 2003]

 

Il silenzio delle Chiese

La Chiesa cattolica

Nel giugno 1938, mentre gia' infuriava in Germania la campagna razzista e antisemita dei nazionalsocialisti, e anche in Italia il regime mussoliniano andava apprestandosi a introdurre le leggi razziali, il papa Pio XI (Achille Ratti, 1857-1939) affidava a tre gesuiti, un americano, un tedesco e un francese, l'incarico di predisporre un'enciclica dal titolo Humani generis unitas ("Unita' del genere umano"). Nelle intenzioni del pontefice, si sarebbe trattato di un documento di chiara denuncia dei pericoli insiti non solo nell'ideologia nazista, ma anche nel fascismo italiano, che sempre piu' mostrava di volersi adeguare al modello nazista.

Prima di assurgere al pontificato (1922), Pio XI era stato nunzio apostolico in Polonia all'indomani della rivoluzione russa del 1917, e per quasi un decennio, da papa, aveva pronunziato taglienti anatemi contro i governanti dell'Unione Sovietica e contro quelli del Messico rivoluzionario. Discendente da una famiglia della borghesia agiata e conservatrice della Lombardia, Achille Ratti apparteneva alla sfera di quei cattolici che concepivano ancora l'alleanza del trono con l'altare come la condizione indispensabile di ogni buon ordinamento, chiunque potesse essere alla testa dello Stato: un buon cristiano o un peccatore, un reggitore capace oppure un inetto. Tant'e' che, all'indomani del concordato con l'Italia fascista, aveva ravvisato in Mussolini l'uomo "che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare". La visione che il pontefice aveva del cristianesimo non contrastava con l'esistenza di dittature o di regimi autoritari, anche dei piu' duri, purche' fossero avversi (come si legge nell'enciclica Charitate Christi compulsi del maggio 1932) ai "nemici di ogni ordine sociale, si chiamino essi comunisti o qualunque altro ne sia il nome". Rimasto tuttavia profondamente contrariato dalla legislazione razziale germanica, l'aveva condannata gia' nell'enciclica Mit brennender Sorge ("Con viva ansia") del marzo 1937, esprimendo il suo biasimo per gli orientamenti neopagani dell'ideologia nazista. E il ventilato avvio di un'analoga "politica della razza" in Italia dovette indurlo a rinunziare alla cordialita' di fondo dei suoi rapporti con il regime fascista e a intervenire, se non altro, a salvaguardia della cattolicita' dei figli dei matrimoni misti tra "ariani" ed ebrei, nonche' a tutela della validita' del sacramento coniugale in quegli stessi casi.

Alla fine del settembre 1938, il progetto della Humani generis unitas, elaborato a Parigi in grande segretezza, venne inviato a Roma per le necessarie valutazioni pontificie e per essere poi reso pubblico. Ma gia' gravemente ammalato, l'ottantunenne Pio XI si spegneva la mattina del 10 febbraio 1939 senza avere definito il testo di questo documento e quindi senza poterlo far conoscere all'opinione pubblica internazionale.

Ebbe inizio cosi', alla vigilia della seconda guerra mondiale, un episodio mal conosciuto della storia del XX secolo. La bozza elaborata dai tre gesuiti scomparve negli archivi vaticani fino al 1972, quando un'inchiesta del "National Catholic Reporter" di Kansas City rivelo' al pubblico americano e alla stampa internazionale l'esistenza del documento. Un quarto di secolo piu' tardi, il testo fu alfine reso disponibile dal lavoro congiunto di due ricercatori belgi, Georges Passelecq, monaco benedettino ed ex resistente, e Bernard Suchecky, un ebreo dottore in storia e bibliotecario a Strasburgo. La pubblicazione da loro curata offre una significativa testimonianza dell'intenzione, da parte dell'anziano papa, di imprimere in extremis al proprio pontificato un cambiamento di rotta.

Ma nel sollevare il velo sul contenuto della bozza di enciclica, il lavoro dei due belgi ha riproposto anche annosi quesiti circa l'atteggiamento della Chiesa romana nei confronti della "soluzione finale". Qualora il papa avesse solennemente proclamato, prima dell'inizio della guerra, l'"unita' del genere umano", non sarebbe forse riuscito, con un simile gesto, a imprimere alla storia un corso diverso, provocando un soprassalto delle coscienze e bloccando la strage che andava preparandosi per gli ebrei d'Europa? E per quali motivi Eugenio Pacelli (1876-1958), che successe al papa Ratti con il nome di Pio XII, non formulo' la condanna immediata e recisa del razzismo che il suo predecessore avrebbe avuto in animo di fare?

La linea di estrema cautela o di tormentosa incertezza tenuta da Pio XII nei confronti delle atrocita' commesse dai nazisti e, piu' in generale, i rapporti tra questo papa e il regime hitleriano costituiscono temi che, come pochi altri, hanno dato adito a dibattiti aspri e passionali.

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Alla fine del XX secolo, e precisamente nel marzo 1998 (ossia cinquantatre anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale), la Chiesa di Roma emano' una dichiarazione (Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah) che intendeva proporsi quale solenne "atto di pentimento (teshuva')" (il termine ebraico qui usato sta anche per "conversione", necessaria per ottenere dall'Eterno il perdono del peccato) per "gli errori e le colpe" "dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca", soprattutto con riferimento  allo sterminio degli ebrei perpetrato in Europa dai nazifascisti. In quel documento - il primo dedicato dal Vaticano esclusivamente alla Shoah, e alla cui stesura aveva provveduto la Commissione pontificia per i rapporti religiosi con l'ebraismo presieduta dal cardinale australiano Edward Idris Cassidy -, la suprema gerarchia cattolica non solo ammetteva che durante la persecuzione degli ebrei l'atteggiamento di certi cristiani non fu degno dei discepoli di Cristo, bensi' assumeva l'impegno a che "i semi infetti dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo" non possano mai piu' "mettere radice nel cuore dell'uomo".

Nell'autorizzare la pubblicazione  di Noi ricordiamo con una lettera "a premessa" del 12 marzo 1998, il papa Giovanni Paolo II affermava che "il crimine diventato noto come la Shoah rimane un'indelebile macchia nella storia del secolo che si sta concludendo". La Chiesa, aggiungeva il pontefice, incoraggia i propri figli a purificare i cuori "attraverso il pentimento per gli errori e le infedelta' del passato". E infine esprimeva la speranza che il documento sulla Shoah aiutasse "veramente a guarire le ferite delle incomprensioni e delle ingiustizie", augurandosi che cattolici ed ebrei, assieme a tutti gli uomini di buona volonta', si diano a costruire un mondo dove sia rispettata "la vita e la dignita' di ogni essere umano, poiche' tutti sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio".

Pubblicato dopo undici anni di preparazione - "una gestazione francamente eccessiva" fu l'acuto commento di Paolo De Benedetti -, Noi ricordiamo non accenna a responsabilita' collettive della Chiesa ma rappresenta senza dubbio un coraggioso riconoscimento del peccato di antigiudaismo commesso dai cristiani nel corso dei secoli. Vi si legge fra l'altro: "Il fatto che la Shoah abbia avuto luogo in Europa, cioe' in paesi di lunga civilizzazione cristiana, pone la questione della relazione tra la persecuzione nazista e gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli ebrei". Con l'emanazione di questo documento, la Chiesa compiva pertanto una sorta di rilettura penitenziale della propria storia, riconoscendo gli assalti dei cristiani alle sinagoghe, le "interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua  presunta colpevolezza", il clima di sospetto e ostilita' che circondo' gli ebrei per secoli, la discriminazione generalizzata di cui essi ebbero cosi' spesso a soffrire nel mondo cristiano, le espulsioni, le conversioni forzate, gli scoppi di violenza nei tempi di crisi, in cui "la minoranza ebraica fu piu' volte presa come capro espiatorio, divenendo cosi' vittima di violenze, saccheggi e persino massacri". Parole invero mai prima ascoltate in una dichiarazione approvata da un romano pontefice.

Ma alla sincera volonta' di pentirsi (tipicamente wojtyliana), il documento del Vaticano contrapponeva, come sintomatica alternativa, tutta una serie di "silenzi". Sul passato recente - sul periodo cruciale del nazismo e di Pio XII - esso si rivelava carente, esitante, ambiguo. Non rammentava l'assordante silenzio dei vescovi tedeschi allorche' le sinagoghe di Germania andarono in fiamme nella Kristallnacht. Taceva sul ruolo svolto da personalita' cattoliche apertamente antisemite, come monsignor Jozef Tiso (1887-1947) in Slovacchia. Faceva i nomi  degli eroi cattolici della resistenza spirituale, come il rettore della cattedrale di Sant'Edvige di Berlino, Bernhard Lichtenberg (1875-1943), morto a Dachau e beatificato dal papa Giovanni Paolo II nel giugno 1996, ma non  denunciava gli esempi negativi, limitandosi a dire che "l'azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo". Laddove lo stesso Giovanni Paolo II aveva gia' ammesso la colpevole "acquiescenza" dei cattolici di fronte al totalitarismo, il documento evitava del tutto il tema della collaborazione di ambienti cattolici alla persecuzione razziale limitandosi ad affermare: "Non possiamo conoscere quanti cristiani in paesi occupati o governati dalle potenze naziste o dai loro alleati constatarono con orrore la scomparsa dei loro vicini ebrei, ma non  furono tuttavia forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta". Di papa Pacelli, infine, non era ricordato il silenzio bensi' si forniva un elenco di testimonianze a suo favore (anche quelle di parte ebraica), e soprattutto veniva enfatizzato cio' che egli "aveva fatto personalmente o attraverso suoi rappresentanti per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei".

Nel  concludere le sue considerazioni su Noi ricordiamo, dianzi citate, Paolo De Benedetti rammentava le parole di Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), l'eroico pastore protestante che verra' poi assassinato dalla Gestapo: "Chi non grida per gli ebrei non puo' cantare il gregoriano", e cosi' proseguiva: "Pio XII nei riguardi degli ebrei e' stato un buon cristiano salvandone, accogliendone, nascondendoli. Ma a un papa si chiedeva molto di piu'. Si chiedeva che, dopo secoli e secoli di grida contro gli ebrei, gridasse per gli ebrei. Ed egli non ha gridato".

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Da parte di  autorevoli esponenti del mondo ebraico, specialmente in Israele e negli Stati Uniti, si rilevo' tempestivamente che il testo di Noi ricordiamo non conteneva alcun elemento nuovo o chiarificatore circa la dibattutissima questione del "silenzio" di Pio XII, della sua allegata germanofilia, della sua azione diplomatica verso il regime nazista, prima e durante il pontificato. E si noto' con stupore come il documento elaborato dalla Commissione vaticana presieduta dal cardinale Cassidy non si fosse avvalso in alcun modo della vastissima documentazione diplomatica pubblicata fra il 1965 e il 1981 dal Vaticano sulla seconda guerra mondiale, cioe' degli undici volumi di materiali d'archivio raccolti da quattro gesuiti per iniziativa del papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1897-1978), specificamente finalizzati a rispondere alle accuse che nel Vicario (Der Stellvertreter, 1962-1963) il drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth aveva lanciato contro papa Pacelli per i suoi "silenzi": volumi la cui consultazione, peraltro,  non era aperta al grande pubblico ma solo agli studiosi.

Per oltre trent'anni, da parte ebraica si era insistentemente richiesto che il Vaticano consentisse l'apertura totale e senza censure dei propri archivi sulla seconda guerra mondiale. E da almeno vent'anni, con pari e speculare insistenza il Vaticano andava replicando di avere gia' offerto al mondo una documentazione esaustiva, grazie appunto alla realizzazione degli undici "libri bianchi" sopra menzionati. Si trattava allora semplicemente - secondo la Curia romana - di fare si' che gli interlocutori ebrei  prendessero visione della documentazione disponibile.

Cosi', gia' nelle settimane immediatamente successive alla pubblicazione di Noi ricordiamo (marzo 1998) vennero gettate le basi di un  progetto apparentemente audace e innovativo: quello di dare vita a una commissione mista (nominata dalla Santa sede e da un comitato internazionale di leader ebraici), comprendente sei studiosi, tre di parte ebraica e tre di parte cattolica,  con il dichiarato incarico di affrontare la questione delle fonti vaticane in merito alla seconda guerra mondiale e alla Shoah, di verificare congiuntamente quanto era stato unilateralmente pubblicato e "chiarire" finalmente cio' che risultasse ancora "problematico". In buona sostanza, l'obiettivo di fondo dell'indagine sarebbe dovuto essere quello di accertare l'atteggiamento tenuto da papa Pacelli durante lo sterminio degli ebrei e di verificare se egli si fosse adoperato abbastanza per bloccare la Shoah. E' verosimile che, da parte vaticana, ci si augurasse che i lavori venissero suggellati da un rapporto finale congiunto e pacificatore, tale da portare a conclusione una querelle diplomatico-culturale fra le piu' imbarazzanti degli ultimi decenni.

Questa "Commissione storica internazionale cattolico-ebraica", le cui attivita' furono avviate formalmente nell'ottobre 1999, emano' dopo dodici mesi di lavoro un "rapporto preliminare" nel cui testo - davvero rivelatore - abbondano non tanto le rivelazioni quanto i dubbi, i problemi irrisolti. Il numero degli interrogativi senza risposta che i sei studiosi denunziano nella loro relazione e' impressionante: sono addirittura quarantasette. Ed ecco alcuni dei punti di maggiore rilievo.

Come mai, si chiedono per esempio i  membri della Commissione, negli archivi della Santa sede non si trovano tracce di una reazione ufficiale del Vaticano, e tanto meno segnali di condanna, nei confronti del pogrom nazista del 1938 contro gli ebrei tedeschi, noto come Kristallnacht (che pure venne condannato dai vescovi nordamericani)? Altro quesito: papa Pacelli si diede mai la pena di discutere con le massime autorita' della Chiesa tedesca i contenuti dell'enciclica che il suo predecessore, Pio XI, aveva fatto preparare sui temi del razzismo e dell'antisemitismo? Si tratta, qui, di uno dei punti su cui i documenti messi a disposizione dal Vaticano tacciono. E ancora: come mai i fondi raccolti dallo United Jewish Appeal negli Stati Uniti "furono destinati al tentativo di salvare gli ebrei convertiti piuttosto che tutti gli ebrei"? E, ancora piu' grave: quale fu, se vi fu, la reazione di Pio XII quando il governo collaborazionista francese di Vichy gli fece sapere dei suoi sforzi "per limitare la liberta' degli ebrei con leggi antiebraiche"? Fino a che punto il papa influi' sulla risposta ambigua e connivente - offerta allora dal sottosegretario di Stato Giovanni Battista Montini e dal segretario della Congregazione straordinaria per gli affari ecclesiastici Domenico Tardini -, secondo cui il Vaticano non poneva obiezioni alla legislazione antiebraica del governo francese purche' tali disposizioni antisemite "fossero amministrate con giustizia e carita' e non limitassero le prerogative della Chiesa"? Altro punto scottante: alla fine dell'agosto 1942, l'arcivescovo greco-cattolico di Leopoli, Andrzeyj Szeptyckyj, mando' un messaggio al papa descrivendogli in dettaglio i massacri di massa "contro gli ebrei e la popolazione locale. Nessun altro membro degli alti ranghi ecclesiastici cattolici (...) forni' dirette testimonianze oculari ed espresse preoccupazione per gli ebrei in quanto ebrei (e in quanto obiettivo primario della ferocia tedesca) come  Szeptyckyj, che tra l'altro segnalo' al papa di avere espresso la sua protesta con lo stesso Himmler. Alla fine denuncio' pubblicamente i massacri degli ebrei in cui alcuni cattolici ucraini avevano collaborato con i tedeschi. Esiste una qualche prova di una discussione [in Vaticano su questo tema] o di una risposta alla supplica di Szeptyckyj?".

A ben vedere, i vari problemi sollevati nel loro "rapporto preliminare" dai sei esperti della Commissione avevano un'unica matrice: la constatazione che qualsiasi serio lavoro d'analisi circa le politiche messe in atto da Pio XII e dalla Santa sede avrebbe trovato un limite invalicabile nella stessa "pre-selezione", operata dalle autorita' vaticane, dei documenti resi disponibili ai ricercatori. "Ci sembra che la ricerca della verita'", chiarivano gli studiosi in una nota del rapporto, "dovunque questa possa condurre, possa essere promossa nel modo migliore in un ambiente in cui vi sia pieno accesso alla documentazione storica, archivistica e di ogni altro tipo. In fin dei conti la chiarezza e' la politica migliore per arrivare a un giudizio storico maturo ed equilibrato".

Di li' a qualche mese (agosto 2001) un comunicato ufficiale  della Santa sede riconosceva che i lavori della Commissione si erano chiusi con un fallimento. Il comunicato precisava che i sei ricercatori avevano dovuto sospendere l'attivita' poiche' il grosso dei documenti successivi al 1922 (anno della morte di Benedetto XV) continuava (e continua) a essere escluso dalla consultazione. Evidentemente, l'accertamento storico che la Commissione si proponeva di condurre toccava tasti troppo delicati e importanti perche' l'indagine riuscisse  a procedere senza incontrare gravissimi ostacoli. Ma proprio sulle parti mancanti, sulle zone buie e coperte dalla proibizione si accentrava, e continuera' (chissa' fino a quando) ad accentrarsi  l'attenzione di tutti.

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In realta', notevolissime sono le insidie che si nascondono entro questa forzata sospensione del giudizio circa la figura e l'operato di Pio XII. Da un lato, l'incertezza puo' alimentare supposizioni e sensazionalismi, autorizzando il pubblico ad aspettarsi non tanto una serena e critica valutazione storica dell'azione del pontefice, quanto una sorta di inappellabile "verdetto": di assoluzione oppure di condanna. Su un altro versante, il prolungarsi dell'incertezza non puo' se non alimentare le strumentalizzazioni e le polemiche.

Particolarmente aspra, in questo contesto, fu la polemica, tutta interna al mondo cattolico, suscitata dalla pubblicazione di Il Papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII: un libro-shock il cui autore, l'inglese John Cornwell - scrittore, giornalista, ex seminarista, cattolico praticante con ottimi agganci in Vaticano, e fratello di John Le Carre' -, riusci' ad avvalersi, per la raccolta di notizie biografiche, di due archivi cruciali, quello della segreteria di Stato vaticana e quello dei gesuiti. Cornwell non si accontento' di riprendere le accuse tradizionalmente mosse a Pio XII, ossia quelle sui suoi "silenzi" e sulle ambiguita' verso la Shoah, ma si spinse sino a sostenere che il pontefice, oltre a coltivare una sua personale antipatia per gli ebrei, fu anche - ben prima di diventare papa - un convinto sostenitore dell'ascesa al potere di Hitler e del suo partito. In effetti Cornwell dedica la parte piu' significativa della sua indagine agli anni in cui Eugenio Pacelli resse la nunziatura apostolica in Germania e poi la segreteria di Stato. Fu Pacelli, secondo l'autore, a volere il concordato del 1933 con il Terzo Reich. Cosi' ottenne garanzie per la Chiesa ma, in cambio, smantello' il Zentrum (il partito cattolico), indebolendo l'opposizione a Hitler e obbligando i cattolici tedeschi, che per lo piu' non erano dalla parte del dittatore, a ritirarsi dalla politica.  Pacelli segretario di Stato, sempre secondo Cornwell, mitigo' - nella fase della stesura finale dell'enciclica Mit brennender Sorge - l'orientamento di ferma contrarieta' al nazismo che Pio XI professava e intendeva affermare, mediante quel documento, nel 1937. Quanto agli ebrei, l'autore sostiene che fin dall'immediato primo dopoguerra il futuro Pio XII appariva animato da forti pregiudizi razziali. Cornwell fa riferimento in particolare a una lettera che egli afferma di avere scoperto negli archivi vaticani, nella quale il nunzio Pacelli, scrivendo da Monaco al cardinale Gasparri in data 18 aprile 1919, palesava un robusto antisemitismo. Il nunzio, sostiene Cornwell, disprezzava gli ebrei e li temeva, ritenendo che fossero all'origine di tutti i mali: bolscevismo ateo, materialismo e via elencando.

Appena uscita nella traduzione italiana, la biografia di Cornwell venne minacciata di querela da parte di una docente di storia contemporanea presso l'universita' romana della Sapienza, Emma Fattorini. Costei pote' farsi forte del fatto d'essere stata la prima a pubblicare, fin dal 1992, il testo integrale della lettera che Cornwell sosteneva di avere scoperto negli archivi vaticani. Ma per smontare ad una ad una le argomentazioni di Cornwell, cercando di dimostrare in qual misura lo scrittore inglese avesse fatto un uso selvaggio dei documenti e si fosse comportato non da storico ma da polemista, il Vaticano si affido' alle competenze del padre francese Pierre Blet S. J.:  uno dei quattro gesuiti che a suo tempo avevano curato la pubblicazione degli undici "libri bianchi" degli Actes et Documents du Saint Siege. Autentica colonna portante della storiografia ufficiale della Santa sede, il padre Blet era riuscito a  condensare i contenuti degli Actes et Documents in un corposo libro apologetico, che nell'ottica della Santa sede presentava la duplice virtu' di porre papa Pacelli al riparo dalle ricorrenti frecciate polemiche circa i suoi "silenzi", e di mettere a disposizione del piu' vasto pubblico un'immagine decisamente rassicurante e positiva di questo pontefice.

In campo cattolico sono stati numerosi gli storici che si sono sforzati di dimostrare che i "silenzi" di Pio XII sarebbero stati il frutto di una decisione coraggiosa e sofferta. A questo riguardo, sono esemplari gli argomenti sviluppati da Giorgio Angelozzi Gariboldi, il penalista che difese la memoria di papa Pacelli contro lo storico americano Robert Katz (che in un suo libro aveva accusato il pontefice di non essere intervenuto per impedire la rappresaglia nazista che porto' alla strage delle Fosse Ardeatine). Secondo Angelozzi Gariboldi, l'apparente debolezza palesata da Pio XII nei confronti di Hitler sarebbe stata l'unico mezzo a disposizione del Vaticano per evitare un ulteriore inasprimento delle persecuzioni naziste contro gli ebrei. Si tratta qui di una tesi che, nel corso degli anni, e' stata ripresa innumerevoli volte. Nel panorama italiano, l'opera piu' recente che la ripropone e' un saggio del vaticanista Andrea Tornielli, che nel titolo stesso (Pio XII, il Papa degli ebrei) sembra volersi porre in diretta antitesi rispetto a Il Papa di Hitler di John Cornwell.

Tuttavia, anche in campo cattolico si segnalano ormai da decenni sviluppi storiografici che vanno in tutt'altra direzione. Per esempio John F. Morley, un sacerdote cattolico americano, docente di scienze religiose alla Seton Hall University (New Jersey), nel suo libro Vatican Diplomacy and the Jews during the Holocaust 1939-1943, analizza partitamente gli interventi a favore degli ebrei che i nunzi apostolici, in particolare quelli accreditati nei vari paesi sotto il dominio nazista, riuscirono a realizzare. Nell'interrogarsi sul significato e la portata della politica vaticana nei confronti della Shoah, Morley adotta un approccio che, al di la' dell'apprezzamento per il numero delle vite poste in salvo in questo o quel paese, tiene conto soprattutto della valenza etica dell'appoggio offerto ai perseguitati dalla diplomazia vaticana. E qui l'autore giunge a conclusioni diffusamente critiche. In particolare rileva che il papa, malgrado numerosi appelli, si astenne pervicacemente dal denunziare lo sterminio degli ebrei, o dal rivolgersi direttamente ai nazisti per chiedere la cessazione del massacro. Eugenio Pacelli, secondo Morley, non era animato da malevolenza o da antisemitismo ma era incapace, persino in fasi di emergenza, di prendere le distanze dalle tradizionali politiche della Chiesa romana, contraddistinte da prudenza e diplomazia. Cosi' limito' i propri interventi a vaghi appelli tesi a mitigare la sorte degli ebrei convertiti al cattolicesimo presi nella rete della persecuzione. E che cosa ci si poteva del resto attendere da un papa che era rimasto impassibile persino di fronte alle preghiere dei vescovi polacchi quando, fin dall'inverno 1939-'40, chiesero angosciosamente che egli denunziasse le atrocita' che i nazisti andavano perpetrando contro i cattolici (compreso il clero) nel loro paese? Quanto ai rappresentanti diplomatici della Santa sede, essi non si comportarono meglio del papa, a parte alcune illustri eccezioni (degne di nota quelle di monsignor Andrea Cassulo, nunzio a Bucarest, e di colui che sara' papa Giovanni XXIII, il monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, 1881-1963, delegato apostolico a Istanbul ma con competenze estese alla Bulgaria e alla Grecia). In generale, i responsabili delle nunziature vaticane "si fecero coinvolgere dal problema ebraico" conclude Morley "in una maniera che fu tangenziale nel migliore dei casi e minimale nel peggiore. Con la mancanza di una risposta totale agli ebrei nel momento del loro maggiore bisogno, i nunzi non si dimostrarono all'altezza dell'elevata vocazione che proclamavano di avere".

Resta vero, in ogni caso, che durante la seconda guerra mondiale il Vaticano fu, probabimente assieme alla Svizzera, la migliore agenzia di informazioni del mondo, e che il pontefice fu sicuramente, con la segreteria di Stato, il primo a venire sempre informato sui minimi particolari degli avvenimenti bellici. Percio', soltanto aprendo i propri archivi la Chiesa di Roma sara' finalmente in grado di offrire un contributo decisivo al lavoro di quei ricercatori che intendono chiarire quali dimensioni ebbero le complicita' attive e passive di molti prelati cattolici con gli esecutori materiali del genocidio degli ebrei, e quali funzioni svolsero, dopo la fine del conflitto, autorevoli ambienti vaticani nel facilitare il trasferimento clandestino dei criminali nazisti (tedeschi, croati, slovacchi, ungheresi e cosi' via) dall'Europa all'America del Sud.

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Dato per scontato che qualsiasi valutazione, comunque orientata, circa la politica vaticana degli anni di guerra non sopporta facili e demagogiche schematizzazioni, ritengo che continuino a essere sostanzialmente valide le risultanze che Guenter Lewy trasse nel 1964 dall'esame critico dei rapporti tra Chiesa cattolica e Reich hitleriano. Estesa su tutto l'arco di tempo dal 1933 al 1945, la ricerca di Lewy, uno studioso ebreo tedesco emigrato nel 1939 in Palestina e di li' negli Stati Uniti, scruta con estrema cura analitica le fonti  cui l'autore pote' a suo tempo attingere (un'ampia quantita' di documenti inediti dello Stato tedesco e del partito nazionalsocialista, sequestrati dagli alleati alla fine della seconda guerra mondiale, nonche' materiali reperiti in nove diversi archivi diocesani). E grazie all'equilibrio sempre controllato dei giudizi espressi, le conclusioni caute ma ferme cui allora pervenne hanno poi trovato ampia convalida in molte delle ricostruzioni storiche rese possibili dalle successive aperture dei vari archivi nazionali.

L'indagine di Lewy e' puntata in particolare sulla gerarchia episcopale in Germania e sul papato. Come si comportarono di fronte al nazismo coloro cui spettavano le responsabilita' piu' elevate? Come pote' accadere che l'episcopato e le organizzazioni cattoliche tedesche non si avvedessero della natura totalitaria del regime di Hitler, che non ammetteva alcuna forma di pluralismo politico? C'era, come Lewy documenta, la fiacca adesione del cattolicesimo germanico alla democrazia weimariana, per cui molti consideravano "la continuazione dei sussidi statali alla Chiesa e la difesa delle scuole confessionali molto piu' importanti della difesa della democrazia". E percio', pur di preservare l'organizzazione cattolica, in una prima fase i vescovi cercarono di realizzare un accomodamento con il nuovo regime. Inoltre, l'atteggiamento della gerarchia discendeva da piu' profondi motivi di affinita' e di convergenza politica o, se si vuole, da un equivoco originario e fatale, consistente nella "incomprensione della vera natura del regime nazista, nel quale per molto tempo la Chiesa vide (...) semplicemente uno dei tanti regimi autoritari". Lo scrittore cattolico Hans Kuth, che nel 1932 si chiedeva: "Perche' non si deve poter raggiungere in Germania quella soluzione che in Italia si e' dimostrata cosi' benefica per il paese, per il popolo e per la Chiesa?", si faceva portavoce delle aspirazioni all'autoritarismo e all'anticomunismo di settori non trascurabili del mondo cattolico tedesco, lasciando anche intendere quanto limitate fossero le riserve di tali ambienti nei confronti del nazismo.

Ma ci si poteva limitare al piano politico e non vedere l'immoralita' e la barbarie del Reich hitleriano? Nella sanguinosa epurazione del 30 giugno 1934, quando le SS di Himmler decapitarono le SA (reparti d'assalto) di Ernst Roehm, furono assassinate alcune centinaia di persone, fra cui eminenti cattolici come il dottor Erich Klausener, capo dell'Azione cattolica di Berlino, e il leader della Gioventu' cattolica Adalbert Probst. "I cattolici tedeschi e il mondo intero attesero con ansia la reazione della Chiesa. Ma non ci fu nessuna reazione". Persino riguardo ai campi di concentramento "non troviamo negli archivi nessuna traccia di un'azione svolta da parte dell'episcopato cattolico da potersi giudicare idonea a tentare di impedire queste mostruosita'". Dal 1933 il numero delle persone rinchiuse era andato costantemente aumentando. Dapprima le vittime furono soprattutto comunisti, socialisti e altri avversari politici del regime. Ma dopo l'entrata in vigore della legge del dicembre 1934 che proibiva "la critica malevola dello Stato e del partito", furono imprigionati anche molti religiosi cattolici. L'unico sacerdote che levo' la voce contro queste atrocita' fu il preposto berlinese Bernhard Lichtenberg, che affronto' il martirio durante il trasporto al campo di Dachau per avere dichiarato che la deportazione degli ebrei era inconciliabile con la legge morale cristiana. Infine, neppure di fronte alla persecuzione e poi allo sterminio degli ebrei la Chiesa tedesca seppe andare al di la' di "dichiarazioni di carattere assai generico, che non cambiarono ne' la politica del governo, ne' il comportamento dei cattolici".

Lewy ha buon gioco nel ricordare che, fin dal discorso del 23 marzo 1933 davanti al Reichstag, "Hitler subordinava completamente i diritti delle Chiese e delle loro organizzazioni alle esigenze e agli interessi dello Stato. Esse sarebbero state lasciate indisturbate a patto di eseguire il compito di infondere lealta' e patriottismo ai cittadini, secondo i desideri del nuovo regime. Sembra che i vescovi cattolici non si siano resi conto di queste idee di Hitler...". Un capitolo assai poco edificante fu quello degli sforzi degli opportunisti tesi a dimostrare le affinita' tra nazismo e cattolicesimo: un compito nel quale si distinsero, oltre all'arcivescovo di Friburgo in Brisgovia Konrad Groeber (noto come "l'arcivescovo bruno"), vescovi (per esempio l'austriaco monsignor Alois Hudal, capo della Chiesa tedesca a Roma), teologi (Michael Schmaus, Karl Adam) e giornalisti (Axel Emmerich). Non manco' neppure chi fece propri i simboli del regime, compresa la svastica, che a detta del noto teologo Konrad Algermissen di Hildesheim era "un simbolo delle qualita' naturali, avute in dono da Dio, del popolo tedesco".

Per parte sua, la maggioranza dei vescovi palesava un acceso nazionalismo; "tutti avevano opinioni fondamentalmente conservatrici" nota Lewy "e diffidavano del liberalismo e della democrazia", per non parlare dell'odio del socialismo e del comunismo. Indubbiamente il fattore principale che impedi' alle gerarchie cattoliche tedesche, su su fino al vertice romano della piramide ecclesiale, di opporsi con qualche vigore al Reich hitleriano e ai suoi orrori fu l'ostilita' nei confronti del bolscevismo e il timore di aprire varchi all'irrompere sulla scena mondiale dell'Unione Sovietica.

Sotto questo profilo, la lettera pastorale espressa dalla conferenza plenaria dei vescovi tedeschi, riunita a Fulda dal 30 maggio 1933, costituisce un documento illuminante. Dopo avere sottolineato che "il valore e il significato dell'autorita' e' particolarmente alto proprio nella nostra santa Chiesa cattolica" e che "percio' non e' affatto difficile per noi cattolici apprezzare la nuova e grande importanza che viene data all'autorita' nello Stato tedesco", le gerarchie episcopali offrivano l'alleanza dei cattolici nella lotta per liberare l'"anima germanica" dal bolscevismo e dall'immoralita' a condizione che alla Chiesa, alle sue organizzazioni, alle sue scuole, alla sua stampa venisse assicurata la piu' completa liberta'.

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Le Chiese protestanti

Lewy prende lo spunto dal documento teste' citato per rilevare che l'episcopato cattolico non fu il solo a non rendersi conto, in quell'arco di anni, delle mire totalitarie del movimento nazista e delle aspirazioni aggressive della politica estera di Hitler. "Le Chiese protestanti, la maggioranza degli intellettuali e molta gente all'estero non dimostrarono maggiore acume politico".

I protestanti, che negli anni trenta costituivano poco meno dei due terzi della popolazione germanica, con l'avvento del nazismo si scissero in vari tronconi. I nazisti piu' fanatici, dando vita al movimento dei "cristiani tedeschi" (Deutsche Christen), sostennero senza riserve la dottrina nazista sulla superiorita' della "razza ariana" e il Fuehrerprinzip. Il loro progetto "teologico" intendeva "arianizzare" il cristianesimo e proporre una lettura del nazionalsocialismo quale vero e proprio "evento di rivelazione". Nei loro propositi, la Chiesa si sarebbe dovuta liberare da tutto cio' che nel culto e' "non tedesco", nonche' dalla "morale ebraica della retribuzione" e dalle "storie di mercanti di bestiame e di lenoni" che sarebbero caratteristiche dell'Antico Testamento. Nel definire il loro programma, affermavano che esso rappresentava il compimento della Riforma di Martin Lutero, "la definitiva vittoria dello Spirito nordico sul materialismo orientale". Il movimento incontro' sin dall'inizio un consenso molto largo, sia a livello di base sia fra i pastori e i teologi. Molti videro nella "rinascita" della Germania sotto il regime di Hitler un tempo qualificato, un momento decisivo in cui la presenza di Dio si manifestava nella storia con eccezionale chiarezza. La Chiesa, secondo costoro, non sarebbe potuta restare spettatrice neutrale, ma doveva darsi la missione d'interpretare "profeticamente" eventi storici del tutto particolari, assumendo la svolta storica in atto come cornice ideale del proprio annuncio.

Su un versante diverso e relativamente indipendente venne formandosi un gruppo minoritario denominato "Chiesa confessante" che, retto per qualche anno dal pastore Martin Niemoeller, prese via via le distanze dalle teorizzazioni naziste, denunziando come anticristiani i progetti di coloro che riecheggiavano le tesi sostenute da Alfred Rosenberg nel suo Mito del XX secolo circa la creazione di una Chiesa germanica fondata non su dogmi e principi astratti bensi' sulle forze concrete del sangue, della razza e della terra. Tra questi due schieramenti stava la maggioranza dei protestanti, troppo timorosa per unirsi all'una o all'altra delle parti in dissidio. Alla fine, tuttavia, i piu' si gettarono nelle braccia di Hitler, accettando il suo intervento negli affari delle Chiese e obbedendo alle sue direttive.

Certamente non mancarono i credenti che dai loro pastori attendevano una presa di posizione moralmente orientatrice. Ma negli stessi ambienti della Chiesa confessante, le reazioni alle leggi di Norimberga contro gli ebrei furono isolate e, molto spesso, ambigue. Uno dei pochissimi a chiedere alle gerarchie dei confessanti non soltanto di aiutare le vittime dell'antisemitismo, ma di arrestare l'ingranaggio che andava schiacciandole fu il celebre teologo Dietrich Bonhoeffer: un pastore che seppe opporsi strenuamente al regime e che, condannato per tradimento da un tribunale delle SS, venne impiccato nel campo di concentramento di Flossenbuerg meno di un mese prima della capitolazione della Germania.

Nel febbraio 1996, quarantun'anni dopo la morte di questo eroe della Resistenza antinazista, un gruppo di membri della Chiesa luterana e di militanti tedeschi per i diritti civili ebbe a chiedere per l'ennesima volta che il verdetto emesso a suo tempo a carico di Bonhoeffer venisse finalmente dichiarato nullo, giacche', a norma della legislazione vigente in Germania, questo martire continuava a essere considerato un "traditore". Con ogni evidenza, una circostanza come questa va considerata uno degli ultimi brandelli di un retaggio che ormai nessuno sembra davvero interessato a custodire.

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Il recupero della memoria

Per quanto concerne piu' specificamente il recupero e la conservazione della memoria della Shoah, le varie Chiese cristiane hanno indubbiamente compiuto nell'ultimo mezzo secolo un lungo percorso. Tale cammino e' stato propiziato dal graduale instaurarsi di un clima di attenzione e di reciproco rispetto tra cristiani ed ebrei, ma soprattutto dal desiderio delle Chiese di fare in qualche modo ammenda per il greve antigiudaismo (il sistematico "insegnamento del disprezzo" verso gli ebrei) diffuso per troppi secoli urbi et orbi.

Lungo l'arco degli ultimi decenni, sia nel mondo cattolico sia in quello protestante si sono registrati numerosi pronunciamenti ufficiali circa l'atteggiamento dei cristiani di fronte all'antisemitismo nazista e ai suoi esiti rovinosi. In campo protestante, un rilievo particolare ebbe la risoluzione Rinnovamento del rapporto tra cristiani ed ebrei, approvata nel 1980 dal sinodo evangelico della Renania. Questo testo segno' una svolta nei rapporti tra protestanti ed ebrei. Innanzitutto vi si riconoscevano con chiarezza la corresponsabilita' e la colpa della cristianita' tedesca nella Shoah; in secondo luogo, si cercava di affermare una nuova visione cristiana di Israele, sostenendo la permanente elezione del popolo ebraico come popolo di Dio in aperta opposizione alla tradizionale visione secondo cui la Chiesa cristiana avrebbe soppiantato Israele; in terzo luogo, il tono e il linguaggio di questa risoluzione evocavano quelli delle confessioni di fede.

Non meno significativa fu la pubblica assunzione di responsabilita' che i vescovi cattolici della Repubblica federale tedesca, riuniti in un sinodo congiunto, compirono nel 1975: "Noi siamo il paese la cui recente storia e' oscurata dal tentativo sistematico di distruggere gli ebrei. Durante questo periodo di regime nazionalsocialista siamo stati una comunita' religiosa che, nonostante il comportamento esemplare di pochi, e' stata principalmente interessata  alla propria sopravvivenza, a che tutto andasse liscio nelle proprie istituzioni, ed e' rimasta in silenzio di fronte ai crimini commessi contro gli ebrei. Molti, preoccupati per la propria vita, si sono gravati del peso della colpa. La cosa straziante e' che i cristiani parteciparono a questa persecuzione".

Ma ancora piu' significativi, forse, furono gli atti di pentimento e la richiesta di scuse che i vescovi francesi resero pubblici il 30 settembre 1997 per avere taciuto sui misfatti del regime collaborazionista di Vichy. Dinnanzi al memoriale del "campo di transito" di Drancy, in piedi su quel che resta del binario dal quale settantacinquemila ebrei francesi mossero per intraprendere tra il 1942 e il 1944 il loro viaggio verso la morte, monsignor Olivier de Beranger, vescovo della diocesi di Drancy, espresse il rammarico della Chiesa di Francia per il silenzio dei cattolici "di fronte all'ampiezza del dramma e al carattere inaudito del crimine". Un mea culpa radicale che, al di la' delle circostanze storiche, denunziava le radici religiose "di questa cecita'"e "il ruolo, se non diretto quanto meno indiretto," che ebbero "i luoghi comuni antiebraici colpevolmente coltivati in seno al popolo cristiano nel processo che ha condotto alla Shoah". Infatti, ammettevano i vescovi francesi, "a dispetto (e in parte a causa) delle radici ebraiche del cristianesimo, e della fedelta' del popolo ebraico testimone del Dio unico attraverso la sua storia, lo 'scisma primordiale', sorto nella seconda meta' del I secolo, ha portato al divorzio, poi a una animosita' e a un'ostilita' plurisecolare fra i cristiani e gli ebrei. (...) Secondo il giudizio degli storici, e' un fatto attestato che, durante i secoli, nel popolo cristiano ha prevalso, fino al Concilio Vaticano II, una tradizione di antigiudaismo che ha segnato a livelli diversi la dottrina e l'insegnamento cristiani, la teologia e l'apologetica, la predicazione e la liturgia". Per i vescovi francesi, "su questo terreno e' cresciuta la pianta velenosa dell'odio per gli ebrei".

Nel caso francese "le autorita' spirituali, impantanate in un lealismo che andava molto al di la' dell'obbedienza tradizionale al potere stabilito, si sono, in maggioranza, limitate a un atteggiamento di conformismo, di prudenza e di astensione, parzialmente imposto dal timore di rappresaglie contro le opere e i movimenti della gioventu' cattolica. (...) E se resta vero che si possono citare in abbondanza gesti di solidarieta', bisogna chiedersi se gesti di carita' e di sostegno sono sufficienti a onorare le esigenze di giustizia e il rispetto dei diritti della persona umana". In ogni caso, secondo i vescovi, ci fu allora un "ripiegamento su una visione ristretta della missione della Chiesa", cui si aggiunse "una mancanza di comprensione dell'immenso dramma planetario in atto, che pregiudicava il futuro stesso del cristianesimo".

(segue)

 

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Numero 27 del 27 gennaio 2011

 

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