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Telegrammi. 473



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 473 del 21 febbraio 2011

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

 

Sommario di questo numero:

1. Si e' svolto il 20 febbraio a Viterbo un incontro di formazione nonviolenta

2. Laura Colombo, Sara Gandini, Laura Milani: Il 13 febbraio in piazza perche'

3. Laura Colombo, Sara Gandini, Laura Milani: Sciarpa rossa per festeggiare la passione politica delle donne

4. Luisa Muraro: Non sono a disposizione

5. Vita Cosentino: 13 febbraio

6. Rosangela Pesenti: Donne manifeste

7. Laura Minguzzi presenta "Diario Russo" di Anna Politkovskaja

8. Per sostenere il Movimento Nonviolento

9. "Azione nonviolenta"

10. Segnalazioni librarie

11. La "Carta" del Movimento Nonviolento

12. Per saperne di piu'

 

1. INCONTRI. SI E' SVOLTO IL 20 FEBBRAIO A VITERBO UN INCONTRO DI FORMAZIONE NONVIOLENTA

[Riceviamo e diffondiamo]

 

Domenica 20 febbraio 2011 presso il centro sociale occupato autogestito "Valle Faul" di Viterbo si e' svolto un nuovo incontro del percorso di formazione e informazione nonviolenta che si tiene settimanalmente dal 2009.

In apertura dell'incontro sono state ricordate alcune persone amiche recentemente decedute.

Si e' poi riflettuto sull'andamento dell'iniziativa per il diritto allo studio promossa da alcuni mesi con esiti assai positivi.

Sono stati quindi analizzati gli ultimi sviluppi della drammatica questione della presenza di arsenico nelle acque destinate al consumo umano, e si e' confermato l'impegno per la prosecuzione dell'iniziativa per ottenere la completa dearsenificazione dell'acqua da bere. Si e' confermato altresi' l'impegno per la gestione pubblica dei servizi idrici: l'accesso all'acqua e' un diritto umano fondamentale, non una merce su cui speculare.

Si e' quindi riflettuto sulla straordinaria riuscita della manifestazione delle donne del 13 febbraio, e su come la riflessione e la lotta delle donne costituisca il punto di riferimento fondamentale nell'impegno per i diritti umani di tutti gli esseri umani.

Infine nel ricordo di Alfio Pannega si e' cominciato a ragionare sulle iniziative da realizzare il prossimo 30 aprile nel primo anniversario della scomparsa.

*

Le persone partecipanti all'incontro

Viterbo, 20 febbraio 2011

Per informazioni e contatti: viterbooltreilmuro at gmail.com

 

2. RIFLESSIONE. LAURA COLOMBO, SARA GANDINI, LAURA MILANI: IL 13 FEBBRAIO IN PIAZZA PERCHE'

[Dal sito della Libreria delle Donne di Milano riprendiamo il seguente intervento del 10 febbraio 2011 dal titolo originale "Il 13 saremo in piazza perche'".

 

Laura Colombo, Sara Gandini e Laura Milani partecipano all'esperienza della Libreria delle donne di Milano, del cui sito internet www.libreriadelledonne.it Laura Colombo e Sara Gandini sono "webmater"]

 

Il 13 saremo in piazza perche' il nostro agire politico non si esaurisce nell'andare in manifestazione.

Il 13 saremo in piazza perche', come dicono le ragazze di Sguardi sui generis, a chi domanda dove siano le donne di questo paese rispondiamo: "ci troviamo nei luoghi in cui quotidianamente si giocano i conflitti reali di questo paese".

Il 13 saremo in piazza perche', come dice Ida Dominjianni, "senza le parole e l'esposizione di alcune donne il Berlusconi-gate non sarebbe mai scoppiato".

Il 13 saremo in piazza perche', come dice Marina Terragni, "le donne sono protagoniste della vita sociale ed economica del paese, la miseria e' della politica che non si avvale della loro grandezza, della loro forza e della loro intelligenza".

Il 13 saremo in piazza perche', come dice Anna Potito, "e' in corso una raccolta di firme di donne in difesa della dignita' delle donne, avrei preferito che la facessero in difesa della propria dignita' gli uomini, finalmente consapevolmente indignati".

Il 13 saremo in piazza perche', come dice Anna Bravo, le ragazze che si vendono fanno rabbia ma soprattutto fanno rabbia gli "uomini che solo grazie al denaro e al potere dispongono del loro corpo e le gratificano con regali comprati all'ingrosso".

Il 13 saremo in piazza perche', come dice Susanna Camusso, "questo paese ha seri problemi con la sessualita', ce li hanno tanti uomini in questo paese. Dobbiamo ricominciare a parlare di sessualita'".

Il 13 saremo in piazza perche', come dice Concita De Gregorio, "c'e' bisogno di un cambiamento culturale radicale, partendo dalla forza delle donne".

Il 13 saremo in piazza perche', come dice Luisa Muraro, "bisogna darsi da fare perche' donne e uomini che firmano e manifestano, lo facciano con chiarezza mentale, al seguito di parole valide".

Il 13 saremo in piazza soprattutto perche' al centro del discorso vogliamo porre la vera questione, la questione maschile. Se il punto e' la dignita', parliamo di quella maschile: gli uomini possono restare ancora indifferenti all'esibizione di una sessualita' imperniata sullo scambio sesso-denaro-potere? Noi pensiamo di no. Vogliamo chiedere non la loro amicizia ma una messa in discussione pubblica della miseria di questa sessualita', alcuni gia' lo stanno facendo.

Per tutti questi motivi il 13 febbraio saremo in piazza insieme a tante altre donne e uomini con gioia passione e liberta'.

 

3. RIFLESSIONE. LAURA COLOMBO, SARA GANDINI, LAURA MILANI: SCIARPA ROSSA PER FESTEGGIARE LA PASSIONE POLITICA DELLE DONNE

[Dal sito della Libreria delle Donne di Milano riprendiamo il seguente intervento del 15 febbraio 2011 dal titolo originale "Sciarpa rossa per festeggiare la passione politica delle donne"]

 

La nostra pratica politica non e' movimentista; abbiamo criticato le parole d'ordine della manifestazione del 13; abbiamo messo in discussione l'appello "Se non ora quando". Eppure siamo andate alla manifestazione sostenendo la nostra decisione di esserci.

Proprio perche' il nostro agire politico non si riduce alle manifestazioni, il si' del 13 febbraio non e' stata la rassicurante e pacificata risposta a un richiamo esterno, non la ricerca di rispecchiamento nelle altre e neppure la consolatoria illusione di "fare qualcosa".

Proprio perche' la nostra pratica politica si nutre delle nostre relazioni, di parole scambiate, della lotta per conoscere il nostro intimo desiderio prima ancora di portarlo nel mondo, il nostro si' ci permette di spiegare i nostri no e crea uno spazio simbolico in cui e' possibile aprire conflitti e ragionare insieme sui no.

Il nostro si' e' arrivato dopo giorni in cui abbiamo discusso pubblicamente e in modo appassionato le critiche alle parole d'ordine della manifestazione.

Esserci con tutti i nostri distinguo, mettendo al centro la questione maschile e la triade sesso-potere-denaro ha permesso un cambiamento di segno: il nodo politico da affrontare e' la politica maschile (e la sessualita' maschile), non la dignita' delle donne.

La manifestazione ha mostrato il bisogno di esposizione collettiva nato da una discussione vivace sulla rete, dove e' forte il desiderio di protagonismo di tante donne e uomini che vivono in mille contesti diversi. La rete che ci piace, quella che in questi giorni ha fatto crescere il movimento di sostegno alla manifestazione, e' politica di relazione prima di tutto, politica del simbolico: le diverse soggettivita' emergono e costruiscono pensiero insieme, mail dopo mail, intervento dopo intervento, su facebook, nei blog, nei siti, nelle mailbox. Il nostro esserci ha permesso - a noi innanzi tutto - di aprire spazi inediti di dialogo per far emergere le questioni politiche che le femministe hanno da sempre posto al centro del loro discorso. Nel testo "Il 13 saremo in piazza perche'" mostriamo come tante donne, anche quelle che hanno pratiche lontane dalle nostre, in questi giorni di grandi discussioni abbiano saputo far emergere le questioni politiche essenziali e abbiano accolto le obiezioni.

La cultura politica che ha portato al potere B non cambiera' cacciandolo, e noi vogliamo arrivare a un cambio di civilta' radicale. Questo puo' avvenire solo trovando parole che sappiano leggere in modo nuovo la realta', mediando con chi vive in altri contesti e ha pratiche politiche differenti. La manifestazione del 13 e' stata una grande occasione e le nostre parole, il nostro esserci hanno segnato il contesto, perche' ci siamo messe al centro anche se lontane dal palco. Siamo scese in piazza con la sciarpa rossa, per festeggiare la passione politica delle donne e la nascita di una diffusa consapevolezza rispetto alla questione maschile.

 

4. RIFLESSIONE. LUISA MURARO: NON SONO A DISPOSIZIONE

[Dal sito della Libreria delle Donne di Milano riprendiamo il seguente intervento originariamente apparso su "Metro" del 15 febbraio 2010

Luisa Muraro, una delle piu' influenti pensatrici femministe, ha insegnato all'Universita' di Verona, fa parte della comunita' filosofica femminile di "Diotima"; dal sito delle sue "Lezioni sul femminismo" riportiamo la seguente scheda biobibliografica: "Luisa Muraro, sesta di undici figli, sei sorelle e cinque fratelli, e' nata nel 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza), in una regione allora povera. Si e' laureata in filosofia all'Universita' Cattolica di Milano e la', su invito di Gustavo Bontadini, ha iniziato una carriera accademica presto interrotta dal Sessantotto. Passata ad insegnare nella scuola dell'obbligo, dal 1976 lavora nel dipartimento di filosofia dell'Universita' di Verona. Ha partecipato al progetto conosciuto come Erba Voglio, di Elvio Fachinelli. Poco dopo coinvolta nel movimento femminista dal gruppo "Demau" di Lia Cigarini e Daniela Pellegrini e' rimasta fedele al femminismo delle origini, che poi sara' chiamato femminismo della differenza, al quale si ispira buona parte della sua produzione successiva: La Signora del gioco (Feltrinelli, Milano 1976), Maglia o uncinetto (1981, ristampato nel 1998 dalla Manifestolibri), Guglielma e Maifreda (La Tartaruga, Milano 1985), L'ordine simbolico della madre (Editori Riuniti, Roma 1991), Lingua materna scienza divina (D'Auria, Napoli 1995), La folla nel cuore (Pratiche, Milano 2000). Con altre, ha dato vita alla Libreria delle Donne di Milano (1975), che pubblica la rivista trimestrale "Via Dogana" e il foglio "Sottosopra", ed alla comunita' filosofica Diotima (1984), di cui sono finora usciti sei volumi collettanei (da Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, a Il profumo della maestra, Liguori, Napoli 1999). E' diventata madre nel 1966 e nonna nel 1997"]

 

Una volta le donne andavano alle manifestazioni di uomini. Il 13 febbraio gli uomini sono andati a una manifestazione di donne. Vuol dire che che le donne prendono il posto degli uomini? No, vuol dire, cosa ben piu' nuova, che il posto degli uomini, nel senso di stare sopra a comandare, non esistera' piu'. I privilegi di classe, purtroppo, ci sono ancora ma i privilegi di sesso, sempre meno.

C'e' un'altra interpretazione sbagliata, dice che gli uomini devono spartire le loro prerogative alla pari con le donne. Tipo: gli uomini vanno in guerra? anche le donne. Vanno a prostitute? anche le donne. Se dovesse andare cosi', povera umanita'!

La risposta e' nella liberta' femminile, quella che non si vende agli uomini, non li imita, non li invidia e non si mette in gara con loro per il potere. Questa liberta' fa bene anche agli uomini, smettono di credersi dio, imparano a contrattare con le donne e ad ammirarle, quando sono ammirevoli. E lo sono spesso, non tanto in televisione ma nella realta'. La qualita' della vita, anche quella pubblica, ne guadagnera', perche' la libera espressione della differenza e' una ricchezza. La ricchezza femminile non si riduce alle manifestazioni di massa o alle date canoniche (8 marzo). Non e' una questione di numeri o di date, e' presenza, qualita', parola, e agisce nella vita reale. Bisogna imparare a vederla meglio, questa ricchezza, anche da parte femminile, e non lasciarla a disposizione dei furbi con i loro giochi gia' fatti. "Non sono disponibile" ha detto Rosi Bindi, che per me vuol dire: ho un mio progetto di vita, ho una ricchezza che scambio nei modi e nei luoghi che scelgo, non mi lascio ne' comprare ne' usare.

 

5. RIFLESSIONE. VITA COSENTINO: 13 FEBBRAIO

[Dal sito della Libreria delle Donne di Milano riprendiamo il seguente intervento del 18 febbraio 2011.

Vita Cosentino e' un'autorevolissima intellettuale femminista]

 

Che bella giornata il 13 febbraio! Io che per ragioni di salute in piazza non sono potuta andare, ci sono stata con la mente. Ero accanto alle amiche che mi chiamavano con il cellulare per dirmi dei loro striscioni e intanto le informavo delle altre piazze, sentendo le cronache alla radio. Siamo a una svolta culturale e politica e quella giornata lo ha confermato. Non in se', ma per quello che ha fatto vedere: l'esistenza di una societa' femminile viva e pensante. Un cambiamento che non appare certo all'improvviso, e' stato preceduto da decenni di incontri, scontri, convegni, riviste, librerie, centri e iniziative di donne in tutta Italia, da Canicatti' a Pinerolo, da Spinea a Iglesias. La partita e' aperta e le donne possono giocarla alla grande.

Del 13 febbraio mi colpisce soprattutto la dislocazione delle piazze in ogni parte del paese, 230 citta' italiane grandi e piccole, per non parlare delle 50 piazze in giro per il mondo. Certo molto ha fatto il web, e' anche vero che una parte della stampa ha appoggiato apertamente, ma sta di fatto che e' scattata, da parte di donne e uomini comuni, la fiducia nei confronti di gruppi di donne che, tenendosi in contatto in rete con altre e con le organizzatrici romane, davano localmente un appuntamento. Dicono un milione di partecipanti. Le donne sono state sentite come un soggetto politico affidabile: questa e' una vera e grande novita'. Si sono poste senza dicotomie destra/sinistra, laiche/religiose ecc. e il serrato dibattito che ha riempito i quotidiani nei giorni precedenti (e spero prosegua) nella critica e nella differenza di posizioni ha aumentato la consapevolezza, ha creato una fluidita' di comunicazione, ha rettificato alcuni possibili scivoloni politici, come la divisione tra donne perbene e donne permale. Queste modalita' le ha fatte emergere come un soggetto politico credibile per tantissimi uomini che sono andati e sono stati alle parole delle donne. A Milano gli organizzatori della manifestazione indetta nello stesso giorno davanti al palazzo di giustizia hanno preferito ritirarla per confluire in quella delle donne. In fondo e' in qualche modo improprio definirle manifestazioni delle donne: e' qualche cosa di piu' complesso e di portata piu' generale che meriterebbe analisi approfondite. Certo le piazze del 13 febbraio hanno introdotto un linguaggio altro rispetto a quello della politica politicante, facendo circolare parole che finalmente facevano vedere cose che nella societa' sono gia' cambiate soprattutto a livello della relazione uomo/donna.

Una svolta e' un momento delicato: il potenziale politico che e' rappresentato dalla societa' femminile puo' davvero aprire a qualcosa di inedito oppure puo' venire risucchiato in vecchie logiche, o barattato con un successo elettorale o con un certo numero di posti di potere, o sminuito o ricoperto di bugie fino a essere annullato. Ma siamo in ballo e tocca ballare.

Per parte mia penso che tutte quelle donne che si sono implicate (e anche tutte le altre) sono in ogni luogo della societa' e gia' lo segnano con la loro presenza. Ora hanno anche come guadagno da spendere una maggiore autorevolezza, data dalla fiducia che hanno ottenuto, e possono far conto sulle proprie capacita' autonome di dare vita a una dimensione collettiva creando relazioni. In questione - si e' ben visto il 13 febbraio - e' un'intera cultura politica maschile che si alimenta sull'intreccio sesso-potere-denaro. E' un conflitto di fondo nella societa' che si configura si' come un conflitti tra i sessi, ma che vede oggi assieme alle donne anche una parte degli uomini. Questo conflitto era gia' aperto ma la manifestazione ci obbliga a rilanciarlo e ha dato a molte la forza di esplicitarlo. Ora si tratta di agirlo meglio e di piu' in ogni luogo in cui ci troviamo a lavorare e a vivere per immettervi potentemente desideri propri, propri modi di stare al mondo. E' venuto il momento ed e' questo.

 

6. RIFLESSIONE. ROSANGELA PESENTI: DONNE MANIFESTE

[Ringraziamo Rosangela Pesenti (per contatti: rosangela_pesenti at yahoo.it) per averci messo a disposizione questo intervento che apparira' su "Noi Donne" di marzo.

Rosangela Pesenti, laureata in filosofia, da molti anni insegna nella scuola media superiore e svolge attivita' di formazione e aggiornamento. Counsellor professionista e analista transazionale svolge attivita' di counselling psicosociale per gruppi e singoli (adulti e bambini). Entrata giovanissima nel movimento femminista, nell'Udi dal 1978 di cui e' stata in vari ruoli una dirigente nazionale fino al 2003, collabora con numerosi gruppi e associazioni di donne. Fa parte della Convenzione permanente di donne contro tutte le guerre, della Convenzione delle donne di Bergamo, collabora con il Centro "La Porta", con la rivista "Marea" e la rivista del Movimento di cooperazione educativa. Tra le opere di Rosangela Pesenti: Trasloco, Supernova editrice, Venezia 1998; (con Velia Sacchi), E io crescevo..., Supernova editrice, Venezia 2001; saggi in volumi collettanei: "Antigone tra le guerre: appunti al femminile", in Alessandra Ghiglione, Pier Cesare Rivoltella (a cura di), Altrimenti il silenzio, Euresis Edizioni, Milano 1998; "Una bussola per il futuro", in AA. VV., L'economia mondiale con occhi e mani di donna, Quaderni della Fondazione Serughetti - La Porta, Bergamo 1998; AA. VV., Soggettivita' femminili in (un) movimento. Le donne dell'Udi: storie, memorie, sguardi, Centro di Documentazione Donna, Modena 1999; "I luoghi comuni delle donne", in Rosangela Pesenti, Carmen Plebani (a cura di), Donne migranti, Quaderni della Fondazione Serughetti - La Porta, Bergamo 2000; "Donne, guerra, Resistenza" e "Carte per la memoria", in AA. VV., Storia delle donne: la cittadinanza, Quaderni della Fondazione Serughetti - La Porta, Bergamo 2002; Caterina Liotti, Rosangela Pesenti, Angela Remaggi e Delfina Tromboni (a cura di), Volevamo cambiare il mondo. Memorie e storie dell'Udi in Emilia Romagna, Carocci, Firenze 2002; "Donne pace democrazia", "Bertha Von Suttner", "Lisistrata", in Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo (a cura di), Donne Disarmanti, Intra Moenia, Napoli 2003; "I Congressi dell'Udi", in  Marisa Ombra (a cura di), Donne manifeste, Il Saggiatore, Milano 2005; "Tra il corpo e la parola", in Io tu noi. Identita' in cammino, a cura dell'Udi di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, 2006]

 

Chi convoca una manifestazione ha generalmente il potere di farlo e cioe', al minimo, un luogo da utilizzare liberamente per un primo confronto di idee, mezzi per renderlo visibile e un potenziale consenso, dato dalla posizione sociale che occupa e dalla rilevanza politica che ne deriva.

Sono contenta che esistano donne autorevoli e che alcune di queste donne abbiano proposto a tutte di manifestare, dicendo implicitamente che da sole non ce la fanno, che senza di noi, visibili, nelle piazze e ovunque, le loro parole sono deboli, la cittadinanza dei loro pensieri piu' incerta, la loro visibilita' piu' occultabile anche se vivono carriere di onesta raggiunta parita' ai livelli piu' alti di responsabilita' e accesso alle risorse.

L'adesione di moltissime donne, me compresa, non e' tanto condivisione di un appello, che dice il minimo e poco l'indispensabile, ma l'urgenza di rendere visibile una rabbia dentro cui stanno ragioni cosi' grandi e gravi che nessun luogo chiuso puo' piu' contenerle.

Ha superato ogni misura questo governo nei confronti delle donne, a cominciare dalla ferocia nei confronti di Eluana Englaro fino alle leggi contro l'autodeterminazione, dal peggioramento delle condizioni di lavoro alla persecuzione delle migranti.

Possiamo dire che oggi e' svelato e sotto gli occhi di tutte e tutti, anche di chi non voleva vedere o faceva finta, quello che molte di noi hanno capito con chiarezza gia' molto prima del 1994,  con l'attacco al femminismo della fine anni '80, la proposta del rampantismo ai giovani, il successo come parola d'ordine entrata anche nella scuola al posto del diritto, l'esaltazione dell'evasione fiscale a sostegno di un benessere rapace nei confronti del territorio, l'abito firmato come divisa di un esercito votato al disprezzo del lavoro manuale, il corpo modellato da fantasie erotiche malate come elemento decorativo e componente fondamentale dell'accesso a beni e carriere, la mortificazione del lavoro, l'introduzione della schiavitu', la dilapidazione dei beni comuni, la legittimazione della delinquenza, la violenza su donne, minori e chiunque possa essere definito inferiore, il femminicidio, l'esaltazione della famiglia ipocrita, l'attacco all'autodeterminazione delle donne, la proprieta' privata dei figli, l'invenzione dello straniero attraverso definizioni emarginanti e leggi liberticide, la falsificazione della storia, il razzismo di Stato, la vergognosa omofobia, l'ostentazione della ricchezza, la mortificazione della sobrieta' e dell'onesta', il disprezzo del servizio pubblico, la rilegittimazione della scuola come veicolo e copertura delle gerarchie sociali, la manipolazione delle parole come nel caso del federalismo, l'attacco ai principi fondamentali della costituzione. Potrei continuare a lungo e di ogni elemento qui confusamente elencato portare le prove, i fatti, il sistema delle collusioni, la rete delle connivenze di un intero paese nel quale il degrado della politica ha cancellato qualsiasi immagine di futuro.

Possiamo dire? Possiamo davvero farlo in questo Paese dove l'accesso all'informazione e' blindato e intere generazioni di giornalisti sono vendute o asservite, perfino in buona fede, che e' peggio, al degrado di un potere che ha messo in ginocchio la democrazia con leggi e provvedimenti sessisti e classisti a cominciare dalla legge elettorale?

Possiamo farlo noi che non facciamo mai notizia per tutte le cose ordinarie e straordinarie che facciamo? Noi che siamo conteggiate solo nelle statistiche, politicamente cancellate quando non derise o deformate per la buona pace dei benpensanti?

Quando le donne rinunciano a pensare alla propria esistenza libera come luogo di costruzione di un processo pacifico di giustizia sociale, di pari opportunita' per le generazioni successive (e non solo per i propri bambini e bambine), quando si chiudono dentro le piccole strategie di conquista del proprio microterritorio (che sia una casa o una carriera), il patriarcato vince su tutte e i diritti vengono corrosi ad ogni livello.

Dovremmo ricordare che il patriarcato e' una struttura mentale, oltre che sociale, molto antica, sostenuta dalle religioni e dai vari sistemi di potere, trasmessa dal conformismo educativo di genere, amplificato oggi dalla pubblicita' e dai media.

Il problema di questo Paese e' fatto a cipolla: le vicende di un vecchio sporcaccione che fa pena coprono la sua corte prezzolata che procede con gli slogans populisti, sotto stanno nascosti i loschi affari di un governo a cui non manca il fedele sostegno della chiesa e della borghesia, la prima incapace di fede, la seconda incompetente di opere, entrambe in vendita per quei privilegi con i quali l'una atrofizza ancora le coscienze e l'altra mortifica il lavoro svendendo l'economia.

C'e' una questione politica che riguarda specificamente le donne e il modo con il quale stanno dentro i luoghi, anche quelli politici e istituzionali, dove si giocano le relazioni storiche tra i generi molto piu' di quanto l'astrattezza dei ruoli possa uniformare e nascondere.

Ci sono posizioni politiche che vanno esplicitate, personalmente non mi sento rappresentata dalle "veline", quelle donne che svolgono il ruolo di  "ripetelle" del leader di turno, arruolate alla difesa ubbidiente, educata o sguaiata che sia, ne' dalle "governanti", quelle assunte per un casalingato di lusso a pieno servizio, addette a una fedelta' un po' meschina come nei matrimoni convenienti, ma non apprezzo nemmeno le "vestali", donne che mortificano la propria intelligenza presidiando i valori che altri provvedono a dissipare, immolate al sacro fuoco mentre gli "uomini di Roma" da un lato gozzovigliano e dall'altro balbettano, e intanto si affonda nel fango.

Con queste parole non giudico donne, quel mistero della vita di cui ognuna sa di se' nel profondo, ma un modo di essere sociale, un insieme di comportamenti e di scelte in cui si finisce per cadere, perfino controvoglia, nei luoghi in cui la presenza femminile e' cosi' esigua, come il Parlamento, o la forma dell'istituzione patriarcale cosi' potente (come la scuola) che la soggettivita' politica delle donne, nei modi in cui si e' articolata e dispiegata nella storia, viene totalmente cancellata.

Riuscire a renderci "manifeste" in tante nelle piazze aiuta sempre ognuna nei luoghi che abita e oggi ha significato cominciare a contrastare la dittatura dell'immaginario mediatico che ci mortifica, ma soprattutto documentare la multiforme esistenza delle donne per le giovani generazioni di ragazze e ragazzi, cresciuti nell'ignoranza e perfino disprezzo della storia di questo Paese.

Siamo sempre noi, tornate il giorno dopo alla fatica quotidiana, alle incertezze del futuro, ai pensieri e luoghi dove siamo diversamente occupate o precarie o disoccupate, ma la visibilita' collettiva di un giorno ci rende oggi piu' visibili anche a noi stesse, apre scenari che non riuscivamo piu' a immaginare, ci consente di porre alla politica questioni su cui abbiamo a lungo lavorato coinvolgendo altre donne.

Sono grata alle donne dello spettacolo che si sono esposte in prima persona in questa manifestazione (e loro piu' di tante dipendono da un mercato del lavoro feroce) e sono grata alle donne del sindacato e anche dei partiti perche' so quanto sia difficile esistere come donna in luoghi costruiti al maschile, soprattutto perche' di questi luoghi di appartenenza hanno correttamente usato il potere degli strumenti che maneggiano, ma si sono presentate sulla scena come donne, richiamandosi ad un'appartenenza politica che va oltre le tessere, le associazioni, le carriere, le condizioni, fondata nella propria storia individuale perche' consapevolmente legata al cammino della soggettivita' politica femminile che sta capovolgendo pacificamente e in modo irreversibile le relazioni umane ovunque.

Per un lungo momento nelle piazze abbiamo sentito il respiro di quella grande storia e di quel respiro ci siamo commosse, perche' sappiamo che ci ha fatto fare un passo avanti rispetto alle tante meschinita' del vivere, alle quali oggi torniamo con accresciuta capacita' di lotta e resistenza, forse capaci perfino di spostare qualche equilibrio in una classe politica nella quale si fa fatica a discernere differenze rilevanti di programmi e comunque interamente complice del degrado presente.

In piazza, a Bergamo, ho detto che questo parlamento non mi rappresenta perche' le donne sono piu' della meta' della popolazione e i meccanismi politici le costringono in percentuali irrisorie, ma le donne sono anche per la maggior parte lavoratrici dipendenti, nelle aziende private e nei servizi pubblici, sono piu' povere, piu' disoccupate, piu' precarie, piu' sfruttate nel lavoro domestico, piu' perseguitate, piu' vittime di violenza, e in parlamento sono rappresentate soprattutto le libere professioni, le carriere dirigenti, le appartenenze famigliari alle classi piu' ricche, l'abitudine al privilegio, la servitu' al denaro.

Ci sono donne che possono permettersi di non andare in piazza perche' hanno la possibilita' di far sentire comunque la loro voce, io sto con quelle che non hanno mai "voce in capitolo" e con quelle che sanno utilizzare la propria posizione per ristabilire condizioni di pari opportunita' per tutte.

Ho imparato, proprio in una grande associazione di donne come l'Udi, ad ascoltare una donna, le sue parole, a studiare le donne e i loro pensieri, ma anche a chiedermi sempre chi e' questa donna, da dove viene, di che cosa vive e come, qual e' il rapporto tra la sua vita e le sue parole perche' so che questo conta e fa la differenza, la fa ancora per me che pure ho avuto il privilegio dell'istruzione in un momento in cui non era ancora diritto per la mia famiglia e la mia classe. Differenze che contano per tutte, ma ancora di piu' per le donne che accudiscono le nostre case, i nostri figli, i nostri vecchi, lavoratrici a cui la repubblica fondata sul lavoro nega la cittadinanza: molte erano in piazza con noi e insieme abbiamo parlato per tutte.

Non penso che sara' facile, penso solo che si puo' fare, basta che lo vogliamo in tante, facendo tutte un passo avanti, ogni giorno, ma preparandoci a fare anche qualche passo indietro per fare posto ad altre donne e nuovi pensieri. E non e' solo questione di generazione o di eta', ma di visioni del mondo, proposte politiche, pensieri e della capacita' di interpretarli, diffonderli, crescerli e praticarli a beneficio di tutte.

So che si fa un passo per volta, ma allora perche' non condividere questo passo quando e' proposto da altre?

In vent'anni tutto e' peggiorato, ma la condizione delle donne italiane e' precipitata e una politica misogina ha aggredito quella piccola possibilita' di giustizia e democrazia che ci eravamo faticosamente conquistate, cosi' e' difficile che donne senza privilegi o che non si vendono, arrivino ad essere presenti nel dibattito o nelle istituzioni, anche se i nuovi mezzi di comunicazione possono essere d'aiuto e la capacita' delle donne di andare oltre le proprie possibilita' ci puo' sempre felicemente sorprendere.

Vedo molte associazioni, e non solo di donne, che faticano a costruire opportunita' di espressione democratica interna, anche perche' vivono di scarse risorse, mortificate da leggi che volutamente escludono l'associazionismo politico dal sostegno pubblico.

Tanti anni fa abbiamo detto che non ci serviva denaro, ci basterebbero sedi con affitto simbolico, spazi gratuiti per le iniziative, agevolazioni per i viaggi, permessi per chi lavora, altrimenti inevitabilmente anche la politica delle donne e' affidata a chi gode di qualche privilegio, perfino piccolo e onestamente ottenuto, che consente pero' di avere tempo libero, tempo per se'.

Ho citato l'Udi perche' e' l'associazione in cui sono cresciuta politicamente e oggi la guardo, da semplice iscritta, con molta perplessita'.

Nell'associazione si diceva spesso "siamo donne Udi" piu' che "dell'Udi", e quella preposizione articolata, che saltava nella conversazione, diceva molto di un'associazione cresciuta e vissuta, soprattutto negli ultimi trent'anni, nel corpo a corpo tra donne piu' che attraverso il documento cartaceo delle tessere, peraltro assente a livello nazionale per molto tempo, o i comunicati ufficiali. Un'associazione fatta, in fondo, come sono fatte le donne, che porta iscritto nella sua storia il cammino politico delle donne italiane e non solo quello delle battaglie e delle campagne vittoriose, delle manifestazioni e delle dichiarazioni, ma anche quello piu' minuto e invisibile, e infinitamente piu' importante per la democrazia, della costruzione di luoghi d'incontro, case e sedi, aperti a molti attraversamenti e consapevoli residenzialita'.

L'Udi e' la prima associazione di donne, nata dentro la lotta di liberazione dal fascismo, che porta scritti nel proprio dna la Repubblica e la democrazia, l'antifascismo e la parita' tra i sessi, uniti ad una ininterrotta vocazione a praticare nella vita quotidiana la passione politica.

Sono entrata in un'Udi, nel 1978, in cui le dirigenti visibili a livello nazionale erano molte, una caratteristica che e' rimasta spesso nelle Udi locali con esiti positivi. Erano donne diverse tra loro, con posizioni politiche talvolta contrastanti e perfino opposte: l'associazione non ne soffriva, anzi, ne traeva alimento e opportunita' di crescita, ma erano anche donne cresciute dentro un modello organizzativo di cui tutte, loro per prime, avvertivano ormai i limiti.

Nel 1982 l'XI Congresso ha simbolicamente azzerato l'organizzazione verticale gerarchica e la struttura modellata su quella dei partiti, rompendo anche il modesto legame economico di dipendenza dal Pci, concludendo cosi' il percorso dell'emancipazione con una parita' che in quegli anni sembrava la possibilita', aperta a tutte, di raggiungere l'autonomia economica che avrebbe consentito il processo di liberazione individuale dai lacci del patriarcato familista e dell'economia misogina.

Un'operazione simbolica dirompente in un mondo politico poco lungimirante che ancora non prevedeva la frana del sistema di potere democristiano e la diaspora confusa del partito comunista.

Si tratto' allora di una scelta a lungo dibattuta e sofferta per le dirigenti storiche dell'Udi, che avevano avviato da anni un confronto serrato con il femminismo al quale, non dimentichiamolo, proprio le sedi dell'associazione facevano, talvolta o spesso, da supporto logistico, offrendo ospitalita' di spazi e attrezzature.

Un'operazione simbolica forte, in sintonia con l'esperienza piu' dirompente del femminismo che per quasi dieci anni era stato presente sulla scena politica con l'orizzontalita' diffusa dei collettivi, in sintonia soprattutto con noi, giovani donne arrivate all'Udi proprio dall'esperienza femminista, che ci sembrava, di quella vecchia solenne e matronale associazione, la continuita' naturale.

La pratica fu diversa poi nei vari luoghi e richiese, soprattutto a livello nazionale, una capacita' d'invenzione e sperimentazione politica per molti versi inedita nel panorama circostante, che mobilito' le nostre energie intorno alla possibilita' di far emergere una rappresentazione di noi che uscisse dalle strettoie, avvertite da tutte, di una rappresentanza costruita, come ovunque, sulla cooptazione.

La scommessa fu quella di riuscire a liberare le autorevolezze dai ruoli, consentendo a piu' donne di svolgerli, a rotazione, sperimentandosi nella responsabilita'.

La scelta fu quella di avere sempre responsabilita' condivise per rendere visibile il rifiuto della pratica verticistica e liberare potenzialita' e intelligenze senza costruire inamovibili rendite di potere.

La scommessa era quella di aprire a qualsiasi donna la possibilità di assumere responsabilita' nazionali, oltre che locali, senza discriminazioni di eta', provenienza, condizione sociale.

Propositi ambiziosi certo, ma profondamente giusti e anche se non sono stati tempi facili, hanno sedimentato in molte di noi competenze politiche che abbiamo saputo praticare ovunque.

Propositi fondamentali anche per l'agenda politica che vogliamo costruire oggi.

Alle tante campagne di lotta, che l'Udi ha sempre condotto e continua a promuovere, si e' aggiunta in quegli anni una liberta' e qualita' del dibattito che ha generato riflessioni politiche utili per il presente, una per tutte proprio quella "gestione politica delle differenze teoricamente incomponibili" che Lidia Menapace propose all'Udi e che ancora oggi puo' essere un'indicazione utile per tutte le donne in movimento.

Ne parlo perche' la questione non e' solo dell'Udi, ma di tutte le associazioni vecchie e nuove che si propongano di andare oltre la cerchia delle amiche, e investe direttamente tutte le donne che si chiedono oggi come far vivere nella pratica politica tutto cio' che abbiamo visto di noi e tra noi il 13 febbraio, in una manifestazione che ha dato alle ragazze la possibilita' di esserci e a noi di riconoscere anche in loro le tante lotte vinte della nostra storia.

Ne parlo perche' la storia dell'Udi e' storia di tutte, un patrimonio dentro cui guardare e soprattutto da utilizzare come bene comune con il rispetto che oggi chiediamo per l'acqua, la terra, l'aria che respiriamo. Il bene comune di una storia nella quale ognuna puo' trovare le sue risorse proprio perche' nessuna ne e' proprietaria.

Rosangela Pesenti

cresciuta nei luoghi in cui le donne s'incontrano, della rivista "Marea", del Gruppo Sconfinate di Romano di Lombardia, dell'Udi Monteverde, del 13 febbraio

 

7. LIBRI. LAURA MINGUZZI PRESENTA "DIARIO RUSSO" DI ANNA POLITKOVSKAJA

[Dal sito della Libreria delle Donne di Milano riprendiamo la seguente recensione del libro di Anna Politkovskaja, Diario russo, Adelphi, Milano 2007.

Laura Minguzzi, di origini ravennati, ha insegnato lingue straniere in licei milanesi; femminista storica, ha promosso insieme ad altre una "Comunita' di pratica e di riflessione pedagogica e di ricerca storica" che si ispira alla pratica politica della Libreria delle donne di Milano, di cui fa parte; e' autrice di varie pubblicazioni.

Anna Politkovskaja, giornalista russa, nata a New York nel 1958, impegnata nella denuncia delle violazioni dei diritti umani con particolar riferimento alla guerra cecena, e' stata assassinata nell'ottobre 2006. Tra le opere di Anna Politkovskaja disponibili in italiano: Cecenia. Il disonore russo, Fandango, 2003; La Russia di Putin, Adelphi, 2005; Diario russo 2003-2005, Adelphi, Milano 2007; Proibito parlare, Mondadori, Milano 2007, 2008]

 

Capodanno 2000, fine millennio. Ed io, insegnante di russo attualmente in pensione, avevo deciso di passarlo a Mosca sulla Piazza rossa. Arrivo all'aeroporto di Seremietevo, esco e vedo un giornalista con la telecamera in spalla che filma qualcosa o qualcuno dietro di me. All'improvviso viene aggredito e picchiato... Come benvenuto nel nuovo millennio non e' male. Questo e' il clima politico che si respirava all'inizio dell'era Putin.

Nel Diario russo di Anna Politkovskaja uscito nel 2007, presso Adelphi, tradotto dall'inglese, la giornalista registra giorno dopo giorno come Putin riusci' a farsi rinnovare il mandato per altri cinque anni. Come, con quali mezzi, uomini, strumenti e luoghi e' riuscito a restare al potere. A mantenere la popolarita', alla lettera appoggio del popolo, nonostante le promesse del primo mandato non fossero state mantenute. In primo luogo aveva promesso di porre fine alla guerra in Cecenia e al terrorismo in citta'. Condizioni di vita migliori per la gente comune e invece "Gennaio e' stato il mese delle dimostrazioni di protesta... Agli invalidi hanno tolto tutto, anche il diritto alle medicine scontate, e senza le medicine sono morti... Alle donne incinte hanno tolto il congedo retribuito per maternita', dunque non abbiamo speranza di far salire un tasso di natalita' gia' bassissimo". (p. 262).  15 gennaio 2005: "E' iniziata la protesta delle 'restituenti'. Le madri dei soldati caduti in Cecenia, private dei sussidi, hanno rispedito a Putin i 150 rubli (4,50 euri) della compensazione in denaro di alcuni sussidi: l'equivalente di venti biglietti dell'autobus. Perche' la verita' e' che, per combattere in Cecenia, lo Stato usa le carni di chi proviene da famiglie indigenti. Il controvalore di 150 rubli e' un'umiliazione e un'offesa, una presa in giro e un insulto alle madri a cui hanno tolto i figli" (p. 277).

Nella quarta di copertina trovate scritto che Diario russo e' il testamento morale di Anna, ma anche la spiegazione implicita del suo assassinio. Anna Politkovskaja, fondatrice del quotidiano liberal "Novaja gazieta", corpo estraneo, voce libera della Russia putiniana, e' di origine ucraina, il suo cognome e' Mazepa. Non e' un dettaglio insignificante per la storia russa. Mazepa e' stato un famoso atamano, cioe' un capo rivoluzionario ucraino che ha combattuto contro l'impero zarista nel '700. Nata a New York il 16 settembre 1958 da diplomatici sovietici, muore nell'ascensore del proprio appartamento, uccisa da killer. I mandanti sono ancora impuniti. Sapeva, come tutti coloro che sono mossi da un amore estremo, radicale, senza compromessi per la verita', di essere in pericolo di vita, di rischiare la vita per il suo lavoro di giornalista. La sua tesi di laurea su Marina Cvetaeva ci parla del suo spirito aspro, nemico dei compromessi col potere, amante della verita', cercata sempre in prima persona. Non era una moderata.

Una donna affascinante, anche se tragica; aveva due figli, che testimoniano anche oggi del suo coraggio estremo. In dicembre la figlia, Larisa, ha partecipato ad un convegno a Carmagnola, vicino a Torino, appunto dedicato alla Cecenia e alla attivita' politica della madre.

"Lo faccio per i miei figli, di lottare per un paese migliore". "Non bisogna fare i funghi". Non accettava la posizione del fungo che tenta di nascondersi sotto una foglia, "ma lo vedranno comunque, lo raccoglieranno e se lo mangeranno". Va in Cecenia e parla con la gente comune, con le donne, con i civili, oggetto dei soprusi e delle torture dell'esercito, a caccia di terroristi nei villaggi. Intervista Ramzan Kadyrov, figlio del presidente assassinato Achmet, attuale presidente-rappresentante-fantoccio del governo russo in Cecenia, pupillo di Putin, e da come lo descrive pare di essere in un harem fortificato. Un uomo feroce, incompetente, circondato da guardie del corpo armate fino ai denti e pieno di paura. Deve combattere il terrorismo e vive nel terrore di essere scovato dai guerriglieri ceceni. Che sono in aumento fra i giovani spinti a questa scelta radicale dalla politica sbagliata del governo centrale russo. Anna ha tentato sempre di porsi come mediatrice: a Beslan nel 2004, ma subi' un tentativo di avvelenamento durante il viaggio e non riusci' a raggiungere la scuola; a Mosca al teatro Dubrovka, nel sequestro che divento' una strage di innocenti nel 2003. Ha denunciato le collusioni fra governo, esercito e magistratura. Ha collaborato con Memorial, una associazione non governativa, di informazione e di sostegno alle donne in Cecenia. Nel 2009 e' scomparsa un'amica giornalista, Natalja Estemirova, anche lei appartenente a Memorial, che stava indagando sulla scomparsa di giovani donne cecene dai villaggi. Vengono rapite quando si sospetta che qualche familiare appartenga alla resistenza armata, di solito uccise dopo aver subito violenze.

Lei stessa fu rapita nel luglio del 2009 da quattro sconosciuti che l'hanno prelevata alle otto e trenta del mattino, caricata su una Lada bianca. L'hanno ritrovata nel pomeriggio in un bosco a cento metri dalla strada federale Caucaso, giustiziata con parecchi colpi di pistola alla testa. Aveva 51 anni ed era per parte materna di origini cecene. Lavorava a Grosnyj come insegnante, prima di dedicarsi alle inchieste giornalistiche per Memorial.

Anna Politkovskaja con le sue inchieste colpisce al cuore e mette a nudo la cosiddetta verticale del potere di Putin (cosi' lui defini' l'abolizione delle libere elezioni dei governatori delle regioni russe che oggi sono decisi dall'alto, cooptati in nome della stabilita' e della sicurezza). E questo il regime non lo sopporta. Il 10 ottobre 2006 al suo funerale accorsero piu' di mille persone. Aveva solo 48 anni.

 

8. APPELLI. PER SOSTENERE IL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Sostenere economicamente la segreteria nazionale del Movimento Nonviolento e' un buon modo per aiutare la nonviolenza in Italia.

Per informazioni e contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org

 

9. STRUMENTI. "AZIONE NONVIOLENTA"

 

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.

Redazione, direzione, amministrazione: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org

Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 30 euro sul ccp n. 10250363 intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.

E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".

 

10. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Simona Forti, Il totalitarismo, Laterza, Roma-Bari 2001, pp. X + 150.

 

11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

12. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 473 del 21 febbraio 2011

 

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it, sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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