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Nonviolenza. Femminile plurale. 305



 

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 305 del 24 marzo 2011

 

In questo numero:

1. Alcune poesie di Ingeborg Bachmann

2. Alcune poesie di Adrienne Rich

3. Alcune poesie di Wislawa Szymborska

 

1. MAESTRE. ALCUNE POESIE DI INGEBORG BACHMANN

[Riproponiamo ancora una volta i seguenti testi estratti da Ingeborg Bachmann, Poesie, Guanda, Parma 1978, Tea, Milano 1996 (traduzioni di Maria Teresa Mandalari) e da Ingeborg Bachmann, Invocazione all'Orsa Maggiore, SE, Milano 1994, Mondadori, Milano 1999 (traduzioni di Luigi Reitani).

Ingeborg Bachmann, scrittrice e poetessa austriaca (Klagenfurt 1926 - Roma 1973) di straordinaria bellezza e profondita', maestra di pace e di verita'. Opere di Ingeborg Bachmann: versi: Il tempo dilazionato; Invocazione all'Orsa Maggiore; Poesie. Racconti: Il trentesimo anno; Tre sentieri per il lago. Romanzi: Malina. Saggi: L'elaborazione critica della filosofia esistenzialista in Martin Heidegger; Ludwig Wittgenstein; Cio' che ho visto e udito a Roma; I passeggeri ciechi; Bizzarria della musica; Musica e poesia; La verita' e' accessibile all'uomo; Il luogo delle donne. Radiodrammi: Un affare di sogni; Le cicale; Il buon Dio di Manhattan. Saggi radiofonici: L'uomo senza qualita'; Il dicibile e l'indicibile. La filosofia di Ludwig Wittgenstein; La sventura e l'amore di Dio. Il cammino di Simone Weil; Il mondo di Marcel Proust. Sguardi in un pandemonio. Libretti: L'idiota; Il principe di Homburg; Il giovane Lord. Discorsi: Luogo eventuale; Letteratura come utopia. Prose liriche: Lettere a Felician. Opere complete: Werke, 4 voll., Piper, Muenchen-Zuerich. Interviste e colloqui: Interview und Gespraeche, Piper, Muenchen-Zuerich. In edizione italiana cfr. almeno: Poesie, Guanda, 1987, Tea, Milano 1996; Invocazione all'Orsa Maggiore, SE, Milano 1994, Mondadori, Milano 1999; Il dicibile e l'indicibile. Saggi radiofonici, Adelphi, Milano 1998; Il buon Dio di Manhattan, Adelphi, Milano 1991; Il trentesimo anno, Adelphi, Milano 1985, Feltrinelli, Milano 1999; Tre sentieri per il lago, Adelphi, Milano 1980, Bompiani, Milano 1989; Malina, Adelphi, Milano 1973; Il caso Franza, Adelphi, Milano 1988; La ricezione critica della filosofia di Martin Heidegger, Guida, Napoli 1992; In cerca di frasi vere, Laterza, Roma-Bari 1989; Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, Adelphi, Milano 1993. Opere su Ingeborg Bachmann: un'ampia bibliografia di base e' nell'apparato critico dell'edizione italiana di Invocazione all'Orsa Maggiore, cit.]

 

Il tempo dilazionato

 

S'avanzano giorni piu' duri.

Il tempo dilazionato e revocabile

gia' appare all'orizzonte.

Presto dovrai allacciare le scarpe

e ricacciare i cani ai cascinali:

le viscere dei pesci nel vento

si sono fatte fredde.

Brucia a stento la luce dei lupini.

Lo sguardo tuo la nebbia esplora:

il tempo dilazionato e revocabile

gia' appare all'orizzonte.

 

Laggiu' l'amata ti sprofonda nella sabbia,

che le sale ai capelli tesi al vento,

le tronca la parola,

le comanda di tacere

la trova mortale

e proclive all'addio

dopo ogni amplesso.

 

Non ti guardare intorno.

Allacciati le scarpe.

Rimanda indietro i cani.

Getta in mare i pesci.

Spengi i lupini!

 

S'avanzano giorni piu' duri.

 

*

 

Tutti i giorni

 

La guerra non viene piu' dichiarata,

ma proseguita. L'inaudito

e' divenuto quotidiano. L'eroe

resta lontano dai combattimenti. Il debole

e' trasferito nelle zone del fuoco.

La divisa di oggi e' la pazienza,

medaglia la misera stella

della speranza, appuntata sul cuore.

 

Viene conferita

quando non accade piu' nulla,

quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,

quando il nemico e' divenuto invisibile

e l'ombra d'eterno riarmo

ricopre il cielo.

 

Viene conferita

per la diserzione dalle bandiere,

per il valore di fronte all'amico,

per il tradimento di segreti obbrobriosi

e l'inosservanza

di tutti gli ordini.

 

*

 

Nella bufera di rose

 

Ovunque ci volgiamo nella bufera di rose,

la notte e' illuminata di spine, e il rombo

del fogliame, cosi' lieve poc'anzi tra i cespugli,

ora ci segue alle calcagna.

 

*

 

Discorso ed epilogo

 

Non varcare le nostre labbra,

parola che semini il drago.

E' vero, l'aria e' soffocante,

la luce schiuma di acidi e fermenti,

sulla palude nereggia un velo di zanzare.

 

Ama le biccherate la cicuta.

E' in mostra una pelle di gatto:

la serpe s'avventa soffiando,

lo scorpione inizia la danza.

 

Non raggiungere le nostre orecchie,

fama dell'altrui colpa:

parola, muori nella palude

da cui la pozzanghera sgorga.

 

Parola, stai al nostro fianco

tenera di pazienza

e d'impazienza. Bisogna

che questa semina abbia fine!

 

Non domera' la bestia colui che ne imita il verso.

Chi rivela segreti d'alcova, rinunzia per sempre all'amore.

La parola bastarda serve al frizzo per immolare uno stolto.

 

Chi ti richiede un giudizio su questo straniero?

Se non richiesto lo formuli, prosegui tu il suo cammino

da una nottata all'altra con le sue piaghe ai piedi: va'! e non ritornare.

 

Parola, sii nostra,

libera, chiara, bella.

Certo, dovra' avere fine

ogni cautela.

 

(Il gambero si ritrae,

la talpa dorme troppo,

l'acqua dolce dissolve

la calce, che pietre ha filato).

 

Vieni, benevolenza fatta di voci e d'aliti,

questa bocca fortifica

quando la sua fralezza

si inorridisce e inceppa.

 

Vieni e non ti negare,

poiche' in conflitto siamo con tanto male.

Prima che sangue di drago protegga l'avversario

questa mano cadra' dentro il fuoco.

O mia parola, salvami!

 

*

 

Prender paese

 

Nella terra del pascolo giunsi

quand'era gia' notte,

fiutando le cicatrici nei prati

e il vento, prima che si levasse.

L'amore piu' non pascolava,

le campane erano spente

e i cespugli affranti.

 

Un corno piantato nel terreno,

ostinato dalla guidaiola,

confitto nel buio.

 

Dalla terra lo presi,

al cielo lo levai

con piena forza.

 

Per colmare

questo paese con suoni

soffiai nel corno,

volendo nel vento incombente

e tra steli increspati

vivere di ogni origine!

 

*

 

Colle di cocci

 

Giardini in amplessi col gelo -

il pane bruciato nei forni -

fiabesco il serto di messi

e' miccia tra le tue mani.

 

Taci! Conserva i tuoi stracci,

le frasi, sgomente di lacrime,

ai piedi del colle di cocci

che i solchi sempre succinge.

 

Se tutte le brocche s'infrangono,

che resta nella brocca del pianto?

Giu' in basso crepe roventi

e lingue guizzanti di fuoco.

 

Si creano ancora vapori

tra clamori di acqua e di fuoco.

O scala di nubi, di frasi,

affidata al monte dei cocci!

 

*

 

Ombre rose ombre

 

Sotto un cielo straniero

ombre rose

ombre

su una terra straniera

tra rose e ombre

in un'acqua straniera

la mia ombra

 

*

 

Dai Canti lungo la fuga

 

XV.

 

L'amore ha un trionfo e la morte ne ha uno,

il tempo e il tempo che segue.

Noi non ne abbiamo.

 

Solo tramontare intorno a noi di stelle. Riflesso e silenzio.

Ma il canto sulla polvere dopo,

alto si levera' su di noi.

 

2. MAESTRE. ALCUNE POESIE DI ADRIENNE RICH

[Riproponiamo ancora una volta questa scelta di versi di Adrienne Rich, dal volume Esplorando il relitto, Savelli, Milano 1979 (edizione originale: Diving into the Wreck, W. W. Norton, New York 1973, premiato con il National Book Award nel 1974), nella traduzione di Liana Borghi (che di Adrienne Rich e' traduttrice e studiosa acutissima). Presentandoli alcuni anni fa scrivevamo che "Adrienne Rich e' l'autrice di Nato di donna, un libro la cui lettura e' ineludibile. Ma e' anche una poetessa che ha scritto versi che ti tolgono il respiro, ovvero te lo restituiscono. Ed una militante per la pace e i diritti umani di grande rigore e nitore".

Adrienne Rich e' una grandissima poetessa e saggista femminista americana di straordinaria intensita' e profondita', di forte impegno civile, militante per la pace e la dignita' umana. Dal sito www.crocettieditore.com riprendiamo la seguente scheda: "Adrienne Rich e' nata il 16 maggio 1929 a Baltimora. Poetessa, saggista e militante femminista, a ventun anni ha vinto il Premio Yale per giovani poeti con A change of world (1951, Un mutamento di mondo). Ha, inoltre, pubblicato le raccolte poetiche Gli intagliatori di diamanti (1955, The diamond cutters), Necessita' del vivere (1966, Necessities of life), Esplorando il relitto (1973, Diving into the wreck), Il sogno di una lingua comune (1978, The dream of a common language), Atlante del mondo difficile (1991, Atlas of the difficult world); e i saggi Nato di donna (1976, Born of woman), Segreti silenzi bugie (1966-78, On lies, secrets and silence), Sangue, pane e poesia (1986, Blood, bread and poetry); e la raccolta Oscuri campi della repubblica (1991-95, Dark fields of the republic), che comprende anche numerose sequenze narrative". Opere di Adrienne Rich: Nato di donna, Garzanti, Milano 1977, 2000; Esplorando il relitto, Savelli, Milano 1979; Segreti silenzi bugie, La Tartaruga, Milano 1982; Lo spacco alla radice, Estro, Firenze 1985; Come la tela del ragno, La Goliardica, Roma 1985; Cartografie del silenzio, Crocetti, Milano 2000]

 

Cercando di parlare con un uomo

 

In questo deserto collaudiamo bombe,

 

ecco perche' siamo venuti qui.

 

Talvolta sento un fiume sotterraneo

premere tra due scogliere deformi

un angolo acuto di comprensione

spostarsi come un loco del sole

in questo paesaggio condannato.

 

A cosa abbiamo rinunciato per arrivare fin qui -

intere collezioni di Lp, film recitati da noi

ormai in terza visione, vetrine di fornai

piene di biscotti ebraici secchi, alla cioccolata

il linguaggio delle lettere d'amore, dei suicidi,

pomeriggi sul greto del fiume

fingendo di essere bambini

 

Venendo in questo deserto

di cui volevamo cambiare il volto

guidando tra cactacee verde spento

camminando a mezzogiorno nelle citta' morte

circondati da un silenzio

che sembra il silenzio di questo luogo

solo che e' venuto con noi

ed e' familiare

e tutte le cose finora dette

erano uno sforzo per cancellarlo -

Venendo qui siamo al confronto

 

Qui mi sento piu' indifesa

con te che senza te

Tu accenni al pericolo

elenchi l'equipaggiamento

parliamo di persone che si aiutano

in casi di emergenza - lacerazione, sete -

ma tu guardi me come un caso d'emergenza

 

Il tuo calore secco e' potere

i tuoi occhi sono stelle di una grandezza diversa

riflettono luci che dicono: uscita

quando ti alzi e misuri coi passi il pavimento

 

parlando del pericolo

come se non fossimo noi

come se collaudassimo qualcos'altro.

 

1971

 

*

 

Quando noi morti ci destiamo

 

Per E. Y.

 

1. Cercando di dirti come

l'anatomia del parco

attraverso i vetri macchiati, il modo

in cui i guerriglieri avanzano

sui campi minati, l'immondizia

che brucia senza fine nel cumulo

per tornarsene in cielo come macchia -

ogni cosa fuori della nostra pelle e' un'immagine

di questa afflizione:

pietre sulla mia tavola, portate a mano

da scene di cui mi fidavo

ricordi di quel che un tempo descrissi

come felicita'

ogni cosa fuori della mia pelle

parla del difetto che mi fa zoppicare

persino le cicatrici delle mie decisioni

persino lo sprazzo di sole nella vena di mica

persino tu, compagna creatura, sorella,

che mi siedi di fronte, scura d'amore,

lavorando come me a disfare

lavorando come me a rifare

questo strascico di maglia, questo panno di oscurita',

questo indumento di donna, cercando di salvar la matassa.

 

2. Il fatto di essere una persona separata

entra nella tua esistenza come un mobile

- un cassone di legno del Seicento

di qualche parte del Nord.

Ha una serratura enorme modellata a testa di donna

ma la chiave non s'e' trovata.

Negli scompartimenti ci sono altre chiavi

di porte smarrite, un occhio di vetro.

Piano cominci ad aggiungere

cose tue.

Vai e vieni riflessa nei pannelli.

Smetti di ricordare gli anniversari,

cominci a scrivere nei tuoi diari

piu' onestamente che mai.

 

3. L'incantevole paesaggio del Sud Ohio

tradito dalle miniere a cielo aperto, la

grossa fede d'oro al dito dell'adultero

i programmi indistinti della radio pirata vicino alla costa

sono motivi di esitazione.

Qui nella matrice del bisogno e della rabbia, la

confutazione di quanto ritenemmo possibile

fallimento di cure

dubbi sull'esistenza dell'altro

- dillo e ripetilo, le parole

si addensano di non senso -

eppure mai siamo stati piu' vicini alla verita'

delle menzogne che vivevamo, ascoltami:

la fedelta' che so immaginare sarebbe un'erbaccia

che fiorisce nel catrame, un'energia blu che buca

gli atomi ammassati di una roccia d'incredulita'.

 

1971

 

*

 

Svegliandosi nel buio

 

1. La cosa che mi arresta e'

 

come siamo composti di molecole

 

(mi mostro' il disegno del selciato)

 

disposte senza nostro consenso e consapevolezza

 

come la telefoto composta

di milioni di puntini

 

nella quale l'uomo del Bangladesh

cammina affamato

 

sulla prima pagina

senza saperne niente

 

e questa e' la sua presenza per il mondo.

 

2. Stavamo in fila fuori di qualcosa

due a due, o da soli a coppia, o solamente soli,

guardando vetrine piene di forbici,

vetrine piene di scarpe. La strada chiudeva,

la citta' chiudeva, avremmo avuto noi la fortuna

di farcela? Esponevano

in una teca, l'Uomo senza patria.

Gli alzammo i passaporti in faccia, piangemmo per lui.

 

Scaricano sangue animale nel mare

per attirare i pescecani. Talvolta ogni

aperura del mio corpo

perde sangue. Non so se

far finta che sia naturale.

C'e' una legge per questo, una legge di natura?

Tu adori il sangue

lo chiami perdita isterica

lo vuoi bere come latte

vi immergi il dito e scrivi

svieni all'odore

sogni di scaricarmi in mare.

 

3. La tragedia del sesso

e' intorno a noi, un lotto di bosco

per cui si affilano le asce.

I vecchi ripari e capanni

fissano dalla radura con una certa risolutezza

- la capanna dell'eremita', il rifugio dei cacciatori -

scene di masturbazione

e barzellette sporche.

Un mondo di uomini. Ma finito.

Loro stessi l'hanno venduto alle macchine.

Cammino nella foresta ignara

una donna nella vecchia uniforme da corve'

che si e' ristretta per starle, sono persa

a momenti, mi sento stordita

dal sole che muove le zampe tra gli alberi,

ho freddo nell'umido lichene del folto.

Niente si salvera'. Sono sola,

a calciare gli ultimi tronchi marci

con il loro strano odore di vita, non di morte,

a chiedermi cosa mai avrebbe potuto diventare tutto questo.

 

4. Chiarezza,

spruzzo

 

che acceca e purga

 

strali di sole che battono l'acqua

 

i corpi filano nell'aria

 

come alianti

 

i corpi al rallentatore

 

cadono

nella piscina

alle Olimpiadi di Berlino

 

controllo; perdita di controllo

 

i corpi risalgono

ritornano arcuati alla torre

il tempo si riavvolge su se stesso

 

chiarezza di aria aperta

dinanzi alle camere oscure

con le teste di doccia

 

i corpi ricadono ancora

a piombo

piu' veloci della luce

l'acqua si apre

come aria

come percezione

 

Una donna ha fatto questo film

contro

la legge

di gravita'.

 

5. Tutta la notte ho sognato un corpo

sul quale lo spazio pesa diversamente che sul mio

Facciamo l'amore per strada

il traffico rifluisce da noi

si rovescia come un lenzuolo

l'asfalto freme di tenerezza

non c'e' sgomento

ci muoviamo insieme come piante sott'acqua

 

Ancora e ancora, sul punto di svegliarmi

mi rituffo a scoprirti

che ancora bisbigli, toccami, continuiamo

a fluire per la lenta

foresta-oceano di luci di citta'

che ci smuove i peli del corpo

 

Ma questo e' il sogno che parla

svegliandomi

vorrei ci fosse un dove

reale su cui stare

e passarci il cannocchiale

e guardare la terra, il bosco selvaggio

dove lo spacco si apri'

 

1971

 

*

 

Incipienza

 

1. Vivere, giacere svegli

sotto l'intonaco scrostato

mentre si forma il ghiaccio sulla terra

a un'ora in cui niente si puo' fare

per affrettare le decisioni

 

sapere che il filo si compone

nel corpo del ragno

primi atomi della tela

visibile domani

 

sentire il futuro infuocato

di ogni fiammifero in cucina

 

Niente si puo' fare

se non a gradi. Scrivo la mia vita

ora per ora, parola per parola

guardando la rabbia delle vecchie sull'autobus

numerando le striature

d'aria nel cubetto di ghiaccio

immaginando l'esistenza

di qualcosa non ancora creato

questa poesia

le nostre vite

 

2. Un uomo dorme nella stanza accanto

Noi siamo i suoi sogni

Abbiamo testa e seni di donne

corpi di uccelli da preda

Talvolta ci tramutiamo in serpenti d'argento

Mentre vegliamo fumando e parlando di come vivere

lui si gira nel letto e mormora

 

Un uomo dorme nella stanza accanto

Un neurochirurgo entra nel suo sogno

e comincia a sezionargli il cervello

Lei non sembra un'infermiera

e' assorta nel suo lavoro

ha un volto severo, delicato come Marie Curie

Non e' / potrebbe essere una di noi due

 

Un uomo dorme nella stanza accanto

Ha passato tutto un giorno

in piedi, a tirare sassi nello stagno nero

che si mantiene nero

fuori del suo sogno noi saliamo incerte su per la collina

mano nella mano, saliamo incerte su per la collina

sopra la roccia vulcanica sfregiata.

 

1971

 

*

 

Dopo vent'anni

 

Per A. P. C.

 

Due donne siedono a un tavolo vicino a una finestra, ognuna colpita

diversamente dalla stessa luce.

Parlando sprizzano scintille

che i passanti per strada osservano

come un riflesso sul vetro di quella finestra.

Due donne nel fiore della vita.

I loro figli sono tanto grandi da avere figli.

La solitudine e' parte della loro storia da vent'anni,

il bordo scuro della pronta lingua,

il risvolto cupo dell'immaginazione.

C'e' neve e tuono nella strada.

Mentre parlano il lampo balena viola.

E' strano essere cosi' tante donne,

che mangiano e bevono alla stessa tavola,

che hanno lavato i bambini nello stesso lavabo

che hanno nascosto segreti l'una all'altra

hanno camiminato sul pavimento della loro vita in camere separate

e confluiscono ora nella storia come la donna del loro tempo

che vive nel fiore della vita

come in una citta' dove niente e' proibito

e niente permane.

 

1971

 

*

 

Lo specchio in cui due si vedono come una

 

1. E' lei che chiami sorella.

Il suo atto piu' semplice affascina,

come quando squama un pesce il coltello

la balena fra le lunghe dita

senza spreco di movimento o quando

rapida parlando d'amore

forbisce con la paglietta

il bollitore ammaccato

 

I pomi d'oro ti torcono il fianco

con improvviso vuoto

i cereali ti gonfiano, ogni grano

di spiga matura raccolto a  mano

Amore: il frigorifero

spalancato

le bistecce frollate si dissanguano

nella pellicola di plastica

il burro montato, le albicocche

gli avanzi acidi

 

Una cesta aspetta nel frutteto

che tu la riempia

le tue mani si scorticano contro

la ruvida corteccia,

le spine di questa pianta succulenta

Cogli, cogli, cogli

questo raccolto e' un fallimento

il succo ti scorre sugli zigomi

come sudore o lacrime

 

2. E' lei che chiami sorella

tu sfolgori come lampo per la stanza

le guizzi attorno come fiamma

ti abbagli nei suoi grandi occhi

enumerando le necessita' che non sente

spingendo i principi della tua vita

fra le sue mani

 

Lei si muove in un mondo di stoffa indiana

il corpo morbido

di ombre, il casimiro gonfio sui fianchi

mentre cammina per la strada con la camicetta di cotone

a comprare fichi freschi perche' tu li adori

a fotografare il ghetto perche' ce l'hai portata tu

 

Perche' piangi asciugati le lacrime

siamo sorelle

ti mancano le parole al suo sguardo affamato

le porgi un altro libro

segnato dalla tua matita

le porgi un disco

di due flauti che in India recitano

 

3. Tardi nella notte d'estate gli insetti

sfrigolano nel globo ingiallito

la tua pelle brucia dorata alla luce

In questo specchio, chi sei? Sogni del convento

con la sua disciplina, della stanza dei bambini

con la bambinaia, dell'ospedale

dove tutti i potenti sono mascherati

del cimitero dove siedi sulle tombe

di donne che morirono di parto

di donne che morirono nascendo

Sogni della nascita di tua sorella

tua madre che muore e muore e muore di parto

senza sapere come fermarsi

partorendoti ancora e ancora

 

tua madre morta e tu non ancora nata

le tue due mani ti afferrano la testa

tirandola giu' contro la lama della vita

i tuoi nervi i nervi di una levatrice

che impara il mestiere

 

1971

 

*

 

Canzone

 

Ti domandi se mi sento sola:

Ok allora, si', mi sento sola

come un aereo vola solo e orizzontale

sulla sua onda radio, puntando

oltre le Montagne Rocciose

verso le piste recinte di blu

di un aeroporto sull'oceano

 

Mi vuoi chiedere, mi sento sola?

Bene, certo, sola

come una donna che attraversa il paese guidando

giorno dopo giorno, lasciandosi dietro

miglio dopo miglio

piccole citta' dove avrebbe potuto fermarsi

a vivere e morire, da sola

 

Se mi sento sola

dev'essere la solitudine

di svegliarsi per prima, di respirare

il primo respiro freddo dell'alba sulla citta'

di essere l'unica che e' sveglia

in una casa avvolta nel sonno

 

Se mi sento sola

e' come la barca chiusa nel ghiaccio della riva

nell'ultima luce rossa dell'anno

che sa che cos'e', che sa che non e'

ghiaccio ne' fango ne' luce d'inverno

ma legno, con quel dono di poter bruciare

 

1971

 

*

 

A tuffo nel relitto

 

Avendo prima letto il libro dei miti

e caricato la macchina fotografica,

e tastato la lama del coltello,

mi misi

l'armatura di gomma nera

le pinne assurde

la maschera seria e ingombrante.

Mi tocca far questo

non come Cousteau con la sua

equipe assidua

a bordo della goletta inondata di sole

ma qui da sola.

 

C'e' una scala.

La scala c'e' sempre

pende innocente

al fianco della goletta.

Sappiamo a che serve,

noi che l'abbiamo usata.

Altrimenti

e' un pezzo di filamento marino

un attrezzo qualsiasi.

 

Scendo.

Piolo dopo piolo e ancora

l'ossigeno mi immerge

la luce azzurra

gli atomi chiari

della nostra aria umana.

Scendo.

Le pinne mi paralizzano,

striscio come un insetto giu' per la scala

e non c'e' nessuno

a dirmi quando l'oceano

comincia.

 

Prima l'aria e' azzurra e poi

e' piu' azzurra e poi verde e poi

nera vedo tutto nero eppure

la maschera e' buona

pompa forza al mio sangue

il mare e' un'altra storia

il mare non e' questione di forza

devo imparare da sola

a muovere il corpo senza sforzo

nel profondo dell'elemento.

 

E ora: e' facile dimenticare

perche' sono venuta

in mezzo a chi e' sempre

vissuto qui

agitando ventagli smerlati

fra le scogliere

E inoltre

si respira in modo diverso quaggiu'.

 

Sono venuta a esplorare il relitto.

Le parole sono propositi.

Le parole sono mappe.

Sono venuta a vedere il danno che e' stato fatto

e i tesori che sono rimasti.

Carezzo il raggio della mia lampada

lentamente lungo il fianco

di qualcosa piu' duraturo

dei pesci o le alghe

 

La cosa per cui venni:

il relitto e non la storia del relitto

la cosa stessa e non il mito

il volto annegato che sempre guarda

verso il sole

la prova del danno

erosa dal sale e dai flutti a questa bellezza consunta

le costole del disastro

che curvano la loro asserzione

fra i cauti fantasmi.

 

Questo e' il posto.

E sono qui, la sirena i cui capelli scuri

fluttuano neri, il tritone dal corpo corazzato

Giriamo in silenzio

attorno al relitto

ci tuffiamo nella stiva.

Io sono lei: io sono lui

 

il cui volto annegato dorme a occhi aperti

I cui seni ancora portano il peso

Il cui carico d'argento, rame, vermeil giace

oscuro nei barili

semi-incastrati e lasciati a marcire

noi siamo gli strumenti semi-distrutti

che un tempo tennero la rotta

il solcometro corroso dall'acqua

la bussola impazzita

 

Siamo, sono sei

per vilta' o per coraggio

quell'uno che torna sempre

a questa scena

portando un coltello, una macchina fotografica

un libro di miti

nel quale

i nostri nomi non compaiono.

 

1972

 

*

 

Struggendosi di fuoco

 

In una libreria dell'East Side

ho letto la testimonianza di un veterano:

 

hanno investito senza ragione

una vecchia nel Sud Vietnam

con un camion dell'Esercito Usa

 

L'ondata di caldo e' finita

inerte, assolata, l'East Side

riposa sotto le pensiline

 

Un'altra estate

le fiamme continuano a nutrirsi

 

e un caldo afoso permea il terreno

della mente, la bruciatura ha fatto presa

come se non avese piu' dubbi

 

sul suo diritto a divorare

il resto di una vita

il resto della storia

 

Stralci di notizie, come questa

soffiano sul mucchio

 

lo nutrono, che si voglia o no,

un'altra estate, e un'altra ancora

di sofferenza quieta

 

nelle librerie, nei parchi

per questo noi gridiamo, noi

soffriamo in silenzio

 

1972

 

*

 

Distruggendosi di fuoco

 

Per E. K.

 

Guardiamo nella stufa stasera

come in uno specchio, si',

 

il ciocco corrugato, il nucleo

gassoso giallo-blu

 

la cenere grigia screziata di rosso, si',

li conosco dentro le palpebre

e sotto la pelle

 

Il tempo ci afferra come una corrente

che sale, succhiando i calori

del ventre, del cervello

 

Mi dicesti di aver posto la mano

sull'orma di un indiano morto da molto tempo

e per un attimo conobbi quella mano,

 

quell'orma, quella roccia,

quel sole che produce vividi sogni

Una parola puo' far questo

 

o, come stasera, lo specchio del fuoco

della mia mente, che brucia come se potesse continuare

a bruciare se stesso, bruciando appena

 

divorando tutto

finche' non c'e' niente nella vita

che non ha nutrito quel fuoco

 

1972

 

*

 

Per una sorella

 

Per Natalya Gorbanevskaya, incarcerata per due anni in un manicomio

sovietico per attivismo politico; e altri

 

Non mi fido di nessuno di loro. Solo della mia esistenza

gettata nel mondo come una catena da traino

sbattuta e contorta da molti collegamenti casuali

tirata di qua, tirando di la'.

 

Devo rubare la sensazione di polvere sul pavimento,

di latte inacidito nella dispensa

dopo che vennero a prenderti.

Sono costretta a immaginare lo sguardo che hai lanciato dietro di te.

 

Pochi paragrafi sui giornali,

tenendo conto degli errori di stampa, le omissioni volute,

la violenza specializzata dei medici.

Non mi fido di loro, ma sto imparando a usarli.

 

Poco a poco dalle congetture sfocate

emerge il tuo viso, un marmo sommerso

issato lentamente dal profondo.

Sento le corde irrigidirsi sotto il peso della disperazione.

 

Ti hanno perquisito per contrabbando, hanno preso delle annotazioni.

Uno sguardo d'intelligenza potrebbe costarti vent'anni.

Meglio tracciare cerchi inesistenti con il dito,

cercare di imitare il sorriso di chi e' per sempre ottuso.

 

Immagini mie. Questa metafora per cio' che succede.

Un geranio in fiamme su una tovaglia verde

diventa tuo. Tu, tornando a casa dopo

per accendere la stufa, prendi la macchina da scrivere e ricominci. La tua

storia.

 

1972

 

*

 

Per chi e' morto

 

Ho sognato che ti chiamavo al telefono

per dire: Sii piu' dolce con te stesso

ma tu stavi male e non hai risposto

 

Lo spreco del mio amore continua cosi'

cercando di salvarti da te stesso

 

Mi ha sempre dato da pensare l'energia

residua, acqua che scorre giu' per la collina

molto dopo che le piogge sono cessate

 

o il fuoco che devi abbandonare per andare a letto

ma che non puoi lasciare, quasi ma non del tutto spento

i carboni rossi piu' vivi, piu' curiosi

nelle vampate di fiamma e nel morire

di quanto vorresti tu

seduta la' assai dopo la mezzanotte

 

1972

 

*

 

Da un sopravvissuto

 

Il patto che facemmo era il solito patto

di uomini e donne di allora

 

Non so chi credevamo di essere

che la nostra personalita'

potesse resistere al fallimento generale

 

Per fortuna o sfortuna, non sapevamo

che la razza umana fosse in fallimento

e che vi saremmo stati coinvolti

 

Come chiunque altro, pensavamo di essere speciali

 

Il tuo corpo per me e' vivido

come lo e' sempre stato; anche di piu'

 

perche' e' piu' chiaro cio' che sento

so cosa poteva e cosa non poteva fare

 

non e' piu'

il corpo di un dio

o qualcosa che ha potere sulla mia vita

 

L'anno prossimo sarebbero stati venti anni

e tu sei morto con spreco

tu che avresti potuto fare quel salto

che parlammo, troppo tardi, di fare

 

che io vivo ancora

non come un salto

ma un susseguirsi di brevi movimenti sorprendenti

ognuno dei quali rende possibile il seguente

 

1972

 

3. MAESTRE. ALCUNE POESIE DI WISLAWA SZYMBORSKA

[Riproponiamo ancora una volta le seguenti poesie estratte da Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi, Milano 2009, a cura di Pietro Marchesani.

Wislawa Szymborska, poetessa, premio Nobel per la letteratura 1996, e' nata a Bnin, in Polonia, nel 1923; ha studiato lettere e sociologia a Cracovia, dove risiede; dal 1953 al 1981 collaboro' alla rivista "Vita letteraria", nel 1980, sotto lo pseudonimo di Stancykowna, alle riviste "Arka" e "Kultura"; oltre al Nobel ha ricevuto per la sua opera poetica altri importanti riconoscimenti: nel 1954 il Premio per la letteratura Citta' di Cracovia, nel 1963 il Premio del ministero della cultura polacco, nel 1991 il Premio Goethe, nel 1995 il Premio Herder e la Laurea ad honorem dell'Universita' di Poznan "Adam Mickiewicz", nel 1996 il Premio "Pen - Book of the Month Club Translation Prize". Tra le opere di Wislawa Szymborska in edizione italiana: La fiera dei miracoli, Scheiwiller, Milano 1994; Gente sul ponte, Scheiwiller, Milano 1996; La fine e l'inizio, Scheiwiller, Milano 1997; Trittico: tre poesie di Wislawa Szymborska, tre collage di Alina Kaczylska, Scheiwiller, Milano 1997; 25 poesie, Mondadori, Milano 1998; Vista con granello di sabbia, Adelphi, Milano 1998; Taccuino d'Amore, Scheiwiller, Milano 2002; Discorso all'Ufficio oggetti smarriti, Adelphi, Milano 2004; La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi, Milano 2009]

 

Vietnam

 

Donna, come ti chiami? - Non lo so.

Quando sei nata, da dove vieni? - Non lo so.

Perche' ti sei scavata una tana sottoterra? - Non lo so.

Da quando ti nascondi qui? - Non lo so.

Perche' mi hai morso la mano? - Non lo so.

Sai che non ti faremo del male? - Non lo so.

Da che parte stai? - Non lo so.

Ora c'e' la guerra, devi scegliere. - Non lo so.

Il tuo villaggio esiste ancora? - Non lo so.

Questi sono i tuoi figli? - Si'.

 

*

 

Discorso all'Ufficio oggetti smarriti

 

Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,

e anche molti dei per via dall'Est all'Ovest.

Mi si e' spenta per sempre qualche stella, svanita.

Mi e' sprofondata nel mare un'isola, e un'altra.

Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,

chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.

Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva

e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.

Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,

me ne uscivo di senno piu' e piu' volte.

Da tempo ho chiuso su tutto cio' il mio terzo occhio,

ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.

 

Perduto, smarrito, ai quattro venti se n'e' volato.

Mi stupisco io stessa del poco di me che e' restato:

una persona singola per ora di genere umano,

che ha perso solo ieri l'ombrello sul treno.

 

*

 

Sulla morte senza esagerare

 

Non s'intende di scherzi,

stelle, ponti,

tessiture, miniere, lavoro dei campi,

costruzione di navi e cottura di dolci.

 

Quando conversiamo del domani

intromette la sua ultima parola

a sproposito.

 

Non sa fare neppure cio'

che attiene al suo mestiere:

ne' scavare una fossa,

ne' mettere insieme una bara,

ne' rassettare il disordine che lascia.

 

Occupata a uccidere,

lo fa in modo maldestro,

senza metodo ne' abilita'.

Come se con ognuno di noi stesse imparando.

 

Vada per i trionfi,

ma quante disfatte,

colpi a vuoto

e tentativi ripetuti da capo!

 

A volte le manca la forza

di far cadere una mosca in volo.

Piu' d'un bruco

la batte in velocita'.

 

Tutti quei bulbi, baccelli,

antenne, pinne, trachee,

piumaggi nuziali e pelame invernale

testimoniano i ritardi

del suo ingrato lavoro.

 

La cattiva volonta' non basta

e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni

e', almeno finora, insufficiente.

 

I cuori battono nelle uova.

Crescono gli scheletri dei neonati.

Dai semi spuntano le prime due foglioline,

e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.

 

Chi ne afferma l'onnipotenza,

e' lui stesso la prova vivente

che essa onnipotente non e'.

 

Non c'e' vita

che almeno per un attimo

non sia stata immortale.

 

La morte

e' sempre in ritardo di quell'attimo.

 

Invano scuote la maniglia

d'una porta invisibile.

A nessuno puo' sottrarre

il tempo raggiunto.

 

*

 

La fine e l'inizio

 

Dopo ogni guerra

c'e' chi deve ripulire.

In fondo un po' d'ordine

da solo non si fa.

 

C'e' chi deve spingere le macerie

ai bordi delle strade

per far passare

i carri pieni di cadaveri.

 

C'e' chi deve sprofondare

nella melma e nella cenere,

tra le molle dei divani letto,

le schegge di vetro

e gli stracci insanguinati.

 

C'e' chi deve trascinare una trave

per puntellare il muro,

c'e' chi deve mettere i vetri alla finestra

e montare la porta sui cardini.

 

Non e' fotogenico,

e ci vogliono anni.

Tutte le telecamere sono gia' partite

per un'altra guerra.

 

Bisogna ricostruire i ponti

e anche le stazioni.

Le maniche saranno a brandelli

a forza di rimboccarle.

 

C'e' chi, con la scopa in mano,

ricorda ancora com'era.

C'e' chi ascolta

annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto li' si aggireranno altri

che troveranno il tutto

un po' noioso.

 

C'e' chi talvolta

dissotterrera' da sotto un cespuglio

argomenti corrosi dalla ruggine

e li trasportera' sul mucchio dei rifiuti.

 

Chi sapeva

di che si trattava,

deve far posto a quelli

che ne sanno poco.

E meno di poco.

E infine assolutamente nulla.

 

Sull'erba che ha ricoperto

le cause e gli effetti,

c'e' chi deve starsene disteso

con una spiga tra i denti,

perso a fissare le nuvole.

 

*

 

L'odio

 

Guardate com'e' sempre efficiente,

come si mantiene in forma

nel nostro secolo l'odio.

Con quanta facilita' supera gli ostacoli.

Come gli e' facile avventarsi, agguantare.

 

Non e' come gli altri sentimenti.

Insieme piu' vecchio e piu' giovane di loro.

Da solo genera le cause

che lo fanno nascere.

Se si addormenta, il suo non e' mai un sonno eterno.

L'insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

 

Religione o non religione -

purche' ci si inginocchi per il via.

Patria o no -

purche' si scatti alla partenza.

Anche la giustizi va bene all'inizio.

Poi corre tutto solo.

L'odio. L'odio.

Una smorfia di estasi amorosa

gli deforma il viso.

 

Oh, quegli altri sentimenti -

malaticci e fiacchi.

Da quando la fratellanza

puo' contare sulle folle?

La compassione e' mai

giunta prima al traguardo?

Il dubbio quanti volenterosi trascina?

Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

 

Capace, sveglio, molto laborioso.

Occorre dire quante canzoni ha composto?

Quante pagine ha scritto nei libri di storia?

Quanti tappeti umani ha disteso

su quante piazze, stadi?

 

Diciamoci la verita':

sa creare bellezza.

Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.

Magnifiche le nubi degli scoppi nell'alba rosata.

Innegabile e' il pathos delle rovine

e l'umorismo grasso

della colonna che vigorosa le sovrasta.

 

E' un maestro del contrasto

tra fracasso e silenzio,

tra sangue rosso e neve bianca.

E soprattutto non lo annoia mai

il motivo del lindo carnefice

sopra la vittima insozzata.

 

In ogni istante e' pronto a nuovi compiti.

Se deve aspettare, aspettera'.

Lo dicono cieco. Cieco?

Ha la vista acuta del cecchino

e guarda risoluto al futuro

- lui solo.

 

*

 

La veglia

 

La veglia non svanisce

come svaniscono i sogni.

Nessun brusio, nessun campanello

la scaccia,

nessun grido ne' fracasso

puo' strapparci da essa.

 

Torbide e ambigue

sono le immagini nei sogni,

il che puo' spiegarsi

in molti modi.

La veglia significa la veglia

ed e' un enigma maggiore.

 

Per i sogni ci sono chiavi.

La veglia si apre da sola

e non si lascia sbarrare.

Da essa si spargono

diplomi e stelle,

cadono giu' farfalle

e anime di vecchi ferri da stiro,

berretti senza teste

e cocci di nuvole.

Ne viene fuori un rebus

irrisolvibile.

 

Senza di noi non ci sarebbero sogni.

Quello senza cui non ci sarebbe veglia

e' ancora sconosciuto,

ma il prodotto della sua insonnia

si comunica a chiunque

si risvegli.

 

Non i sogni sono folli,

folle e' la veglia,

non fosse che per l'ostinazione

con cui si aggrappa

al corso degli eventi.

 

Nei sogni vive ancora

chi ci e' morto da poco,

vi gode perfino di buona salute

e ritrovata giovinezza.

La veglia depone davanti a noi

il suo corpo senza vita.

La veglia non arretra d'un passo.

 

La fugacita' dei sogni fa si'

che la memoria se li scrolli di dosso facilmente.

La veglia non deve temere l'oblio.

E' un osso duro.

Ci sta sul groppone,

ci pesa sul cuore,

sbarra il passo.

 

Non le si puo' sfuggire,

perche' ci accompagna in ogni fuga.

E non c'e' stazione

lungo il nostro viaggio

dove non ci aspetti.

 

*

 

Le tre parole piu' strane

 

Quando pronuncio la parola Futuro,

la prima sillaba gia' va nel passato.

 

Quando pronuncio la parola Silenzio,

lo distruggo.

 

Quando pronuncio la parola Niente,

creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.

 

*

 

Contributo alla statistica

 

Su cento persone:

 

che ne sanno sempre piu' degli altri

- cinquantadue;

 

insicuri a ogni passo

- quasi tutti gli altri;

 

pronti ad aiutare,

purche' la cosa non duri molto

- ben quarantanove;

 

buoni sempre,

perche' non sanno fare altrimenti

- quattro, be', forse cinque;

 

propensi ad ammirare senza invidia

- diciotto;

 

viventi con la continua paura

di qualcuno o qualcosa

- settantasette;

 

dotati per la felicita'

- al massimo poco piu' di venti;

 

innocui singolarmente,

che imbarbariscono nella folla

- di sicuro piu' della meta';

 

crudeli,

se costretti dalle circostanze

- e' meglio non saperlo

neppure approssimativamente;

 

quelli col senno di poi

- non molti di piu'

di quelli col senno di prima;

 

che dalla vita prendono solo cose

- quaranta,

anche se vorrei sbagliarmi;

 

ripiegati, dolenti

e senza torcia nel buio

- ottantatre'

prima o poi;

 

degni di compassione

- novantanove;

 

mortali

- cento su cento.

Numero al momento invariato.

 

*

 

Fotografia dell'11 settembre

 

Sono saltati giu' dai piani in fiamme -

uno, due, ancora qualcuno

sopra, sotto.

 

La fotografia li ha fissati vivi,

e ora li conserva

sopra la terra verso la terra.

 

Ognuno e' ancora un tutto

con il proprio viso

e il sangue ben nascosto.

 

C'e' abbastanza tempo

perche' si scompiglino i capelli

e dalle tasche cadano

gli spiccioli, le chiavi.

 

Restano ancora nella sfera dell'aria,

nell'ambito di luoghi

che si sono appena aperti.

 

Solo due cose posso fare per loro -

descrivere quel volo

e non aggiungere l'ultima frase.

 

*

 

Tutto

 

Tutto -

una parola sfrontata e gonfia di boria.

Andrebbe scritta fra virgolette.

Finge di non tralasciare nulla,

di concentrare, includere, contenere e avere.

E invece e' soltanto

un brandello di bufera.

 

*

 

Esempio

 

Una bufera

di notte ha strappato tutte le foglie dell'albero

tranne una fogliolina,

lasciata

a dondolarsi in un a solo sul ramo nudo.

 

Con questo esempio

la Violenza dimostra

che certo -

a volte le piace scherzare un po'.

 

*

 

Vermeer

 

Finche' quella donna del Rijksmuseum

nel silenzio dipinto e in raccoglimento

giorno dopo giorno versa

il latte dalla brocca nella scodella,

il Mondo non merita

la fine del mondo.

 

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

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Numero 305 del 24 marzo 2011

 

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