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Nonviolenza. Femminile plurale. 307



 

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 307 del 26 marzo 2011

 

In questo numero:

1. Stranamore

2. Le truppe coloniali nel deserto

3. Una e la stessa cosa

4. Oggi in piazza a Roma viva

5. Fabio Gambaro intervista Julia Kristeva

6. Jacqueline Risset intervista Julia Kristeva

7. Lorenzo Fazzini intervista Julia Kristeva

8. Stefano Montefiori intervista Julia Kristeva

 

1. EDITORIALE. STRANAMORE

 

Strana solidarieta' con i popoli in lotta per la liberta': bombardarli.

Strano rispetto del diritto internazionale: aggredire altri paesi.

Strana difesa dei diritti umani: assassinare gli esseri umani.

Strano concetto della civilta' umana: operare per distruggerla.

 

2. CONTROCANTI. LE TRUPPE COLONIALI NEL DESERTO

 

Dall'alto come folgori dal cielo

le truppe coloniali nel deserto

un altro deserto hanno fatto.

 

Ma zampilla il petrolio, rombano

i motori, i negozi

scintillano di merci seducenti,

dalla televisione

i portavoce degli assassini

vomitano sugli assassinati

e ti parla d'amore Mariu'.

 

3. CONTROCANTI. UNA E LA STESSA COSA

 

Una e la stessa cosa e' il nucleare

civile e militare.

 

Un esito medesimo

la stessa l'intenzione

non gia' riproduzione

di vita e dignita'

ma il fine della fine

ma cupe malattie

ma morti inenarrabili

irreversibili devastazioni

la distruzione dell'umanita'.

 

4. INCONTRI. OGGI IN PIAZZA A ROMA VIVA

 

Oggi in piazza a Roma viva un'umanita' s'incontra per difendere il diritto dell'intera umanita' alla voce ed alla pace, alla piena verita'.

Oggi a Roma vivo scorra lieve un fiume di persone perche' l'acqua sia un diritto dell'intera umanita'.

Oggi a Roma sotto il sole si ritrovano persone consapevoli che il sole e' la fonte di energia con cui si aprira' la via la futura umanita'.

Oggi a Roma solidale con l'intera umanita'.

Sia giustizia e liberta'.

 

5. MAESTRE. FABIO GAMBARO INTERVISTA JULIA KRISTEVA

[Dal quotidiano "La Repubblica" del 21 giugno 2010 col titolo "Julia Kristeva solo un nuovo umanesimo puo' fermare il nichilismo".

Fabio Gambaro, nato a Milano nel 1958, e' saggista, corrispondente culturale a Parigi per quotidiani e periodici italiani e francesi (tra cui "La Repubblica" e "L'espresso"), traduttore in francese di rilevanti autori italiani (tra cui Camilleri, De Luca, Jaeggy). Tra le opere di Fabio Gambaro: Colloquio con Edoardo Sanguineti: quarant'anni di cultura italiana attraverso i ricordi di un poeta intellettuale, Anabasi, 1993; Invito a conoscere la neoavanguardia, Mursia, Milano 1993; Surrealismo, Bibliografica, 1996; Dalla parte degli editori. Interviste sul lavoro editoriale, Unicopli, Milano 2001; L'Italie par ses ecrivains, Laura Levi, Paris 2002.

Julia Kristeva e' nata a Sofia in Bulgaria nel 1941, si trasferisce a Parigi nel 1965; studi di linguistica con Benveniste; intensa collaborazione con Sollers e la rivista "Tel Quel"; impegnata nel movimento delle donne, psicoanalista, ha dedicato una particolare attenzione alla pratica della scrittura ed alla figura della madre; e' docente all'Universita'  di Paris VII. Opere di Julia Kristeva: tra quelle tradotte in italiano segnaliamo particolarmente: Semeiotike', Feltrinelli, Milano; Donne cinesi, Feltrinelli, Milano; La rivoluzione del linguaggio poetico, Marsilio, Venezia; In principio era l'amore, Il Mulino, Bologna; Sole nero, Feltrinelli, Milano; Stranieri a se stessi, Feltrinelli, Milano; I samurai, Einaudi, Torino; Colette, Donzelli, Roma; Hannah Arendt. La vita, le parole, Donzelli, Roma; Melanie Klein, Donzelli, Roma; Il bisogno di credere, Donzelli, Roma; Teresa mon amour, Donzelli, Roma. In francese: presso Seuil: Semeiotike', 1969, 1978; La revolution du langage poetique, 1974, 1985; (AA. VV.), La traversee des signes, 1975; Polylogue, 1977; (AA. VV.), Folle verite', 1979; Pouvoirs de l'horreur, 1980, 1983; Le langage, cet inconnu, 1969, 1981; presso Fayard: Etrangers a nous-memes, 1988; Les samourais, 1990; Le vieil homme et les loups, 1991; Les nouvelles maladies de l'ame, 1993; Possessions, 1996; Sens et non-sens de la revolte, 1996; La revolte intime, 1997; presso Gallimard, Soleil noir, 1987; Le temps sensible, 1994; presso Denoel: Histoires d'amour, 1983; presso Mouton, Le texte du roman, 1970; presso le Editions des femmes, Des Chinoises, 1974; presso Hachette: Au commencement etait l'amour, 1985. Dal sito dell'Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche (www.emsf.rai.it) riprendiamo la seguente scheda: "Julia Kristeva e' nata il 24 giugno 1941 a Silven, Bulgaria. Nel 1963 si diploma in filologia romanza all'Universita' di Sofia, Bulgaria. Nel 1964 prepara un dottorato in letteratura comparata all'Accademia delle Scienze di Sofia; nel 1965 ottiene una borsa di studio nel quadro di accordi franco-bulgari e dopo il 1965 prosegue gli studi e il lavoro di ricerca in Francia all'Ecole Pratique des Hautes Etudes. Nel 1968 consegue il dottorato sotto la direzione di Lucien Goldmann (con Roland Barthes e J. Dubois). Sempre nel 1968 e' eletta segretario generale dell'Association internationale de semiologie ed entra nel comitato di redazione del suo organo, la rivista 'Semiotica'. Nel 1973 consegue il dottorato di stato in lettere sotto la direzione di J. C. Chevalier. Dal 1967 al 1973 e' ricercatrice al Cnrs di linguistica e letteratura francese, al Laboratoire d'anthropologie sociale, al College de France e all'Ecole des Hautes Etudes en sciences sociales. Nel 1972 tiene un corso di linguistica e semiologia all'Ufr di Letteratura, scienze dei testi e documenti dell'Universita' Paris VII 'Denis Diderot'. E' nominata direttore del Dea di Etudes Litteraires. Nel 1974 viene eletta Permanent visiting professor al Dipartimento di letteratura francese della Columbia University, New York. Nel 1988 e' responsabile del Draps (Diplome de recherches approfondies en psycopathologie et semiologie). Nel 1992 e' nominata direttore della Scuola di dottorato "Langues, litteratures et civilisations, recherches transculturelles: monde anglophone - monde francophone", all'Universita' di Paris VII 'Denis Diderot' e Permanent Visiting Professor al Dipartimento di Letteratura comparata dell'Universita' di Toronto, Canada. Nel 1993 e' nominata membro del comitato scientifico, che affianca il ministro dell'educazione nazionale. Attualmente e' professoressa all'Universita' Paris VII 'Denis Diderot'. Dal 1978 dopo una psicoanalisi personale e una analisi didattica presso l'Institut de psychanalyse, esercita come psicoanalista. Gli interessi scientifici di Julia Kristeva vanno dalla linguistica alla semiologia, alla psicoanalisi, alla letteratura del XIX secolo. Esponente di spicco della corrente strutturalista francese e in particolare del gruppo di 'Tel Quel', che ha sviluppato in Francia le ricerche iniziate dai formalisti russi negli anni Venti e continuate dal Circolo linguistico di Praga e da Jakobson, Julia Kristeva ritiene che la semiotica sia la scienza pilota nel campo delle cosiddette 'scienze umane'. Pervenuta oggi a un'estrema formalizzazione, in cui la nozione stessa di segno si dissolve, la semiotica si deve rivolgere alla psicoanalisi per rimettere in questione il soggetto senza di cui la lingua come sistema formale non si realizza nell'atto di parola, indagare la diversita' dei modi della significazione e le loro trasformazioni storiche, e costituirsi infine come teoria generale della significazione, intesa non come semplice estensione del modello linguistico allo studio di ogni oggetto fornito di senso, ma come una critica del concetto stesso di semiosi. Opere di Julia Kristeva: Semeiotike'. Recherches pour une semanalyse, Seuil, Paris 1969; Le texte du roman, Mouton, La Haye 197l; La revolution du language poetique. L'avant-garde a' la fin du XIX siecle: Lautreamont et Mallarme', Seuil, Paris 1974; Des chinoises, Editions des femmes, Paris l974; Polylogue, Seuil, Paris 1977; Pouvoirs de l'horreur. Essai sur l'abjection, Seuil, Paris 1980; Le language, cet inconnu. Une initiation a' la linguistique, Seuil, Paris 198l; Soleil noir. Depression et melancolie, Gallimard, Paris 1987; Les Samourais, Fayard, Paris 1990; Le temps sensible. Proust et l'experience litteraire, Gallimard, Paris l994. Numerosi articoli di Julia Kristeva sono apparsi sulle riviste 'Tel Quel', 'Languages', 'Critique', 'L'Infini', 'Revue francaise de psychanalyse', 'Partisan Review', 'Critical Inquiry' e molte altre. Tra le opere della Kristeva tradotte in italiano, ricordiamo: Semeiotike'. Ricerche per una semanalisi, Feltrinelli, Milano 1978; La rivoluzione del linguaggio poetico, Marsilio, Venezia 1979; Storia d'amore, Editori Riuniti, Roma 1985; Sole nero. Depressione e melanconia, Feltrinelli, Milano 1986; In principio era l'amore. Psicoanalisi e fede, Il Mulino, Bologna 1987; Stranieri a se stessi, Feltrinelli, Milano; Poteri dell'orrore, Spirali/Vel, Venezia; I samurai, Einaudi, Torino 1991; La donna decapitata, Sellerio, Palermo 1997"]

 

"Il bisogno di credere e' un bisogno prepolitico e prereligioso, sul quale poggia il desiderio di sapere. Riconoscendo l'importanza di tale bisogno, noi atei possiamo favorire il dialogo tra credenti e non credenti, per combattere da un lato il nichilismo e dall'altro l'integralismo".

Linguista e psicanalista, saggista e romanziera, Julia Kristeva, dopo Il genio femminile, la trilogia dedicata a Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette, ha pubblicato Bisogno di credere (Donzelli), un testo in cui, pur senza rinunciare alle sue convinzioni figlie dell'Illuminismo, si confronta con l' universo della fede.

Un dialogo che attraversa anche Teresa mon amour. Santa Teresa d'Avila: l'estasi come un romanzo (Donzelli), un libro a meta' strada tra romanzo e saggio, che analizza la personalita' e gli scritti della santa spagnola del XVI secolo.

Proprio di Teresa d'Avila, la studiosa francese parlera' domani alla Basilica di Massenzio in chiusura del Festival Letterature. "Ho iniziato ad occuparmi di Teresa quasi per caso, scoprendo un personaggio estremamente complesso, ricco e attuale", spiega Kristeva, in questo momento alle prese con la stesura di un nuovo romanzo.

"Oggi lo scontro di religioni e' una realta' che non possiamo ignorare. Il dialogo quindi e' necessario. L'Europa - forse perche' ha conosciuto la violenza e l'orrore legati alle religioni, dalle crociate alla Shoah - ha intrapreso, prima con l'Illuminismo e in seguito con le scienze umane, un percorso di attraversamento della religione. Non per ghigliottinarla, come ha fatto la Rivoluzione francese, o per rinchiuderla nei gulag, come e' accaduto in Unione Sovietica, ma per tentare di 'transvalutarla', come direbbe Nietzsche. Attraverso il caso concreto di Teresa, io ho cercato di dare il mio contributo a questo percorso di attraversamento". Per questo, monsignor Gianfranco Ravasi l'ha invitata a partecipare al dialogo tra credenti e non credenti.

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- Fabio Gambaro: Le sembra un' opportunita'?

- Julia Kristeva: Oggi, piu' ancora del dialogo interreligioso, occorre promuovere il dialogo tra chi crede e chi no, soprattutto in Europa. Appartengo a coloro che, per dirla con Tocqueville e Hannah Arendt, hanno reciso il filo della tradizione. Mi considero una discendente dell'Illuminismo e della secolarizzazione che ci hanno messo in guardia contro i rischi della religione: la nevrosi, le illusioni, gli abusi, le guerre. Il filo reciso della tradizione ci ha consentito di muoverci verso la liberta', senza la quale non ci sarebbero il mondo della scienza ne' quello dell'arte, l'avventura dell'impresa ne' quella dei nuovi amori. Il filo reciso della tradizione e' una conquista importante, ma occorre evitare la deriva verso un nichilismo senza valori e senza autorita'. Ecco perche' abbiamo bisogno di "transvalutare" la tradizione. Vale a dire ripensarla e attraversala, cercando di trarne tutto cio' che puo' essere positivo per noi contemporanei. Cio' vale per tutta la tradizione, le tre religioni monoteistiche, ma anche la cultura classica, il taoismo o il confucianesimo.

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- Fabio Gambaro: A chi spetta questo compito?

- Julia Kristeva: Agli intellettuali, ma anche agli artisti, visto che considero la letteratura e le arti delle vere e proprie forme di pensiero. Senza il confronto con la tradizione rischiamo di perderci in un nichilismo depressivo. Sul piano della religione, tale confronto ci consente di capire che la fede non e' solamente un vicolo cieco, come diceva Diderot. Condannando la fede, la filosofia dell'Illuminismo ha privato il bisogno di conoscenza di un fondamento importante. Per me il bisogno di credere e' il fondamento del sapere. E' una necessita' antropologica che la storia delle religioni ha capitalizzato attraverso le varianti cristiana, islamica, ebraica, taoista. Noi atei dobbiamo riscoprire le radici di tale bisogno, favorendo in questo modo il dialogo tra credenti e non credenti, un dialogo alla pari dove ciascuno possa spiegare e difendere le proprie posizioni.

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- Fabio Gambaro: Il bisogno di credere come si manifesta in Teresa d'Avila?

- Julia Kristeva: Teresa vive una fede sovrannaturale, che esalta il legame amoroso nascosto nella fede. Lo esalta in maniera ideale, ma anche concretamente con tutte le fibre del suo corpo di donna, come testimonia la statua del Bernini nella chiesa romana di Santa Maria della Vittoria. Teresa si esilia nell'alterita' divina, rivelando una profondita' estrema della vita psichica, che Lacan e' stato il primo a mettere in evidenza, parlando del piacere femminile. Nelle sue estasi non c'e' solo la felicita' dell'incontro con Dio, ma tutta la violenza del piacere, l'annullamento di se stessi e del proprio corpo. Mettendo per iscritto i suoi stati di estasi, Teresa riesce pero' ad allontanare la loro dimensione mortuaria. Piu' li descrive, piu' diventa lucida, agendo nel mondo in maniera concreta.

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- Fabio Gambaro: Nell'abbandono dell'estasi, Dio - per Teresa - cessa d'essere un'entita' esterna, diventando una realta' interiore e immanente. E' cosi'?

- Julia Kristeva: Nel suo viaggio verso l'altro, Teresa indica un dato importante per la cultura europea. Perche' l'io esista, il cogito di Descartes non e' sufficiente. L'io ha bisogno dell'altro da se', con il quale instaura un legame indispensabile. L'io e l'altro s'identificano, si confondono e si portano a vicenda. Teresa crea tale legame con la divinita'. Per lei la trascendenza diventa immanenza. In questo modo si colloca sulla via dell'umanesimo cristiano che dara' luogo all'umanesimo moderno. Proprio perche' Dio e l'infinito sono in lei, Teresa diventa una persona e un linguaggio infinito. Anche per questo affascino' tanto Leibniz.

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- Fabio Gambaro: E' per questo che lei la considera una nostra contemporanea?

- Julia Kristeva: Certo. Teresa e' una donna eccezionale, un genio femminile che ha innovato la fede cattolica, anticipando la rivoluzione barocca. La sua esperienza parla alle donne moderne e in particolare a quelle che si consacrano alla creazione artistica, lavorando con le immagini e il linguaggio.

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- Fabio Gambaro: Lei e' stata una delle voci del femminismo francese. Teresa d'Avila puo' interessare le femministe?

- Julia Kristeva: Oggi il ritorno della tradizione e la centralita' della maternita' rimettono in discussione le conquiste del femminismo. Cio' e' vero soprattutto quando la maternita' e' prigioniera delle preoccupazioni materiali e sanitarie. Teresa ci insegna che occorre riuscire a pensare dal punto di vista dell'altro. Non dobbiamo proiettare sui figli i nostri desideri, le nostre angosce, i nostri bisogni, ma considerarli come un altro da se', cercando di sviluppare la loro alterita'. In questa prospettiva, le donne saranno all'avanguardia della civilta'. Come ha fatto Teresa, ogni donna deve cercare di essere singolare. Occorre rifondare l'umanesimo in una direzione che stimoli le singolarita'. E' questo l'insegnamento di Teresa.

 

6. MAESTRE. JACQUELINE RISSET INTERVISTA JULIA KRISTEVA

[Dal quotidiano "Il manifesto" riprendiamo la seguente intervista del primo luglio 2010 dal titolo "Una conversazione con Julia Kristeva. Teresa tra religione e lumi".

Su Jacqueline Risset dalla Wikipedia riprendiamo la seguente scheda: "Jacqueline Risset (Besancon, 1936) e' una poetessa e saggista francese. Jacqueline Risset e' inoltre critico letterario, traduttrice, e docente universitaria. E' una specialista di Dante, riguardo al quale ha all'attivo una traduzione di riferimento in francese della Divina Commedia. Dal 1967 al 1982 e' stata membro del comitato di redazione della rivista 'Tel Quel'. Gia' allieva dell'Ecole Normale Superieure, e' docente di letteratura francese all'Universita' Roma Tre, dove dirige il Centro di Studi italo-francesi, nato nel 1996 dalla donazione con cui lo stato francese ha trasferito all'ateneo romano il fondo bibliotecario dell'ex Centre Culturel Francaise di Palazzo Capizucchi. E' inoltre nel comitato di redazione della rivista 'Poesia. Mensile internazionale di cultura poetica'. Opere di Jacqueline Risset: a) Poesia: Jeu, Seuil, 'Tel Quel', 1971; Mors, Orange Export Ltd, 1976; La Traduction commence, Christian Bourgois, 1978; Sept passages de la vie d'une femme, Paris, Flammarion, 1985; L'Amour de loin, Flammarion, 1988; Amor di lontano, trad. dell'autrice, Torino, Einaudi, 1990; Petits elements de physique amoureuse, Gallimard, 1991; Les Instants, Tours, Farrago, 2000; b) Saggi: L'anagramme du desir, essai sur la Delie de Maurice Sceve, Roma, Bulzoni, 1971; nuova ed. Paris, Fourbis, 1995; L'invenzione e il modello. L'orizzonte della scrittura dal petrarchismo all'avanguardia, Bulzoni, 1972; Dante ecrivain ou L'Intelletto d'amore, Seuil, 1982; Dante scrittore, Mondadori, 1984; Marcelin Pleynet, Seghers, 1988; La letteratura e il suo doppio. Sul metodo critico di Giovanni Macchia, Milano, Rizzoli, 1991; Georges Bataille: il politico e il sacro, Napoli, Liguori; L'incantatore. Scritti su Fellini, Milano, Vanni Scheiwiller, 1994; Puissances du sommeil, Seuil, 1997; Le potenze del sonno, trad. di Anna Trocchi, Roma, Nottetempo, 2009; Dante, une vie, Flammarion, 1999; Dante, una vita, traduzione di Margherita Botto, Rizzoli, 1995; La lirica rinascimentale, a cura di Roberto Gigliucci, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2001; (con Pierre Restany e Jean-Marie Tasset), Arnaldo Pomodoro. Sculptures 1962-2000. Dans les jardins du Palais-Royal Paris, Losanna, Skira, 2002; Prefazione a Jean-Pierre Ferrini, Dante et Beckett, Hermann, 2003; Il silenzio delle sirene. Percorsi di scrittura nel Novecento francese, Roma, Donzelli editore, 2006; Tra Petrarca e Leopardi. Variazioni inclusive, Milano, Aragno, 2006; Traduction et memoire poetique: Dante, Sceve, Rimbaud, Proust, prefazione di Yves Bonnefoy, Hermann, 2007; Une certaine joie. Essai sur Proust, Editions Hermann, 2009; c) Traduzioni in francese: Dante, La Divine Comedie: L'Enfer, Flammarion, 1985; Le Purgatoire, Flammarion, 1988; Le Paradis, Flammarion, 1990; Federico Fellini, Intervista, Flammarion, 1987; Federico Fellini, Cinecitta', Nathan, 1989; Introduzione a Edouard Dujardin, Il monologo interiore, Parma, Pratiche, 1991; Machiavel, Le Prince, Editions Actes Sud, 2001; d) Traduzioni in italiano e curatele: Philippe Sollers, Il parco, introduzione di Edoardo Sanguineti, Milano, Bompiani, 1967; (con Alfredo Giuliani), Poeti di Tel Quel, Einaudi, 1970; Philippe Sollers, Dramma, Einaudi, 1972; Francis Ponge, Il partito preso delle cose, Einaudi, 1978; Introduzione a Sainte-Beuve, I miei veleni, Parma, Pratiche, 1984; Georges Bataille: il politico e il sacro, a cura di, Liguori, 1987; Claude Esteban, Diario immobile, Vanni Scheiwiller / All'insegna del pesce d'oro, 1987; Bataille-Sartre: un dialogo incompiuto, a cura di, Roma, Artemide, 2002; (con Arturo Mazzarella), Scene del sogno, Roma, Artemide, 2003; La rivista 'Botteghe oscure' e Marguerite Caetani: la corrispondenza con gli autori stranieri, 1948-1960, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2007"]

 

Santa barocca (la prima, nel 1616) e dottore della Chiesa, Teresa d'Avila rappresenta, nella lettura che ne offre Julia Kristeva nel suo libro Therese mon amour, un tentativo di sintesi estremamente interessante, nel quale convergono umanesimo, sensualita' e rigore. Una lezione che puo' essere attuale e preziosa, in un presente dominato dai pericoli dell'integralismo e dell'omologazione.

Linguista, semiologa, psicoanalista e scrittrice, Julia Kristeva e' da molti anni una presenza ineludibile sulla scena culturale francese, e non solo. Ci siamo incontrate nei giorni scorsi quando Kristeva, con la quale siamo legate da un lungo sodalizio che data dai tempi della rivista "Tel Quel", e' venuta a Roma per concludere con una lettura su Teresa d'Avila il Festival Letterature.

*

- Jacqueline Risset: Vorrei iniziare questa conversazione evocando il periodo in cui ci siamo conosciute a "Tel Quel", in quel piccolo bureau delle Editions du Seuil che era allora un luogo effervescente, un crogiuolo di incontri e di esperienze. Venivano continuamente giovani intellettuali a portare manoscritti, che venivano letti con emozione: il primo saggio di Derrida sulla grammatologia, testi di Deleuze, Foucault, molti altri. Barthes, Ponge, Lacan erano presenze amiche e tutelari. Tu arrivasti dalla Bulgaria, come linguista, e pubblicasti un bellissimo testo sugli anagrammi nella prospettiva di Bachtin. Ti appassionava il linguaggio, la sua stratificazione nella scrittura.

- Julia Kristeva: Si', e' stato un momento importante nella nostra storia, ma anche, credo, nella storia della cultura francese. La Francia usciva allora dalla crisi algerina e, arrivando a Parigi, ebbi l'impressione di un paese un po' freddoloso, un po' congelato, chiuso. Ma a "Tel Quel" trovavo una gioventu' molto intensa, che si interessava al mondo - anche a me che venivo dal freddo. Giovani in uno stato di contestazione radicale che passava per la dialettica hegeliana, per un marxismo molto aperto, e con la convinzione che la letteratura era di per se' una forma di pensiero radicale, come in Joyce, come in Artaud, come in Bataille. Autori cui mi avvicinai grazie soprattutto a quello che Philippe Sollers ci insegnava, comunicandoci le sue passioni per quella letteratura e la sua stessa riflessione. Malgrado si tenda a dimenticare, il suo era un ruolo propulsore insostituibile, un ruolo che tuttora continua a svolgere con "L'Infini".

*

- Jacqueline Risset: Condivido cio' che dici. Al tuo arrivo facevo parte della redazione. Da Roma, dove ero lettrice all'Universita', avevo iniziato a seguire i primi numeri di quella rivista che mi sembrava cambiasse il paesaggio culturale. Leggevo i testi che ne enunciavano la poetica e i nuovi poeti. Fu cosi' che mandai alcune poesie ed entrai in contatto con quel gruppo con il quale avvertivo un'affinita' profonda. Incontestabilmente Philippe Sollers era "il capo" (lo si paragonava a Breton). Ma era anche molto sensibile e aperto alla creativita' degli altri.

- Julia Kristeva: ... e alla creativita' delle donne, il che allora non era tanto frequente. Tu c'eri gia', e io venivo accettata. Non ho mai avvertito la persecuzione o l'emarginazione di cui molte donne allora si lamentavano. Fummo subito associate al movimento. Per me che provenivo dalla linguistica russa fu una sorpresa. Avvertivo l'imperialismo strutturalista intorno alla linguistica, ma grazie al contatto con la creazione letteraria e agli autori di "Tel Quel", mi allontanai dallo strutturalismo, divenendo, insieme ad altri, precursore del post-strutturalismo; mi abituai a percepire la letteratura attraverso le esperienze degli scrittori; mi chiedevo come superare lo strutturalismo che considerava la lingua come sistema e come raggiungere la profondita' inconscia del linguaggio, in direzione, da una parte, delle pulsioni e della sessualita', e dall'altra verso la dimensione che ho chiamato "intertestuale", cioe' il rapporto con altri testi che fa entrare in prospettiva la storia, in senso tecnico, stilistico e formativo.

*

- Jacqueline Risset: L'ampliamento dei limiti era in effetti un tema di "Tel Quel", e le experiences-limite, per usare i termini di Sollers, venivano indagate non soltanto in Joyce, in Artaud, in Bataille, ma anche in Dante (il mio Dante scrittore era partito dal numero di "Tel Quel" che gli era stato dedicato). Peraltro mi sembra che per te una nozione chiave, divenuta sempre piu' centrale, sia stata proprio quella di esperienza; e che la sua crescente importanza ti sia stata rivelata in particolare dalla psicanalisi e grazie alla tua pratica di psicanalista. "Wo es war soll ich werden (dove era cio', io diventero')", diceva Freud. Si tratta di sradicare cio' che e' immobile, inerte, per conquistare una mobilita' vivente.

- Julia Kristeva: In effetti per me il solo modo di superare la linguistica era quello di coinvolgermi in un'esperienza di linguaggio attraverso la psicoanalisi. Feci una psicoanalisi freudiana con l'intenzione di diventare analista. Fu cosi' che la psicoanalisi cambio' completamente i miei modelli di linguaggio. Non fu un'analisi lacaniana, benche' avessi molto interesse per il mutamento che Lacan operava nell'ascolto e nell'attenzione al linguaggio che manifesta nel corso di tutta la sua opera; ma la forma della seduta breve mi era estranea. E devo dire che fui aiutata in questa scelta di un'analisi freudiana da una persona notevole, il linguista e psicanalista ungherese Fonagy, il cui saggio Les Bases pulsionnelles de la phonation, mi fu prezioso per inventare la nozione di chora come fondamento del linguaggio.

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- Jacqueline Risset: Quel saggio pubblicato dalla "Revue Francaise de Psychanalyse" nel 1970 era stupefacente per il modo semplice e sovrano con cui ritrovava e confermava le ardite intuizioni di Mallarme' sul linguaggio. Preziosi anche i suoi studi sulla "motivazione" che illuminano il modo in cui la poesia sfugge ai limiti imposti dall'arbitrario del linguaggio e aiutano a sormontare le impossibilita' della traduzione.

- Julia Kristeva: Ma di Fonagy mi colpi' anche qualcos'altro, di biografico. Quando era comunista, si rese conto che le confessioni dei dissidenti nei processi ungheresi erano in terza persona; ne concluse che si trattava di confessioni false. Lascio' il partito e l'Ungheria, e si stabili' in Francia. In effetti e' stata la psicoanalisi a cambiare il mio rapporto con il linguaggio e a permettermi di avvicinare le profondita' dell'inconscio. La nozione di esperienza e' stata molto importante, in una duplice accezione che corrisponde ai termini tedeschi di Erlebnis (nel senso di un insorgere dell'ignoto, nelle percezioni dell'indefinibile), e di Erfahrung (atto intellettuale, elucidazione). Termini che Lacan utilizza ma i cui due significati si rinvengono nella letteratura novecentesca, ad esempio in Proust. Di fronte a un'esperienza ricca e complessa come quella della mistica di Teresa d'Avila, si tratta di acquisire una percezione sottile e operativa.

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- Jacqueline Risset: Ne L'Experience interieure, Georges Bataille considera le esperienze mistiche estranee al linguaggio; se tradotte in parole, esse perdono spessore e senso. Peraltro, il fatto di ricondurle a un punto esterno, chiamato Dio, le riduce e le tradisce. Per questo Bataille parla di "esperienza interiore". Ma, rispetto agli altri mistici, Teresa d'Avila mi sembra senza confronto, perche' riesce a formulare l'essenza di questi momenti imprendibili. E il tuo libro, Therese mon amour, con cui hai concluso il Festival Letterature di Roma, le rende pienamente giustizia.

- Julia Kristeva: Credo che il rapporto con le scienze umane, fecondato dalla psicoanalisi, generi un rapporto molto singolare col linguaggio. Non si tratta piu' di parlare di generalita' (nouveau roman, psicoanalisi, mistica), ma di entrare nelle storie particolari, ad esempio nella storia della mistica: esistono diverse mistiche - ebraica, cristiana, araba. E l'opera di Teresa, rappresenta, all'interno della mistica cristiana, un momento particolarmente interessante del passaggio tra Medio Evo e Rinascimento: una transizione tra religione e libertinaggio, tra religione e Lumi. I cattolici non osano pensare quel momento, ma i secolarizzati - noi - neanche, perche' la grande liberta' che ci viene dall'Illuminismo fa che insorgiamo contro tutto cio' che ci sembra oscurantismo.

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- Jacqueline Risset: In effetti e' difficile immaginare un pensiero in grado di muoversi in modo articolato e attuale tra due mondi cosi' opposti.

- Julia Kristeva: Per questo ho concluso la mia Therese con una lettera a Diderot (tuttora il mio maestro), perche' dopo aver detto tutto il male possibile della clausura, finisce col non poter finire il suo libro, La Religieuse. Un amico di Grimm che allora gli fece visita lo trovo' in lacrime. Piangeva perche' si identificava con quella giovane donna che, prima brutalizzata, poi abusata, sentiva, uscita dal convento, che la vita che le si proponeva, era priva di senso. Piu' tardi Diderot trovera' la soluzione in Le Neveu de Rameau dove fara' dialogare un artista convulsivo con un filosofo che da' il senso. Teresa rappresenta un tentativo di sintesi estremamente interessante, perche' congiunge la sensualita' del giudaismo e il modello di un umanesimo che piu' tardi dilaghera' in tutta la Spagna. Ma possiede inoltre un rigore piu' stretto di quello dei protestanti. Cambiera' l'ordine del Carmelo in scalzo - in altri termini imporra' una clausura piu' severa.

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- Jacqueline Risset: Un rigore non solo morale ma soprattutto intellettuale che stupisce, ad esempio nella definizione di cio' che Teresa chiama teologia mistica: "l'anima e' allora sospesa al punto che sembra interamente fuori di se'. La volonta' ama. La memoria mi sembra quasi perduta. L'intelletto smette di scorrere, ma secondo il mio parere, non si perde; soltanto, lo ripeto, non agisce: resta come stupefatto da tutto cio' che concepisce".

- Julia Kristeva: Ma aggiunge il sovrannaturale di una fede che e' amore, un amore non etereo, bloccato nel divino - come dice Bataille - ma un amore carnale, un'esplosione sensuale senza precedenti, cui Teresa riesce a dare un nome. Vediamo Giovanni della Croce e Teresa come una coppia straordinaria, se si vuole, platonica. Di questo amore Giovanni della Croce accentua i lati oscuri, malinconici, annichilenti, lo descrive con un linguaggio poetico di grande condensazione: egli sta in questo nulla di un Dio che lo fugge e tuttavia lo infiamma. Teresa, invece, conosce un amore che non la fugge, la abita, la penetra, la inonda.

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- Jacqueline Risset: Ci si puo' stupire che sia stata fatta santa.

- Julia Kristeva: Ha richiesto tempo. Le sue visioni hanno scioccato i confessori. Da una parte l'acqua che la bagna e la fa godere in modo toccante. Dio la tocca generando un piacere sensuale. Ma, addirittura, afferma che Dio e' talmente dentro di lei che dimora in lei, che lei lo contiene. Cosi' la trascendenza si fa immanenza nel modo piu' letterale e immediato. L'Inquisizione la vorrebbe processare, ma alcuni domenicani e gesuiti la proteggono. E il suo modo di vivere la fede verra' finalmente compreso dal Concilio di Trento. Sara' poi dichiarata santa - la prima santa barocca, nel 1616. Nel Novecento sara' fatta primo dottore della Chiesa insieme a Caterina di Siena dal Vaticano II, nel 1970. Si puo' parlare di recupero da parte della Chiesa. Ma i mistici hanno sempre praticato l'"esclusione interna". E' una genialita' dei mistici di non tagliare i ponti, ma di situarsi nel margine, per dire la verita'. Perseguitati in vita, riveriti poi.

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- Jacqueline Risset: Bernini, dunque, ha veramente compreso Teresa, ha visto in lei la capacita' di vivere quell'esperienza e di mostrarla. Lacan aveva dunque ragione.

- Julia Kristeva: Aveva ragione. Ma c'e' una cosa che non puo' essere fatta ne' dalle scienze umane ne' dai teologi, la "transvalutazione" nel senso di Nietzsche - la reinterpretazione, la reinvenzione dei valori. La santita' nuova di Giovanni della Croce e soprattutto di Teresa si puo' comprendere a partire dall'importanza dei discendenti dei marrani nella chiesa spagnola. L'Italia, con il barocco piu' ricco di tutti paesi, nella musica e nella pittura, ha ripreso piu' di tutti questa direzione.

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- Jacqueline Risset: Ci si puo' chiedere perche' oggi manca proprio un Italia un simile gesto di ripresa.

- Julia Kristeva: Un grande problema per l'Europa, non soltanto per l'Italia, e' quello di riconoscere che esiste una cultura europea della quale non siamo abbastanza fieri, mentre essa e' il fondamento. Non esiste un'Unione europea se non affermiamo che abbiamo una tradizione da riprendere e "da transvalutare". Si tratta di "transvalutare" il retaggio religioso ebraico, greco, cristiano e anche musulmano. Esistono due pericoli, l'integralismo e il negazionismo per paura dell'integralismo (si decide che tutto e' oscurantismo, nevrosi, pedofilia e via dicendo). Esiste una terza via, appunto la transvalutazione, e quindi la capacita' ad esempio di appropriarci, nei dettagli, di Teresa o di Dante. Non abbiamo paura della religione. E diciamo ai religiosi, non abbiate paura della secolarizzazione. Si tratta di reinterpretare quella liberta' che ha condotto ai Lumi e che possiamo ora ripensare. In effetti questa operazione e' stata realizzata da scrittori come Joyce, il quale, in Finnegans Wake e in Ulisse, si immerge nella civilta' cristiana con mezzi di conoscenza inediti, deridendola ma anche nutrendosene felicemente. Ormai la scrittura e' divenuta per la nostra generazione una forma di pensiero. In questo senso, Teresa e' nostra contemporanea.

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- Jacqueline Risset: Per finire, non pensi che il femminismo dovrebbe tornare ora a giocare un ruolo importante, evitando tranelli passati e presenti?

- Julia Kristeva: Il femminismo non va chiuso in un movimento di massa. I movimenti di massa hanno subito gravi disfatte, quello borghese finisce con la ghigliottina, quello proletario con il gulag, quello terzomondista nell'integralismo. Il femminismo corre questo stesso rischio di dogmatismo. Considerare tutte le donne come una sola testa, significa nascondere o vietare le singolarita'. Mentre si tratta di svegliare o risvegliare la singolarita' creativa che e' in ciascuna. Cosi' come resta da mettere in evidenza la tendenza di molte donne nel mondo a ripiegarsi su religioni in apparenza protettrici ma in realta' schiaviste. In occasione del premio Simone de Beauvoir del 2011, a Parigi, avra' luogo un grande Forum, "La difficolta' di essere oggi una donna libera".

 

7. MAESTRE. LORENZO FAZZINI INTERVISTA JULIA KRISTEVA

[Dal quotidiano "Avvenire" del 24 marzo 2011 col titolo "Kristeva: Non credenti, niente paura".

Lorenzo Fazzini, nato a Lecco nel 1978, abita a Verona, e' sposato e ha un figlio. Giornalista, traduttore e consulente editoriale, oltre a scrivere attualmente su "Avvenire" di cultura, informazione religiosa e questioni internazionali, collabora con diverse riviste come "Messaggero di sant'Antonio", "Tempi", "Mondo e missione", "Jesus". Opere di Lorenzo Fazzini: Dialoghi nel cortile dei gentili, Edizioni Messaggero Padova, 2010]

 

Domani interverra' alla Sorbona nell'ambito del Cortile dei gentili che si apre oggi nella citta' dei Lumi. Julia Kristeva, scrittrice, linguista e psicoanalista franco-bulgara, chiede agli "amici laici" di "non aver paura della religione", capace di fecondare la cultura umanista "secolare". Perche' il cristianesimo ha forgiato - insieme ad altre tradizioni - l'Europa e va recuperato il "filo interrotto della tradizione", come scriveva Hannah Arendt.

*

- Lorenzo Fazzini: Nel libro "Questo incredibile bisogno di credere" lei scrive che il suo umanesimo "non e' contrario alle religioni e nemmeno d'accordo con esse". Quali gli aspetti fondamentali di tale posizione?

- Julia Kristeva: Ci troviamo in un periodo in cui il dialogo tra cristiani e umanisti e' molto importante. Niente facilita tale confronto: entrambe queste comunita' sono in crisi di identita', risultano vulnerabili e hanno difficolta' con i propri interlocutori. Per me questo scambio e' assolutamente necessario per far fronte alla crisi economica e politica attuale. Anzitutto, va capito cosa intendo per umanesimo. Mi riferisco a qualcosa di separato dalla religione, che nasce con il Rinascimento ed Erasmo, attraversa l'Illuminismo con Rousseau e arriva fino a noi, ad esempio nella psicoanalisi. Rappresenta quello che Hannah Arendt e Alexis de Tocqueville chiamavano "il filo interrotto della tradizione". Questo processo e' irreversibile e oggi si confronta con il rischio della liberta', dell'individualita' estrema e delle passioni liberate fino in fondo. Ma ci porta alla necessita' di rileggere la nostra tradizione "interrotta", perche' qualcosa e' andato perso.

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- Lorenzo Fazzini: Dunque anche l'umanesimo senza fede ha bisogno della religione?

- Julia Kristeva: L'umanesimo deve trovare una ricchezza propria piu' profonda e un rapporto nuovo con i sistemi morali. Personalmente, questo significa un confronto con il cattolicesimo con cui e' possibile rifondare il mio stesso illuminismo. I nuovi fenomeni moderni della questione femminile, dell'infanzia, dei giovani, pongono il problema di un nuovo rapporto con l'esperienza religiosa, ad esempio nella preghiera. Questo incontro non deve portare ad una semplice "grande fraternita'" tra umanesimo e religioni, bensi' alla rifondazione di tutta una tradizione. Di qui la necessita' che anche le fedi, di solito dogmatiche, siano capaci di mettersi in gioco.

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- Lorenzo Fazzini: Durante una conferenza a Notre Dame lei ha affermato che il cristianesimo ha praticato una rivoluzione nei confronti della sofferenza. Alla religione cristiana si rimprovera spesso un dolorismo anti-umano...

- Julia Kristeva: Penso che il cristianesimo, soprattutto nella sua pratica, sia stato un'innovazione nella storia della comprensione verso il dolore. Secondo il cristiano la sofferenza non costituisce una sconfitta dell'uomo ne' causa un'esclusione dalla societa' del sofferente. Il dolore non costituisce una diminuzione dell'uomo ne' lo rende "meno uomo". Anzi: diventa la strada per arrivare a Dio. Cristo, soffrendo, manifesta Dio stesso. L'essere umano che patisce diventa degno di accompagnamento e rispetto. Di qui si aprono due strade: da un lato un certo dolorismo che porta ad eccessi (Nietzsche lo ha chiamato "vittimistico", oggi vien definito "cristianesimo bionegativo"). Dall'altro troviamo il cristianesimo trionfante che davanti al dolore fa scattare la compassione verso l'altro: e' l'accompagnamento della carita'. Succede nella vicinanza al povero, all'emarginato, al disabile. E di fronte alla deregulation morale del mondo degli show e del capitalismo, che legge tutto in senso produttivo, rischiamo di perdere il senso della vulnerabilita' della persona. Abbiamo bisogno della tenerezza cristiana e dobbiamo far leva sul cristianesimo per sconfiggere quel mondo che vuole negare il dolore.

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- Lorenzo Fazzini: Quali esempi vede di questa "tenerezza" cristiana?

- Julia Kristeva: Penso a certe organizzazioni cristiane e cattoliche, che vengono in aiuto agli ultimi dove lo Stato non arriva. Oggi la figura che piu' mi sembra significativa e' Jean Vanier. Per un anno ho intrattenuto con lui una corrispondenza sulla nostra esperienza del dolore, in particolare dell'handicap, a tutti i livelli: politico, sociale, intellettuale ed esistenziale. Jean e' un esempio unico: ha fondato 140 comunita' della sua Arche. Prolunga quello che San Francesco aveva fatto secoli fa in Italia.

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- Lorenzo Fazzini: Lei interverra' al Cortile dei gentili. Come valuta questa iniziativa della Chiesa?

- Julia Kristeva: E' molto bella, sebbene non conosca a quali risultati portera'. Si tratta di qualcosa di sorprendente, un inizio di quel dialogo che mi pare necessario, ma verso cui molti hanno timori. Sia i credenti che i non credenti camminano in punta di piedi per paura di perdere. Mi viene in mente l'appello di Giovanni Paolo II, che incontrai in Bulgaria. Tutti ricordiamo il suo "Non abbiate paura". Egli si rivolgeva ai cattolici in riferimento al comunismo. E i risultati si son visti: nacque Solidarnosc e il Muro di Berlino cadde. Voglio dirlo ai miei amici laici: "Non abbiate paura della religione". Voi avete i modi per pensare il bisogno religioso senza la paura di essere inghiottiti dall'oscurantismo. Possiamo far meglio di Voltaire, superando gli abusi della religione e guardando il positivo del credere.

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- Lorenzo Fazzini: Quali i motivi per cui partecipa al Cortile?

- Julia Kristeva: C'e' bisogno di costruire una cultura europea come un'unita' complessa, che fa riferimento alla tradizione greca, latina, cristiana, ebraica... Non bisogna lasciare questo compito ai politici, altrimenti la religione subisce una manipolazione. Quando religione e politica si intersecano, cio' avviene sempre per ragioni "politicanti": la societa' civile deve interessarsi delle religioni. Percio' il Cortile e' un'iniziativa che apre tale nuova prospettiva. Lo scorso anno, in un documento commissionatomi dal Consiglio economico, sociale e ambientale di Francia, ho proposto la creazione, a livello di Unione europea, di un Collegio della cultura europea per ripensare il rapporto fra le religioni e la secolarizzazione nella formazione del nostro continente. Il Cortile segna un inizio, ma deve essere la societa' a porsi in atteggiamento di dialogo. Inoltre, ho aderito volentieri all'invito del cardinal Ravasi perche' e' una persona che conosce bene la cultura francese contemporanea.

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- Lorenzo Fazzini: In Francia vige una laicita' che molti reputano troppo "stretta". Quale deve essere il rapporto tra la politica e le religioni?

- Julia Kristeva: Io sono un'adepta dello Stato laico alla francese. Pero' rimango convinta che le religioni debbano essere riconosciute a livello individuale. La nostra rimane la miglior forma di laicita', eppure dobbiamo studiare meglio i diversi credo, farne oggetto di ricerca a scuola in modo che possano diventare motivo di incontro tra persone. Agli studenti va offerto un ventaglio di conoscenze religiose; l'insegnamento religioso deve essere garantito con basi scientifiche. Quello di cui si avverte la necessita' e' un dibattito pubblico e sociale sulle religioni: sui media, in televisione, tra gli intellettuali. Io sto cercando di farlo nelle scienze umane.

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- Lorenzo Fazzini: "Rendere Dio presente nel mondo" e' il "manifesto" dell'attuale papato. Vede un pericolo in questa prospettiva di Benedetto XVI?

- Julia Kristeva: Quando parla di "rendere Dio presente nel mondo", il Papa fa il suo mestiere: sarebbe bizzarro che non lo facesse! Del resto va sottolineato come solo il cristianesimo, tra i monoteismi, ha promosso l'idea dell'universale dove si assiste al rovesciamento dell'unico Dio su tutte le sue creature. La politica di questo Papa mi sembra vada in questa direzione. Le religioni monoteistiche sono esposte al rischio di imporsi come verita', anche violenta, ma al contempo propongono dentro di se' il tema della pluralita', il germe della diversita' e dello straniero. Il mio augurio e' che, dal confronto del Cortile, ci si possa avviare verso questa strada di universalita'.

 

8. MAESTRE. STEFANO MONTEFIORI INTERVISTA JULIA KRISTEVA

[Dal "Corriere della sera" del 25 marzo 2011 col titolo "Fede e umanesimo laico dialogano grazie a Freud. Intervista a Julia Kristeva".

Stefano Montefiori, giornalista, lavora al "Corriere della sera"]

 

Il Bisogno di credere: prepolitico, prereligioso. A questo istinto dell'uomo Julia Kristeva ha dedicato un libro (edito in Italia da Donzelli) e l'intervento che pronuncera' questa mattina, alla Sorbona, nella seconda giornata del "Cortile dei Gentili". Uno spazio di dialogo e di confronto tra mondo religioso e intellettuali non credenti, alla ricerca dei valori comuni e della complementarita', dove la grande semiologa "bulgara d'origine, francese di nazionalita', europea di cittadinanza e americana d'adozione" ripercorrera' i grandi momenti dell'umanesimo secondo questa traiettoria: Erasmo, Diderot, Sade, Freud.

"L'opera di Freud - spiega la Kristeva - e' la cerniera tra le due frontiere dell'esperienza umana: lo scatenamento delle passioni da una parte e la morale dall'altra. Solo la teoria freudiana permette di coordinare questi due aspetti".

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- Stefano Montefiori: Ormai da qualche anno la moda del tempo, anche e soprattutto tra gli intellettuali non credenti, e' demolire l'opera di Freud, accusata di essere una falsa scienza dal Libro nero della psicoanalisi (Fazi) fino agli ultimi saggi di Michel Onfray.

- Julia Kristeva: Sono solo fenomeni mediatici, che non mi interessano. Non vedo come si possa affrontare la questione della religione senza tenere conto di cio' che Sigmund Freud ci insegna sull'essere umano, e cioe' che l'homo sapiens e' homo religiosus: il bisogno di sapere si traduce in un bisogno di credere, il sapere puo' decostruire il credere, ma non puo' esistere senza il credere. Ci siamo abituati ad attaccare l'opera di Freud perche' ha detto che le religioni sono un'illusione e questo infastidisce molto gli uomini di fede; e' vero, i fenomeni religiosi talvolta portano alla nevrosi se non all'oscurantismo e all'integralismo, ma Freud non si limita a questo. Mostra anche come la psicanalisi sia la sola delle scienze umane in grado di avvicinare il fenomeno religioso in maniera delicata, riconoscendone il radicamento profondo nell'uomo. Penso che il dialogo che cominciamo in questi giorni a Parigi possa avvenire a partire da questo tipo di approccio. Con delicatezza.

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- Stefano Montefiori: Lei come si definisce in rapporto alla religione?

- Julia Kristeva: Mi interessa l'umanesimo, la differenza tra l'umanesimo cristiano e quello dei Lumi, e come quest'ultimo puo' rispondere alle questioni della nostra epoca, dalla liberta' sessuale al ruolo della donna, alle crisi dei giovani e del multiculturalismo. Non si tratta di distruggere la religione, come hanno tentato di fare i totalitarismi, ma neanche di accettarla: serve un lavoro di rivalutazione della memoria.

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- Stefano Montefiori: Questo umanismo e' ateo, agnostico o credente?

- Julia Kristeva: Io appartengo alla variante dell'umanesimo dei Lumi: un ateismo in senso sartriano, che e' quindi un'"esperienza crudele e di lungo respiro". Cerco di continuare quel lavoro.

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Nell'intervento, Julia Kristeva citera' L'esistenzialismo e' un umanesimo di Jean-Paul Sartre e la Lettera sull' umanismo di Martin Heidegger.

"Sartre parla molto della liberta', l'esistenza dell'uomo precede l'essenza, ed e' una liberta' che si conquista con scelte e rischi; dalla parte di Heidegger il problema e' piu' complesso: non si pone ne' per Dio ne' contro Dio ne' nell'indifferentismo, ma cerca di cogliere l'uomo in rapporto al linguaggio. Ma solo Freud riesce a mettere in relazione la follia umana e il bisogno di valori. Come diceva Jung, il credere non puo' essere cancellato, puo' essere solo sublimato. Il percorso psicanalitico e' in fondo un modo di sublimare questo bisogno di credere".

Julia Kristeva crede molto nell'utilita' di spazi di confronto come "Il Cortile dei Gentili", "che non puo' restare un'occasione isolata". Il suo progetto e' creare un'istituzione permanente, un luogo di studio che aiuti a "rispondere al malessere dell'uomo moderno in modo post-religioso, ma tenendo conto dell'apporto delle religioni".

 

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

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Numero 307 del 26 marzo 2011

 

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