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Nonviolenza. Femminile plurale. 334



 

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 334 del 27 aprile 2011

 

In questo numero:

1. Maria G. Di Rienzo: Storia di Yu Gwan-sun

2. Arianna Marullo: Palma Bucarelli

3. Raimonda Lobina: Agata Carelli

4. Raimonda Lobina: Virginia Galilei

5. Raimonda Lobina: Matilde Manzoni

6. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento

 

1. MEMORIA. MARIA G. DI RIENZO: STORIA DI YU GWAN-SUN

[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per questo intervento.

Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005. Cfr. il suo blog lunanuvola.wordpress.com Un piu' ampio profilo di Maria G. Di Rienzo in forma di intervista e' in "Notizie minime della nonviolenza" n. 81; si veda anche l'intervista in "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 250, e quella nei "Telegrammi" n. 425]

 

Sul documento si legge: "Nonostante il disprezzo mostrato per le antiche origini della nostra societa' e per il brillante spirito del nostro popolo, noi non biasimeremo il Giappone; dobbiamo infatti biasimare noi stessi prima di denunciare gli errori altrui. A causa del bisogno urgente di rimedi per i problemi attuali, non possiamo permetterci di usare il tempo per recriminare sui torti del passato".

Il brano, una sfida singolarmente priva di malizia, e' tratto dalla "Dichiarazione d'indipendenza della Corea" che diede vita al Movimento del Primo Marzo 1919, il cui scopo era liberare il paese dal dominio giapponese. Se la Corea e' "L'Irlanda dell'Est", come a volte viene chiamata, il Movimento del Primo Marzo 1919 fu la sua "Rivolta di Pasqua". A differenza della sollevazione irlandese del 1916, che era una sollevazione armata, le enormi manifestazioni che interessarono la Corea tre anni piu' tardi erano del tutto pacifiche. Alcune analogie pero' restano: entrambi i movimenti crollarono sotto la durissima repressione dei rispettivi governi coloniali, ma continuarono ad ispirare la lotta per l'indipendenza molto dopo che i principali leader del movimento erano stati arrestati o giustiziati.

I 33 firmatari della Dichiarazione, appartenenti a gruppi diversi orientati all'indipendenza, volevano con il documento presentare per la prima volta al Giappone un fronte unito di protesta. Di essi, 16 erano cristiani (metodisti e presbiteriani), due buddisti, e quindici appartenevano ad una fede ora quasi scomparsa, la "Religione della via celeste", o "Cheondogyo". Sebbene oggi interessi meno dell'1% della popolazione coreana, nella prima parte del XX secolo la "via celeste" costituiva una presenza influente ed il movimento indipendentista pote' avvalersi delle sue stamperie e della sua struttura a "cellule" che permise l'organizzazione simultanea di manifestazioni in tutto il paese. Il "Cheondogyo", che affonda le sue radici nelle rivolte contadine del XIX secolo, combina elementi di sciamanesimo, di taoismo, di buddismo e di cristianesimo; il suo insegnamento principale dichiara che Dio esiste in ogni essere umano e che i nostri sforzi dovrebbero essere diretti a fare della Terra un Paradiso, percio' il suo focus e' stato sin dall'inizio l'attivismo sociale. Assenti, nella coalizione indipendentista, i cattolici: per dirla piu' chiara, la chiesa cattolica in Corea era all'epoca diretta dall'arcivescovo francese Gustave-Charles-Marie Mutel, che preferiva collaborare con i giapponesi.

Alle due del pomeriggio del primo marzo 1919, 29 dei 33 firmatari si incontrano in un locale che fornisce cibo ed intrattenimento, il Taehwagwan del quartiere Insadong, a Seul, frequentato solitamente da membri dell'elite politico-economica. Qui leggono in pubblico la Dichiarazione, e chiedono al proprietario del locale di avvisare il governatore giapponese di quel che stanno facendo. La risposta del governatore si concretizza in ottanta poliziotti che circondano il posto a tempo di record. Uno dei firmatari, il monaco buddista e famoso poeta "Manhae" Han Yong-un grida loro: "Viva l'indipendenza della Corea!" ("Daehan dongnip manse!"). Gli altri lo seguono a ruota e tutti sono immediatamente arrestati. Le sentenze a loro carico andranno dall'anno e sei mesi ai tre anni di detenzione; solo un sacerdote presbiteriano fu assolto ed uno degli aderenti alla "Religione della via celeste" mori' in carcere.

Il piano originario prevedeva la lettura pubblica al Parco Tapgol, il 3 marzo, ma quello stesso giorno si tenevano i funerali del re Gojeong (che si diceva fosse stato avvelenato dai giapponesi) e gli indipendentisti temevano che il gran numero di persone radunato per le esequie avrebbe favorito una rivolta violenta. Il pomeriggio del 3 marzo, al parco, la folla li attese comunque. Al posto loro, lesse la Dichiarazione uno studente di nome Jung Jae-yong. In risposta, gli astanti inneggiarono all'indipendenza e marciarono fuori dal parco sventolando le bandiere nazionali. Gli storici stimano che circa 450.000 persone parteciparono quel giorno alla manifestazione, che fu dispersa con la forza. Ma durante i tre mesi successivi, altri due milioni di persone parteciparono a 1.500 dimostrazioni in tutto il paese, per lo piu' soffocate nel sangue. Persino le gisaeng, le intrattenitrici di professione, musiciste e danzatrici, sfilano in corteo nella citta' di Jinju: spiegano che cosi' facendo rivendicano la loro discendenza da Nongae, una gisaeng vissuta in loco nella seconda meta' del '500. Jinju era all'epoca una fortezza e quando venne conquistata dai giapponesi i loro ufficiali tennero una festa in un padiglione su una scogliera. Naturalmente, ordinarono alle intrattenitrici di Jinju di parteciparvi. Una di esse, Nongae, attiro' un generale giapponese in disparte e abbracciatolo si getto' con lui dalla scogliera, uccidendo l'uomo e se stessa.

Ma l'eroina del Movimento del Primo Marzo 1919, che mostra un coraggio sempre lontano dalla disperazione, e' una ragazza di soli 16 anni. Yu Gwan-sun, nata il 16 dicembre del 1902, e' una ragazzina di villaggio quando un missionario straniero nota la sua straordinaria intelligenza e convince i genitori a mandarla a scuola. Nel 1915 Gwan-sun e' iscritta al liceo femminile metodista dell'Universita' di Ewha, a Seul. La sua fede la nutre di incrollabile fiducia, di capacita', di perseveranza. Nel 1919 e' testimone della nascita del Movimento, ma non puo' parteciparvi immediatamente come desidererebbe perche' il governo coloniale giapponese ordina in quegli stessi giorni (10 marzo) la chiusura di tutte le scuole coreane.

Gwan-sun fa quindi ritorno dalla sua famiglia e la manifestazione per l'indipendenza del suo paese la organizza dove si trova. Cosi' scrive il giorno precedente: "Buon dio, il tempo e' venuto. Soggioga i malvagi e dacci liberta' ed indipendenza. Dai coraggio e potere ad ogni singola persona che partecipera' alla dimostrazione di domani per questo, e per fare di questa terra la terra benedetta del popolo. Dio, ti prego di restare con noi e di darmi forza e coraggio. Lunga vita alla Corea! Viva l'indipendenza della Corea!". Tremila persone si radunano al suo richiamo al mercato di Aunae, Cheonan, alle 9 del mattino del primo aprile, armate solo delle loro voci che inneggiano all'indipendenza. La dimostrazione viene dispersa a colpi di fucile e di baionetta. 19 persone restano uccise, fra cui entrambi i genitori di Yu Gwan-sun, e lei e' tratta in arresto. Condannata dal tribunale provinciale a cinque anni di prigione, le furono ridotti a tre in appello a Seul: ma poiche' non mostrava segni di sottomissione o pentimento, nella prigione di Seodaemun fu vittima di continui abusi, pestaggi e torture. Di una tortura particolarmente prolungata mori' infine il 18 settembre 1920.

I carcerieri rifiutarono dapprima di consegnare il suo corpo per il funerale, e fu solo grazie alle pressioni delle due direttrici della sua scuola, Lulu Frey e Jeannette Walter, che alla fine cedettero: le due donne avevano minacciato di esporre al mondo intero le atrocita' che la ragazza aveva subito. Per dispetto, pero', consegnarono il cadavere all'interno di una cassa per imballaggio sporca di olio.

Sebbene fosse stato represso, il Movimento del Primo Marzo 1919 non resto' senza conseguenze. Il 13 aprile si era formato a Shangai il governo provvisorio in esilio della repubblica di Corea. La brutalita' della repressione aveva raggiunto la stampa estera ed il Giappone era sulla difensiva. Durante i colloqui internazionali i giapponesi tentarono di guadagnarsi il sostegno della Gran Bretagna paragonando la loro situazione a quella che gli inglesi vivevano in Irlanda. La simpatia occidentale, tuttavia, non arrivo': gli orrori della prima guerra mondiale erano freschi nella memoria, e nessuno voleva essere coinvolto in un'altra disputa in un paese straniero, a stento riconoscibile sulla carta geografica.

Il governo coloniale tento' quindi di cambiare qualcosa. Il governatore che aveva diretto i bagni di sangue, il generale Hasegawa Yoshimichi, fu rimpiazzato da Saito Makoto e dalle sue politiche di relativa liberalizzazione culturale. La scomparsa di alcune restrizioni condusse ad una rinascita della cultura coreana durante gli anni '20, ma queste conquiste sparirono largamente nel decennio successivo quando la politica imperiale si concentro' sull'assimilazione.

"Anche se le mie unghie sono strappate via, le mie orecchie ed il mio naso tagliati, la mia mano e la mia gamba spezzate, tutto questo e' dolore che io posso sopportare. Ma non riesco a sopportare il dolore di perdere il mio paese", aveva lasciato scritto Yu Gwan-sun, la cui figura continuo' ad ispirare la lotta per l'indipendenza sino al 1945, quando finalmente il paese la ottenne. Gwan-sun, insignita di onorificenza nel 1962, e' a tutt'oggi un'icona che appare in ogni celebrazione commemorativa, nei testi scolastici e cosi' via. Chi lei era come persona svanisce un po' nelle rappresentazioni, ed io preferisco pensarla seduta al suo banco di liceo, felicemente immersa negli studi che tanto amava, e poi a spasso per il parco, mentre una primavera di liberta' le fiorisce intorno.

 

2. PROFILI. ARIANNA MARULLO: PALMA BUCARELLI

[Ringraziamo Arianna Marullo (per contatti: ariannamarullo at tiscali.it) per averci messo a disposizione il seguente testo, dal titolo "Una come lei. Palma Bucarelli da vicino", estratto da "Palma Bucarelli. Il museo come avanguardia", a cura di Mariastella Margozzi, catalogo della mostra, Roma, Galleria nazionale d'arte moderna, 29 giugno - primo novembre 2009, Electa, Milano 2009.

Arianna Marullo e' una delle piu' autorevoli collaboratrici del Centro di ricerca per la pace di Viterbo; dottoressa in beni culturali, lungo un decennio e' stata fondamentale animatrice del centro sociale "Valle Faul", in quel periodo forse la piu' rilevante, appassionante ed innovativa esperienza di solidarieta' concreta, di convivenza delle differenze, e di promozione della dignita' umana che ci sia stata a Viterbo negli ultimi decenni, caratterizzata dalla scelta della nonviolenza; negli ultimi anni lavora a Roma nell'ambito della critica d'arte e dell'attivita' museale, della valorizzazione di esperienze culturali e di artisti sovente negletti, e dell'allestimento di rassegne e mostre, contribuendo anche - con la perizia e l'acribia che le sono proprie - a ricerche e cataloghi; e' tra le promotrici dell'associazione nonviolenta "We have a dream". Si veda anche l'intervista nei "Telegrammi della nonviolenza in cammino", n. 356, e particolarmente la sintetica notizia biografica in essa contenuta che di seguito riportiamo: "Nata a Palermo ma cresciuta a Roma, ho seguito la mia passione infantile per le arti figurative fino alla laurea in Conservazione dei Beni Culturali a Viterbo. Qui ho partecipato all'esperienza del Centro sociale occupato autogestito Valle Faul, molto importante per me anche dal punto di vista personale grazie alle magnifiche persone con cui ho potuto condividerla, uno fra tutti Alfio Pannega. Pur mantenendo forti legami con Viterbo, nel 2001 sono tornata stabilmente a Roma, dove lavoro nel campo della conservazione, della ricerca e della realizzazione di mostre d'arte".

Su Palma Bucarelli dalla Wikipedia riprendiamo la seguente breve scheda: "Palma Bucarelli (Roma, 16 marzo 1910 - Roma, 25 luglio 1998) e' stata una critica d'arte e storica dell'arte italiana. Il suo nome e' legato alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, museo del quale fu storica direttrice e sovrintendente dal 1942 al 1975. Fu una strenua promotrice dell'astrattismo e dell'informale nelle arti figurative e con questo indirizzo diresse la Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Dopo aver frequentato il liceo classico "Visconti" di Roma si laureo' in lettere all'Universita' degli studi di Roma "La Sapienza", dove fu allieva di Adolfo Venturi e di Pietro Toesca. Ebbe come compagno di studi Giulio Carlo Argan e insieme a lui supero' nel 1933 il concorso indetto dal Ministero dell'educazione nazionale per Ispettore alle Antichita' e alle Belle Arti. Entro' dunque nell'amministrazione dello Stato a soli 23 anni e fu assegnata alla Galleria Borghese. Dopo un breve trasferimento a Napoli, dove frequento' il salotto di Benedetto Croce, grazie all'interessamento di Paolo Monelli che intercedette in suo favore presso Giuseppe Bottai, ministro dell'Educazione Nazionale, nel 1937 torno' nella capitale. Legata sentimentalmente a Monelli, lo sposera' nel 1963. Nel luglio del 1941 assunse la direzione della Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Nel corso della guerra lavoro' al salvataggio delle opere d'arte, dividendole tra i nascondigli di Castel Sant'Angelo di Roma e il Palazzo Farnese di Caprarola. Nel 1959 organizzo' una mostra delle opere di Alberto Burri che provoco' un'interrogazione parlamentare, essendo ritenuto Burri troppo estraneo all'arte tradizionale. In piu' di trent'anni di attivita' come direttrice, si dedico' all'arricchimento e alla sistemazione, con criteri museografici moderni, della Galleria Nazionale d'Arte Moderna. La Galleria perse cosi' il suo aspetto di contenitore di opere d'arte, diventando un punto di incontro e di informazione utile non solo "agli addetti alla critica d'arte", ma anche agli artisti e al pubblico. Per quest'ultimo fu istituito un innovativo servizio di "attivita' didattica", cioe' un programma di manifestazioni che comprendevano conferenze e proiezioni annuali, mostre temporanee, mostre didattiche con riproduzioni dei piu' grandi artisti del panorama internazionale e opere, a rotazione, della collezione della Galleria. Ha donato alla Gnam i suoi dipinti e il suo elegante guardaroba, collocato nel Museo delle Arti Decorative Boncompagni Ludovisi di Roma. Palma Bucarelli si e' spenta a Roma nel 1998, all'eta' di ottantotto anni. Il Comune di Roma ha dato il suo nome a una via in prossimita' della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, fra Viale delle Belle Arti e Viale Antonio Gramsci. Tra le opere di Palma Bucarelli: 1944, Cronaca di sei mesi, a cura di L. Cantatore, Roma, De Luca, 1997; Cronache indipendenti. Arte a Roma fra 1945 e 1946, a cura di L. Cantatore, Roma, 2010. Scritti su Palma Bucarelli: Raffaella Cordisco, L'attivita' didattica di Palma Bucarelli e il Neoclassicismo di Giulio Carlo Argan, tesi di laurea, Universita' degli Studi "Roma Tre", Facolta' di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio Artistico, Anno Accademico 2003/2004; Laura Fanti, La didattica alla Gnam negli anni di Palma Bucarelli, in "Nuova Museologia", n. 15, Novembre 2006; Mariastella Margozzi, Palma Bucarelli. Il museo come avanguardia, Milano 2009; Stefania Mastrogiacomo, Palma Bucarelli: una vita per l'arte, Torino 2009; Carlo Bertelli, Addio a Palma Bucarelli, la grande signora dell'arte italiana, IN "Corriere della sera", 26 luglio 1998; Rachele Ferrario, Regina di quadri. Vita e passioni di Palma Bucarelli, Milano, Mondadori 2010"]

 

Occhi blu, capelli castani, carnagione chiara, altezza media, fisico asciutto, caviglie sottili, portamento elegante, mimica raffinata, sguardo penetrante e altezzoso, maniere misurate, voce cristallina e un po' impostata. Questa era fisicamente Palma Bucarelli, la Soprintendente Palma, la Direttrice, la Brunilde, la Signorina Palma, come il piu' delle volte veniva definita.

Di una bellezza vera, non ostentata ma neppure nascosta, e fiera e decisa come poche donne in quella societa' piccolo borghese un po' retro' della prima meta' del secolo. Detestava la mediocrita', il sapere le cose pressappoco, e il suo carattere forte e volitivo la spingeva continuamente verso nuovi obiettivi da raggiungere.

Nata da padre calabrese e madre siciliana a Roma, era cresciuta in varie parti d'Italia a causa del lavoro del padre, viceprefetto. Educata, insieme alla sorella Anna, come una signorina della buona societa', ma con qualcosa in piu', l'amore per tutti gli sport ai quali la madre aveva indirizzato le figlie, l'amore per la natura e per gli animali, soprattutto i cani, l'amore per i viaggi e per la propria liberta' e indipendenza, conquistata presto, appena finita l'universita', a neanche ventidue anni.

Era stata allieva di Venturi insieme ad Argan, suo amico fin da quel tempo. Aveva una vera passione per la storia dell'arte, ce l'aveva nel sangue, e i viaggi precoci, accompagnata prima dalla madre, poi dalla sorella Anna, venivano programmati proprio per visitare citta' d'arte e musei. Le vacanze le passava soprattutto al mare, a Capri, con tutta la famiglia intorno: i genitori, la sorella, il fratello Mario, i nipoti e Paolo Monelli, raffinato intellettuale, suo compagno per oltre vent'anni prima di diventare suo marito, nel 1963. Ma quando era a Capri non faceva vita mondana; passava intere giornate in barca a vela,  prendeva il sole sugli scogli, spesso in topless al riparo da occhi indiscreti, e, dopo aver preso lezioni da Virgilio Lilli, praticava anche lo sci d'acqua. Di Capri amava tutto, il sole e il mare, i ricci e le spigole di cui faceva largo consumo, tanto da essere scherzosamente soprannominata la "spigolatrice di Capri"; in difesa dell'isola, accusata nel 1948 dal senatore Mario Venditti di essere la capitale della corruzione, si schiero' insieme a Monelli, Curzio Malaparte, Ercole Patti, Vittorio Gorresio, Alberto Moravia ed Elsa Morante. D'inverno andava a Cortina, con Monelli; la montagna la incantava e, insieme al marito, sciava e sapeva sciare divinamente. Solo piu' tardi, stufa della folla di Cortina, aveva comprato una bellissima villa a Pescasseroli, arredata con la consulenza di Paolo Portoghesi. In Abruzzo poteva riunire tutta la sua famiglia in qualsiasi momento dell'anno; adorava quella casa e le montagne che la circondavano. Durante le vacanze finalmente poteva adottare un abbigliamento piu' libero e disinvolto; era sempre allegra, spiritosa, disponibile a impiegare il tempo nei modi piu' disparati e si adattava senza difficolta' a qualsiasi situazione. Le poche estati passate a Sabaudia, in un ambiente ancora selvaggio, rimangono indimenticabili nella memoria di chi le ha vissute con lei per la grande capacita' di adattarsi a una vita spartana e di divertirsi anche in situazioni scomode.

Amante degli sport, si', ma di tutti gli sport. Nuoto, sci, tennis, pallacanestro, equitazione (per cui ebbe un insegnante d'eccezione, Costante Carlo D'Inzeo), sci d'acqua, ma anche automobilismo: con la sorella Anna vinse un premio in una gimcana in automobile a piazza di Siena e da questo episodio nacque la leggenda di una sua partecipazione alle Mille Miglia. Quando non poteva fare sport, oberata dal lavoro, si sedeva al suo vogatore pur di tenersi in forma. Detestava ingrassare e mangiava sempre con grande attenzione; nonostante cio' era ghiotta di dolci. Montanelli nel ritratto che ne fa nel 1951 ne ricorda la parsimonia e la sofisticatezza nell'ordinare il pranzo e poi l'irresistibile voracita' davanti alla panna montata servita ad uno dei commensali.

Ha sempre avuto cani; erano un'altra sua passione, amava crescerli ed educarli lei stessa. Erano bestiole molto intelligenti, dalle quali non si separava mai, neanche quando andava a dormire. Infatti, mentre non ha mai condiviso il riposo notturno con un uomo, cosi' ha sempre accolto nel suo letto i suoi amati cani. Lo scottish terrier Michi, il bassotto Ariperto e il barbone Donatello, detto Don, che le era stato regalato da Argan. Con lui ogni mattina passava in rassegna il personale della Galleria e si racconta che una volta Don mordesse all'altezza della caviglia i pantaloni di uno dei custodi, che, irritato, lo scaravento' con un calcio a qualche metro di distanza. La Soprintendente Palma, con tutta la serieta' e la severita' che normalmente si dedicano ai propri simili, ordino' perentoriamente al custode di chiedere scusa al suo cane; cosa che prontamente quello fece. Visse quasi vent'anni quell'animale e la sua perdita fu per Palma un vero shock. Per consolarla la sorella e i nipoti le regalarono un peluche somigliante al barboncino che aveva perso. Lo teneva sempre con se' e venne sepolta con questo al suo fianco.

Dialogava con tutto il mondo dell'arte Palma Bucarelli; gli artisti l'adoravano, quando non la temevano o addirittura non la detestavano. E' ovvio, soprattutto i "figurativi", perche' gli altri, gli "astratti", gli "informali", gli alternativi, i nuovi facevano a gomitate per conoscerla e per essere introdotti presso di lei. Con alcuni artisti ebbe un rapporto davvero intenso di stima e di amicizia. Alberto Savinio prima di tutto, suo confidente e consigliere in quella fase iniziale difficilissima della conduzione della Galleria nazionale; con Afro ebbe un costante rapporto di amicizia; Mazzacurati la battezzo', come faceva peraltro con tutti i personaggi della Roma del tempo, con nomignoli pungenti, da "Palma e sangue freddo" a "Salma Bucarelli", ma al tempo stesso la stimava e dichiarava senza vergogna di ritenerla la donna piu' bella che avesse mai visto; Mastrojanni le fece una corte spietata, omaggiandola piu' volte di gioielli fatti appositamente per lei. Anche Novelli le regalo' un gioiello, ma un gioiello tutto particolare: un paio di occhiali d'oro martellinato dai quali pendeva, a mo' di orecchino, una foglia d'oro anch'essa su cui e' inciso questo verso: "le tue parole inciampano nelle mie estasi", una frase poetica forse proprio a lei dedicata. Dialogava con tutto il mondo dell'arte; con i galleristi, alcuni dei quali erano suoi amici, come Irene Brin e Gasparo del Corso, come Pier Maria Bardi che pare dedicasse la sua galleria "Palma" proprio a lei. Ma anche fuori d'Italia era conosciuta; in Francia, dove presento' mostre importanti; in America, da dove importo', per farli conoscere, artisti del calibro di Gorky, Rothko, Pollock; in Canada, Germania, Tunisia, Libia, Turchia, Giappone, Iran, India e ovunque la portasse la sua attivita' di instancabile conferenziera e promulgatrice dell'arte italiana. Non a caso era costantemente invitata ai ricevimenti delle ambasciate e fu insignita nel corso degli anni, oltre che del titolo di Commendatore e Gran Ufficiale nell'Ordine al Merito della Repubblica italiana, della Legion d'Onore francese, della Gran Croce al Merito della Repubblica Federale Tedesca e dell'Orden Nacional do Cruzeiro do Sul brasiliano.

Sapeva perfettamente il francese e fin da bambina si esercitava insieme alla sorella piu' piccola a dialogare in questa lingua; poi aveva praticato anche l'inglese, per via del circolo di intellettuali amici di Monelli che frequentava e anche della familiarita' con l'ambiente angloamericano di stanza a Roma dopo la Liberazione; il marito della sorella, tra l'altro, era un americano distaccato presso la prefettura di Roma. In qualsiasi paese del mondo sapeva sostenere piacevoli conversazioni. Accanto alla passione per l'arte Palma Bucarelli coltivava l'amore per la letteratura e l'amicizia di diversi letterati, giornalisti e intellettuali. Gia' durante il periodo bellico frequentava il salotto di Goffredo e Maria Bellonci, divenendo cosi' una dei primi "Amici della Domenica" quando, nel 1947, fu fondato il Premio Strega; partecipava ogni anno anche all'assegnazione del piu' informale Premio Tor Margana, frequentava la libreria Einaudi. Amava l'opera e la musica classica, Bach, Mozart, Wagner e Beethoven, e detestava la televisione, anche se Gassman nel 1959 annuncio' di volerla invitare ad una puntata del "Mattatore". Non era superstiziosa Palma, non leggeva l'oroscopo e non era credente, anche se il suo senso del religioso e' forse la parte impenetrabile della sua personalita'. Teneva molto alla sua femminilita', ma al tempo stesso la temeva; durante i colloqui ufficiali e le occasioni di lavoro si imponeva un rigido autocontrollo, una maschera di freddezza, perche' voleva essere ascoltata e non guardata.

Amava vestire bene e avere tanti abiti, per tutte le occasioni e per tutti i momenti della giornata, come allora si usava. La passione per la moda l'aveva ereditata dalla madre, che a otto mesi la iscrisse a un concorso di bellezza: Palma vinse e fu fotografata nel suo ricchissimo abitino di pizzo; a meno di quattro anni ebbe il suo primo vestitino alla moda dell'entrave che allora era in auge, lanciata da Paul Poiret, e con esso la sua prima pelliccia, piccola, di ermellino, ornata di codine. Divenuta adulta e convinta che la vera eleganza consistesse nell'avere il senso dell'opportunita', nel sapere adattare l'abito alla propria personalita' conferendogli la propria impronta, sceglieva con cura le case di moda presso cui servirsi. Prima e subito dopo la guerra vestiva abitualmente creazioni di Zecca, di cui le cronache ricordano l'abito ispirato a un modello della Schiaparelli portato dalla Bucarelli in occasione del pranzo annuale del Golf del 1949, della Battilocchi e delle Sorelle Botti. Queste ultime disegnarono per lei l'abito da sera che indosso', con gioielli in topazio e oro pallido di Masenza, in occasione del Gran Ballo dei Nastri organizzato nel 1949 nelle sale della Galleria nazionale a beneficio della sottoscrizione pro Casa del Fanciullo, promossa dalla Questura di Roma; alla festa intervenne persino la principessa d'Inghilterra Margaret Rose. Un'altra celebre mise, sempre opera delle Sorelle Botti ma stavolta ispirata a un modello di Balenciaga, fu sfoggiata da Palma nel 1959 al Quirinale, in occasione del ricevimento in onore dei Reali di Grecia: un abito color corallo con ampia cappa in damasco a rose intessute di fili d'oro e d'argento. All'epoca la moda francese era il verbo dell'eleganza e le case di moda italiane ne traevano ispirazione, quando non lavoravano direttamente su modelli e figurini d'oltralpe; le signore eleganti trovavano peraltro piu' conveniente l'acquisto di creazioni italiane, meno dispendiose e adattate al gusto locale, e Palma non faceva eccezione. Nel suo guardaroba trovavano posto anche abiti delle Sorelle Fontana, De Luca, Gattinoni, Carosa, Sorelle Cecconi, Antonelli, Germana Marucelli, Simonetta Visconti, Pucci; non solo toilette da sera per le numerose occasioni mondane cui amava partecipare, ma anche e soprattutto tailleur, che Palma indossava quotidianamente sul lavoro e alle inaugurazioni delle mostre.

Convinta che la moda e l'arte avessero un'indiscutibile affinita', non fosse solo che per il piacere dell'armonia, la ricettivita' a quanto accade nel mondo e la cura nell'esecuzione, nel 1958 affianco' sfilate di moda italiana alla mostra di arte contemporanea organizzata a Birmingham, in Alabama. Cerco' di ripetere un'analoga manifestazione a Roma, alla Galleria nazionale, ma fu costretta ad annullare l'evento in seguito a un'interpellanza parlamentare; riuscira' nell'intento nel 1961, col beneplacito del Ministero della Pubblica Istruzione. Il mondo della moda confermo' l'intuizione di Palma: nel gennaio del 1958 il giovane stilista Antonio De Luca lanciava una collezione ispirata alle figure femminili dei quadri di Modigliani, suggestionato dalle opere dell'artista esposte nella mostra dei capolavori del Guggenheim alla Galleria nazionale; nel 1959 le Sorelle Fontana organizzavano una sfilata-concorso di abiti realizzati con tessuti ispirati ad opere astratte di giovani artisti, esposte per l'occasione nel loro atelier; Germana Marucelli, che da sempre aveva guardato all'arte, anche antica, creava abiti ispirati alle opere di Getulio Alviani e utilizzava tessuti disegnati da Capogrossi.

Famosa come una diva del cinema e discussa come un uomo politico, Palma era convinta, fin da ragazzina, dell'importanza di essere una persona completa, di saper fare tutto. Armata del suo perfezionismo e della sua tenacia, era perennemente in lotta per riuscire a conciliare gli affetti con la carriera, lo sport e la mondanita', l'amore per l'arte e la natura; amava tutto quello che puo' servire a dare un certo sapore alla vita. Lei che si dichiarava eternamente insoddisfatta, in una delle ultime interviste, nel 1990, confesso' a chi le chiededeva cosa avrebbe voluto fare e non aveva fatto: "Ma io volevo diventare Caterina di Russia!".

 

3. PROFILI. RAIMONDA LOBINA: AGATA CARELLI

[Dal sito www.enciclopediadelledonne.it

Raimonda Lobina "nata a Lambrate, Milano, nell'ottobre del 1955, si trasferisce a 15 anni in Svizzera dove studia e lavora, laureandosi a Zurigo con una tesi di dottorato sulla Medea di Corrado Alvaro e dove e' molto attiva nell'ambito dell'immigrazione italiana. Dal 1982 vive a Cremona, citta' in cui ha messo al mondo un figlio, ha accudito una mamma anziana e dove insegna Lettere al liceo classico. Collabora da tempo con riviste e siti locali e da alcuni anni ha ripreso l'impegno nel terzo settore e nel mondo del volontariato, svolgendo vari incarichi e ricoprendo diverse cariche"]

 

Agata Carelli (Milano 1915 - Cremona 1993).

Nelle nebbiose mattine cremonesi, lungo la strada che porta alla stazione, spesso i lampioni ancora accesi, capitava di vedere l'esile figura di una suora che accompagnava qualcuno messo male. Un giovane dagli occhi incavati, una ragazza con i segni della paura e della violenza, un vecchio che si reggeva a stento sulle gambe. Erano immagini fugaci, che svanivano nella nebbia, ma che lasciavano un segno in chi le vedeva. E ancora poteva capitare di incontrare questa donna vivace in una malandata osteria dei vecchi vicoli della citta', insieme ad un gruppo di giovani, dopo una riunione che continuava informalmente intorno a un tavolo.

Agata Carelli e' stata una suora scomoda in una comoda societa' cremonese, borghese e pasciuta, che alla fine degli anni Settanta si e' vista improvvisamente travolta dal fenomeno della droga, del tutto impreparata ad affrontarlo. Insegnante di filosofia e preside dell'Istituto canossiano cittadino, per prima Agata apre le porte del convento ai tossicodipendenti ascoltando, pensando.

Nel 1978, proprio in alcuni locali del convento, che tra l'altro ospitava l'educandato delle studentesse dell'Istituto magistrale da lei diretto, fonda la prima comunita' per tossicodipendenti, da sola, ma insieme ad alcuni volontari e alle consorelle che colgono la lungimiranza del suo progetto. Prima istintivamente, poi in modo sempre piu' razionale e consapevole, Madre Carelli ha sempre piu' specializzato la comunita' per tossicodipendenti, gestita in seguito dall'associazione di volontariato Gruppo Incontro: da quel momento in poi varie esperienze la portano a stringere rapporti sempre piu' concreti con le istituzioni, ormai impegnate nel contrastare gli effetti nefasti della tossicodipendenza. La comunita' si trasformera' in seguito in Centro di Pronto Intervento, aderira' al Cnca (Coordinamento Nazionale Comunita' di Accoglienza) e continuera' la sua opera, con la gestione del progetto "Ulisse", da 11 anni impegnato nel reinserimento sociale e lavorativo di giovani in condizione di svantaggio.

Madre Carelli anticipo' con grande lungimiranza quello che tutt'oggi e' un caposaldo del Terzo Settore: "Il volontariato non deve essere una delega dell'Ente pubblico e non deve neppure operare in modo sporadico e personale, ma deve diventare sempre piu' attivo attraverso la conoscenza profonda del problema da affrontare. E' piu' efficace se costituito giuridicamente, organizzato come gruppo sotto tutti gli aspetti e avente anche una certa incidenza sull'Ente stesso. Necessitano persone preparate che conoscano bene il problema da affrontare e che offrano un servizio continuativo, questo anche per ottenere dei riconoscimenti... a livello finanziario... L'Ente pubblico non puo' arrivare dappertutto, inoltre ad esso non giungono tutte le segnalazioni ed esso non riesce infine ad offrire tutte le risposte di cui la gente necessita... L'Ente poi non puo' garantire un servizio immediato.Il volontariato, al contrario, dispone di un servizio piu' celere. Il volontariato non ha potere: offre solo le sue persone e il suo servizio" ("Cremona Produce", n. 4/1987).

E ancora piu' intelligentemente Agata Carelli comprende che non basta "fare", ma occorre anche studiare, conoscere da vicino i fenomeni, e dunque fornire al volontariato, ma anche a tutto il privato sociale e agli stessi servizi pubblici, strumenti idonei affinche' la societa' tutta diventi comunita' educante e solidale. E cosi' nel 1987 da' vita, in collaborazione con il mondo del volontariato e con le istituzioni, al Centro studi sul disagio e l'emarginazione giovanile, attivo da oltre 23 anni e punta di diamante dei centri di documentazione sociale dell'Italia settentrionale.

Bibliografia: "Cremona Produce", n, 4/1987 e n. 5/2010; Natalina Coelli, Una preziosa vagabonda della carita', Cremona 1995.

 

4. PROFILI. RAIMONDA LOBINA: VIRGINIA GALILEI

[Dal sito www.enciclopediadelledonne.it]

 

Virginia Galilei detta Suor Maria Celeste (Padova 1600 - Arcetri 1634).

"Laborum et molestarum patientem,

solitariam, taciturnam, parcam".

Virginia e' la primogenita di Galileo Galilei; sua madre e' la giovane compagna di lui, Marina Gamba, mai sposata, dalla quale Galileo avra' altri due figli. La mentalita' aperta e innovativa del padre non gli impedisce di riservare a Virginia e alla sorella Livia il convento. Virginia entra cosi' a 13 anni nel convento delle clarisse di San Matteo, in Arcetri, dove il 4 ottobre 1613 prende i voti come monaca di clausura e dove vivra' fino alla sua morte precocissima, giunta all'eta' di 34 anni. Ecco, con questo potremmo anche terminare qui la sua biografia perche' apparentemente questa donna non presenta altri dati particolari, se non che e' la figlia di uno dei piu' illustri scienziati di tutti i tempi. Ma nel silenzio della sua vita Virginia e' riuscita a parlare al mondo in modo eccezionale.

Di suor Celeste (chissa' se scelse ella stessa per se' questo nome, cosi' in sintonia con le passioni paterne...) infatti possediamo ben 124 lettere indirizzate al padre durante gli anni del convento, la prima datata maggio 1623, l'ultima dicembre 1633. Non possediamo le risposte di Galileo, distrutte dalla superiora per il timore di scatenare sul convento accuse di eresia, e ce ne dispiace perche' l'epistolario sarebbe piu' completo e ci permetterebbe di comprendere meglio questo legame profondo instauratosi fra padre e figlia, una figlia che, nonostante la monacazione forzata, accetto' sempre di buon grado la scelta del genitore per il quale sviluppo' un sentimento profondo d'affetto, quasi d'adorazione, nonostante il difficile destino scelto da lui per lei. Come si evince dalle bellissime lettere, suor Celeste si prende cura del padre, non solo concretamente, inviandogli dolci e prelibatezze del convento (dove peraltro la vita era grama, lamenta spesso la giovane monaca...), ma anche con consigli per il corpo e per l'anima; lo aiuta, come e' stato giustamente sottolineato, a ritrovare "la difficile armonia fra la sua fede di cattolico e le rivoluzionarie verita' scientifiche che veniva scoprendo grazie all'uso del cannocchiale".

Si legge infatti in una lettera del 20 aprile 1633: "Dal signor Geri mi viene avvisato in qual termine Ella si ritrova per causa del suo negozio, cioe' ritenuto nelle stanze del Sant'Uffizio; il che per una parte mi da' molto disgusto, persuadendomi ch'Ella si ritrovi con poca quiete dell'animo, e fors'anco non con tutte le comodita' del corpo: dall'altra banda, considerando io la necessita' del venire a questi particolari, per la sua spedizione, la benignita' con la quale fino a qui si e' costa' proceduto con la persona sua, e sopra a tutto la giustizia della causa e la sua innocenza in questo particolare, mi consolo e piglio speranza di felice e prospero successo, con l'aiuto di Dio benedetto, al quale il mio cuore non cessa mai d'esclamare, e raccomandarla con tutto quell'affetto e confidenza possibile... Carissimo signor Padre, ho voluto scriverli adesso, accio' Ella sappia ch'io sono a parte de' suoi travagli, il che a Lei dovrebbe essere di qualche alleggerimento: non ne ho gia' dato indizio ad alcun'altra, volendo che queste cose di poco gusto siano tutte mie, e quelle di contento e sodisfazione siano comuni a tutti".

E ancora, sempre nel 1633 scrive, quasi adirata "Perche' mi par quasi quasi che V. S. inchini a creder che piu' sia per rallegrarmi la vista del presente che di lei medesima: il che e' tanto differente dal mio pensiero quanto sono le tenebre dalla luce". A differenza di altri illustri padri - Alessandro Manzoni per esempio - adorati dalle figlie e incapaci di dimostrare loro affetto, Suor Celeste riusci', si direbbe, nella impresa di farsi amare, seppur a distanza, dal padre che senti' per la figlia un affetto incondizionato e sincero, consapevole del grande sacrifico compiuto da suor Maria Celeste che fino all'ultimo, sola, gli rimase vicina.

Le sue lettere, in ogni caso, non sono solo testimonianza di tutto questo. Esse infatti dipingono un quadro compiuto e articolato della societa' italiana ed europea di quel tempo. Dal convento questa monaca, non benestante, non potente, riesce a descrivere il mondo in tutte le sue sfaccettature, dimostrando, sottolinea giustamente Dava Sobel, una delle piu' autorevoli studiose di questo carteggio, come in un'epoca cosi' tormentata e difficile, anche e soprattutto per le donne sia stato possibile coltivare il bene prezioso della liberta' dello spirito. E' questo che mi ha subito colpito quando mi sono imbattuta, durante uno studio con delle liceali con cui mi ero avventurata in una ricerca su Donna e scienza: siamo rimaste, giovani e meno giovani, colpite dalla profonda liberta' che emergeva dalle lettere, scritte tra l'altro in un italiano purissimo e degno di studi piu' approfonditi, segno che la liberta' interiore possa esistere al di la' delle mura di un convento di clausura, al di la' di scelte forzate. Abbiamo compreso come gli affetti possano conciliarsi con una dignita' e un'autonomia degne di una donna moderna. Suor Celeste e' sepolta in Santa Croce, insieme al padre, con i grandi d'Italia, ma, per non sbagliarsi, nessuna epigrafe ricorda che la' giace colei che piu' di tutte e' stata vicina al grande scienziato.

Fonti, risorse bibliografiche, siti: Bruno Basile (a cura di), Lettere di Virginia Galilei, Roma, Salerno Editrice 2002; nella rete telematica cfr. la voce a lei dedicata sul sito della Bibliotheca Augustana e la voce a lei dedicata su Wikipedia.

 

5. PROFILI. RAIMONDA LOBINA: MATILDE MANZONI

[Dal sito www.enciclopediadelledonne.it]

 

Matilde Manzoni (Brusuglio, Milano 1830 - Siena 1856).

"Oggi ho passato una giornata proprio bella - il tempo era magnifico; verso le 11 sono andata nell'orto con Luisina a cogliere le viole, poi abbiamo fatto tanto chiasso sul prato con Vittorina Giorgio e Bista - Che buon umore c'e' in campagna... Sono rimasta li' del tempo godendo e revant - Che cosa bella il vedere il bleu del Cielo fra il verde degli ulivi! Che tinte! Non si udivano altri rumori che il canto degli uccelli, tutto spirava dolcezza e soavita'! J'ai senti mon coeur hereux de battre et reconnaissant d'exister!".

A scrivere queste righe e' Matilde, ultima dei nove figli di Alessandro Manzoni ed Enrichetta Blondel. Orfana di madre a soli tre anni, viene allevata dalla nonna e dalla sorella maggiore, Giulia, e in seguito mandata a studiare in convento. Annota in un suo tipico telegrafico appunto, dopo aver ricordato le date di nascita e di battesimo: "Il 9 Maggio 1838 sono entrata in Convento. Il 29 Gennajo 1839 sono stata cresimata col nome d'Enrichetta. L'8 Dicembre 1841 ho fatto la prima Comunione... Il 29 Luglio 1846 sono sortita dal Convento. Il 6 Luglio 1847 sono arrivata in Toscana".

E in Toscana, fra Lucca, Pisa e la Versilia trascorrera' tutta la sua breve esistenza, troncata prematuramente, nel marzo 1856, a causa della tubercolosi, dopo anni di malattia e sofferenze. La sua scarna biografia sarebbe rimasta tale, per fama riflessa dell'illustre padre, se nel 1992 non fosse uscito, a cura di Cesare Garboli, un volumetto che conteneva il suo Journal, scritto, come spesso capitava in quegli anni, in francese e in italiano.

"Sentire e' una cosa, esprimere e' bene diverso... Quale lingua saprei mai trovare che possa rendere i miei sentimenti nella vivacita' dei loro colori, nel fascino delle loro speranze, nella cupezza della loro malinconia?" (1851).

L'opera attira subito l'attenzione e la curiosita' di critica e di pubblico per i risvolti filologici che apre, ma soprattutto per la freschezza di una scrittura che descrive, conforta e intrattiene una esistenza, come uno strumento musicale che possa far risuonare una complessa dialettica interiore.

"Trovo questo mio diario cosi' monotono e ne sono cosi' stanca" (1851).

Risultano molto originali anche le pagine in cui Matilde racconta l'incontro con le poesie di Leopardi, donatele da Giuseppe Turrini, futuro professore di sanscrito a Bologna. Dalle annotazioni emergono riflessioni imprevedibili: "Leggendo Leopardi devo spesso chiudere il libro; questa lettura mi strema e non posso farla che a tratti. Resto come schiacciata sotto la bellezza e la tristezza dei suoi versi... Leggendo Leopardi provo una sensazione che mi era sino a ora sconosciuta... e' come se una mano di ferro mi stringesse il cuore e mi mozzasse il respiro! Sventurato Leopardi".

Matilde e' una lettrice attenta di autori contemporanei, come Silvio Pellico, di cui pero' critica aspramente per esempio le tragedie.

Garboli si interroga, nella sua Prefazione, se Matilde, in certi momenti della sua vita, sia stata un po' felice, ma tutto il Journal, a parte qualche rara cometa, gronda tristezza, o peggio disperazione: "Sono nove mesi che non passeggio piu'".

Matilde era stata accolta dalla sorella e dall'amatissimo cognato perche' cagionevole di salute, nella speranza che il cambiamento d'aria le giovasse. Ma era necessario, forse, anche un altro tipo di cambiamento poiche' l'atmosfera, in casa Manzoni, a Milano, non era sempre respirabile per Matilde, che avrebbe dovuto convivere con la seconda moglie di Manzoni, Teresa Stampa, lontana dalle poche sorelle e fratelli rimasti. Nonostante il soggiorno in Toscana lenisca le sue tribolazioni, la lontananza dal padre le arreca spesso sconforto. Ma piu' che di lontananza bisognerebbe parlare di totale freddezza e di completo disinteresse mostrato da questo illustre padre per la figlia. "Scusa caro Papa', temo di far male a lamentarmi cosi', temo di seccarti, ma non di parerti esigente... Sai che sono dei mesi che non mi scrivi e non t'immagini che cos'e' per me una riga tua? Tutte le mattine aspetto l'ora della posta con smania; e mi dico sempre, oggi certamente avro' una lettera, e invece tutti i giorni non c'e' nulla" (ottobre 1855). Matilde spesso scrive al padre anche per chiedergli i soldi necessari per le malattie che l'affliggono, ma ancor piu' lo supplica di scriverle: "Ti prego di scrivermi una riga, a te non ti puo' costare tanto tanto, e se tu sapessi che cosa e' per me il ricevere una tua letterina! Per questa volta passami anche questo capricci, te ne prego, e rallegra la mia convalescenza", e soprattutto di andarla a trovare. E' un climax inarrestabile quello che si crea via via che la malattia incalza. Manzoni promette soldi, ne manda pochi, insufficienti, promette visite, ma non verra' mai a trovare la figlia. Matilde morira' a soli 26 anni fra le braccia della sorella Vittoria e del suocero di lei, Gaetano Giorgini, che Matilde chiamava appunto "babbo". "Ho avuto gran momenti di malinconia, te lo confesso, m'ero proprio scoraggiata... Pensavo tante volte: quando staro' peggio, scrivero' a papa' che per carita' venga, non posso proprio morire senza rivederlo e senza che mi conforti colle sue parole e la sua benedizione...Vero, caro papa', che se dovessi star male tu verresti?" (febbraio 1855).

Bibliografia: Matilde Manzoni, Journal, a cura di Cesare Garboli, Milano, Adelphi 1992; Natalia Ginzburg, Opere, vol. II, Milano, Arnoldo Mondadori Editore 1987; Franco Fortini, recensione al libro curato da C. Garboli, in "L'Indice", n. 8, 1992.

 

6. APPELLI. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO

[Riproponiamo il seguente appello]

 

Giova ripetere le cose che e' giusto fare.

Tra le cose sicuramente ragionevoli e buone che una persona onesta che paga le tasse in Italia puo' fare, c'e' la scelta di destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.

"Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono: 1. l'opposizione integrale alla guerra; 2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione; 3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario; 4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo. Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica. Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli". Cosi' recita la "carta programmatica" del movimento fondato da Aldo Capitini.

Sostenere il Movimento Nonviolento e' un modo semplice e chiaro, esplicito e netto, per opporsi alla guerra e al razzismo, per opporsi alle stragi e alle persecuzioni.

Per destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e' sufficiente apporre la propria firma nell'apposito spazio del modulo per la dichiarazione dei redditi e scrivere il numero di codice fiscale dell'associazione: 93100500235.

Per contattare il Movimento Nonviolento, per saperne di piu' e contribuire ad esso anche in altri modi (ad esempio aderendovi): via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org

 

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100

Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 334 del 27 aprile 2011

 

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