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Telegrammi. 562



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 562 del 21 maggio 2011

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

 

Sommario di questo numero:

1. Ogni giorno la guerra e il razzismo

2. Mao Valpiana: Cinquantaseiesimo giorno di digiuno nonviolento collettivo a staffetta per opporsi alla guerra e al nucleare

3. Tzvetan Todorov: Germaine Tillion

4. Beatrice Lamwaka: Pentole vuote

5. Un estratto da "La letteratura del mondo nel XXI secolo" di Armando Gnisci, Franca Sinopoli, Nora Moll

6. Per sostenere il Movimento Nonviolento

7. Segnalazioni librarie

8. La "Carta" del Movimento Nonviolento

9. Per saperne di piu'

 

1. EDITORIALE. OGNI GIORNO LA GUERRA E IL RAZZISMO

 

Ogni giorno la guerra e il razzismo fanno strage di esseri umani.

Ogni giorno resistere devi al razzismo e alla guerra assassini.

Ma resistere a guerra e razzismo deve essere azione concreta.

Non puo' essere flebile pianto o parola consunta per l'uso.

Non puo' essere l'urlo tra i fiaschi o timbrare ancor un cartellino.

Contrastare la guerra e il razzismo vuol dir scegliere la nonviolenza.

Vuole dire l'azione diretta che la guerra e il razzismo combatte.

Vuole dire l'azione diretta a salvare le vite di tutti.

Con la forza della verita' insorgendo a fermare le stragi.

 

2. INIZIATIVE. MAO VALPIANA: CINQUANTASEIESIMO GIORNO DI DIGIUNO NONVIOLENTO COLLETTIVO A STAFFETTA PER OPPORSI ALLA GUERRA E AL NUCLEARE

[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org) per questo intervento.

Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive e ha lavorato come assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di intervento nel sociale"), e' segretario nazionale del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in Afghanistan e poi liberata. Con Michele Boato e Maria G. Di Rienzo ha promosso l'appello "Crisi politica. Cosa possiamo fare come donne e uomini ecologisti e amici della nonviolenza?" da cui e' scaturita l'assemblea di Bologna del 2 marzo 2008 e quindi il manifesto "Una rete di donne e uomini per l'ecologia, il femminismo e la nonviolenza". Un suo profilo autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 de "La nonviolenza e' in cammino"; una sua ampia intervista e' nelle "Minime" n. 255 del 27 ottobre 2007; un'altra recente ampia intervista e' in "Coi piedi per terra" n. 295 del 17 luglio 2010]

 

Il perplesso: "la guerra e' brutta, ma non posso fare nulla".

Il persuaso: "la guerra e' finita, se tu lo vuoi".

Il digiuno che stiamo conducendo e' un gesto di nonviolenza attiva, e' un atto di speranza, e' un fatto concreto contro la guerra e la sua preparazione, contro il nucleare che uccide il presente e il futuro.

Sono piu' di 150 le amiche e gli amici della nonviolenza che hanno finora aderito al digiuno promosso dal Movimento Nonviolento "per opporsi alla guerra e al nucleare".

Questa iniziativa nonviolenta prosegue dal 27 marzo scorso, e nuovi aderenti hanno gia' annunciato la loro partecipazione almeno fino a venerdi' 27 maggio. Ma altri ancora si stanno aggiungendo, e si proseguira' oltre. Si digiuna in ogni parte d'Italia, da Trieste a Palermo, da Torino a Venezia, da Verona a Bari.

La nonviolenza e' contagiosa; abbiamo iniziato con un digiuno di 48 ore, che sta proseguendo da 56 giorni.

Chi desidera aderire al digiuno lo puo' comunicare a: azionenonviolenta at sis.it (indicare nome, cognome, citta', giorno o giorni di digiuno).

*

Di seguito l'elenco delle persone che digiuneranno nei prossimi giorni.

Sabato 21 maggio: Giovanni Chianchini (Chieti), Marco Iannelli (Roma), Marzia Manca (Cagliari); domenica 22 maggio: Franco Perna (Padenghe sul Garda); lunedi' 23 maggio: Giovanni Sarubbi (Monteforte Irpino - Avellino), Pasquale Dioguardi (Livorno), Gianluca D'Andrea (Potenza); martedi' 24 maggio: Oriana Gorinelli (Rivalta di Torino); mercoledi' 25 maggio: Marco Palombo (Isola d'Elba - Roma), Marco Rizzinelli (Marcheno - Brescia), Adalgisa Freddi (Marcheno - Brescia), Anna Bellini (Ferrara); giovedi' 26 maggio: Claudio Bedussi (Brescia); Venerdi' 27 maggio: Rocco Altieri (Pisa), Raffaele Ibba (Cagliari), Teresa Gargiulo (Castellamare di Stabia - Napoli), Giovanni Mannino (Acireale - Catania), Paola e Marco Baleani (Gubbio), Piero P. Giorgio (Gargnano - Brescia).

Evelina Savini (Jesi), Angela Genco (Jesi), Angela Liuzzi (Jesi) porteranno avanti il digiuno a staffetta, alternandosi, fino alla fine della guerra; Gianluca D'Andrea, Pasquale Dioguardi e Giovanni Sarubbi digiuneranno tutti i lunedi'; Oriana Gorinelli digiunera' tutti i martedi'; Anna Bellini, Adalgisa Freddi, Marco Palombo e Marco Rizzinelli digiuneranno tutti i mercoledi'; Claudio Bedussi digiunera' tutti i giovedi'; Rocco Altieri, Paola e Marco Baleani, Teresa Gargiulo, Piero P. Giorgio, Raffaele Ibba e Giovanni Mannino digiuneranno tutti i venerdi'; Marco Iannelli digiunera' tutti i venerdi' e i sabato; Giovanni Cianchini digiunera' tutti i sabato. Alessandro Natalini e Marzia Manca digiuneranno un giorno a settimana.

 

3. MAESTRI, MAESTRE. TZVETAN TODOROV: GERMAINE TILLION

[Da Tzvetan Todorov, Gli altri vivono in noi, e noi viviamo in loro. Saggi 1983-2008, Garzanti, Milano 2011, pp. 13-14 (nel volume a Germaine Tillion e' dedicato il saggio alle pp. 19-55).

Tzvetan Todorov, nato a Sofia nel 1939, a Parigi dal 1963. Muovendo da studi linguistici e letterari e' andato sempre piu' lavorando su temi antropologici e di storia della cultura e su decisive questioni morali. Riportiamo anche il seguente brano dalla scheda dedicata a Todorov nell'Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche: "Dopo i primi lavori di critica letteraria dedicati alla poetica dei formalisti russi, l'interesse di Todorov si allarga alla filosofia del linguaggio, disciplina che egli concepisce come parte della semiotica o scienza del segno in generale. In questo contesto Todorov cerca di cogliere la peculiarita' del 'simbolo' che va interpretato facendo ricorso, accanto al senso materiale dell'enunciazione, ad un secondo senso che si colloca nell'atto interpretativo. Ne deriva l'inscindibile unita' di simbolismo ed ermeneutica. Con La conquista dell'America, Todorov ha intrapreso una ricerca sulla categoria dell'"alterita'" e sul rapporto tra individui appartenenti a culture e gruppi sociali diversi. Questo tema, che ha la sua lontana origine psicologica nella situazione di emigrato che Todorov si trova a vivere in Francia, trova la sua compiuta espressione in un ideale umanistico di razionalita', moderazione e tolleranza". Tra le opere di Tzvetan Todorov: (a cura di), I formalisti russi. Teoria della letteratura e del metodo critico, Einaudi, Torino 1968, 1977; (a cura di, con Oswald Ducrot), Dizionario enciclopedico delle scienze del linguaggio, Isedi, Milano 1972; La letteratura fantastica, Garzanti, Milano 1977, 1981; Teorie del simbolo, Garzanti, Milano 1984; La conquista dell'America. Il problema dell'"altro", Einaudi, Torino 1984, 1992; Critica della critica, Einaudi, Torino 1986; Simbolismo e interpretazione, Guida, Napoli 1986; Una fragile felicita'. Saggio su Rousseau, Il Mulino, Bologna 1987, Se, Milano 2002; (con Georges Baudot), Racconti aztechi della conquista, Einaudi, Torino 1988; Poetica della prosa, Theoria, Roma-Napoli 1989, Bompiani, Milano 1995; Michail Bachtin. Il principio dialogico, Einaudi, Torino 1990; La deviazione dei lumi, Tempi moderni, Napoli 1990; Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversita' umana, Einaudi, Torino 1991; Di fronte all'estremo, Garzanti, Milano 1992 (ma cfr. la seconda edizione francese, Seuil,  Paris 1994); I generi del discorso, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1993; Una tragedia vissuta. Scene di guerra civile, Garzanti, Milano 1995; Le morali della storia, Einaudi, Torino 1995; Gli abusi della memoria, Ipermedium, Napoli 1996; L'uomo spaesato. I percorsi dell'appartenenza, Donzelli, Roma 1997; La vita comune, Pratiche, Milano 1998; Le jardin imparfait, Grasset, 1998; Elogio del quotidiano. Saggio sulla pittura olandese del Seicento, Apeiron, 2000; Elogio dell'individuo. Saggio sulla pittura fiamminga del Rinascimento, Apeiron, 2001; Memoria del male, tentazione del bene, Garzanti, Milano 2001; Il nuovo disordine mondiale, Garzanti, Milano 2003; Benjamin Constant. La passione democratica, Donzelli, Roma 2003; Lo spirito dell'illuminismo, Garzanti, Milano 2007; La letteratura in pericolo, Garzanti, Milano 2008, 2011; La paura dei barbari, Garzanti, Milano 2009; La bellezza salvera' il mondo, Garzanti, Milano 2010; Gli altri vivono in noi, e noi viviamo in loro. Saggi 1983-2008, Garzanti, Milano 2011 (tra esse segnaliamo particolarmente Memoria del male, tentazione del bene, Garzanti, Milano 2001: un'opera che ci sembra fondamentale).

Germaine Tillion (1907-2008) e' una delle piu' grandi figure morali del Novecento; allieva di Marcel Mauss, etnologa e antropologa, ricercatrice in Algeria e solidale col popolo algerino, poi animatrice in Francia della Resistenza, deportata nel lager di Ravensbrueck; antirazzista ed anticolonialista, impegnata contro tutti i totalitarismi, contro la guerra, contro la tortura, nella solidarieta' con i popoli oppressi, per i diritti delle donne, per i diritti umani; ha condotto e preso parte a iniziative di pace, di verita' e giustizia, e scritto libri fondamentali. E' ancora incredibilmente pressoche' sconosciuta in Italia. Su Germaine Tillion hanno scritto testi notevoli tra altri Jean Lacouture e Tzvetan Todorov]

 

E poi Germaine Tillion, che da una decina d'anni e' diventata per me una figura centrale. L'ho conosciuta tardi, anche se frequentavo gia' da tempo i suoi libri; negli ultimi anni della sua vita (e' mancata nel 2008), mi sono impegnato perche' i suoi scritti fossero conosciuti meglio dal pubblico, occupandomi di pubblicarli o ristamparli. In lei ammiro la donna intrepida: per anni vive sola sulle aride montagne dell'Algeria, allo scopo di condurre una ricerca etnologica; appena rientrata a Parigi nel 1940, si unisce alla Resistenza; deportata a Ravensbrueck, lotta con grande determinazione contro l'inumanita'. Cio' che la rende maggiormente cara ai miei occhi, tuttavia, viene dopo: e' il suo modo di trarre degli insegnamenti dalle terribile prove subite, la sua capacita' di evitare il rischio di disumanizzare quelli che le hanno fatto del male, il suo tentativo di proteggere nuove vittime invece di compiacersi nel ricordo della prorpia sofferenza; e, forse piu' di ogni altra cosa, la sua umilta', il suo umorismo, la sua delicatezza. Considero una fortuna l'aver conosciuto una persona cosi' rara.

 

4. UGANDA. BEATRICE LAMKAWA: PENTOLE VUOTE

[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di Beatrice Lamwaka per "Global Press Institute" del 18 maggio 2011]

 

Kampala, Uganda. Rita Achiro, direttrice esecutiva dell'Uganda Women's Network, dice che la marcia di protesta di centinaia di donne della scorsa settimana non mirava a minacciare il governo: era la richiesta pacifica allo stesso di essere responsabile. "E' per questo che vestiamo di bianco - ha spiegato il suo gruppo in un comunicato stampa -, perche' il bianco e' il colore della pace". Le donne hanno consegnato il comunicato a Margaret Sekaggya, un'avvocata ugandese che e' attualmente l'inviata speciale delle Nazioni Unite per i difensori dei diritti umani e che si e' impegnata a portare il documento alla Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra.

Durante la manifestazione le donne hanno chiesto giustizia e pace e protestato per gli aumenti dei prezzi del cibo e del carburante, e per la brutalita' mostrata di recente dalla polizia ed altre forze di sicurezza. Indossando appunto il bianco della pace, hanno battuto su pentole vuote con bastoncini o cucchiai di legno mentre entravano a Kampala, la capitale dell'Uganda. "La pentola vuota dice che le donne non hanno cibo", commenta Ruth Odhiambo, direttrice esecutiva del Centro di scambio interculturale di Isis-Women's International. Il costo del granoturco, un alimento di base in Uganda, e' aumentato del 114% durante l'ultimo anno. Le dimostranti hanno anche condannato l'eccessivo uso di forza impiegato nel disperdere le persone che protestano a causa dell'inflazione.

Sui loro cartelli si leggeva: "Per un paese senza pane le pallottole non possono essere cibo", "Smettete di sparare ai nostri bambini", "Le donne ugandesi vogliono la pace", "Rispettate i corpi delle donne durante gli arresti".

La violenza e' cresciuta in modo esponenziale, qui, sin dalla meta' di aprile quando la gente dell'Uganda ha cominciato a protestare per la situazione economica, incoraggiati dal gruppo "Attivisti per il cambiamento". Le azioni organizzate si chiamavano "Cammina per andare al lavoro". Le forze governative hanno ucciso dieci persone durante queste proteste, secondo i dati forniti da Human Rights Watch, e la polizia ammette che piu' di 100 persone sono rimaste ferite, mentre 600 sono state arrestate in tutto il paese. Un'attivista della marcia delle donne, il cui nome non e' fornito per ragioni di sicurezza, spiega che non c'e' nessuno a cui chiedere aiuto: "Abbiamo parlato al governo per dire che le donne ugandesi sono stanche del gas lacrimogeno e della violenza, e che abbiamo paura della polizia: non possiamo affidarci alla polizia quando abbiamo bisogno di aiuto".

Il capo della polizia ugandese, Kale Kayihura, e' apparso in televisione per annunciare che la polizia sta rispondendo alla richiesta del Parlamento di usare minor brutalita' contro i dimostranti. Il presidente Yoweri Museveni ha invece continuato a ripetere che nessuna protesta rovescera' il suo governo, al potere dal 1986, un governo che secondo i difensori dei diritti umani dovrebbe aprire un'inchiesta sul comportamento delle forze dell'ordine. Nel mezzo del lievitare dei prezzi, le spese del governo hanno attirato l'attenzione: le spese per le campagne elettorali in Uganda non sono registrate ufficialmente ma Andrew Mwenda, editore del settimanale "The Indipendent", stima che il partito di governo abbia speso circa 350 milioni di dollari (in buona parte fondi statali) per assicurarsi il seggio presidenziale nelle elezioni dello scorso febbraio. Nel frattempo, secondo i dati dell'Unicef, piu' della meta' della popolazione ugandese vive sotto la soglia di poverta' di un dollaro e venticinque centesimi al giorno. Le aderenti alla Federazione internazionale delle avvocate stanno nel frattempo ricordando al governo che esiste una Costituzione: "Lo stato ha l'obbligo di rispettare, promuovere, proteggere e soddisfare i diritti dei suoi cittadini, come sta scritto nella Costituzione del 1995 e in altri trattati regionali ed internazionali di cui l'Uganda e' firmatario".

Prima della marcia delle pentole vuote, la polizia ha ripetutamente avvisato le dimostranti di non fare dichiarazioni politiche. Una di esse, Jessica Nkuuhe, commenta: "Ma il cibo che vogliamo mettere sulla tavola e' politica. Il gas lacrimogeno, i prezzi del carburante: sono tutte dichiarazioni politiche".

 

5. LIBRI. UN ESTRATTO DA "LA LETTERATURA DEL MONDO NEL XXI SECOLO" DI ARMANDO GNISCI, FRANCA SINOPOLI, NORA MOLL

[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo il seguente estratto dal libro di Armando Gnisci, Franca Sinopoli, Nora Moll, La letteratura del mondo nel XXI secolo, Bruno Mondadori, Milano 2010]

 

Indice del volume

1. Di che cosa parliamo quando parliamo di letteratura mondiale nel 2010?, di Armando Gnisci: 1.1 La coscienza mondialista in Europa dopo la seconda guerra mondiale; 1.2 Coscienza letteraria mondiale, responsabilita' europea e coscienza critica nazionale; 1.3 Il mondo letterario che e' il nostro; 2. Dall'universalismo letterario alle forme attuali della mondialita' letteraria, di Franca Sinopoli: 2.1 Una categoria moderna del pensiero critico-letterario; 2.2 Universalismo letterario: le origini; 2.3 Internazionalismo letterario: letteratura mondiale e letteratura europea; 2.4 Letteratura mondiale e mercato mondiale; 2.5 La mondialita' della letteratura nel Novecento: la biblioteca e il canone; 2.6 Le linee del dibattito internazionale oggi. Il ritorno della "letteratura mondiale"; 3. Studi interculturali e immaginari mondiali, di Nora Moll: 3.1 Letteratura mondiale e interculturalita'; 3.2 Laboratori di poetica e di teoria interculturali; 3.3 Immaginari mondiali italiani del Novecento: il caso dell'Africa; Bibliografia essenziale; Indice dei nomi.

*

Da pagina 1

Armando Gnisci: Di che cosa parliamo quando parliamo di letteratura mondiale nel 2010?

 

La via

 

[...] ita res accendent lumina rebus.

e cosi' le cose manderanno luci alle cose.

Lucrezio, De rerum natura, I, 1117

 

[...] sic rerum summa novatur

semper, et inter se mortales mutua vivunt.

Cosi' l'insieme delle cose sempre

si rinnova, e i mortali vivono insieme le cose tra loro comuni.

Lucrezio, De rerum natura, II, 75-76

 

I'd love to learn how things got to be how they are.

Mi piacerebbe imparare come le cose sono arrivate ad essere quelle che sono.

Marilyn Monroe, da una guida turistica "intelligente" di New York

 

Nos, autem cui mundus est patria velut piscibus equor

Noi [io], per i quali il mondo e' la patria, come l'acqua per i pesci

Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, I, VI, 3

 

I valori

 

L'Europa e' indifendibile. [...] e' moralmente, spiritualmente indifendibile.

Aime' Cesaire, Discorso sul colonialismo, 1955

 

[...] anche noi, gente d'Europa, ci si decolonizza: cio' vuol dire che si estirpa, con un'operazione sanguinosa, il colono che e' in ciascuno di noi.

Jean-Paul Sartre, Prefazione a I dannati della terra di Frantz Fanon, 1961

 

Dobbiamo parlare perche' dobbiamo dire e ripetere che la letteratura e' una maestra di finesse umana, la piu' grande di tutte, sicuramente migliore di qualsiasi dottrina.

Iosif Brodskij, "La condizione che chiamiamo esilio", 1987, in Dall'esilio

 

La letteratura e' l'unico luogo della societa' nel quale, nel segreto delle nostre teste, siamo in grado di sentire voci che parlano di tutto in ogni modo possibile. Non c'e' bisogno che la chiamiamo sacra, ma dobbiamo ricordare che e' indispensabile.

Salman Rushdie, "Non c'e' piu' niente di sacro?", 1990, in Patrie immaginarie

 

Cio' fa si' che queste letterature non possano piu' essere considerate appendici esotiche ai corpi letterari francesi, inglesi o spagnoli, permettendo loro di entrare di colpo, con la forza di una tradizione che si sono esse stesse forgiate, nella relazione delle culture. [...] Alejo Carpentier incontra allora Faulkner, Edward Kamau Brathwaite raggiunge Lezama Lima, io mi riconosco in Derek Walcott, gioiamo tutti nelle spire del tempo del secolo di solitudine di Garcia Marquez. La Piantagione distrutta ha contaminato tutt'intorno le culture delle Americhe.

Edouard Glissant, 1990, in Poetica della Relazione

 

1.1 La coscienza mondialista in Europa dopo la seconda guerra mondiale

Che cosa sappiamo e che cosa sappiamo dire della letteratura mondiale oggi, nel 2010?

Questo scritto introduttivo cerca di rispondere a tali domande attraverso un flusso di riflessioni che, innanzitutto, esclude di interessarsi a qualsiasi "questione essenziale" che riguardi la letteratura mondiale - cioe' che cosa sia la letteratura mondiale, oggi - e a qualsiasi "questione metodologica" - vale a dire: come si debba svolgere lo studio critico (tra e per esperti) della letteratura mondiale, oggi. Tali questioni riguardano gli addetti ai lavori, gli eruditi e gli accademici. Alla fine del mio impegno universitario mi preme ricordare ai lettori che la critica letteraria non ha come scopo quello di mettere in dialogo l'opera con il mondo della critica, ma quello di mettere a colloquio l'opera letteraria con il mondo del lettore. Questa banale verita' e' quasi un luogo comune nelle dichiarazioni di molti scrittori, ma raramente si trova ad essere enunciata, riconosciuta e praticata dai critici accademici.

Il tema della letteratura mondiale nel 2010 sara' affrontato come un tratto importante della coscienza storica e di specie del nostro tempo da parte di due studiosi europei italiani - Gnisci e Sinopoli - e di una tedesca che opera in Italia - Moll - che riflettono a partire da e dentro un movimento di mondializzazione letteraria il quale e' in atto dalla fine della seconda guerra mondiale. La letteratura del mondo affiora come un viso appena distinguibile dentro un cumulo di nuvole europee a partire dal saggio, alto ed erudito, del filologo tedesco Erich Auerbach del 1952 sulla filologia della Weltliteratur e prende forme via via diverse fino a oggi, nel mondo "globalizzato" e attraversato dalle migrazioni e dalle traduzioni planetarie. Questo prendere forma nuova e diversa e' il movimento dentro il quale ci troviamo e impariamo a conoscerci insieme nel Tutto-Mondo, come annuncia lo scrittore francofono dell'isola La Martinica nelle Antille, Edouard Glissant.

Auerbach e Glissant rappresentano in modo esemplare il primo l'avvio europeo postbellico di un pensiero di alta metafilologia, il secondo il risultato attuale del movimento di mondializzazione della letteratura e delle nostre menti, un risultato creolo che si spiega attraverso una "Poetica della Relazione".

Che cosa sappiamo e che cosa sappiamo dire della letteratura mondiale oggi, nel 2010?

Immagino che questo spunto interrogativo dal quale sono partito possa corrispondere oggi a quello in apertura della lezione magistrale che ci ha lasciato Erich Auerbach nel 1952, problematizzando criticamente la coscienza storica dell'idea di letteratura del mondo, nel saggio Filologia della letteratura mondiale [Philologie der Weltliteratur]. La nostra interrogazione discende, pero', da un'arte del domandare che ha inaugurato il sapere della modernita': Que sais-je? L'autore di questa domanda e' il sindaco di Bordeaux, Michel de Montaigne, che e' diventato la mia guida nella comprensione originaria della modernita', e nella comprensione di cio' che siamo diventati dal XVI secolo a oggi.

Il nostro scopo nel proporvi questo libro non e' quello di mostrarvi "che cosa veramente sia" la letteratura del mondo o "tutto cio' che si debba sapere oggi, nel 2010" intorno a cio' che chiamiamo da due secoli in Europa e da allora in tutte le universita' del pianeta: "letteratura mondiale", Weltliteratur, come la defini' Goethe. E, quindi, Litterature mondiale et/ou universelle, World Literature ecc. L'attualita' del nostro lavoro consiste, invece, nell'interrogarci su che cosa essa significhi ancora - riprendendo proprio l'incipit usato da Auerbach per il suo famoso scritto gia' citato: "E' arrivato il momento di chiedersi quale significato possa ancora avere la definizione goethiana, riferita tanto al presente quanto alle aspettative del futuro" - per noi, nel 2010. Il che vuol dire interrogarci ancora una volta proprio su questo punto, decidendo di reinterpretare criticamente la storia di questo concetto a partire dal prima e dal dopo Auerbach, prendendo il 1952 come il crinale critico dal quale ripartire per proporre l'aggiornamento della nostra coscienza storica di letterati europei. Aggiungo: interrogarci sia ripensando i termini del discorso eurocentrico auerbachiano, sia pensando cio' che la grande tradizione tardo-borghese europea, come quella di Auerbach, non era stata capace di pensare alla meta' del Novecento e che noi, appartenenti a una generazione successiva alla sua, proprio guardando a quel decennio della nostra infanzia/adolescenza - gli anni Cinquanta - abbiamo potuto poi concepire.

Il grande filologo tedesco definisce icasticamente l'importanza e il valore della coscienza storica europea a partire dalla professione filologica: "Cio' che siamo, lo siamo diventati nella nostra storia; solo in essa possiamo rimanere noi stessi e svilupparci; dimostrarlo in modo penetrante e indimenticabile, e' il compito degli attuali filologi del mondo e nel mondo. Adalbert Stifter, verso la fine del capitolo 'L'avvicinamento' nell'Estate di San Martino, fa dire ad uno dei suoi personaggi la seguente frase: 'Sarebbe altamente desiderabile che, alla conclusione dell'umana ventura, uno spirito potesse riassumere e abbracciare con lo sguardo l'intera arte del genere umano, dalla sua creazione fino al suo tramonto'. Stifter pensa qui solo all'arte figurativa; ne' credo che si possa parlare adesso della fine dell'umanita'. Sembra piuttosto che il luogo raggiunto sia ad un tempo di conclusione e di svolta e che permetta uno sguardo panoramico prima impossibile".

Anche noi, con questo testo "saggiatore" dell'aria del secolo XXI, scritto in Europa nel 2010, abbiamo provato a costruire un'opera sintetica che potesse aggiornare al presente la storia critica del concetto "universale" della letteratura che e' nato in Europa in eta' moderna e che e' conosciuto soprattutto in congiunzione con il pensiero di Johann Wolfgang Goethe. Si tratta di un concetto che ora vive e opera in un mondo radicalmente cambiato rispetto a quello di cui scrive Erich Auerbach piu' di mezzo secolo fa. Non solo per via della cosiddetta globalizzazione del nostro tempo, ma soprattutto da un punto di vista "spirituale": la coscienza storica mondialistica di un letterato europeo di oggi non e' piu' quella tardo-borghese di Auerbach e Thomas Mann, di Thomas S. Eliot e di Benedetto Croce. Perche' essa e' stata ri-formata - tra le tante altre riforme - da una decolonizzazione della mente europea, post-borghese ed extra-europea, che Auerbach e Croce non avrebbero potuto concepire. Anche se quella generazione ha vissuto gli inizi della decolonizzazione della quale sto parlando. Lo scopo di questo scritto introduttivo e' riassumibile proprio nel tentativo di mostrare, anche attraverso la storia della mia generazione, nata a cavallo della meta' del secolo XX in Europa occidentale, che cosa renda nuova e diversa la nostra visione del mondo e della letteratura, non solo rispetto a quella sintetizzata da Auerbach, ma anche di fronte al futuro, che e' ora. Infatti la mia generazione letteraria, oltre a prendere distanza da quella dei padri, ha anche formato in maniera "diversa" la gioventu' europea dagli anni Settanta in avanti.

Come e' avvenuto il cambiamento della coscienza mondialista in Europa dopo la seconda guerra mondiale? L'attuale cultura letteraria mondiale in Europa non e' piu' un sogno e un auspicio come si trova annunciato nelle pagine di Goethe, ma un'industria e un mercato - cosi' come avevano visto i giovani Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista del 1848 - nella cui congiunzione, appunto, la mondialita' si e' compiuta. E forse, senza piu' speranze fiduciose e ideologie ingombranti, da essa puo' lanciarsi verso un futuro aperto che potremmo chiamare "laico", anche se imperfetto. Per laico intendo esemplarmente cio' che e' tramandato a partire dall'antico "poeta-filosofo perfetto", cosi' come e' stato definito da Eugenio Montale nel Novecento, Tito Lucrezio Caro. Non a caso ho messo tra gli exerga di questo mio scritto tre versi dal De rerum natura. "Le cose manderanno luci alle cose" per me vuol dire che per tutto il "futuro" [accendent, lo ricordo, e' un verbo al futuro] da Lucrezio fino a noi e fino a chi dopo di noi ancora leggera' il mandato del De rerum natura, la conoscenza sara' riconosciuta in uno scambio di luci tra le cose, come in tutto il cosmo avviene, senza che ci sia una luce centrale e superiore, o un motore universale che muova il cielo e le stelle. Questa "cosmovisione" - come dicono in Spagna e in America Latina - costituisce la fonte e la ragione di una coscienza laica, che nella nostra letteratura nazionale e' stata dettata in maniera esemplare ed eminente da Leopardi ne La Ginestra. Una visione che e' stata perfezionata nel Novecento ed e' stata pensata compiutamente come "coscienza di specie" da alcuni filosofi francesi: Jean-Paul Sartre, Michel Serres e Edgar Morin. Si tratta della "coscienza di specie" che era stata definita all'inizio della nostra civilta' proprio da Lucrezio, quando scrisse che "i mortali vivono insieme le cose tra loro comuni", e che noi abbiamo salvato ed esaltato.

Lo stato del mondo attuale e' completamente diverso rispetto a quello postbellico e dell'incipiente guerra fredda dell'inizio degli anni cinquanta del XX secolo, nel quale scriveva Erich Auerbach. Viviamo, ora, in un altro secolo, non solo per obbedire alla vicenda necessitante del passare degli anni, ma anche nel senso che dal 1952 al 2010 cio' che e' passato e' proprio il Novecento. Con il carico di speranza rivoluzionaria dei suoi primi decenni fino alla rivoluzione cubana del 1959, con la "guerra fredda" tra capitalismo occidentale e comunismo orientale; e, infine, con il crollo economico, politico e storico del regime russo-sovietico e dei suoi stati sudditi o satelliti dal 1989 al 1991. Eric J. Hobsbawm, come sappiamo, ha dato a questo corso storico quasi centenario - per lui, dal 1914 al 1991 - il nome di "secolo breve". E la sua bellissima - proprio cosi', perche' e' bella da leggere - opera nella quale racconta questa vicenda e' una storia del mondo intero, perche' non si poteva scrivere la storia del secolo XX se non in questo modo.

Oggi il nostro tempo-secolo e' titolabile con la formula proposta dal sociologo statunitense Immanuel Wallerstein, quella del "sistema-mondo". Egli inoltre, e allo stesso tempo, ha criticato radicalmente e provvidenzialmente il cosiddetto "universalismo europeo". Come ho gia' detto, e' ormai finita l'epoca, molto lunga, pensata ed espressa da letterati come Auerbach e E. R. Curtius; "l'epoca dell'universalismo europeo", di ascendenza goethiana, illuminata da pensatori e scrittori tardo-borghesi come Hermann Hesse e Thomas Mann, o, per noi italiani, Benedetto Croce.

Che cosa tocca fare a noi letterati e lettori del XXI secolo, ma di una generazione nata e formata nel XX, e da allora operativa? Si e' trattato, per quanto mi riguarda, di accettare necessariamente e rispettosamente l'eredita' europea che questi padri culturali ci hanno lasciato, cosi' come loro stessi, Croce e Auerbach, ci hanno insegnato a fare; ma anche di passarla criticamente a contropelo - come sosteneva Walter Benjamin - e di riviverla assolutamente in modo critico. Il che significa: in modo altamente critico, cosi' come e' giusto e cosi' come bisogna sempre fare. Questo e' stato il mandato per noi letterati critici della seconda meta' del secolo XX, che non e' piu' e ancora una volta quello di Auerbach e di Croce, anche se proprio loro sono stati gli antenati della nostra generazione con i quali fare i conti - positivi e non - come si fanno i conti con i padri, sempre.

Intendo dire che noi letterati europei della seconda meta' del Novecento abbiamo potuto incontrare e scegliere nel tempo anche altri maestri - a cominciare da Jean-Paul Sartre, un padre molto diverso da quelli fino ad ora invocati, e poi tanti nuovi e di tutti i mondi, come il palestinese Edward Said e altri che vado convocando e insediando fin dall'inizio e prima dell'inizio nel mio discorso. Infatti, anche se in pochi, nei decenni successivi abbiamo finalmente potuto e voluto esporci a tali fuochi/luci della mondialita' del nostro tempo, che vivevano nel mondo e non solo in Europa, portandoli nel cuore del nostro lavoro, sia nella ricerca erudita e critica che nell'educazione delle generazioni piu' giovani di noi.

L'esposizione della quale sto parlando e' consistita nell'avvio di un processo di vera e propria decolonizzazione dello "spirito europeo", scorticando con le mani la nostra corteccia-anima coloniale - proprio come afferma Sartre nella Prefazione a I dannati della terra di Frantz Fanon del 1961. Si e' trattato dell'apertura di un'autentica "via della decolonizzazione europea", che ci ha portati ad allontanarci, con un'autocritica violenta ma salubre, dal nostro essere diventati coloni del mondo a partire dalla conquista del Mundus Novus delle Americhe e dall'inizio consustanziale della modernita'. E dall'esserlo stati e dal continuare ad esserlo da cinque secoli. Senza averne coscienza critica. Proprio noi europei, che in quei secoli abbiamo prodotto la copiosa filosofia moderna, da Bacone a Kant e oltre.

Il Nuovo imprevisto che si manifesto' a noi europei all'inizio della modernita' si svelo' anche come assolutamente sorprendente, venendo avanti agli occhi che andavano alla ricerca della Cina di Marco Polo, pensando di raggiungerla alle spalle. Il Nuovo Mondo sorprese e stranio' i nostri antenati - tanto quanto lo fece, anche se piu' lentamente, la venuta del Cristo, cosi' come scrissero i dotti fin da subito - allontanandoli dalle credenze basate sulla ragione insuperata degli antichi greci e dei loro conquistatori e seguaci romani, e sulla successiva fede nella Chiesa universale (cattolica) di Cristo. Fu cosi' grande il tonfo dell'Europa fuori dalla piscina del Mediterraneo che provoco' la caduta e la frattura della continuita' tradizionale del mondo greco-romano-cristiano con quello successivo e senza nome, facendo allora, proprio in quel punto della storia, diventare "antico" il mondo di prima (anche se nobilmente). Esso divenne un mondo immaginato e studiato, ma ormai lontano e passato; il che volle dire, nonostante tutto: finito e superato. E quindi, un ammasso di materiali da biblioteca, da museo, da erudizione.

Questa catastrofe silenziosa genero' nelle nazioni-stato europee atlantiche la mania liberatoria di una nuova nascita, anzi, della vera rinascita, in sincronia e in sintonia con il nuovo assoluto della mondializzazione moderna, da loro scoperto. Essa si incarno' in una volonta' di potenza eurocentrica irradiata sulla sfera mondiale-planetaria. Una volonta' di potenza che fu segnata dal passaggio dalla forza delle identita' nazionali a quella delle nuove potenze imperiali che si spartivano il mondo intero finalmente conosciuto e definito come sfera terrestre, gia' nel 1522, con la spedizione spagnola di Magellano. Nella non-nazione Italia - serva di tutti e schiava di Roma - si ando' in senso contrario, per una via che anelava a tornare indietro. Il decesso dell'Antico diede impulso alla passione regressiva del far rivivere cio' che era defunto. La follia estetica di far rinascere il passato ormai superato imponeva che esso andasse nuovamente rappresentato come presente e vivo. Questa messa in scena fu chiamata "Rinascimento". Noi italiani, e tutti i popoli affascinati nel mondo, nordamericani e giapponesi in special modo, vedono in questa epoca artistica, erudita e infine controriformista, una dipinta e museale stagione di bellezza, e addirittura il canone stesso dell'armonia delle arti visive. Oso dire che, nonostante tutto, quella bellezza era malata dentro, e che essa agiva come una levigata morte vivente. A volte era indomabile e inquieta, come nella Pieta' Rondanini di Michelangelo: il torsolo di marmo di una coppia (Cristo morto scivolante e la Madonna che, dietro di lui, lo sostiene abbracciandolo) sul quale il genio rinascimentale inquieto lavoro' fino all'anno di morte, 1564, lasciandolo incompiuto.

Il passato di cinque secoli di modernita' stava alle spalle, per noi che eravamo giovani nei primi anni Sessanta del secolo scorso, e sembrava che non avesse nulla di diretto da dirci, ma solo pagine di storiografia da studiare per gli esami all'universita'. Qualcuno invece, in Europa, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, comincio' ad apprendere una missione e un valore nuovi, quelli del pensiero anti-coloniale che accompagnava le lotte dei paesi oppressi per liberarsi dal colonialismo europeo - e che solo in parte equivale a quanto oggi si chiama "pensiero post-coloniale", e accademicamente Post-colonial Studies, un sapere transdisciplinare che viene offerto nei college del Nord America. Si trattava di un pensiero anche europeo, da Bertolt Brecht a Sartre, fino a un inedito Gramsci scoperto e poi venerato dai Subaltern Studies anglo-indiani, ma soprattutto extra e anti-europeo, da Ho Chi Min a Frantz Fanon ad Aime' Cesaire e Agostinho Neto, ai miti eroici della rivoluzione cubana fino a Toni Morrison, Salman Rushdie, Edouard Glissant, Ngugi wa Thion'go, Derek Walcott, Eduardo Galeano, Roberto Fernandez Retamar e tanti altri.

Quando parlo di "anti-europeo" non intendo far riferimento a fantocci e spauracchi terroristi e a criminali globali, che abitano i nostri televisori, ma voglio significare, esattamente al contrario, una sfera di incontri pacifici eppure severissimi e puliti, generosi e scorticanti, tra umani di civilta' che si sono conosciute e contrapposte nell'epoca moderna. Una sfera nella quale finalmente l'ex-colonizzato ha potuto parlare all'ex-colono europeo e si e' fatto ascoltare, dicendo cose che non sapevamo e che altrimenti non avremmo mai saputo. Si tratta di una condizione nella quale noialtri europei abbiamo ricevuto finalmente l'opportunita' di imparare ad ascoltare i nostri colleghi di specie. Un ascolto che per cinque secoli non avevamo nemmeno concepito, e che tutta la filosofia moderna d'Europa non ha concepito fino alla meta' del XX secolo, nonostante tutta la filosofia moderna d'Europa. Solo Montaigne e qualche viaggiatore del Cinquecento ne avevano intuito l'importanza o raccontato l'avvio, disperso.

Oggi, finalmente, anche noi italiani possiamo leggere la poesia del padre della patria angolana, Antonio Agostinho Neto, nato nel 1922 a Kaxicane in Angola e morto a Mosca - durante la guerra fredda - nel 1975. Neto guido' la nazione angolana nella guerra di liberazione dal colonialismo portoghese - la stessa guerra che combatte', dall'altra parte belligerante, lo scrittore portoghese Antonio Lobo Antunes, vivente. Vi propongo una poesia di Neto che si intitola - lascio il suo titolo nel portoghese di uno scrittore africano - Civilizacao ocidental. Essa definisce gli europei colonialisti (al club dei quali apparteniamo anche noi italiani) senza metterli in scena e senza nominarli, lasciandoli nel silenzio, nell'assenza e soli nel titolo, che si legge inevitabilmente per primo:

 

Lamiere inchiodate su travi

Conficcate nel terreno

Fanno la casa

 

[...]

 

 Il sole penetrando le fessure

Sveglia il suo abitante

 

Dopo dodici ore di lavoro

Da schiavo

 

Spaccar pietre

Portar pietre

Spaccar pietre

Portar pietre

[...]

 

La vecchiaia fa presto ad arrivare

 

Una stuoia nelle scure notti

Gli basta per morire

Riconoscente

E di fame.

 

Il contrappunto tra titolo e versi e' implacabile nella mestizia. Proprio la mestizia porta con se' una verita' formidabile, inaudita e inaccettata, anzi, addirittura inaccettabile: la "civilta' occidentale" come tale non e' formata solo dall'Europa occidentale e dall'America settentrionale insieme, come si usa affermare anche da parte di molti intellettuali illustri del nostro tempo, ma e' inestricabilmente tessuta da quella euro-nordamericana insieme con i mondi che essa ha distrutto e dominato. E che tuttora controlla e sfrutta. Purtroppo, anche per noi, l'"insieme" non rimanda a una congiunzione onesta e fruttuosa, e nemmeno soltanto a un incontro difficile e conflittuale, ma ad una ferita assurda, ancora mai riconosciuta, da parte nostra, e curata e risanata per i nostri congiunti.

Sentite questa poesia, quale io l'ho sempre sentita, anche come una domanda a cui tocca a noi europei colonialisti rispondere, e non solo ai portoghesi? Che cosa chiede propriamente? E che cosa possiamo rispondere?

Lasciamo che risponda, per ora, lo scrittore Lobo Antunes - che fa parte della mia generazione, essendo nato nel 1942 - ex invasore portoghese, che deve, puo' e vuole parlare prima di tutti: "l'idea di un'Africa portoghese di cui mi parlavano, attraverso immagini maestose, i libri di storia del liceo, i discorsi dei politici e il cappellano di Mafra, alla fin fine era solo uno scenario di provincia che imputridiva nella vastita' smisurata dello spazio africano, progetti di quartieri economici che l'erba alta e gli arbusti divoravano rapidamente, e tutt'intorno un gran silenzio desolato abitato dalle maschere dei lebbrosi affamati. Le Terre della Fine del Mondo erano l'estrema solitudine e l'estrema miseria, amministrate da governatori locali pieni di alcol e di cupidigia, scossi dal paludismo [malaria] nelle loro case vuote, e che regnavano su gente rassegnata, seduta sulla porta delle capanne, indifferente come vegetali. Il Presidente della Repubblica Amerigo Tomas, ci fissava dalla parete con vitree pupille idiote da orso impagliato, i soldati indigeni della Militia con fucili di altre epoche si addormentavano appoggiati alla loro ombra sotto le tettoie di zinco delle postazioni delle sentinelle, vicino all'inutile filo spinato. E tuttavia c'era la bellezza immateriale degli eucalipti di Ninda o di Cessa, che imprigionavano nei loro rami una densa notte perpetua, la rabbiosa maesta' della foresta della Chalala che resisteva alle bombe" (pp. 113-114).

E poi, ancora Antunes mette in scena il ritorno in patria dei soldati lusitani, e anche il proprio, dall'inferno di dolore e morte angolano: "La paura di ritornare in Portogallo mi schiaccia l'esofago perche' non ho piu' un posto mio da nessuna parte, sono stato troppo a lungo lontano per appartenere di nuovo a questo luogo, a questi autunni di piogge e di messe, a questi lunghi inverni opachi simili a lampadine bruciate [...]. Privo di radici, fluttuo fra due continenti che mi respingono" (pp. 176-177).

Credo che il contrappunto drammatico che ho messo in scena, con i due scrittori/testi schierati in campi avversi che si scambiano desolazione e depressione in lingua portoghese, possa rappresentare in maniera esplicita la portata moderna e mondiale del colonialismo europeo e della sua irresponsabilita', che vuol dire innanzitutto e propriamente incapacita' di rispondere - dopo aver desolato la terra dei mondi - perche' non si e' ancora, ancora nel 2010, mai stati capaci di sentire/ascoltare. Si tratta di una malattia della sordita' generata dalla "volonta' di potenza".

 

6. APPELLI. PER SOSTENERE IL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Sostenere economicamente la segreteria nazionale del Movimento Nonviolento e' un buon modo per aiutare la nonviolenza in Italia.

Per informazioni e contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org

 

7. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Letture

- Laura Bosio (a cura di), La ricerca dell'impossibile. Voci della spiritualita' femminile, Mondadori, Milano 1999, pp. 184.

- Adriana Cavarero, Angelo Scola, Non uccidere, Il Mulino, Bologna 2011, pp. 144, euro 12.

 

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

9. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 562 del 21 maggio 2011

 

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it, sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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