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Telegrammi. 563



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 563 del 22 maggio 2011

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

 

Sommario di questo numero:

1. Mao Valpiana: Cinquantasettesimo giorno di digiuno nonviolento collettivo a staffetta per opporsi alla guerra e al nucleare

2. Si e' svolto il 21 maggio a Viterbo un incontro di riflessione sulla fenomenologia della violenza nelle relazioni interpersonali e nelle dinamiche di gruppo

3. Alcuni estratti da "Finanzcapitalismo" di Luciano Gallino (parte prima)

4. Per sostenere il Movimento Nonviolento

5. Segnalazioni librarie

6. La "Carta" del Movimento Nonviolento

7. Per saperne di piu'

 

1. INIZIATIVE. MAO VALPIANA: CINQUANTASETTESIMO GIORNO DI DIGIUNO NONVIOLENTO COLLETTIVO A STAFFETTA PER OPPORSI ALLA GUERRA E AL NUCLEARE

[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org) per questo intervento.

Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive e ha lavorato come assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di intervento nel sociale"), e' segretario nazionale del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in Afghanistan e poi liberata. Con Michele Boato e Maria G. Di Rienzo ha promosso l'appello "Crisi politica. Cosa possiamo fare come donne e uomini ecologisti e amici della nonviolenza?" da cui e' scaturita l'assemblea di Bologna del 2 marzo 2008 e quindi il manifesto "Una rete di donne e uomini per l'ecologia, il femminismo e la nonviolenza". Un suo profilo autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 de "La nonviolenza e' in cammino"; una sua ampia intervista e' nelle "Minime" n. 255 del 27 ottobre 2007; un'altra recente ampia intervista e' in "Coi piedi per terra" n. 295 del 17 luglio 2010]

 

Anche in questo momento la guerra e' in atto e uccide.

Anche in questo momento c'e' chi vi si oppone con un atto di nonviolenza.

Anche in questo momento la radioattivita' nucleare sta uccidendo.

Anche in questo momento c'e' chi vi si oppone con un atto di nonviolenza.

Il digiuno che stiamo conducendo e' un gesto di nonviolenza attiva, e' un atto di speranza, e' un fatto concreto contro la guerra e la sua preparazione, contro il nucleare che uccide il presente e il futuro.

Sono piu' di 150 le amiche e gli amici della nonviolenza che hanno finora aderito al digiuno promosso dal Movimento Nonviolento "per opporsi alla guerra e al nucleare".

Questa iniziativa nonviolenta prosegue dal 27 marzo scorso, e nuovi aderenti hanno gia' annunciato la loro partecipazione almeno fino a lunedi' 30 maggio. Ma altri ancora si stanno aggiungendo, e si proseguira' oltre. Si digiuna in ogni parte d'Italia, da Trieste a Palermo, da Torino a Venezia, da Verona a Bari.

La nonviolenza e' contagiosa; abbiamo iniziato con un digiuno di 48 ore, che sta proseguendo da 57 giorni.

Chi desidera aderire al digiuno lo puo' comunicare a: azionenonviolenta at sis.it (indicare nome, cognome, citta', giorno o giorni di digiuno).

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Di seguito l'elenco delle persone che digiuneranno nei prossimi giorni.

Domenica 22 maggio: Franco Perna (Padenghe sul Garda), Maria Bernarda Cursano (Macapa', Brasile); lunedi' 23 maggio: Giovanni Sarubbi (Monteforte Irpino - Avellino), Pasquale Dioguardi (Livorno), Gianluca D'Andrea (Potenza); martedi' 24 maggio: Oriana Gorinelli (Rivalta di Torino); mercoledi' 25 maggio: Marco Palombo (Isola d'Elba - Roma), Marco Rizzinelli (Marcheno - Brescia), Adalgisa Freddi (Marcheno - Brescia), Anna Bellini (Ferrara); giovedi' 26 maggio: Claudio Bedussi (Brescia), Asma Haywood (Padenghe sul Garda); Venerdi' 27 maggio: Rocco Altieri (Pisa), Raffaele Ibba (Cagliari), Teresa Gargiulo (Castellamare di Stabia - Napoli), Giovanni Mannino (Acireale - Catania), Paola e Marco Baleani (Gubbio), Piero P. Giorgio (Gargnano - Brescia), Asma Haywood (Padenghe sul Garda); sabato 28 maggio: Asma Haywood (Padenghe sul Garda), Giovanni Chianchini (Chieti), Marco Iannelli (Roma); domenica 29 maggio: Asma Haywood (Padenghe sul Garda); lunedi' 30 maggio: Paolo Lupattelli (Citta' di Castello).

Evelina Savini (Jesi), Angela Genco (Jesi), Angela Liuzzi (Jesi) porteranno avanti il digiuno a staffetta, alternandosi, fino alla fine della guerra; Gianluca D'Andrea, Pasquale Dioguardi e Giovanni Sarubbi digiuneranno tutti i lunedi'; Oriana Gorinelli digiunera' tutti i martedi'; Anna Bellini, Adalgisa Freddi, Marco Palombo e Marco Rizzinelli digiuneranno tutti i mercoledi'; Claudio Bedussi digiunera' tutti i giovedi'; Rocco Altieri, Paola e Marco Baleani, Teresa Gargiulo, Piero P. Giorgio, Raffaele Ibba e Giovanni Mannino digiuneranno tutti i venerdi'; Marco Iannelli digiunera' tutti i venerdi' e i sabato; Giovanni Cianchini digiunera' tutti i sabato. Alessandro Natalini e Marzia Manca digiuneranno un giorno a settimana.

 

2. INCONTRI. SI E' SVOLTO IL 21 MAGGIO A VITERBO UN INCONTRO DI RIFLESSIONE SULLA FENOMENOLOGIA DELLA VIOLENZA NELLE RELAZIONI INTERPERSONALI E NELLE DINAMICHE DI GRUPPO

 

Sabato 21 maggio si e' svolto a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace" un incontro di riflessione sulla fenomenologia della violenza nelle relazioni interpersonali e nelle dinamiche di gruppo, e su quali modalita' di intervento nonviolento siano possibili per contrastare la violenza, risanare le relazioni, riconoscere e promuovere la dignita' e i diritti di tutti gli esseri umani.

 

3. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "FINANZCAPITALISMO" DI LUCIANO GALLINO (PARTE PRIMA)

[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, La civilta' del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011]

 

Indice del volume

Parte prima. La politica dell'economia: I. Che cos'e' il finanzcapitalismo; II. Una civilta' asservita alla finanza dalla politica; Parte seconda. Cause ed effetti della crisi: III. La piramide degli schemi esplicativi; IV. Teorie economiche che imitano le scienze naturali; V. I costi umani della crisi; Parte terza. I fondamenti strutturali: VI. Come opera la mega-macchina del finanzcapitalismo; VII. Effetti perversi della creazione di denaro; VIII. La trasformazione delle imprese industriali in enti finanziari; Parte quarta. Riforme forse impossibili ma necessarie: IX. Fondi pensione, capitale del lavoro e strategie di investimento; X. Riforme finanziarie che i cittadini dovrebbero richiedere; XI. E' possibile incivilire il finanzcapitalismo?

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Da pagina 5

Capitolo primo

Che cos'e' il finanzcapitalismo

Una mega-macchina costruita per estrarre valore.

Mega-macchine sociali: cosi' sono state definite le grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come componenti o servo-unita'. Mega-macchine potenti ed efficienti di tal genere esistono da migliaia di anni. Le piramidi dell'antico Egitto sono state costruite da una di esse capace di far lavorare unitariamente, appunto come parti di una macchina, decine di migliaia di uomini per generazioni di seguito. Era una mega-macchina l'apparato amministrativo-militare dell'impero romano. Formidabili mega-macchine sono state, nel Novecento, l'esercito tedesco e la burocrazia politico-economica dell'Urss.

Il finanzcapitalismo e' una mega-macchina che e' stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi. L'estrazione di valore tende ad abbracciare ogni momento e aspetto dell'esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all'estinzione. Come macchina sociale, il finanzcapitalismo ha superato ciascuna delle precedenti, compresa quella del capitalismo industriale, a motivo della sua estensione planetaria e della sua capillare penetrazione in tutti i sotto-sistemi sociali, e in tutti gli strati della societa', della natura e della persona.

L'estrazione di valore e' un processo affatto diverso dalla produzione di valore. Si produce valore quando si costruisce una casa o una scuola, si elabora una nuova medicina, si crea un posto di lavoro retribuito, si lancia un sistema operativo piu' efficiente del suo predecessore o si piantano alberi. Per contro si estrae valore quando si provoca un aumento del prezzo delle case manipolando i tassi di interesse o le condizioni del mutuo; si impone un prezzo artificiosamente alto alla nuova medicina; si aumentano i ritmi di lavoro a parita' di salario; si impedisce a sistemi operativi concorrenti di affermarsi vincolando la vendita di un pc al concomitante acquisto di quel sistema, o si distrugge un bosco per farne un parcheggio.

Accostando come si e' fatto sopra capitale e potere non s'intende qui riproporre la tradizionale concezione che rinvia al potere del capitale. In suo luogo si avanza la nozione di capitale come forma di potere in se', un potere organizzato su larghissima scala. Stando a questa nozione, "i capitalisti sono mossi non dall'intento di produrre cose bensi' da quello di controllare persone, e la loro mega-macchina capitalistica esercita questo potere con una efficienza, flessibilita' e forza che gli antichi governanti non potevano nemmeno immaginare". Di conseguenza non e' esatto dire che il capitale ha potere. Il capitale e' potere. Il potere di decidere che cosa produrre nel mondo, con quali mezzi, dove, quando, in che quantita'. Il potere di controllare quante persone hanno diritto a un lavoro e quante sono da considerare esuberi; di stabilire in che modo deve essere organizzato il lavoro; quali debbano essere i prezzi degli alimenti di base, di cui ciascun punto percentuale in piu' o in meno aumenta o diminuisce di una quindicina di milioni, nel mondo, il numero degli affamati; quali malattie sono da curare e quali da trascurare, ovvero quali farmaci debbano essere sviluppati dai laboratori di ricerca oppure no.

Ancora, il capitale e' il potere di trasformare le foreste pluviali in legno per mobili e i mari in acque morte; di brevettare il genoma di esseri viventi evolutisi nel corso di miliardi di anni e dichiararlo proprieta' privata; di decidere quali debbono essere i mezzi di trasporto usati dalla gran maggioranza della popolazione e con essi quale debba essere la forma delle citta', l'uso del territorio, la qualita' dell'aria. Sul momento queste affermazioni possono apparire alquanto perentorie; l'evidenza a loro supporto si fara' strada nei successivi capitoli.

La mega-macchina denominata capitalismo industriale aveva come motore - e per quel che ne resta ha tuttora - l'industria manifatturiera. Il finanzcapitalismo ha come motore il sistema finanziario. I due generi di capitalismo differiscono sostanzialmente per il modo di accumulare il capitale. Il capitalismo industriale lo faceva applicando la tradizionale formula D1-M-D2, che significa investire una data quantita' di denaro, D1, nella produzione di merci, M, per ricavare poi dalla vendita di queste ultime una quantita' di denaro, D2, maggiore di quella investita. La differenza tra D2 e D1 e' un reddito chiamato solitamente profitto o rendita. Per contro il finanzcapitalismo persegue l'accumulazione di capitale facendo tutto il possibile per saltare la fase intermedia, la produzione di merci. Il denaro viene impiegato, investito, fatto circolare sui mercati finanziari allo scopo di produrre immediatamente una maggior quantita' di denaro. La formula dell'accumulazione diventa quindi D1-D2.

A questa differenza fondamentale nella formula dell'accumulazione il finanzcapitalismo accompagna una pretesa categorica: si deve ricavare dalla produzione di denaro per mezzo di denaro un reddito decisamente piu' elevato rispetto alla produzione di denaro per mezzo di merci. Non mancano gli esempi. Si sa che gli investitori istituzionali, in specie fondi pensione e fondi comuni, esigono dalla quota di capitale investito in un'impresa un rendimento annuo minimo del 15 per cento. I fondi specializzati nel comprare imprese per poi rivenderle pezzo a pezzo (chiamati private equity funds) non sono soddisfatti se da tali operazioni non ricavano un profitto di almeno il 20 per cento. Grandi banche europee sollecitano gli investitori istituzionali a investire in titoli di corporation del settore alimentare assicurando che ne trarranno un reddito intorno al 25 per cento. Fondi specializzati nella gestione di grandi patrimoni privati promettono a chi puo' investire capitali rilevanti, e non disdegna di correre rischi elevati, un rendimento pari o superiore al 30 per cento.

Ora avviene che il Pil del mondo cresca da decenni a un tasso compreso tra il 3 e il 5 per cento annuo. Poiche' alla fine dei conti profitti o rendite aventi una base reale non possono superare la crescita reale della ricchezza prodotta, quando risultino nominalmente di varie volte piu' alti essi debbono provenire solamente da due fonti. Uno studioso del dominio del denaro le sintetizza cosi': "1) Una redistribuzione a spese di altre fonti di reddito realizzata mediante manipolazione di prezzi a scopi speculativi, salari in flessione, privatizzazione di prestazioni statali o sfruttamento internazionale; 2) La crescita del capitale in forza di un rendimento piu' elevato e' soltanto un'espressione monetaria nominale. In questo caso essa corrisponde a una inflazione dei titoli finanziari, a una bolla". Nella sua veste di mega-macchina deputata a estrarre valore, il finanzcapitalismo ha sfruttato soprattutto la prima fonte, la redistribuzione dal basso verso l'alto. Contemporaneamente ha pero' indotto negli anni '90 e nei primi anni 2000 un cospicuo incremento dei valori di borsa. Si fosse mai trattato di un qualsiasi altro elemento, un simile fenomeno sarebbe stato giudicato un processo fortemente inflattivo.

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Da pagina 9

Componenti strutturali del finanzcapitalismo

Il braccio operativo del finanzcapitalismo e' il sistema finanziario di cui si e' dotato. Lo formano un paio di componenti strutturali che hanno raggiunto entrambe negli ultimi anni una eccezionale dimensione e complessita', piu' una terza che si colloca per vari aspetti a cavallo delle altre due. La prima componente del sistema finanziario opera in larga misura alla luce. Per definirla si e' usato spesso, discutendo della crisi, il termine "sistema bancocentrico", volendo sottolineare come le istituzioni in esso predominanti sono soprattutto grandi banche. In realta', sebbene sia quasi inevitabile ricorrervi per brevita', il termine e' divenuto da tempo inadeguato. Anche quando siano ancora chiamate sovente con il nome che designava la loro attivita' originaria - per cui si parla della banca X, della compagnia di assicurazione Y, della cassa di depositi e prestiti Z e simili - le istituzioni che caratterizzano il sistema finanziario della nostra epoca sono grandi societa' che operano in almeno una dozzina di settori di attivita' differenti, ben lontani da quello originario, e in ciascuno di questi controllano decine se non centinaia di societa', tra le quali possono esservi una o piu' banche. Siamo quindi dinanzi a immense reti societarie nelle quali si intrecciano inestricabilmente sia le funzioni che i titoli di proprieta'.

Per menzionare qualcuna di tali reti a fini indicativi, e semplificando molto, si puo' dire che esistono societa' finanziarie, dette bank holding companies, le quali controllano a un tempo sia banche che compagnie di assicurazione; banche proprietarie di assicurazioni del comparto immobiliare e compagnie di assicurazione sulla vita che sono proprietarie di banche; banche commerciali che hanno divisioni operanti come banche di investimento e viceversa; societa' che emettono titoli aventi per collaterale o garanzia un bene reale - una casa, un'azienda, un pacchetto di titoli - oppure un bene irreale come un debito; banche o loro divisioni specializzate nel vendere certificati di protezione dal rischio che un debitore sia insolvente le quali, al tempo stesso, comprano certificati analoghi per proteggere se stesse dal rischio di fallimento del protettore; e, ancora, casse di depositi e prestiti che provvedono ad assicurare o ri-assicurare ipoteche e imprese sponsorizzate da un governo unicamente per assicurare ipoteche che si dedicano a cospicue attivita' d'investimento non per conto di clienti, bensi' per conto proprio.

La componente "bancocentrica" del sistema finanziario, per quanto complessa, e' composta da entita' visibili, nel senso che hanno nome e indirizzo, societa' controllate o filiali ufficialmente elencate, tot dirigenti e tot dipendenti, azionisti o proprietari privati per lo piu' chiaramente individuabili, nonche' bilanci ufficiali in cui sono registrati attivi e passivi. Per contro esiste una seconda componente del sistema stesso che risulta priva di tutti o quasi i suddetti caratteri, sicche' le sue attivita' sono discernibili a fatica anche dagli esperti. Per questo viene chiamata finanza ombra. Le sue dimensioni, in termini di attivi, superano di molte volte gli attivi delle societa' finanziarie che di essa tengono i fili, sebbene sia arduo stabilire quale sia alla fine il totale degli attivi (o dei passivi) che sono in capo a ciascuna di esse. La finanza ombra e' formata da montagne di derivati (titoli il cui valore dipende da un'entita' sottostante: piu' avanti se ne parlera' a lungo) che una banca detiene ma che per varie ragioni non sono registrati in bilancio; da migliaia di societa' prive in realta' di sostanza organizzativa, costituite dalle banche unicamente allo scopo di veicolare fuori bilancio attivi che dovrebbero figurarvi (per questo sono chiamate "veicoli"); da altre migliaia di intermediari specializzati nel confezionare e vendere soprattutto a investitori istituzionali ed enti pubblici dei titoli obbligazionari complicatissimi, formati da un gran numero di altri titoli; da centinaia di trilioni (in dollari) di derivati che con l'intermediazione di una banca o altra istituzione finanziaria sono scambiati direttamente tra privati, al di fuori di ogni registrazione in borsa. Grazie a questi caratteri, la finanza ombra risulta praticamente invisibile anche alle autorita' di vigilanza, quindi di fatto non regolabile.

Una terza componente del sistema finanziario che sta a cavallo tra il sistema bancocentrico e la finanza ombra e' costituita dagli investitori istituzionali: principalmente fondi pensione, fondi comuni di investimento, compagnie di assicurazione e fondi comuni speculativi (come sono denominati dalla normativa italiana gli hedge funds, espressione che significa letteralmente "fondi di copertura" o di protezione). Gli investitori istituzionali sono una delle maggiori potenze economiche del nostro tempo. Gestiscono un capitale di oltre 60 trilioni di dollari, equivalente al Pil del mondo 2009. Le loro strategie di investimento influenzano sia le sorti delle grandi corporation sia quelle dei bilanci statali.

Affermare che gli investitori istituzionali si muovono a cavallo delle altre due componenti e' appropriato per diversi motivi. In primo luogo esistono fondi pensione e fondi comuni che sono una emanazione di societa' finanziarie o grandi banche, ma vi sono anche in entrambi i settori dei fondi indipendenti. Tra di essi spiccano i fondi pensione del pubblico impiego, autentici colossi finanziari che in Giappone, in Olanda, in California controllano ciascuno patrimoni di centinaia di miliardi di dollari. Cosi' come sono indipendenti le "famiglie" di fondi comuni, in prevalenza statunitensi, che figurano insieme con grandi gruppi bancari nella classifica dei primi dieci o venti investitori del mondo.

In secondo luogo sistema bancocentrico, finanza ombra e investitori istituzionali sono collegati da scambi quotidiani di denaro e capitale dell'ordine di centinaia di miliardi di dollari o di euro. Vari sono i canali di tali scambi. Anzitutto una quota importante del capitale gestito da questi investitori viene via via depositato in banche, che lo impiegano immediatamente ai loro fini. Soltanto in Italia, dove i fondi pensione sono ancora comparativamente modesti, il capitale da essi depositato per legge nelle banche vale 70 miliardi di euro. Inoltre ogni giorno gli stessi investitori acquistano o vendono centinaia di miliardi di azioni od obbligazioni emesse dal sistema bancario. Sono clienti di peso delle citate societa' veicolo, mediante le quali i crediti delle banche fuoriescono dal bilancio per diventare titoli commerciabili. Da parte loro, infine, i fondi speculativi fanno largo uso della leva finanziaria, che vuol dire acquistare pacchetti azionari e intere imprese per mezzo di denaro preso in prestito dalle banche in quantita' che superano di parecchie volte il capitale proprio. Gli interessi su simili prestiti formano una quota rilevante dei ricavi delle banche.

In terzo luogo, nessuna societa' finanziaria, e nessuna corporation industriale, puo' permettersi di ignorare le richieste degli investitori istituzionali. Questi posseggono oltre la meta' di tutte le societa' quotate in borsa, per cui hanno un ruolo determinante nel proporre e imporre politiche sia finanziarie che industriali, fusioni e acquisizioni di societa', nonche' l'assunzione o il licenziamento dei massimi dirigenti.

In forza delle tre componenti suindicate, che formano il suo braccio operativo e hanno avuto un esorbitante sviluppo a partire dagli anni '80 del secolo scorso, la mega-macchina del finanzcapitalismo e' giunta ad asservire ai propri scopi di estrazione del valore ogni aspetto come ogni angolo del mondo contemporaneo. Un simile successo non e' dovuto a un'economia che con le sue innovazioni ha travolto la politica, bensi' a una politica che ha identificato i propri fini con quelli dell'economia finanziaria, adoperandosi con ogni mezzo per favorire la sua ascesa. In tal modo la politica ha abdicato al proprio compito storico di incivilire, governando l'economia, la convivenza umana. Ma non si e' limitata a questo. Ha contribuito a trasformare il finanzcapitalismo nel sistema politico dominante a livello mondiale, capace di unificare le civilta' preesistenti in una sola civilta'-mondo, e al tempo stesso di svuotare di sostanza e di senso il processo democratico.

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Da pagina 14

Capitolo secondo

Una civilta' asservita alla finanza dalla politica

Nel corso del 2010 la piu' grande economia del mondo, l'Unione Europea, ha rischiato piu' volte un crack a causa dell'attacco che gruppi di operatori della finanza ombra, il settore meno regolato del sistema finanziario internazionale, avevano sferrato al debito pubblico dei suoi stati e alla moneta della maggioranza di essi, l'euro. Il debito pubblico e i deficit di bilancio che lo alimentano erano cresciuti di parecchi punti percentuali nei due anni precedenti a causa dei costi diretti e indiretti sopportati dagli stati per fare fronte alla crisi del sistema finanziario, con rilevanti effetti depressivi sull'economia reale, iniziata nel 2007. Un rischio analogo lo avevano corso gli Stati Uniti a fine settembre 2008, quando in una agitata riunione di leader del Congresso fu chiesto al ministro del Tesoro in carica, Henry Paulson, che cosa sarebbe successo se non fosse stato autorizzato il piano da 700 miliardi di dollari per salvare le banche in difficolta' proposto dal governo. Il ministro rispose: "Se non lo facciamo, ci cadra' tutto sulla testa".

Si puo' allora cosi' riassumere l'andamento di questo primo periodo della crisi iniziata nel 2007, che e' ormai prevedibile possa durare una decina d'anni. A causa di politiche economiche pluridecennali orientate in primo luogo a comprimere i redditi da lavoro e ad accrescere le disuguaglianze, nonche' di un'architettura che ha dimostrato di avere fondamenta gravemente difettose, il sistema finanziario e' incorso in una crisi nata dall'eccessivo ammontare di debito che aveva creato, sia a carico delle famiglie che a carico di se stesso. Nei primi tre anni della crisi, gli stati hanno impegnato tra i 12 e i 15 trilioni di dollari, o l'equivalente in euro, per salvare le sue maggiori istituzioni, cioe' le banche e le compagnie di assicurazioni troppo grandi per fallire, e stimolare la ripresa dell'economia. Non appena ritornato in forze - gli e' bastato un solo anno, il 2009 - il sistema finanziario, in specie il suo settore ombra, e' ripartito all'attacco, questa volta a danno degli stati che si erano indebitati per sostenerlo e riparare per quanto possibile ai suoi guasti. In questa sorta di rivincita organizzata dai vincitori contro i perdenti, sono in gioco non soltanto i corsi di azioni e obbligazioni, o delle monete, e con essi il rischio che tante famiglie perdano una parte consistente dei loro risparmi. Sono pure in gioco condizioni di lavoro e salari, sicurezza alimentare e sanita', previdenza sociale e diritti umani, istruzione e ricerca, servizi sociali e sostegni al reddito, qualita' della vita e rapporti interpersonali, funzioni delle istituzioni e contenuti della democrazia. In altre parole c'e' di mezzo il senso di una intera civilta'. Che essa appaia asservita al suo sistema finanziario, piuttosto che esserne come dovrebbe la padrona, e' un segno che la crisi economica e' diventata crisi di civilta'. Che sia stato il suo stesso sistema politico a costruire dall'interno gli strumenti del suo asservimento alla finanza attesta non meno la gravita' della crisi, quanto gli ostacoli che si oppongono al suo superamento.

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Da pagina 34

Il sociologo Richard Sennett ha parlato di "corrosione del carattere" per descrivere gli effetti sulla personalita' che provoca il lavoro del "capitalismo flessibile", dove tutti e tutto - a cominciare dal capitale - si dimostrano impazienti; la societa' intera appare devota al breve termine (dei contratti, dei progetti, dei guadagni possibili); le istituzioni, a partire dalle imprese, appaiono in uno stato di costante frammentazione o vengono di continuo ridisegnate. In tali condizioni risulta improbo per la persona al lavoro sviluppare un senso di identita', poiche' cio' richiede una lunga e paziente ricerca in se stessi. Perseguire scopi a lungo termine appare improponibile. Diventa pure arduo, sul lavoro e nella comunita', sviluppare rapporti sociali reciprocamentre impegnativi. Tuttavia questa forma di corrosione del carattere attraverso il lavoro non e' il peggio che possa accadere a una persona nella civilta'-mondo che il capitalismo flessibile, sinonimo di capitalismo finanziario o finanzcapitalismo, ha contribuito a sviluppare, posto che la flessibilita' del lavoro e' connaturata alla estrema rapidita' impressa alla circolazione del capitale. Il peggio, come scriveva Hannah Arendt oltre mezzo secolo fa, e' trovarsi a far parte di una societa' in cui le motivazioni, il senso di identita', il riconoscimento sociale, i percorsi di vita, sono stati interamente costruiti attorno al lavoro, in specie attorno al lavoro dipendente salariato, nell'eta' in cui questo viene a mancare. Su questo terreno la nuova civilta'-mondo appare aver condotto a termine il progetto moderno, il quale ha comportato "una glorificazione teoretica del lavoro, e di fatto e' sfociata in una trasformazione dell'intera societa' in una societa' di lavoro. La realizzazione del desiderio, pero', giunge al momento in cui puo' essere solo una delusione".

Ai giorni nostri la delusione proviene dal fatto che la monetizzazione di ogni aspetto dell'esistenza umana, individuale e collettiva, ovvero la sua traduzione in un'entita' finanziaria, ha ormai raggiunto il limite ultimo. Non e' rimasto quasi nient'altro da monetizzare. Ma cio' comporta che e' diventato impossibile, a cominciare dalle societa' piu' avanzate, continuare a creare nuovo lavoro salariato. La crisi ha fortemente accelerato tale processo. Negli anni a venire le decine di milioni di posti di lavoro che si sono persi dopo il 2007 in Usa e nella Ue potranno venire recuperati solamente in parte, e con grande lentezza. A una espansione di masse di lavoro salariato mai vista nella storia, fatte le debite proporzioni con la popolazione, corrisponde l'insufficienza della produzione, giusto quella che, aumentando senza posa, dovrebbe assicurare l'assorbimento di tali masse. Percio' a una frazione crescente delle masse di salariati si prospetta un destino di esuberi permanenti. Per l'economia della civilta'-mondo esse risultano ormai semplicemente superflue.

Nel mentre sottrae a un numero crescente di persone ogni possibilita' di lavoro, appena dopo che attorno al lavoro e' stata costruita l'essenza della personalita' moderna, la civilta'-mondo, dove ogni confine tra economia, politica, cultura e comunita' e' stato dissolto, produce senza posa giovani dal costume decomposto (corrupt), adulti rimasti o ricondotti allo stadio infantile, e cittadini che hanno introiettato il vangelo del consumo in luogo delle regole della democrazia. Sulla circostanza che la sistematica produzione in massa di simili caratteri umani rifletta non un mero mutamento dei costumi, bensi' una drammatica degradazione della politica, aveva attirato l'attenzione Herbert Marcuse sin dagli anni '60, descrivendo i tratti dell'"uomo a una dimensione" e della sua Coscienza Felice: una coscienza che lo porta a descrivere i sentimenti piu' profondi, gli affetti come le avversioni, usando i termini degli avvisi pubblicitari. Un'analisi approfondita la offre ai nostri giorni un libro del politologo Benjamin R. Barber, il cui titolo - Consumati - compendia la questione in una sola parola.

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Da pagina 107

Capitolo quinto

I costi umani della crisi

La crisi economica apertasi nel 2007 ha avuto come causa primaria i mutamenti dei rapporti di potere politico-economico che dagli anni '80 in poi hanno facilitato l'ascesa della finanziarizzazione, la deregolazione dei movimenti di capitale e l'affermazione di altri aspetti dell'ortodossia neoliberale: mutamenti rilevati perfino dall'Onu. Concause di notevole peso sono state la irresponsabilita' sociale, l'incompetenza e l'avidita' di una parte significativa degli alti dirigenti di societa' finanziarie e non finanziarie, dei grandi proprietari, dei gestori a capo di fondi e patrimoni; personaggi che all'epoca del finanzcapitalismo governano di fatto l'economia e la politica del mondo. In totale si tratta appena di una decina di milioni d'individui. Al di la' delle loro intenzioni o dei loro convincimenti etici, mediante le loro strategie finanziarie questi pochi milioni di individui hanno inflitto e continueranno a infliggere per lungo tempo rilevanti costi umani a miliardi di altri. Nella posizione che occupano, sarebbe arduo per loro agire diversamente: come premia a dismisura chi vi si conforma, cosi' la logica endogena del finanzcapitalismo punisce severamente le azioni devianti. Resta il fatto che meno dello 0,15 per cento della popolazione mondiale appare essere nella condizione di infliggere a gran parte del 99,85 per cento restante i costi che qui sotto si riassumono: non e' questo l'ultimo dei motivi per asserire che la civilta'-mondo reca in se' profondi segni di degrado.

Pare utile, esaminando le ricadute nocive di quella che viene ormai chiamata la Grande Crisi, iniziare con una sintesi dei costi finanziari. E' vero che questi sembrano lontani dai costi umani o solo indirettamente collegati con questi. Ma e' opportuno partire dai costi finanziari, dato che sono proprio i trilioni di dollari assorbiti a vario titolo dalla crisi che hanno peggiorato la qualita' dell'esistenza presente e futura di grandi masse di popolazione. Inoltre va considerato che gli effetti negativi della crisi dureranno parecchi anni, forse fino al 2018-2020. Per avere un'idea dei costi complessivi non basta quindi soffermarsi su cio' che e' gia' accaduto; e' necessario formulare anche delle ipotesi sul prossimo futuro.

La maggior parte dei numeri riportati qui di seguito valgono di per se' a indicare quali sono i gruppi sociali che stanno pagando e pagheranno la crisi, sia pure in misura un po' diversa da un paese all'altro. Sono, in generale, i soggetti piu' deboli sotto il profilo economico e politico. Ossia i lavoratori aventi qualifiche professionali medie o basse; i disoccupati di lunga durata; i lavoratori precari per legge e quelli occupati nell'economia informale; i bambini e i giovani; le donne; i poveri; gli anziani; gli immigrati che perdono il lavoro nel paese d'arrivo e le famiglie del paese d'origine che vedono scomparire le loro rimesse; coloro in genere che hanno bisogno di cure mediche continue o occasionali ma non sono in grado di pagarle; nonche' i gruppi etnici che nei diversi paesi appaiono deprivati per ragioni inerenti vuoi alla loro storia antica, come i neri negli Stati Uniti, vuoi alle loro vicissitudini recenti, come gli immigrati extra-europei in tutta la Ue.

I costi finanziari

Ad agosto 2009, il Fondo monetario internazionale (Fmi) aveva stimato che la somma che in complesso dovranno impegnare i paesi occidentali per salvare le loro istituzioni finanziarie, in specie tramite la Bce e la Fed, nonche' diversi paesi in via di sviluppo, ammontera' entro il 2011 a circa 12 trilioni di dollari, di cui poco meno di due a carico dei secondi. Stando ad alcuni aggiornamenti, potrebbe invece trattarsi di 14-15 trilioni. Una stima, comunque, eccezionalmente prudente in ambedue i casi, giacche' secondo altre fonti il capitale che alla fine sara' necessario impegnare - sia pur confidando di non doverlo spendere per intero - da parte dei soli Stati Uniti, potrebbe aggirarsi sui 25-30 trilioni. A ogni buon conto va rilevato che gia' la somma minima indicata dal Fmi corrisponde a tre quarti del Pil di un anno degli Stati Uniti, e a un quinto del Pil del mondo 2008. Essa comprende vari addendi: i capitali impiegati per salvare dal fallimento, e in qualche caso per nazionalizzare di fatto, grandi banche e compagnie di assicurazione private (ad esempio AIG in Usa, Dexia e Fortis nella Ue) o semipubbliche (Fannie Mae e Freddy Mac in Usa); l'acquisto da parte dello stato di titoli - principalmente derivati del credito - giacenti nel portafoglio di ogni sorta di enti finanziari, titoli che sul mercato valgono ormai una frazione esigua del loro valore iniziale; il sostegno dato dalle banche centrali e nazionali alla liquidita' delle banche private, sia utilizzando il denaro dei contribuenti, sia creando denaro nuovo; le garanzie prestate sui debiti vigenti (il che significa che se il debitore e' insolvente, se li accolla lo stato), e altre voci.

Pochi mesi prima (aprile 2009) lo stesso Fmi aveva calcolato che le cancellazioni dai bilanci di attivi ormai irrecuperabili, effettuate dalle maggiori banche Usa e Ue, avrebbero toccato entro l'anno i 4,4 trilioni di dollari, di cui 2,7 trilioni a carico delle prime, 1,2 trilioni a carico delle seconde, 150 miliardi a carico del Giappone, e il resto sparso tra vari paesi.

A livello mondo, e' stata compiuta da vari centri di ricerca una stima della distruzione di valore degli attivi di ogni genere, di proprieta' di famiglie, imprese, stati, enti locali, provocata dalla crisi. Gli attivi - la ricchezza del mondo - constano di azioni, obbligazioni, derivati, case d'abitazione, edifici commerciali, impianti industriali, capitali gestiti da fondi pensione, fondi comuni e compagnie di assicurazione ecc. Le stime della distruzione di ricchezza prodotta dalla crisi variano tra 25-28 trilioni di dollari (Oxford Economics), cioe' la meta' del Pil del mondo 2007, a 100 trilioni, 1,8 volte il Pil mondiale.

A tale processo distruttivo hanno concorso diversi fattori. Tra i principali rientrano: la caduta del corso di titoli azionari, che sebbene sia stato recuperato in parte durante il 2009 era stimata ancora intorno al 25 per cento nella primavera 2010; l'azzeramento del valore dei derivati "tossici" acquistati, oltre che dalle banche, da molti altri investitori, inclusi numerosi enti territoriali, anche in Italia; il deprezzamento del valore delle abitazioni, che in molti paesi, dagli Usa alla Spagna, appare prossimo al 30 per cento; le perdite subite dal portafoglio dei fondi pensione e dei fondi comuni di investimento, in particolare quelli che si erano inoltrati, quanto a politiche di investimento, sul terreno minato dei fondi speculativi e dei derivati del credito; la caduta di valore degli impianti di settori industriali in difficolta', a cominciare dall'automobile.

A causa della caduta del valore della propria abitazione, acquistata mediante un mutuo con relativa ipoteca sull'immobile che l'ente finanziatore sapeva in anticipo non avrebbero mai potuto ripagare, e del forte aumento delle rate da versare grazie alla trappola degli interessi variabili, nel solo 2008 circa 2,3 milioni di famiglie americane hanno perso la casa, sequestrata dall'ente finanziatore del mutuo. Nel primo semestre 2009 i sequestri sono stati 1,9 milioni, e a fine anno hanno toccato i 4 milioni. Sommati ai precedenti, fanno oltre 6 milioni di famiglie con oltre 25 milioni di componenti. Il futuro appare ancora piu' fosco. A marzo 2009 le famiglie Usa proprietarie di casa il cui mutuo aveva un valore superiore a quello della casa stessa - donde il rischio che l'ente finanziatore pretenda da un giorno all'altro il saldo totale del mutuo, minacciando o attuando l'esproprio - erano il 26 per cento, un proprietario su quattro, quota gia' molto elevata; le previsioni sono che entro il 2011 esse arrivino al 48 per cento. Per l'intero 2010 si calcola che saranno sottoposte a sequestro, a causa dell'insolvenza dei mutuatari, altri 4,5 milioni di abitazioni. Fatte le debite proporzioni, previsioni analoghe si avanzano per diversi altri paesi, quali la Spagna, che hanno conosciuto tra la seconda meta' degli anni '90 e il 2006 una bolla immobiliare senza precedenti.

Disoccupazione e condizioni di lavoro

La crisi comporta e comportera' in tutto il mondo costi elevatissimi sotto il profilo dell'occupazione e delle condizioni di lavoro.

L'Organizzazione Internazionale del Lavoro ha stimato che a fine 2009, a causa della crisi, i disoccupati sarebbero aumentati in totale di 50 milioni, e 200 milioni di lavoratori sarebbero stati risospinti in condizioni di poverta' estrema. In Usa vari istituti hanno stimato che nei primi mesi del 2010 il tasso reale di disoccupazione, il quale include coloro che hanno smesso di cercare lavoro perche' scoraggiati da troppi mesi di tentativi, superasse il 15 per cento, a fronte del 10 per cento rilevato dal Bureau of Labor Statistics. In cifre assolute la prima percentuale corrisponderebbe a oltre 25 milioni di disoccupati. In Cina, a fine 2009 si calcolava che almeno 23 milioni di lavoratori avessero perso il posto che avevano trovato nelle citta', e fossero rifluiti nelle campagne da cui erano emigrati - dove l'agricoltura non e' piu' in grado di accoglierli.

In ambito Ue, secondo la Commissione Europea a fine 2009 i senza lavoro erano il 9,5 per cento, con punte del 19 per cento in Spagna, percentuale corrispondente in totale a poco meno di 23 milioni di persone. In Italia, a ottobre 2010 il tasso di disoccupazione era dell'8,6 per cento, pari a 2,2 milioni di persone. Va aggiunto che, ove si fossero contati anche qui coloro che hanno smesso di cercare attivamente lavoro - condizione che occorre dichiarare per poter venire tecnicamente inclusi nelle rilevazioni statistiche dei disoccupati - piu' i cassintegrati, la percentuale sarebbe stata presumibilmente vicina a quella americana, e il totale di disoccupati Ue sarebbe salito verso i 30 milioni.

Le medie nazionali o aggregate occultano pero' la gravita' della disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Nella Ue il tasso medio a fine 2009 toccava il 21,4 per cento di tale fascia di eta', ma sfiorava il 30 per cento in Italia, superava tale quota in Lituania e Lettonia, e toccava addirittura il 40 per cento in Spagna.

La disoccupazione costituisce di per se' un costo personale e sociale rilevante, ma la crisi tende a provocare anche il progressivo degrado delle condizioni in cui operano coloro che un qualche tipo di lavoro ancora ce l'hanno. Il degrado delle condizioni di lavoro e' riscontrabile in tre ambiti: lo sviluppo dell'economia e dell'occupazione informale; l'aumento dei lavoratori precari con contratti atipici e il peggioramento della qualita' del lavoro nell'economia formale; l'aumento del numero dei lavoratori poveri.

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Da pagina 127

Come si potevano impiegare altrimenti i capitali impegnati per salvare le istituzioni finanziarie

Al di la' dei costi diretti sin qui richiamati, la crisi gravera' per altre vie indirette sulle condizioni di vita di miliardi di persone - approssimativamente, tra un terzo e la meta' dei lavoratori del mondo con i loro familiari - perche' enormi capitali che potevano essere investiti dagli stati allo scopo di migliorare le loro condizioni sono stati impiegati, per contro, allo scopo di salvare le istituzioni finanziarie "troppo grandi per fallire". Un salvataggio presumibilmente necessario, se non fosse che sono state le medesime istituzioni ad aver posto le premesse della propria caduta. Qualche esempio di impiego alternativo:

- I 14-15 trilioni di dollari impegnati dai governi occidentali, secondo stime assai caute, per salvare dal disastro le istituzioni finanziarie, corrispondono a 25-30 anni degli investimenti che sarebbero necessari (a 500 miliardi l'anno a dir molto) per raggiungere integralmente entro l'anno convenuto, il 2015, tutti gli otto Scopi del Millennio indicati dall'Onu per tutti i paesi interessati.

- Da parte sua la somma totale delle cancellazioni di attivi dal bilancio delle banche americane ed europee corrisponde, da sola, a 37 anni di aiuto allo sviluppo dei paesi poveri, stando ai capitali erogati dai paesi Ocse nel 2008.

- I trilioni di dollari di cui al primo punto sarebbero piu' volte sufficienti al fine di assicurare ai cittadini americani un servizio sanitario universale di livello assimilabile ai migliori modelli europei; i quali sono, per l'Organizzazione Mondiale della Sanita', il francese e l'italiano. A confronto di quanto spendono gli americani per la salute, il costo rispetto al Pil sarebbe piu' basso della meta', cioe' il 7-8 per cento in luogo di oltre il 15. E' vero che 32 milioni di cittadini Usa godranno finalmente di una assistenza sanitaria privata grazie alla riforma del 2010 voluta dal presidente Obama, ma altri 15 milioni ne resteranno ancora privi, e in ogni caso la riforma rimane assai costosa se paragonata agli standard europei. Nella somma indicata si potrebbero far rientrare anche i capitali necessari per consentire ai futuri pensionati italiani, francesi, tedeschi, britannici ecc., ai quali si rimprovera di continuo che le pensioni pubbliche costano troppo per il bilancio dello stato - in genere manipolando o mal interpretando le cifre dei bilanci del sistema previdenziale - di godere nel prossimo futuro di pensioni pari almeno all'80 per cento dell'ultima retribuzione, in luogo del 40-50 per cento verso i quali sono sicuramente avviati, grazie alle riforme attuate dagli anni '90 in poi.

- Con 15 trilioni di dollari si potrebbero finanziare per 60 anni le spese per la ricerca sul cancro e l'Aids effettuate annualmente dagli Stati Uniti (pari a 250 miliardi), oppure moltiplicarle per quattro per quindici anni.

- Con un 150esimo della medesima somma (100 miliardi) si potrebbero vaccinare per 10 anni consecutivi tutti i bambini sotto i 5 anni dei 117 paesi piu' poveri del mondo.

- Dopo aver fatto fronte alla maggior parte degli impieghi sin qui prospettati, della somma impegnata per salvare le istituzioni finanziarie Usa e Ue avanzerebbero ancora svariati trilioni con i quali si potrebbero costruire migliaia di scuole, di universita', di ospedali, di convogli per il trasporto pubblico comunale e regionale, di milioni di edifici antisismici, di sistemi per ridurre il rischio idrogeologico di centinaia di migliaia di chilometri quadrati di territorio europeo. Si potrebbe altresi' ripulire l'Oceano Pacifico dai milioni di chilometri quadrati di plastica che lo soffocano, e magari avviare progetti a lungo termine per sfruttare la maggior risorsa di energia che abbiamo a disposizione - il risparmio energetico globale.

Chiunque puo' immaginarsi altri scopi cui si potevano destinare piu' utilmente i trilioni impegnati dai governi per salvare la finanza globale da se stessa. Per memoria: da ottobre 2008 a ottobre 2010 i soli stati Ue hanno impegnato a tal fine 4,6 trilioni di euro. Dinanzi a siffatti vincoli di spesa, accollati da istituzioni private ai bilanci pubblici, bisognerebbe almeno che i governi smettessero di ripetere con gravita', via via che emergono i costi globali della crisi, che questa richiede inevitabilmente che siano ridotti i salari, allungati gli orari, tagliate le pensioni, ridotte le prestazioni sanitarie, ridotte le ore e gli anni dell'istruzione pubblica, privatizzati i servizi pubblici, e simili. Non foss'altro perche' cio' equivale a dire che coloro i quali stanno gia' pagando la crisi, devono accettare senza discutere di pagarla una seconda volta.

(parte prima - segue)

 

4. APPELLI. PER SOSTENERE IL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Sostenere economicamente la segreteria nazionale del Movimento Nonviolento e' un buon modo per aiutare la nonviolenza in Italia.

Per informazioni e contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org

 

5. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Letture

- Stephane Hessel, Impegnatevi! Conversazioni con Gilles Vanderpooten, Salani, Milano 2011, pp. 112, euro 6,50.

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Riedizioni

- Lucia Aquino (a cura di), Leonardo, Skira-Rcs, Milano 2003, 2011, pp. 176, euro 6,90 (in supplemento al "Corriere della sera).

- Salvatore Veca, La bellezza e gli oppressi. Dieci lezioni sull'idea di giustizia, Feltrinelli, Milano 2002, 2010 (edizione ampliata), pp. 206, euro 8.

 

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

7. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 563 del 22 maggio 2011

 

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it, sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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