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La domenica della nonviolenza. 248



 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100

Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 248 del 22 maggio 2011

 

In questo numero:

1. "Associazione italiana medici per l'ambiente": Ridurre subito e razionalizzare il trasporto aereo per le gravi conseguenze su ambiente e salute

2. Martha Nussbaum: Educazione e democrazia

3. Lea Melandri: Chi ha paura della cultura femminista?

4. Michela Marzano: Hannah Arendt e la banalita' del male

5. Maria Grazia Campari: Regole democratiche sulle rappresentanze sindacali. E se ci autorappresentassimo?

 

1. INCONTRI. "ASSOCIAZIONE ITALIANA MEDICI PER L'AMBIENTE": RIDURRE SUBITO E RAZIONALIZZARE IL TRASPORTO AEREO PER LE GRAVI CONSEGUENZE SU AMBIENTE E SALUTE

[Dall'Associazione italiana medici per l'ambiente (per contatti: tel. 3383810091, e-mail: isde.viterbo at gmail.com) riceviamo e diffondiamo.

Antonella Litta svolge l'attivita' di medico di medicina generale a Nepi. E' specialista in Reumatologia ed ha condotto una intensa attivita' di ricerca scientifica presso l'Universita' di Roma "la Sapienza" e contribuito alla realizzazione di uno tra i primi e piu' importanti studi scientifici italiani sull'interazione tra campi elettromagnetici e sistemi viventi, pubblicato sulla prestigiosa rivista "Clinical and Esperimental Rheumatology", n. 11, pp. 41-47, 1993. E' referente locale dell'Associazione italiana medici per l'ambiente (International Society of Doctors for the Environment - Italia) e per questa associazione e' responsabile e coordinatrice nazionale del gruppo di studio su "Trasporto aereo come fattore d'inquinamento ambientale e danno alla salute". E' referente per l'Ordine dei medici di Viterbo per l'iniziativa congiunta Fnomceo-Isde "Tutela del diritto individuale e collettivo alla salute e ad un ambiente salubre". Gia' responsabile dell'associazione Aires-onlus (Associazione internazionale ricerca e salute) e' stata organizzatrice di numerosi convegni medico-scientifici. Presta attivita' di medico volontario nei paesi africani. E' stata consigliera comunale. E' partecipe e sostenitrice di programmi di solidarieta' locali ed internazionali. Presidente del Comitato "Nepi per la pace", e' impegnata in progetti di educazione alla pace, alla legalita', alla nonviolenza e al rispetto dell'ambiente. E' la portavoce del Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti. Come rappresentante dell'Associazione italiana medici per l'ambiente (Isde-Italia) ha promosso una rilevante iniziativa per il risanamento delle acque del lago di Vico e in difesa della salute della popolazione dei comuni circumlacuali. E' oggi in Italia figura di riferimento nella denuncia della presenza dell'arsenico nelle acque destinate a consumo umano, e nella proposta di iniziative specifiche e adeguate da parte delle istituzioni per la dearsenificazione delle acque e la difesa della salute della popolazione]

 

Sabato 21 maggio a Maccarese, presso la cooperativa "Sant'Antonio", nell'ambito del convegno "Un'altra idea di aeroporto", si e' tenuta una tavola rotonda sul tema: "Ambiente, territorio e salute".

La dottoressa Antonella Litta, dell'Associazione italiana medici per l'ambiente - Isde (International Society of Doctors for the Environment - Italia), ha illustrato i gravi danni ambientali e sanitari derivanti dal trasporto aereo con particolare riferimento alla situazione dell'aeroporto di Ciampino.

La dottoressa Litta nel corso del suo intervento ha ribadito inoltre la necessita' di ridurre subito e razionalizzare il trasporto aereo evitando cosi' l'ampliamento dell'aeroporto di Fiumicino e la costruzione di nuovi aeroporti sia nel Lazio che in Italia.

 

2. RIFLESSIONE. MARTHA NUSSBAUM: EDUCAZIONE E DEMOCRAZIA

[Dal quotidiano "La Repubblica" del 15 aprile 2011 col titolo "Il fascino di vedere il mondo con gli occhi degli altri" e il sommario "La mancanza di una coscienza critica danneggia anche l'attività economica"

 

Martha C. Nussbaum e' una delle piu' influenti pensatrici contemporanee, insegna diritto ed etica all'Universita' di Chicago. Fra le opere di Martha Nussbaum: (con Gian Enrico Rusconi, Maurizio Viroli), Piccole patrie grande mondo, Donzelli, Roma 1995; La fragilita' del bene. Fortuna ed etica nella tragedia e nella filosofia greca, Il Mulino, Bologna 1996, 2011; Il giudizio del poeta. Immaginazione letteraria e civile, Feltrinelli, Milano 1996; Terapia del desiderio. Teoria e pratica nell'etica ellenistica, Vita e Pensiero, Milano 1998; Coltivare l'umanita'. I classici, il multiculturalismo, l'educazione contemporanea, Carocci, Roma 1999; Diventare persone. Donne e universalita' dei diritti, Il Mulino, Bologna 2001; Giustizia sociale e dignita' umana. Da individui a persone, Il Mulino, Bologna 2002; Capacita' personale e democrazia sociale, Diabasis, 2003; L'intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna 2004; Nascondere l'umanita'. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci, Roma 2005; Le nuove frontiere della giustizia. Disabilita', nazionalita', appartenenza di specie, Roma 2007; Giustizia e aiuto materiale, Il Mulino, Bologna 2008; Lo scontro dentro le civilta', Il Mulino, Bologna 2009; Liberta' di coscienza e religione, Il Mulino, Bologna 2009; Non per profitto, Il Mulino, Bologna 2011. Un'ampia bibliografia delle opere di Martha Nussbaum, aggiornata fino al 2000, compilata da Eddie Yeghiayan, e' disponibile alla pagina web: http://sun3.lib.uci.edu/eyeghiay/nussbaum.html]

 

Dove va oggi l'istruzione? Non si tratta di una domanda da poco. Una democrazia si regge o cade grazie al suo popolo e al suo atteggiamento mentale e l'istruzione e' cio' che crea quell'atteggiamento mentale. Malgrado cio', assistiamo a cambiamenti radicali nella pedagogia e nei programmi scolastici, sia nelle scuole che nelle universita', cambiamenti sui quali non si e' riflettuto a sufficienza.

La maggior parte dei Paesi moderni, ansiosi di crescere economicamente, hanno cominciato a pensare all'istruzione in termini grettamente strumentali, come ad una serie di utili competenze capaci di produrre un vantaggio a breve termine per l'industria. Cio' che nel fermento competitivo e' stato perso di vista e' il futuro dell'autogoverno democratico.

Come Socrate sapeva molti secoli fa, la democrazia e' "un cavallo nobile ma indolente". Per tenerla sveglia occorre un pensiero vigile. Cio' significa che i cittadini devono coltivare la capacita' per la quale Socrate diede la vita: quella di criticare la tradizione e l'autorita', di continuare ad analizzare se stessi e gli altri, di non accettare discorsi o proposte senza averli sottoposti al vaglio del proprio ragionamento.

Oggi la ricerca psicologica conferma la diagnosi di Socrate: la gente ha la preoccupante tendenza a sottomettersi all'autorita' e alle pressioni sociali. La democrazia non puo' sopravvivere se non poniamo un limite a questi pericolosi atteggiamenti, coltivando l'attitudine a pensare in modo curioso e critico. Fin dal tempo in cui Socrate esortava gli ateniesi a non "vivere una vita senza indagine", sono soprattutto gli studi umanistici, e in particolare la filosofia, a permettere di coltivare tali capacita'.

Coltivare l'argomentazione di Socrate favorisce inoltre un sano rapporto tra i cittadini nel momento in cui essi discutono di importanti questioni all'ordine del giorno. I mezzi di comunicazione moderni amano le frasi lapidarie e la sostituzione di un'autentica discussione con l'invettiva. Cio' crea una cultura politica degradata.

In un corso di filosofia, invece, gli studenti imparano a sviscerare l'argomentazione dell'avversario e a chiedere quali sono gli assunti sui quali essa si basa. Nel fare cio', spesso gli studenti scoprono che le due parti, in realta', hanno molto in comune e sorge in loro la curiosita' di vedere in cosa realmente essi divergono, anziche' considerare la discussione politica semplicemente un mezzo per segnare punti a favore della propria squadra e di umiliare l'avversario. La filosofia contribuisce cosi' a creare uno spazio realmente deliberativo e questo e' cio' di cui abbiamo bisogno, se vogliamo risolvere gli enormi problemi che affliggono tutte le democrazie moderne.

Ai cittadini occorre anche la conoscenza della storia, i fondamentali delle principali religioni e del modo in cui funziona l'economia globale. Ancora una volta, gli studi umanistici sono essenziali a questo sforzo di comprensione globale: lo studio della storia del mondo e delle principali religioni, lo studio comparato della cultura e la comprensione di almeno una lingua straniera, sono tutti elementi essenziali nel favorire una sana discussione circa i pressanti problemi del mondo. Inoltre, questo insegnamento storico deve includere un elemento socratico: gli studenti devono imparare a valutare l'evidenza, a pensare da soli sui diversi modi in cui essa puo' essere collocata e messa in atto nella realta' attuale. Percio', per realizzare un'idea soddisfacente di cittadinanza globale, abbiamo bisogno anche della filosofia. Infine, i cittadini devono essere in grado di immaginare come appare il mondo agli occhi di coloro che si trovano in una situazione diversa dalla loro. Gli elettori che prendono in esame una proposta che interessa gruppi diversi (razziali, religiosi, ecc.) all'interno della loro societa', devono essere in grado di immaginare le conseguenze che tali proposte hanno sulla vita delle persone reali e cio' richiede un'immaginazione coltivata. In che modo si coltiva l'immaginazione? Tutti noi veniamo al mondo muniti di una rudimentale capacita' di positional thinking, di pensare dal punto di vista degli altri, ma tale capacita', solitamente, opera in un ambito limitato, nella sfera familiare, e richiede un ampliamento e un perfezionamento intenzionali. Questo significa che abbiamo bisogno della letteratura e dell'arte, attraverso le quali raffiniamo quello che il grande romanziere afroamericano Ralph Ellison definiva il nostro "occhio interiore", imparare a vedere coloro che sono diversi da noi non soltanto come un minaccioso "altro" ma come esseri umani totalmente eguali, con aspirazioni e obiettivi propri.

Ciononostante, in tutto il mondo, gli studi umanistici, l'arte e persino la storia vengono eliminati per lasciare spazio a competenze che producono profitti, che mirano a vantaggi a breve termine. Quando cio' avviene, le stesse attivita' economiche ne risentono, perche' una sana cultura economica ha bisogno di creativita' e di pensiero critico, come autorevoli economisti hanno sottolineato. Di recente, la Cina e Singapore, Paesi che certamente non hanno a cuore lo stato di salute della democrazia, vedendone l'importanza ai fini dell'innovazione e della creazione di un ambiente di lavoro non corrotto, hanno attuato vaste riforme dell'istruzione, tali da conferire maggiore centralita' agli studi umanistici e all'arte, sia nei programmi scolastici che in quelli universitari. Dunque, nel lungo termine, la contrazione dell'istruzione in realta' nuoce al benessere economico.

Anche laddove cio' non accade, gli studi umanistici e l'arte sono essenziali per il genere di governo democratico che le nazioni hanno scelto e per il tipo di societa' che esse desiderano essere. Dobbiamo opporci con forza ai tagli agli studi umanistici, sia nell'istruzione scolastica che in quella superiore, affermando con fermezza che tali discipline apportano elementi senza i quali le democrazie moderne, come quella ateniese prima di Socrate, sarebbero ancora una volta dominate da una mentalita' gregaria e dalla deferenza verso i capi carismatici. Questo sarebbe uno scenario terribile per il nostro futuro.

 

3. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: CHI HA PAURA DELLA CULTURA FEMMINISTA?

[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano (www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo originariamente pubblicato nel quotidiano "Gli altri" del 13 maggio 2011.

Lea Melandri, nata nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista, redattrice della rivista "L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della rivista "Lapis", e' impegnata nel movimento femminista e nella riflessione teorica delle donne. Tra le opere di Lea Melandri segnaliamo particolarmente L'infamia originaria, L'erba voglio, Milano 1977, Manifestolibri, Roma 1997; Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988, Bollati Boringhieri, Torino 2002; Lo strabismo della memoria, La Tartaruga, Milano 1991; La mappa del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996; Una visceralita' indicibile, Franco Angeli, Milano 2000; Le passioni del corpo, Bollati Boringhieri, Torino 2001; Amore e violenza, Bollati Boringhieri, Torino 2011. Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda: "Lea Melandri ha insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene corsi presso l'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di Milano, di cui e' stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E' stata redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L'erba voglio (1971-1978), di cui ha curato l'antologia: L'erba voglio. Il desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al movimento delle donne negli anni '70 e di questa ricerca sulla problematica dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni: L'infamia originaria, edizioni L'erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997); Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991; La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996; Una visceralita' indicibile. La pratica dell'inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000; Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati Boringhieri 2001. Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: 'Ragazza In', 'Noi donne', 'Extra Manifesto', 'L'Unita''. Collaboratrice della rivista 'Carnet' e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la rivista 'Lapis. Percorsi della riflessione femminile', di cui ha curato, insieme ad altre, l'antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista, Manifestolibri 1998. Nel sito dell'Universita' delle donne scrive per le rubriche 'Pensiamoci' e 'Femminismi'"]

 

In un articolo comparso il 20 aprile 2011 sul blog 27esimaora del corriere.it, dal titolo "Se non ora quando? (Ma il movimento e' vivo o morto?)", Luisa Pronzato scriveva: "Grande movimento di pensiero e discussione avevano, in quei giorni, riaperto l'attenzione sia sulle idee sia sulle questioni concrete: identita' femminile e maschile, tempo di vita, disoccupazione, carriere. Dopo la manifestazione e la mobilitazione che ha innescato, sara' impossibile rimettere sotto silenzio la questione uomo-donna".

A distanza di alcuni mesi dal 13 febbraio, dobbiamo purtroppo smentire una speranza che ogni volta si rinnova: che in questo paese qualcosa possa cambiare.

Se una ripresa di indignazione e di parola pubblica c'e' stata, non e' dai giornali e dalla televisione che ne abbiamo notizia ma dall'intensificarsi degli incontri, dall'aumento sorprendente delle candidature femminili nelle elezioni amministrative, dalle assemblee che si stanno tenendo in quasi tutte le citta', dal moltiplicarsi dei messaggi e contatti via internet. Nel momento in cui scompaiono dalle piazze, e' come se le donne tornassero ad occupare il posto che e' stato assegnato loro per destino "naturale": fuori dalla polis, dai commerci sociali, culturali, politici, o presenti solo quando il privato degli uomini che la abitano da protagonisti fuoriesce inaspettatamente dal recinto domestico. Perche', mi chiedeva giorni fa Rossana Rossanda in uno dei suoi rari ritorni in Italia, le donne oggi presenti in gran numero nella vita pubblica non riescono a cambiarla, perche' il femminismo non e' riuscito a generalizzare la sua cultura? E' la stessa domanda che ci fece alla fine degli anni '70 e che torna ancora oggi di sconfortante attualita'.

Sono tentata di elencare, come faccio ormai da tempo, le difficolta' e gli ostacoli, esterni ed interni, che ha incontrato il movimento delle donne:  la resistenza degli uomini ad abbandonare poteri e ruoli che considerano "connaturati" al loro sesso, e a cui fa da copertura piu' o meno consapevole la "neutralita'"; l'intuizione, sia pure oscura e tenuta timorosamente a bada dalla sinistra, che mettere a tema la questione uomo-donna, come ricordava Pietro Ingrao gia' trent'anni fa, "comporta affrontare punti di fondo dell'origine della societa' in generale, investire caratteri e dimensioni dello sviluppo, occupazione, qualita' e organizzazione del lavoro, fino allo stesso senso del lavoro; incidere sulle forme di riproduzione della societa', sul modo di concepire la sessualita', i rapporti di coppia, forme e natura dell'assistenza" (Rossana Rossanda, Le altre, Feltrinelli 1989).

E' questa "rivoluzione" dell'ordine esistente - e quindi non solo la lotta contro governi conservatori, politici corrotti e antidemocratici - che spaventa? Sono le angosce profonde, le insicurezze insopportabili di chi vede comparire nell'autonomia di pensiero delle donne lo spettro di una rimossa inermita' e dipendenza infantile dal corpo che l'ha generato? Qualunque siano le ragioni e le forme che ha preso nel tempo la misoginia maschile, diffusa a destra come a sinistra, tra politici e intellettuali, capitalisti e lavoratori, nativi e migranti, l'interrogativo che piu' inquieta resta quello che riguarda le donne stesse, la loro rabbiosa acquiescenza, l'adattamento a ruoli tradizionali di ancelle o cortigiane, il profluvio di discorsi lamentosi sui famigliari da accudire, sulle carriere interrotte, sui meriti calpestati, sul doppio e triplo fardello di chi si trova oggi a far da ponte tra privato e pubblico. Se la bonta' come virtu' ha perso smalto, non si puo' dire lo stesso per l'imperativo che vuole le donne "brave e belle". Non e' forse questa l'immagine femminile che ci viene offerta indistintamente dagli schermi televisivi e dalla scena politica? Se non sono corpi-sfondo-cornice,  esposti come specchi per le allodole anche in trasmissioni di carattere culturale, sono le diligenti segretarie che filtrano le mail e a cui il conduttore rivolge di tanto in tanto paterni sguardi, chiamandole confidenzialmente per nome. Oppure sono loro stesse conduttrici, preferibilmente di bella presenza, preparate, impeccabili, attente e pazienti nell'ascolto come nella mediazione, in quell'arena di oratori scalmanati che sono ormai i dibattiti televisivi.

Certo, non mancano eccezioni: a Rainews 24, alla 7, c'e' una buona alternanza di giornalisti e giornaliste; ci sono donne che hanno assunto ruoli di vertice in settori importanti dell'economia, del sindacato, della comunicazione. Non sono conquiste da sottovalutare, ma rientrano nell'ordine della tradizionale "questione femminile": le donne viste come una "minoranza" che si batte per diritti di parita' o riconoscimento di una "differenza" da tutelare o valorizzare; la loro condizione letta in chiave di ritardo o svantaggio da colmare. Il traguardo raggiunto o da raggiungere resta "neutro", l'unita' di misura a cui adeguarsi e' quella dettata dal dominio secolare maschile e mai riconosciuta come tale. Nella lettera al candidato sindaco, pubblicata prima che si tenessero le primarie a Milano, abbiamo scritto: "Il problema di questo paese non sono le donne, ma gli uomini e l'organizzazione culturale, politica, sociale ed economica che hanno messo in piedi". Con un'immagine un po' rozza, di tipo idraulico, aggiungevamo: se in casa c'e' una forte perdita d'acqua, non serve "tamponare le falle" ma "cambiare le tubature". In altre parole, non si tratta di "dedicarsi alle donne", ma "scardinare sistemi obsoleti, riscrivere lo statuto di donne e uomini nella relazione tra loro". Cio' significa che, se e' importante una presenza delle donne nei luoghi decisionali della sfera pubblica che renda giustizia del fatto che sono la meta' del genere umano, affinche' cadano la falsa neutralita' dell'organizzazione maschile del mondo e l'altrettanto falsa naturalita' dei ruoli femminili di madre e seduttrice, e' necessario che ci siano donne consapevoli di essere tali, portatrici di un punto di vista che assuma la questione uomo-donna per il peso che ha avuto e ha tutt'ora nella storia delle civilta'.

A quarant'anni dalla nascita del neofemminismo, che ha messo in discussione in modo radicale il modello maschile di societa' - a partire dalla divisione tra privato e pubblico, identificata col diverso destino di un sesso e dell'altro -, non si puo' dire che manchino una cultura e pratiche politiche portatrici di questa consapevolezza e responsabilita' nuove. Quelle che Silvia Ballestra ha chiamato sprezzantemente "piccoli cenacoli autoreferenziali", residui di una "vecchia guardia" femminista preoccupata di mantenere la propria "egemonia" ("Lo straniero", aprile 2011), sono le centinaia di associazioni, gruppi, centri di documentazioni, biblioteche, librerie, case editrici, collettivi, case delle donne, centri antiviolenza, riviste, ecc., che hanno resistito finora all'arrogante messa sotto silenzio e marginalizzazione da parte della cultura dominante, custodi di un patrimonio di sapere che potrebbe dare  risposte adeguate agli interrogativi del presente: personalizzazione della politica, populismo, razzismo, omofobia, trionfo della merce, esaurimento delle risorse naturali, crisi di un modello di sviluppo. L'indignazione per le donne-oggetto, per lo scambio sesso-carriere, per la prostituzione trattata come opportunita' di emancipazione femminile, ha portato un milione di donne e uomini nelle piazze. Come mai allora tanto silenzio sulla cancellazione dell'intelligenza che ha saputo negli anni costruire un'immagine del maschile e del femminile fuori dagli stereotipi di genere, un'idea di individuo "intero", ne' solo corpo ne' solo mente, la prospettiva di una collettivita' responsabile della conservazione della vita, di quello che e' rimasto finora destino di un sesso solo?

Non c'e' bisogno di richiamare l'attenzione, come abbiamo fatto tante volte, sui grandi eventi culturali - la Fiera del libro di Torino, il convegno annuale dei filosofi di Modena, ecc. - dove i libri e le riviste del femminismo sono pressoche' assenti. Basta sfogliare in un  giorno qualsiasi uno dei nostri maggiori quotidiani. Giovedi' 5 maggio, le pagine culturali di "Repubblica" affrontavano due temi di grande interesse: "Nemico. Quando l'altro e' simbolo del male", "La felicita' e' democrazia".

A parte gli autori degli articoli, tutti rigorosamente uomini, anche nella bibliografia annessa - una quarantina di titoli - nessun nome di donna. Nel suo delirante ma lucidissimo sessismo, Otto Weininger ebbe almeno il coraggio di scrivere che "si puo' ben pretendere l'equiparazione giuridica dell'uomo e della donna senza percio' credere nella loro eguaglianza morale e intellettuale".

 

4. RIFLESSIONE. MICHELA MARZANO: HANNAH ARENDT E LA BANALITA' DEL MALE

[Dal quotidiano "La Repubblica" dell'11 aprile 2011 col titolo "Le polemiche sulla Arendt a 50 anni dal caso Eichmann" e il sommario "Anche se la barriera fra bene e male esiste sempre, superarla è molto più facile di quanto non si possa immaginare".

Su Michela Marzano dalla Wikipedia estraiamo la seguente scheda: "Maria Michela Marzano (Roma, 20 agosto 1970) e' una filosofa e docente italiana, residente in Francia. Nata nel 1970 a Roma, ha studiato all'universita' di Pisa e alla Scuola Normale Superiore. Dopo aver conseguito un dottorato di ricerca in filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è diventata docente all'Università di Parigi V (René Descartes), dove è attualmente professore ordinario. Autrice di numerosi saggi e articoli di filosofia morale e politica, ha curato il "Dictionnaire du corps" (PUF, 2007). Si occupa di filosofia morale e politica e in particolar modo del posto che occupa al giorno d'oggi l'essere umano, in quanto essere carnale. L'analisi della fragilità della condizione umana rappresenta il punto di partenza delle sue ricerche e delle sue riflessioni filosofiche. Ambiti di ricerca: il corpo umano e il suo statuto etico; etica sessuale; etica medica; aspetti teorici del ragionamento morale e delle norme e dei valori che possono giustificare una condotta. Bibliografia: a) in francese: Penser le corps, Presses universitaires de France 2002; La fidelite' ou l'amour a' vif, Hachette 2005; Alice au pays du porno (con Claude Rozier), Ramsay 2005; Le Corps: Films X : Y jouer ou y etre, entretien avec Ovidie, Autrement 2005; Je consens, donc je suis... Ethique de l'autonomie, Puf 2006; Malaise dans la sexualite', J.C. Lattes 2006; La philosophie du corps, Puf 2007; Dictionnaire du corps, Puf 2007; La mort spectacle, Gallimard 2007; La pornographie ou l'epuisement du desir, Buchet-Chastel, 2003, Hachette 2003, 2007; L'ethique appliquee, Puf 2008; Extension du domaine de la manipulation, de l'entreprise a' la vie privee, Grasset et Fasquelle 2008; Visage de la peur, Puf 2009; Le Fascisme. Un encombrant retour?, Larousse 2009). b) in italiano: Straniero nel corpo. La passione e gli intrighi della ragione. Milano, Giuffre' Editore, 2004; Estensione del dominio della manipolazione. Dalla azienda alla vita privata. Milano, Mondadori, 2009; Critica delle nuove schiavitu'. Lecce, Pensa MultiMedia, 2009 (con Yves Charles Zarka e Christian Delacampagne); Sii bella e stai zitta. Perche' l'Italia di oggi offende le donne, Milano Mondadori, 2010; La filosofia del corpo, Il Melangolo, 2010; Etica oggi. Fecondazione eterologa, "guerra giusta", nuova morale sessuale e altre questioni contemporanee, Edizioni Erickson, 2011".

Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel 1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951), Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen (1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti, Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli, Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e' apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano, 1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969. Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975, Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio Arendt 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004; la recente Antologia, Feltrinelli, Milano 2006; i recentemente pubblicati Quaderni e diari, Neri Pozza, 2007. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 2005; Alois Prinz, Io, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1999, 2009. Per chi legge il tedesco due piacevoli monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono: Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999; Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

 

A cinquant'anni di distanza dal processo di Adolf Eichmann, la nozione di "banalita' del male" teorizzata da Hannah Arendt ha ancora un senso? L'11 aprile 1961 comincia a Gerusalemme uno dei processi piu' spettacolari del XX secolo, quello dell'uomo che, durante il regime nazista, aveva coordinato l'organizzazione dei trasferimenti degli ebrei verso i campi di concentramento e di sterminio. L'annuncio della cattura e del processo di uno dei principali attori della "soluzione finale" riapre un capitolo rimasto ancora in sospeso dopo Norimberga e attira l'attenzione e la curiosita' di tutti coloro che, piu' o meno deliberatamente, cercano di dimenticare gli orrori della seconda guerra mondiale. Che cosa aveva potuto spingere un funzionario a mettersi al servizio di un progetto folle e scellerato? Si trattava di un "mostro" o di un "uomo qualunque"? Due anni dopo Hannah Arendt pubblica il proprio resoconto del processo e formula, per la prima volta, un'ipotesi scabrosa: Eichmann non e' un "mostro"; chiunque di noi, in determinate condizioni, puo' commettere atti mostruosi. Ma si puo' osare parlare della Shoah evocando, anche solo come ipotesi teorica, l'idea che il male possa essere banale?

A Parigi, la Fondation pour la Memoire de la Shoah celebra in questi giorni il cinquantesimo anniversario del processo e organizza una serie di dibattiti e una mostra imponente: dall'8 aprile al 28 settembre il pubblico puo' avere accesso a molti documenti inediti, estratti di film, registrazioni e fotografie del processo. A Washington, il Center for Advanced Holocaust Studies ospitera' a maggio un convegno internazionale con la partecipazione della storica Deborah Lipstadt che critica aspramente, nel suo recentissimo The Eichman Trial, la posizione della Arendt. Dopo David Cesarani e Saul Friedlaender, che contestano l'idea che la sola "macchina burocratica" abbia potuto portare avanti lo sterminio, la Lipstadt mette in discussione il concetto di "banalita' del male". Banalizzare il male contribuirebbe solo ad "assolvere" la cultura europea dalla colpa di antisemitismo. Ma di quale banalita' stiamo parlando? Hannah Arendt non voleva assolvere nessuno. Non intendeva fornire alcuna spiegazione storica della catastrofe nazista. Cercava una chiave di lettura antropologica e filosofica dell'azione umana. Della cattiveria. Dell'incapacita' di rendersi conto del male compiuto...

Durante il processo, Eichmann non smise mai di proclamare la propria innocenza, spiegando come nella sua vita non avesse fatto altro che ubbidire agli ordini, rispettato le leggi e fatto il proprio dovere. "Le sue azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoche' normale, ne' demoniaco, ne' mostruoso", scrisse allora Arendt per spiegare l´inspiegabile. Esiste una "banalita' del male" che non si puo' non prendere in considerazione se si vuole evitare di ricadere nella spirale infernale dei genocidi. Non certo perche' il male, in se', sia banale. Ne' perche' coloro che lo compiono possano essere ritenuti banali. Ma perche' tutti possiamo fare il male, talvolta senza rendercene conto, anche se non siamo ne' sadici ne' mostruosi. Non si tratta di negare che la perversione esista e che alcune persone provino una jouissance particolare nel far soffrire gli altri. Si tratta piuttosto di spiegare che il bene e il male non sono separati da una barriera invalicabile. Anche se la barriera esiste sempre, superarla e' molto piu' facile di quanto non si possa immaginare.

Nessuno di noi e' al riparo dalla barbarie. Nessuno puo' sapere come si sarebbe comportato o come si comporterebbe in circostanze particolari. Anzi, tutti possiamo "banalmente" fare il male, perche' barbarie e civilta' convivono in ogni essere umano. La cieca obbedienza al dovere puo' indurre chiunque ad agire senza riflettere. E quando si smette di pensare, non si e' piu' capaci di distinguere tra cio' che e' giusto e cio' che e' sbagliato. Il concetto di banalita' del male non e' dunque ne' un semplice slogan, come commento' Gershom Scholem al momento dell'uscita del libro di Hannah Arendt, ne' un modo per minimizzare quello che la stessa filosofa tedesca considerava "la piu' grande tragedia del secolo".

Al contrario. E' forse l'unica possibilita' per spiegare la radicalita' del male umano: radicale proprio perche' banale; radicale perche' tutti possono farlo, talvolta banalmente, anche se alcune persone scelgono di non farlo. Non e' difficile capire perche' si faccia il male. La vera difficolta' e' altrove: come si fa a fare il bene, quando e' cosi' facile scivolare nella barbarie, quando basta lasciarsi andare al flusso delle pulsioni per dimenticare la nostra comune umanita'?

 

5. RIFLESSIONE. MARIA GRAZIA CAMPARI: REGOLE DEMOCRATICHE SULLE RAPPRESENTANZE SINDACALI. E SE CI AUTORAPPRESENTASSIMO?

[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano (www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente intervento, scritto come contributo al quarto numero dei "Quaderni Viola".

Maria Grazia Campari e' una prestigiosa giurista e intellettuale femminista, impegnata nei movimenti per la pace e i diritti; dal medesimo sito riprendiamo la seguente scheda: "Maria Grazia Campari, avvocata, appartiene all'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di Milano e all'Associazione Rosa Luxemburg di Firenze. Ha scritto per varie riviste (Democrazia e diritto, Quale giustizia, Il diritto delle donne, Reti, Alternative, Sottosopra, Il paese delle donne...) e collabora al sito sui temi del diritto sessuato, della violenza sessista, della rappresentanza politica e sociale, della cittadinanza femminile e delle problematiche di bioetica. Ha partecipato alla scrittura di alcune opere collettanee: Donne e diritto. Lessico politico delle donne; Percorsi del femminismo milanese a confronto; L'eredita' del femminismo per una lettura del presente; Ai confini dello stato sociale; Con Rosa Luxemburg - politica, cultura, impegno contro la guerra; Donne e uomini nella politica: rappresentanza, partecipazione, conflitti"]

 

L'attualita' politico-sindacale mostra aspetti angoscianti di vite sotto ricatto.

La magra partita dello scarso lavoro disponibile impegna i giocatori subalterni in referendum ricattatori imposti sotto minaccia di disoccupazione totale, induce alcune rappresentanze sindacali a sottoscrivere rinunce a diritti - un tempo definiti indisponibili - derivanti da leggi e contratti nazionali. Tutta la complessa materia della rappresentanza, dell'autorappresentazione dei soggetti, della partecipazione ai vari livelli decisionali e' all'ordine del giorno.

La problematica sembra ineludibile, inestricabilmente connessa ai casi Fiat e ai tanti altri meno mediaticamente visibili ma non meno dolorosi.

Si scontano decenni di sottovalutazione e d'inadempienze anche costituzionali (art. 49 Cost.).

Recentemente, pero', il sindacato dei lavoratori metalmeccanici aderente alla Cgil ha varato una proposta di legge d'iniziativa popolare: "Regole democratiche sulle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro, la rappresentativita' delle organizzazioni sindacali, il referendum e l'efficacia dei contratti collettivi di lavoro".

Le regole proposte sono evidentemente intese a fare ordine sulla materia, gia' regolata dall'accordo interconfederale sulle rappresentanze sindacali unitarie (Rsu), che in un periodo di evidente contrasto fra i sindacati confederali e' sottoposto a notevole stress, come le gia' menzionate vicende degli accordi Fiat dimostrano.

Fermo l'apprezzamento per lo spirito dell'iniziativa e scontata la sottoscrizione della proposta, non possono essere sottaciuti alcuni dubbi di merito.

Il primo articolo della legge prevede la possibilita' di presentare liste di candidati per le elezioni di rappresentanti aziendali in capo a sindacati rappresentativi e a "realta' associative". Quest'ultimo concetto presenta qualche ambiguita' perche' la definizione associativa ben potrebbe alludere alla necessita' di una qualche formalizzazione, mentre per una maggiore liberta' di partecipazione di lavoratrici e lavoratori alla rappresentanza autorganizzata sarebbe piu' opportuno fare riferimento a comitati, anche di scopo.

Nella legge, la questione relativa alla elezione dovrebbe essere immediatamente seguita da quella relativa alla possibilita' di coordinamento fra le rappresentanze, in caso di pluralita' di sedi aziendali. In tal modo si renderebbe inequivoco che tale facolta' di coordinamento spetta per legge a tutte le rappresentanze elette. La diversa collocazione sistematica della previsione sugli organismi di coordinamento, rende meno certa questa possibilita' per coloro che - eletti - non appartengano alle tradizionali associazioni sindacali.

Complessivamente, sembra che la formulazione del testo risenta dell'aria dei tempi, usi, cioe', la tecnica legislativa invalsa negli ultimi anni che consiste nell'inserire in unico articolo una pluralita' di previsioni, anche fra loro scarsamente coordinate. In questo caso, il primo articolo presenta ben dodici commi e ricomprende regole sostanziali e procedurali, mentre sarebbe opportuna una presentazione in articoli separati e omogenei per argomento, dotati di titolazione, tali da rendersi facilmente comprensibili.

Infatti, una buona prassi richiede che le previsioni di diritto sostanziale siano titolate e accompagnate da regole procedurali, separate e anch'esse chiaramente titolate.

La previsione sulla tutela giudiziaria (art. 1 comma 3) fornisce, a mio parere, una tutela insufficiente poiche' da' la possibilita' di ricorso al giudizio ordinario, preceduto, per di piu', da una fase arbitrale di durata indefinita, mentre sarebbe indispensabile, a fini di giustizia, il ricorso alla procedura d'urgenza, in particolare quella prevista dall'art. 28 dello Statuto dei Lavoratori.

Altro elemento poco apprezzabile del testo e' la previsione di Comitati paritetici deputati alla raccolta e alla comunicazione dei dati elettorali, costituiti presso le Direzioni Provinciali del Lavoro, presieduti dal Direttore e composti da appartenenti agli stessi sindacati che partecipano alla competizione elettorale (art. 1 comma 9) poiche' si tratta di organismi deputati a rendere giudizi che si presentano privi della necessaria terzieta' nella materia sottoposta.

Inoltre, la regola sulla rappresentativita' dei sindacati, come formulata, appare piuttosto restrittiva nei confronti delle formazioni non tradizionali perche' pone uno sbarramento nella percentuale del 5%, superiore a quella richiesta alle formazioni politiche per l'accesso alla Camera dei Deputati (che la legge elettorale del dicembre 2005 detta "porcellum" prevede al 4%). Sembra quindi piu' consona al libero gioco democratico e sufficiente a garantire rappresentativita' una previsione percentuale del 3%.

Il regolamento elettorale si trova collocato sia nell'art. 5 sia nei commi da 3 a 6 del precedente art. 1 della legge, mentre, per la chiarezza interpretativa, sarebbe stata opportuna l'adozione di articoli appositi. Al merito va detto anche che, contrariamente a quanto previsto, meglio sarebbe stato redigere un regolamento preciso e articolato senza delegarlo al Ministro del Lavoro, affidando cosi' al potere esecutivo il ruolo di legislatore.

Sulla materia della rappresentanza sindacale esistevano da anni varie proposte di legge.

Fra queste, quella formulata dall'associazione femminista Osservatorio sul Lavoro delle Donne nel 1998, allorche' era all'esame in Commissione della Camera dei Deputati un testo unificato sulla rappresentanza sindacale, integrativo delle previsioni contenute nello Statuto dei Lavoratori.

Rispetto alle altre, la proposta dell'Osservatorio, presenta, secondo me, il vantaggio di essere orientata dal punto di vista del doppio sguardo, di sesso e di classe.

La rappresentanza e la contrattualita' in capo ai soggetti reali in carne e ossa sono esplicitamente favorite attraverso due distinte ipotesi di liste elettorali per la rappresentanza sindacale aziendale.

Secondo la prima ipotesi, le lavoratrici possono scegliere di concorrere alle elezioni con una lista composta di sole donne, sottoscritta da presentatrici che costituiscano almeno il 3% delle addette all'unita' produttiva interessata. La previsione ha un valore simbolico e materiale perche' autorizza il confronto e l'elaborazione collettiva delle dirette interessate sulle caratteristiche del lavoro cui sono addette, sulle loro aspettative, sulla necessaria progettualita'. Questo e' un aspetto importante, come dimostra il recente caso della Fiat di Termoli, ove alcune donne si sono riunite in un Comitato per far valere rivendicazioni e proposte relative alla tipologia del loro lavoro alla catena di montaggio.

Le loro istanze hanno trovato accoglienza presso alcune rappresentanti della Fiom, ma non sfugge che il valore dell'esperienza sta nella presa di parola diretta di chi riesce a rendere parlanti e generalizzabili, per il lavoro di tutte/i, differenti condizioni esistenziali. Queste esistenze dovrebbero avere ogni piu' ampia possibilita' di autrorappresentarsi.

Ovviamente, la proposta di legge riconosce analoga possibilita' di lista autonoma anche a gruppi di lavoratori.

La seconda ipotesi di lista elettorale discende dall'applicazione dei principi di eguaglianza contenuti negli articoli 3 e 51 della nostra Costituzione e prevede la formazione di liste comuni di donne e uomini, inseriti in misura proporzionale alla loro presenza nella base elettorale, in ordine alfabetico alternato fra maschi e femmine.

Le liste non rispondenti ai criteri stabiliti possono essere annullate dal Giudice del Lavoro - a richiesta di chi ne abbia interesse giuridicamente rilevante - con decreto che conclude la speciale procedura urgente prevista dall'art. 28 dello Statuto dei Lavoratori.

Secondo me, la proposta dell'Osservatorio contiene anche una previsione piu' favorevole all'associazionismo di base poiche' colloca lo sbarramento al livello piu' modesto del 3% degli addetti e prevede esplicitamente l'estensione a elette/i di tutte le tutele previste dai titoli II e III dello Statuto dei Lavoratori.

Un contributo alla correttezza e alla trasparenza dei comportamenti deriva dalle regole analiticamente individuate per i casi in cui siano frapposti ostacoli all'esercizio delle attivita' elettorali, con il riconoscimento della possibilita' di agire nel procedimento d'urgenza avanti il Giudice del Lavoro ai presentatori di lista, oltre che ai sindacati.

Inoltre, l'articolato prevede il diritto a informazioni dettagliate sui progetti aziendali a breve e medio termine, in armonia con le direttive europee al riguardo.

Quanto alla contrattazione, esso prevede sia la consultazione della base per la formazione di piattaforme, sia la necessita' di sottoporre a referendum vincolante le ipotesi di accordo.

L'importanza di questa previsione risulta oggi evidente: la sottoscrizione di accordi ai vari livelli (aziendali, territoriali, nazionali) esce rafforzata dal dibattito e dalla esplicita dichiarazione di volonta' dei soggetti coinvolti, ponendo un punto fermo alla diatriba sulla maggiore o minore rappresentativita' dei vari attori sindacali. Serve a rafforzare l'autoresponsabilita' nelle scelte.

Da ultimo, la proposta di legge e' corredata da un regolamento che stabilisce analiticamente la procedura elettorale e i rimedi esperibili in caso d'infrazione.

Il testo proposto e' stato, a suo tempo, elaborato e ampiamente discusso da sindacaliste/i della Cgil di Milano, Brescia, Roma.

Ecco un caso in cui, secondo me, avere consapevolezza della propria storia avrebbe potuto fruttare qualche utile acquisizione.

 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Numero 248 del 22 maggio 2011

 

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