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Nonviolenza. Femminile plurale. 372



 

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 372 del 20 giugno 2011

 

In questo numero:

1. Il 23 giugno a Blera

2. Alcuni estratti da "Keith Haring: segno artistico, gesto esistenziale, impegno civile" di Giselle Dian (parte seconda)

 

1. INCONTRI. IL 23 GIUGNO A BLERA

[Dalle amiche e dagli amici della cooperativa "Il Vignale" di Blera (per contatti: tel. 3475988431 - 3478113696, e-mail: ilvignale at gmail.com) riceviamo e diffondiamo.

Giselle Dian, studiosa di fenomeni artistici e comunicazione multimediale, collaboratrice del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo, fa parte della redazione di "Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta"; nel 2010 ha realizzato un ampio studio su Keith Haring dal titolo "Keith Haring: segno artistico, gesto esistenziale, impegno civile", per il quale ha anche effettuato una serie di interviste a varie personalita' di vari campi del sapere (critici d'arte, filologi, filosofi, psicologi, sociologi, storici, operatori sociali, studiosi dei nuovi linguaggi artistici e dei media...). Ha pubblicato saggi, interviste e recensioni sul quotidiano telematico "La nonviolenza e' in cammino".

Keith Haring nasce il 4 maggio 1958 a Reading in Pennsylvania; primo ed unico maschio di quattro figli. Il padre e' il caporeparto di una societa' elettrica mentre la madre e' casalinga. In occasione della visita all'Hirshhorn Museum a Washington ammira le opere di Andy Warhol, che lasciano in lui una profonda traccia. Nel 1976 si iscrive all'Ivy School of Professional Art di Pittsburgh scegliendo l'indirizzo di grafica pubblicitaria, ma dopo i primi due semestri abbandona la scuola dedicandosi solo ed esclusivamente all'arte. Nel 1978 si trasferisce a New York, citta' che gli avrebbe offerto maggiori possibilita'. Qui si iscrive alla School of Visual Arts (Sva). Cerca il contatto con il pubblico esponendo i suoi disegni in locali pubblici e per le strade. Stringe rapporti di amicizia con artisti come Kenny Scharf e Jean-Michel Basquiat. Dal 1980 attira l'attenzione con i subway drawings, ovvero decorando gli spazi pubblicitari liberi all'interno della metropolitana di New York. Decide in seguito di lasciare la Sva e comincia ad organizzare diverse mostre collettive al Club 57 e al Mudd Club. Nel 1982 Tony Shafrazi diventa il gallerista di Haring. Per la sua prima personale l'artista fa uso per la prima volta di quadri di grande formato. I contatti con il panorama della pittura murale lo avvicinano a LA II, un giovane graffitista con il quale collabora. In poco tempo la sua fama cresce e viene conosciuto nei Paesi Bassi, in Belgio, in Giappone. In Italia espone alla galleria Lucio Amelio di Napoli. L'artista tiene lezioni di disegno presso le scuole di New York, Amsterdam, Londra, Tokyo e Bordeaux. Nel 1985 espone per la prima volta le proprie sculture in acciaio e alluminio alla Galleria di Leo Castelli di New York. In questo periodo cresce il suo impegno politico e si schiera contro l'apartheid. Nel  1986 apre il primo Pop Shop a Soho con l'obiettivo del contatto con il pubblico. Dopo aver contratto l'infezione da Hiv realizza dipinti sempre piu' duri e taglienti affiancati da un impegno legato alla ricerca contro l'Aids. Durante gli ultimi anni di vita esegue pitture murali a Barcellona, Chicago e Pisa, dove dipinge una facciata della Chiesa di Sant'Antonio con il murale intitolato "Tuttomondo". In questi anni crea una fondazione che ha il compito di promuovere progetti per l'infanzia e sostenere le organizzazioni impegnate nella lotta contro l'Aids. Haring muore di Aids il 16 febbraio 1990. Tra gli scritti e le interviste di Keith Haring: Diari, Mondadori, Milano 2001, 2007; L'ultima intervista, Abscondita, Milano 2010; tra le opere su Keith Haring: Renato Barilli, Haring, "Art dossier" Giunti, Firenze 2000; Alexandra Kolossa, Keith Haring, Taschen, Koln 2005; Christina Clausen, The universe of Keith Haring, Feltrinelli, Milano 2010 (libro + dvd); un sito di riferimento: Keith Haring Foundation, www.haring.com]

 

Giovedi' 23 giugno 2011, alle ore 17,30, presso la biblioteca comunale di Blera (Vt), in via Roma n. 61, la Cooperativa agricola "Il Vignale" organizza una conferenza pubblica su "Keith Haring, segno artistico e impegno civile".

Relatrice la critica d'arte Giselle Dian.

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Cooperativa agricola "Il Vignale"

Per informazioni: tel. 3475988431 - 3478113696; e-mail: ilvignale at gmail.com

 

2. MATERIALI. ALCUNI ESTRATTI DA "KEITH HARING: SEGNO ARTISTICO, GESTO ESISTENZIALE, IMPEGNO CIVILE" DI GISELLE DIAN (PARTE SECONDA)

 

4. Per una contestualizzazione ed interpretazione estetica dell'opera di Keith Haring

4.1. Un'analisi di Renato Barilli

Renato Barilli in una sua monografia su Haring (Renato Barilli, Haring, "Art dossier" Giunti, Firenze 2000) fornisce una utile analisi della figura e dell'opera dell'artista statunitense, inquadrandole adeguatamente sia nel contesto immediato del graffitismo e della cultura urbana di cui e' rilevante espressione, sia nel piu' ampio contesto della ricerca artistica contemporanea.

Il graffitismo

 

Keith Haring rappresenta il punto piu' alto del fenomeno statunitense della Graffiti Art. Alla base di questo fenomeno possiamo trovare delle tendenze generali dell'arte nel XX secolo, con riferimenti all'arte "primitiva", ai disegni infantili ed ai soggetti detti "non acculturati" con la loro arte ridenominata Art Brut da Jean Dubuffet. Venivano condannati perche' accusati di obiettivi fatui, esteriori, degni di bambini o appunto di primitivi. Il graffitismo pero' si evolve cosi' che l'iconismo e l'aniconismo diventarono i suoi caratteri; da una parte immagini sempre piu' definite, dall'altra tracciati grafici sempre piu' astratti, indipendenti dal riferimento esterno.

 

Una differenza estrema in occidente e' la differenza tra il mondo delle immagini e quello della scrittura. I segni rispondono ai suoni, non alle immagini, di conseguenza o si e' tecnici della scrittura o delle immagini. Questa divisione e' rafforzata dalla tipografia, il mezzo per stampare, che sostituisce il lavoro che prima veniva compiuto dagli amanuensi e dai miniatori.

 

Ripercorrendo la storia ogni grande artista ha cercato di rinnovare l'arte: Picasso "simula" la presenza di volumi cubici ma nello stesso tempo si compiace quando effettua grafismi senza staccare la matita dal foglio, e Matisse comincia dipingendo l'intimismo borghese per poi sfociare in sagome elementari.

 

Verso la meta' del Novecento ogni artista statunitense si avvicino' al graffitismo: Jean Dubuffet e il gruppo Cobra, Mark Tobey, Pollock. Questi alcuni degli artisti che hanno influenzato la prima gioventu' di Haring.

 

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La dimensione metropolitana

 

Alcuni grandi protagonisti delle avanguardie storiche volevano azzerare il mondo tecnologico delle macchine ma per la generazione di Keith Haring la vita metropolitana aveva ormai avuto la meglio e la dimensione underground era diventata come una seconda natura; una natura fatta di non-luoghi come le stazioni, colpite dall'aggressione cromatica e iconica dei manifesti pubblicitari.

 

La societa' in preda al consumismo, una violenta discriminazione tra i padri-padroni che detenevano il potere e gli emarginati, i disoccupati.

 

La classe inserita nel meccanismo si riconosceva in un mondo improntato al decoro, alla pulizia, muri bianchi, pareti metalliche verniciate a fuoco, e sosteneva che per avere successo bisognava reprimere le proprie pulsioni alla gioia.

 

I graffitisti scelgono appunto dei luoghi neutri come i vagoni della metropolitana dove ci si affida alla funzione del trasporto, ad una sorta di sospensione in una cellula asettica. Il loro obiettivo era di trasformare questi luoghi, percio'  rifanno il look esterno ed interno dei vagoni tracciandovi ghirigori.

 

Ecco che troviamo un esempio di iconismo e aniconismo: i tratti possono alludere a immagini riconoscibili ma spesso si perdono nell'astrazione.

 

I protagonisti preferirono rinunciare ai loro nomi, utilizzando pseudonimi che accentuano il loro stato di anonimia ed evidenziano la critica del degrado sociale, firmandosi con sigle come: A-One, C-One, Crash, Craze. Essi sentivano il bisogno di rivendicare la dignita' della classe sfruttata ed emarginata intraprendendo lotte urbane armati di bombolette spray.

 

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I dieci anni brucianti di Haring

 

Una volta giunto a New York Haring incontra la bande anonime dei graffitisti di strada e apprende da loro cio' che lo avrebbe potuto salvare dalle prescrizioni ricevute dalla sua educazione tradizionale.

 

Agli inizi degli anni Ottanta disegna fumetti, rendendo le immagini ancora piu' scarne, definendo tracciati schematici cosi' da trovare ideogrammi delle tante culture tribali.

 

Nei primi tempi si limita a disegnare all'interno dei riquadri ma poi comprende come quelle superfici siano limitanti; i graffitisti non conoscono limiti, il loro lettering si sa dove inizia ma non dove finisce ed e' pronto ad estendersi lungo i vagoni della metropolitana fino ad occupare l'intero convoglio.

 

Nel 1983 anche Haring entra a far parte della dimensione metropolitana e traccia nelle aree nere dei vuoti pubblicitari, dei profili puri, fatti con estrema sicurezza. Una legge fisica dice che un punto dello spazio puo' essere occupato da un solo corpo ma egli dimostra che le sue figure sono sovrapponibili o incrociabili, sbriciolando l'opera in frammenti grafici.

 

Per Haring bastano due o tre colori chiave, il piu' possibile puri ed essenziali, ed esclude la possibilita' delle tinte mescolate.

 

Una delle prima persone a scoprire Haring fu la studiosa italiana Francesca Alinovi la quale scomparve nel 1983 e quando i suoi amici la commemorarono organizzando la mostra "Arte di frontiera", ospitata nella galleria d'arte di Bologna e poi al palazzo delle esposizioni di Roma, Haring fu presente e non si limito' ad esporre le sue opere ma traccio' i suoi calligrammi sullo zoccolo della facciata del palazzo romano.

 

Nel 1990 Haring, aggredito dall'Aids, si spense.

 

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Altri graffitisti

 

Kenny Scharf segue una logica opposta a quella di Haring, quanto piu' i suoi disegni si riempivano come dei palloncini policromi quelli di Haring si schiacciavano stilizzati. Ronny Cutrone usa delle icone gia' stabilite facendo un collagismo ideale. James Brown sfoltisce l'overall mantenendo lo sfondo leggero per evidenziare il personaggio. Con Futura 2000 tutto avviene in uno spazio cosmico caratterizzato da detriti indistinguibili dalla polvere cosmica, il tutto interrotto da lampi e scintille elettriche. Rammellzee, artista di origine italiana, affronta lo spolverio di asteroidi che ci bombardano come se volessero inghiottire qualsiasi cosa. Infine, Jean-Michel Basquiat amava tracciare immagini corpose ed evidenti con un segno barbarico; immagini che dominano lo sfondo di muri, di spazi degradati, supporti gia' ridotti malamente su cui lascia frasi, battute, parole provocanti.

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4.2. Una testimonianza di Fernanda Pivano

Questo testo di Fernanda Pivano e' comparso in "The Keith Haring Show", catalogo della mostra (Fondazione La Triennale di Milano, 27 settembre 2005 - 29 gennaio 2006) a cura di Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni, Skira, Milano 2005, pp. 115-118, ed e' stato poi riprodotto in Keith Haring, L'ultima intervista, Abscondita, Milano 2010, pp. 85-96 (da cui la riprendiamo).

Ah, Keith Haring. Come si fa a parlare di lui senza ricordare che e' morto a trentun anni. Quando l'ho conosciuto era amico di Bret Easton Ellis e per tutta la sera abbiamo parlato di Bret, del suo libro Meno di zero, che amavamo tantissimo, e di William Burroughs, col quale stava lavorando, e dei lavori che tutti e due avevamo fatto per lui e per Andy Warhol, che adoravamo come l'icona che era per tutti e due.

Sembra ieri che Salvatore Ala ha fatto una sua mostra qui a Milano, una folla incredibile, il viso di Keith pallidissimo, immobile nel sorriso, lo sguardo accorto senza felicita', T-shirt, jeans e scarpe da ginnastica, fiero di essere gay.

Keith Haring era venuto a Milano per fare una mostra che era stata uno dei successi ai quali ormai Keith era gia' abituato; uno di quei successi da stella hollywoodiana. Poi c'era stata una cena con molti suoi ammiratori, e a questa cena c'ero anch'io, e Keith Haring aveva voluto che io mi sedessi vicino a lui. Io, figurarsi, ero stata (come si diceva una volta di qualcuno che ci credeva ancora) come invitata a nozze, perche' pensavo che voleva parlare dei miei e suoi amici poeti americani. Ma Keth Haring era un po' piu' imprevedibile di cosi' e voleva parlarmi dei suoi occhiali.

Caro Keith, naturalmente alcune signore con le superstiti, per poco, perle finte al collo lo avevano interrotto e li', almeno una volta, si era vista la sua straordinaria umanita'. Per non farmi punire da quelle gentili signore lo avevo condotto a parlare della sua mostra.

Keith distribuiva, a manciate, clips che teneva sempre in tasca per queste occasioni e firmava dediche con i suoi pupazzi inimitabili e illustri sui cataloghi, e a me raccontava sottovoce la loro storia.

Cosi' avevo sentito, dalla sua bella voce, le favole che aveva inventato per i suoi pupazzi, tutte storie dolcissime di poesia pura, tutte dedicate a un futuro che sicuramente non avrebbe tradito ne' loro ne' lui.

Invece il futuro lo ha tradito, e a trentun anni e' stato rapito dal male piu' crudele, piu' inappellabile, piu' nemico dei giovani del nostro tempo. Quando glielo avevano annunciato non lo aveva creduto, poi era andato a piedi fino alla riva del fiume di New York, si era coperto il viso con le mani e aveva pianto, per ore, coi singhiozzi sempre piu' inesorabili e le lacrime che lo inondavano dalla testa ai piedi, senza che ne' Dio ne' il diavolo riuscissero a fermarle.

Non so se mentre tornava a casa piangeva ancora. So una cosa piu' dolce per il suo dolcissimo genio, che dopo quel momento era riuscito a lavorare, ancora piu' pazzo di prima, per preparare il mondo alla sua arte e per riempirlo in ogni spazio raggiungibile dei suoi pupazzi, i suoi baby festosi, i suoi intrecci di linee e di colori inimitabili, le pagine del suo diario che raccontavano per sempre la sua bellissima, tragica storia.

Ah, gli anni, gli anni. Sembra incredibile, ma ormai le biografie li elencano tutti, gli anni, e tutti gli amanti e tutte le mostre, anche quella che ha fatto il 22 settembre 1989, ultima data del diario, su un muro della chiesa di Sant'Antonio a Pisa o quel suo famoso arabesco di peni che ha ideato per un amico nel 1979. Gia' famoso come una rock-star era raggiunto a Tokyo e in Belgio e a New York da folle di ammiratori o di aspiranti allievi, o comunque da persone che lo amavano e lo hanno aiutato col loro amore ad aspettare la morte.

I suoi diari raccontano tutto, sono lo specchio di una vita straordinaria: la creativita', il pensiero e il linguaggio di tutti i giorni (l'unico nel quale credeva e che aveva tradotto nelle sue opere), incubi e sogni, note di storia dell'arte sempre connesse con problemi pratici, citazioni colte, sempre con la stessa passione che ogni tanto e' insidiata dalla tristezza. Dice: "Mi chiedo se il mondo dei musei mi accogliera' mai o se scompariro' con la mia generazione" e per non lasciarsi sconfiggere Keith Haring, mortalmente malato, lavorava sempre di piu'.

Haring non e' stato indifferente alla sua fine. E' riuscito a personificare il virus in una serie realizzata su carta con inchiostro sumi rosso e nero. E il suo famoso Sperma Demonio nasce da un uovo come un enorme insetto cornuto che si nasconde nelle siringhe dei drogati o nei peni e nelle vagine non protetti. A questa patetica denuncia Keith Haring ha fatto seguire un dittico, Untitled (for James Ensor), un acrilico su tela in due pannello terminato il 5 maggio 1989. Nel primo mostra uno scheletro che eiacula su un letto di fiori, nel secondo lo sperma dell'uomo morto ha fatto sbocciare i fiori che si allungano verso il sole mentre lo scheletro sorride.

Ma il sesso non e' l'unico altare di Keith Haring, forse il suo vero altare e' l'innocenza. La sincerita' dei bambini e' per lui un rifugio che lo protegge dal cinismo che lo circonda; e sempre piu' ha creduto nella purezza dei bambini. Nel diario scrive: "Non realizzavo mai temi erotici nei miei disegni della metropolitana, per via dei bambini: i bambini per me rappresentano il futuro, l'immagine della perfezione. Non c'e' nulla di negativo in un neonato, nulla".

Un'amica lo ricorda felice mentre nel novembre 1989 dipingeva a Knokke, davanti a sua madre, appena arrivata, che lo stava a guardare. Uno dei suoi ultimi viaggi e' stato a Pisa, dove ha dipinto un muro sull'esterno della chiesa di Sant'Antonio, ma la sua ultima opera e' stata un altare nella chiesa di St. John the Divine. E' un'opera di tre pannelli di bronzo coperti da un foglio di oro bianco con incise scene della vita di Cristo: un bambino tenuto tra due mani, mani rivolte verso il cielo e Cristo sulla croce. Eseguito nel suo stile classico, volutamente infantile, ha la forma di una grande icona russa.

Il giorno fatale per ammiratori e amici e' stato il 16 febbraio 1990. Forse questa data la dimenticheremo, ma chi ha parlato un po' con Keith Haring non dimentichera' mai lui: elegante da star, gentile da poeta, ambizioso da artista. Chi lo sa se negli enormi spazi profumati dell'eternita' il suo genio e' stato riconosciuto e gli e' stato accordato l'amore che ha ispirato tutta la sua vita.

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4.3. Una riflessione complessiva

- Giselle Dian: Cosa la appassiona nell'opera di Keith Haring?

- Annibale B. Scarpari: Non sono uno studioso di Haring ne' pretenderei di considerarmi un conoscitore della sua opera, ma una persona che da quell'opera si sente interpellata naturalmente si'. E due cose particolarmente mi toccano: la ricerca che definirei linguistica, o forse meglio: metalinguistica; e l'impegno morale, civile, esistenziale.

Quanto al linguaggio - e al gesto - haringhiano, mi pare che la sua produzione non solo documenti questioni decisive di un momento storico ancora non concluso, ma interpreti vissuti profondi ed interrogazioni ineludibili del nostro tempo, della nostra globalizzata societa' in transizione e dei suoi conflitti piu' laceranti.

Quanto all'impegno, all'engagement, trovo straordinario che muovendo da una ricerca linguistica che recupera elementi dalla cultura di massa e si estrinseca in stretto rapporto con fenomeni tardoindustriali e postmoderni talche' potrebbe dar luogo a ulteriore dispersione e fuga nel caos vorticoso del mercificato mondo dell'arte come performance e come spettacolo, si giunga anche a un concreto agire la prassi estetica come forma di solidarieta' e di liberazione, come luogo di un riconoscimento di umanita' non solo fissato nell'opera ma aggettante nel vivo dei conflitti morali e sociali, dell'azione nonviolenta per i diritti umani di tutti gli esseri umani e per la difesa della biosfera casa comune. Mi sembra che l'impegno di Haring contro il razzismo, contro il nucleare, per i diritti umani e particolarmente per i diritti dei bambini, per la pace e l'ambiente, e contro il pregiudizio, l'intolleranza e l'omofobia, contro il crack e il mercato della morte e dell'autodistruzione, contro l'Aids e per adeguate relazioni di cura che salvino le vite e riconoscano e promuovano i diritti e la dignita' di ogni persona, sia straordinariamente coerente con il senso della sua ricerca espressiva e con i tratti caratterizzanti del suo linguaggio artistico, ed erediti ed inveri esperienze essenziali delle culture e delle pratiche non solo delle avanguardie artistiche e culturali del primo Novecento (e penso soprattutto all'afflato libertario di esperienze come quella surrealista) ma anche specificamente dei movimenti nonviolenti di solidarieta' e di liberazione novecenteschi (e soprattutto del secondo Novecento), in primo luogo il movimento antirazzista e per i diritti civili, il movimento pacifista e antinucleare, il movimento per la liberta' di parola e per stili di vita e relazioni di convivenza antiautoritari ed equosolidali, e soprattutto il movimento femminista e quello ecologista.

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5. Per una contestualizzazione della vicenda esistenziale e dell'impegno civile di Keith Haring

5.1. Il contesto storico

Il periodo culminante dell'attivita' artistica di Keith Haring si colloca negli anni '80: gli anni caratterizzati dalla globalizzazione culturale e che terminano con la caduta del muro di Berlino. E' la fase finale della guerra fredda e si evidenzia sempre piu' l'omologazione dei modelli culturali; la politica di potenza tra i blocchi porta alla disgregazione del campo sovietico; dall'asse Est/Ovest si passa all'asse Nord/Sud come elemento caratterizzante delle relazioni internazionali. Si va verso il villaggio globale o verso la neocolonizzazione delle relazioni politiche ed economiche internazionali cosi' come dell'immaginario collettivo? Verso relazioni di giustizia, cooperazione internazionale, pace e solidarieta' fra i popoli; o verso nuove guerre ed oppressioni? Omologazione ed alienazione, e crescente rapina, impoverimento e violenza da un lato; dal lato opposto responsabilita' globale per la biosfera ed affermazione dei diritti umani di tutti gli esseri umani: sono alcuni dei contraddittori caratteri che dagli anni '80 connotano ancora il mondo di oggi.

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Ernesto Balducci, Le tre verita' di Hiroshima

A caratterizzare l'epoca aperta dalla bomba di Hiroshima e' nitida e ineludibile l'analisi svolta da Ernesto Balducci nel 1981 aprendo un celebre convegno di "Testimonianze" sul tema "Se vuoi la pace, prepara la pace"; Ernesto Balducci (uno dei piu' lucidi e limpidi costruttori di pace del XX secolo) in quel forte discorso enuncio' quelle che chiamo' "le tre verita' di Hiroshima". Rileggiamo le sue parole.

"La prima verita' contenuta in quel messaggio e' che il genere umano ha un destino unico di vita o di morte. Sul momento fu una verita' intuitiva, di natura etica, ma poi, crollata l'immagine eurocentrica della storia, essa si e' dispiegata in evidenze di tipo induttivo la cui esposizione piu' recente e piu' organica e' quella del Rapporto Brandt. L'unita' del genere umano e' ormai una verita' economica. Le interdipendenze che stringono il Nord e il Sud del pianeta, attentamente esaminate, svelano che non e' il Sud a dipendere dal Nord ma e' il Nord che dipende dal Sud. Innanzitutto per il fatto che la sua economia dello spreco e' resa possibile dalla metodica rapina a cui il Sud e' sottoposto e poi, piu' specificamente, perche' esiste un nesso causale tra la politica degli armamenti e il persistere, anzi l'aggravarsi, della spaventosa piaga della fame. Pesano ancora nella nostra memoria i 50 milioni di morti dell'ultima guerra, ma cominciano anche a pesarci i morti che la fame sta facendo: 50 milioni, per l'appunto, nel solo anno 1979. E piu' comincia a pesare il fatto, sempre meglio conosciuto, che la morte per fame non e' un prodotto fatale dell'avarizia della natura o dell'ignavia degli uomini, ma il prodotto della struttura economica internazionale che riversa un'immensa quota dei profitti nell'industria delle armi: 450 miliardi di dollari nel suddetto anno 1979 e cioe' 10 volte di piu' del necessario per eliminare la fame nel mondo. Questo ora si sa. Adamo ed Eva ora sanno di essere nudi. Gli uomini e le donne che, fosse pure soltanto come elettori, tengono in piedi questa struttura di violenza, non hanno piu' la coscienza tranquilla.

La seconda verita' di Hiroshima e' che ormai l'imperativo morale della pace, ritenuta da sempre come un ideale necessario anche se irrealizzabile, e' arrivato a coincidere con l'istinto di conservazione, il medesimo istinto che veniva indicato come radice inestirpabile dell'aggressivita' distruttiva. Fino ad oggi e' stato un punto fermo che la sfera della morale e quella dell'istinto erano tra loro separate, conciliabili solo mediante un'ardua disciplina e solo entro certi limiti: fuori di quei limiti accadeva la guerra, che la coscienza morale si limitava a deprecare come un malum necessarium. Ma le prospettive attuali della guerra tecnologica sono tali che la voce dell'istinto di conservazione (di cui la paura e' un sintomo non ignobile) e la voce della coscienza sono diventate una sola voce. Non era mai capitato. Anche per questi nuovi rapporti fra etica e biologia, la storia sta cambiando di qualita'.

La terza verita' di Hiroshima e' che la guerra e' uscita per sempre dalla sfera della razionalita'. Non che la guerra sia mai stata considerata, salvo in rari casi di sadismo culturale, un fatto secondo ragione, ma sempre le culture dominanti l'hanno ritenuta quanto meno come una extrema ratio, e cioe' come uno strumento limite della ragione. E difatti, nelle nostre ricostruzioni storiografiche, il progresso dei popoli si avvera attraverso le guerre. Per una specie di eterogenesi dei fini - per usare il linguaggio di Benedetto Croce - l''accadimento' funesto generava l''avvenimento' fausto. Ma ora, nell'ipotesi atomica, l'accadimento non genererebbe nessun avvenimento. O meglio, l'avvenimento morirebbe per olocausto nel grembo materno dell'accadimento".

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5.2. Alcuni filoni dell'impegno civile in cui si inserisce la riflessione e l'azione di Haring

In primo luogo la lotta antirazzista ed i movimenti per i diritti civili da Martin Luther King a Nelson Mandela; inoltre il movimento pacifista e antinucleare, e dal movimento antinucleare alla nuova ecologia; ed ovviamente la centralita' della riflessione e dell'azione del movimento femminista nell'affermazione dei diritti umani di tutti gli esseri umani; la riflessione su diversita' ed alterita' (l'incontro con l'altro da se', intercultura e diritti umani, dinanzi al dolore e alla morte).

Quanto al binomio "arte ed impegno civile" ovviamente un dibattito e' ancora aperto e tendenzialmente infinito.

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Alcuni contributi di riflessione

- Giselle Dian: Quale eredita' ha lasciato nella cultura statunitense e mondiale l'esperienza di Martin Luther King, la lotta contro il razzismo e il movimento per i diritti civili?

- Valeria Ando': A mio avviso l'eredita' e' maggiore negli Stati Uniti, dove, prima di allora, il razzismo e la violazione dei diritti umani erano molto accentuati. Sono molto sfiduciata per l'Europa e per l'Italia dove si assiste al fenomeno crescente della xenofobia e della discriminazione verso le differenze.

- Anna Bravo: L'amore come sentimento rivoluzionario, il passaggio alla violenza come sconfitta dei movimenti. L'idea di una lotta di lunga durata, la capacita' di costringere lo stato a far rispettare le proprie leggi anche quando una parte del paese e' accesamente contraria.

- Augusto Cavadi: Non so nel mondo, ma in quell'angolo della semi-periferia del mondo in cui vivo (la Sicilia) la sua testimonianza e' arrivata e ha dato frutto, anche grazie all'amplificazione che la sua opera ha ricevuto in loco da Danilo Dolci. Per noi, giovani nel '68, e' stato fondamentale vedere nel pastore battista una sintesi di fede evangelica e di impegno politico concreto.

- Giancarla Codrignani: I "grandi" passano alla storia e la nostra incapacita' di capire bene la storia li ingessa. Quindi per molti che sono venuti dopo e' un personaggio importante, non un testimone da seguire. Negli Usa i passi avanti sono stati tanti dopo Martin Luther King, fino ad avere un presidente di colore, ma la piaga del razzismo non e' estirpata...

- Angela Dogliotti Marasso: Mi pare che il segno piu' visibile dell'eredita' di Martin Luther King negli Usa sia il Presidente Obama. Quale successo piu' evidente, in poco piu' di 40 anni, passare dalla segregazione razziale all'elezione di un Presidente di colore? Ma io credo che l'eredita' di King sia piu' profonda: egli ha insegnato a generazioni di cittadini statunitensi la forza della nonviolenza, la capacita' cioe' di opporsi con determinazione a leggi ingiuste, a comportamenti discriminatori, ad una cultura violenta, con le sole armi della disobbedienza civile, della protesta nonviolenta organizzata, della scelta consapevole, operata sulla base di una coscienza autonoma. E questo e' un esempio che e' stato fecondo a livello planetario. Mi pare particolarmente prezioso oggi, in presenza di culture che tendono a rilegittimare comportamenti discriminatori e razzisti.

- Elena Liotta: Quando Martin Luther King e' morto assassinato io avevo 18 anni ed era il 1968. Lo ricordo bene: fu una tragedia per chi si era impegnato in Europa marciando, discutendo, credendo nel diritto della protesta pacifica e nei diritti dei poveri e dei piu' deboli. Mi riferisco alla guerra del Vietnam e alla posizione del governo statunitense verso cui King rivolse parole chiarissime e sferzanti in piu' di un'occasione. Voglio guardare a questo aspetto di solidarieta' verso tutti gli oppressi e contro tutte le guerre che da tempo lo aveva portato oltre le prime battaglie antirazziste domandandomi, se fosse ancora tra di noi, a fianco di chi si sarebbe schierato? Se proviamo a risponderci ecco che la sua eredita' e' ancora vitale.

- Floriana Lipparini: Martin Luther King e' uno di quei rari personaggi capaci di parlare con linguaggio universale, non solo alle menti ma anche al cuore delle persone. In lui si sono incarnati e sono diventati visibili l'impegno, la speranza, il lavoro di moltissime attiviste e attivisti di cui non conosciamo il nome, ma che hanno contribuito ai cambiamenti - purtroppo sempre molto lenti - della cultura e della societa' negli Stati Uniti. Molto spesso le figure-simbolo di queste lotte pagano con la vita. Ma i semi continuano a germogliare: forse senza Martin Luther King la possibilita' di un presidente Usa "colorato" non si sarebbe mai avverata. Evento di grande impatto simbolico, anche se i cambiamenti voluti da Obama sono ancora ben lontani dalla strada di una vera democrazia che rifiuti la guerra e la violenza.

- Daniele Lugli: Senza l'esperienza di Martin Luther King e' difficile immaginarsi la stessa presenza di Obama alla Casa Bianca, il processo di integrazione del Sud Africa, la resistenza alle guerre condotte dai paesi ricchi contro i paesi poveri, la presa di coscienza della poverta', cosi' largamente e profondamente presente nelle societa' piu' ricche.

- Fulvio Cesare Manara: Le eredita' vere, mi pare, sono quelle di cui e' difficile portare il peso. Non quelle che si godono "spendendo" risorse, e beni, in ogni caso sconsideratamente, essendo estranei alla fatica che li ha generati e conseguiti.

Quella di Martin Luther King (e di Gandhi, di Tolstoj, e di moltissimi altri) e' di questo genere, mi pare.

 

Gia', qual e' l'eredita' di Martin Luther King? C'e' ancora qualcuno che la riconosce e la sente?

 

La lotta contro il razzismo credo debba ricominciare da capo per ogni generazione. Il "disprezzo per la debolezza" o per la "differenza" e' un dato costitutivo della nostra specie (che deve ancora divenire realmente umana), come direbbero Ofstad e Simone Weil... Mi pare che la specie umana debba ricominciare sempre da capo questa battaglia. In particolare, i diritti civili in questo momento storico mi sembrano del tutto sofferenti, insieme a tutti gli altri diritti (che, secondo la letteratura corrente, vengono definiti "inscindibili" e interconnessi gli uni agli altri). L'esperienza di Martin Luther King, come quella di Gandhi e di molti altri "testimoni dell'azione nonviolenta" e' un'esperienza ancora poco conosciuta. E soprattutto, e assolutamente, mi pare, se la consideriamo non solo come una ispirazione di principio, ma proprio come un sapere esperienziale. Dobbiamo appunto sempre da capo riprendere il cammino di educarci alla trasformazione nonviolenta dei conflitti. Con lo studio, e insieme con la passione per cercare di cambiare agendo. Come esplorare, allora, queste eredita' ancora inesplorate?

 

- Arianna Marullo: L'eredita' che ha lasciato l'esperienza di Martin Luther King e' grande, talmente profonda che credo sia difficile valutarla appieno. Non vi sia chi non conosca la sua figura, chi non conosca, nella sostanza o solo per averlo sentito nominare, il suo discorso piu' noto I have a dream. Il rischio di questa notorieta', a volte solo superficiale, e' che si perda la sostanza del suo messaggio e si svilisca la forza concreta della sua lotta.

 

- Ettore Masina: Martin Luther King. Sono abbastanza vecchio per poter dire che sono stato educato a un razzismo patriottico e dunque violento. Mio padre, i miei nonni e un certo numero di miei zii e cugini piu' grandi di me erano ufficiali pluridecorati. Mia madre era figlia di un generale. Da bambino ho abitato tre anni in Cirenaica, parte della Libia ridotta a colonia italiana. Ho imparato a considerare gli arabi un popolo inferiore. Durante la seconda guerra mondiale, mio padre ha combattuto in quei luoghi contro gli insorti libici, considerandoli banditi senza nobilta'. Dopo la Liberazione, ho  potuto rivedere molte convinzioni che mi erano state instillate in famiglia e a scuola, dove mi insegnavano a marciare, in divisa, a cantare "Nell'Italia dei fascisti / Anche i bimbi son guerrieri..." e a smontare e rimontare un moschetto. Sono diventato piu' consapevolmente cristiano e ho cominciato a cogliere la perversione della violenza. Ho letto Tolstoj e mi ha conquistato con il suo messaggio d'amore. Ho letto Gandhi e ho fatto a tempo a seguire, fra il 1945 e il 1948, le sue vicende. Non so perche', tuttavia, ho provato nei suoi confronti, come nei confronti di Tolstoj, un certo distacco emotivo. (Ben piu' profondamente mi avrebbero scosso le testimonianze di due donne: Rosa Luxemburg e Simone Weil). Forse fu la sensazione di un contesto ambientale e (quanto a Gandhi) anche culturale e religioso a mantenermi in uno stato di superficialita' critica che oggi non riesco a comprendere. Ero comunque piu' maturo quando Martin Luther King comparve sulla scena internazionale. Aggiungo che egli arrivo' sui mass-media mentre la cultura afro-americana (una letteratura di grande vigore: romanzi e poesia, per non parlare di musica) aveva un forte impatto anche fra noi. Le capacita' oratorie del leader nero, il suo rifiuto a consolidare un movimento razzista di segno contrario, con la visibilita' data ai "bianchi" che condividevano il suo sogno (del resto egli non nascondeva di muoversi nel solco del "bianco" Richard Gregg), il suo intuito nel cogliere le emersioni di nuovi valori, la creativita', il coraggio suo, dei suoi familiari e dei suoi seguaci, la straordinaria coerenza evangelica, tutto questo porto' molti di noi ad accettarlo come maestro. Il suo assassinio fu la conferma della grandezza della sua rivoluzione nonviolenta; se Tolstoj era stato un profeta isolato dalla sua stessa classe sociale e Gandhi il condottiero di masse che poi si erano divise nella separazione (forzatamente violenta) di due stati (dunque, alla fine, un profeta sconfitto) il sogno di Martin Luther King non fu ucciso dai razzisti. Credo che non vi sia stato da allora movimento autenticamente rivoluzionario nel mondo (e certamente nessuno dei movimenti con i quali io sono stato in contatto in America Latina, in Africa e in Palestina) che non si sia interrogato sulla nonviolenza e, almeno in certe occasioni,  non abbia cercato di utilizzarne le tecniche. I gruppi argentini delle Madres, delle Abuelas, dei Familiares de la Plaza de Mayo sono esempi ammirevoli di questa scelta.

 

- Lidia Menapace: Come tutti i messaggi molto innovativi, difficili e pieni di futuro, anche questo ha voluto e vuole tempo, opportunita, tenacia e soggetti che non semplicemente lo ripetano, ma lo sviluppino e adattino alle situazioni ecc.: tuttavia l'enormita' di quanto e' successo si misura dal fatto che Martin Luther King agiva in una societa' nella quale era vietato dalla legge in molti stati a studenti neri di iscriversi a universita' "bianche" o di sedersi in bus bianchi, e adesso hanno eletto un Presidente nero. Non ha  importanza - a questi fini - se egli sia o sara' un Presidente eccellente o modesto, importa che abbia potuto esercitare il diritto, sancito dalla volonta' popolare, di diventare Presidente.

 

- Sergio Paronetto: L'eredita' di Martin Luther King e' presente in almeno tre continenti. La piu' evidente mi sembra quella esercitata da Nelson Mandela e Desmond Tutu in Sud Africa (i loro testi, rispettivamente Lungo cammino verso la liberta' e Non c'e' futuro senza perdono, stanno dentro il sogno plurale degli amici statunitensi della nonviolenza che hanno protestato per l'assegnazione del Premio nobel della Pace ad Obama mantenendo aperta un'interlocuzione costruttiva visto che l'attuale presidente si considera figlio dell'esperienza di King. Tra gli esponenti piu' recenti della nonviolenza statunitense ricordo Thomas Merton, Cesar Chavez, Dorothy Day, Rosemary Lynch, i fratelli Berrigan, Roy Bourgeois, Helen Prejan e l'ampio movimento contro le guerre a partire da quello dei parenti delle vittime dell'11 settembre 2001.

 

Martin Luther King si inserisce in un movimento per i diritti civili ampio, popolare, ispirato a Gandhi, radicato negli Stati Uniti fin dagli anni Trenta. Anzi e' stato il movimento a volere, a  "inventare" Martin Luther King come suo leader negli anni '50.

 

Chi oggi dice di proseguire il lavoro di King e' il monaco buddista Thich Nhat Hanh, che nel 1967, assieme al rabbino J. Heschel, ha convinto King a duri pronunciamenti contro la guerra in Vietnam e che lo stesso King ha proposto come Premio Nobel per la pace. Thich Nhat Hanh e' il promotore del cosiddetto "buddhismo impegnato", dei "piccoli corpi di pace" attivi in Vietnam, autore di testi legati all'idea che la pace e' il nostro essere, il nostro stile di vita, la nostra ricerca della felicita', l'unica arma da usare per un futuro possibile. Thich Nhat Hanh ritiene che la lezione di King (e di Gandhi) possa insegnare molto ai tibetani oggi al centro della repressione cinese e di tentazioni violente che lo stesso Dalai Lama cerca di superare.

 

E' importante e stimolante riflettere su questo monachesimo combattivo e contemplativo a un tempo. I monaci del Tibet e della Birmania, come i bonzi del Vietnam o i monaci cristiani in Algeria o in Iraq e altrove sono votati all'umanizzazione. Col loro silenzio, appena interrotto da marce di protesta, disobbedienze civili o "ciotole rovesciate", annunciano la verita' di una pace che non puo' accettare di farsi servire dalla violenza ma deve incarnarsi in una testimonianza continua di vita per tutta la vita e per tutte le vite.

 

- Beppe Pavan: Per me e per molti e molte della mia generazione Martin Luther King e' stato un "profeta dell'amore", un uomo che ha vissuto predicando e praticando la convivialita' delle differenze, nel solco del profetismo mondiale che da sempre ha animato la vita dell'umanita' e dell'intero creato. Come miriadi di uomini e di donne che il potere dominante cerca di ignorare e, quando non e' possibile, uccide. La sua e' un'eredita' che e' ormai impastata indissolubilmente nella nostra vita e nella vita del mondo: a noi tocca imparare a fare altrettanto finche' l'amore non trionfera'. Non succedera' tanto facilmente, ma vale la pena spenderci la nostra vita...

 

- Tiziana Plebani: Vorrei pensare che la sua opera, insieme a quelle di molte altre persone, abbia costruito un percorso che ha portato all'elezione di Obama, un presidente nero dello stato piu' influente e piu' potente del mondo. Le persone della mia eta' hanno iniziato allora, con Martin Luther King, a vedere cio' che succedeva nei paesi in cui c'era mescolanza tra bianchi e neri e in cui c'era sopraffazione, violenza e discriminazione. Abbiamo cominciato a leggere, ad immaginarci di essere neri, a patire con loro, a indignarci. L'altra lezione e' stato il Sudafrica e per me Nadine Gordimer.

 

- Annamaria Rivera: Penso che ci siano molti nessi che legano le lotte statunitensi contro la segregazione detta razziale e per i diritti civili ad altre rivendicazioni e lotte in tutto il mondo, non solo negli Stati Uniti, per la dignita' e l'uguaglianza di tutti gli esseri umani. Delle prime Martin Luther King e' stato una figura luminosa (fra l'altro, egli e' stato il più giovane Premio Nobel per la pace). L'influenza del suo pensiero e della sua opera ha di gran lunga travalicato i confini degli Stati Uniti. Gli stessi movimenti studenteschi del '68 in Europa sono stati influenzati da lui e piu' in generale dal movimento africano-americano contro la segregazione e il razzismo (nonche' da quello contro la guerra in Vietnam). Basta dire che, se oggi parliamo, a proposito dell'Italia e di altri paesi, della presenza di un razzismo istituzionale e siamo capaci di analizzarlo, e' anche perché due leader del Black Power, Stokely Carmichael e Charles V. Hamilton, alla fine degli anni Sessanta sostennero che l'ineguaglianza strutturale di certe minoranze non e' solo il frutto di pregiudizi e di comportamenti discriminatori della maggioranza, ma e' anche l'esito di norme, procedure e pratiche routinarie messe in atto dalle istituzioni.

 

- Nanni Salio: La lotta guidata da Martin Luther King, ma, non dimentichiamolo, avviata da una donna, Rosa Parks, ha ridato speranza alle minoranze oppresse in molte parti del mondo, Sudafrica compreso. Come recitava il rap di un famoso rapper, Jay-Z, durante l'ultima campagna campagna presidenziale: "Rosa Parks sat so Martin Luther King could walk. Martin Luther King walked so Obama could run. Obama ran so we can all fly": "Rosa Parks si e' seduta perche' Martin Luther King potesse marciare. Martin Luther King ha marciato perche' Obama potesse correre. Obama corre perche' tutti noi si possa volare".

 

Ma le altre due lotte importanti avviate da Martin Luther King, contro la guerra (del Vietnam allora, e oggi Iraq e Afghanistan) e contro la miseria estrema dei ghetti e degli slum abitati dalla minoranza nera, non hanno avuto pieno successo. La cultura e la politica Usa e' ancora profondamente permeata di militarismo e di capitalismo estremo (neoliberismo) di cui oggi vediamo e subiamo gli immensi costi.

 

Negli Usa come in India i grandi personaggi (Martin Luther King e Mohandas K. Gandhi) vengono spesso usati come icone inoffensive dai leader politici al potere, contraddicendo il loro insegnamento.

 

- Bruno Segre: A distanza di molti anni il principale retaggio che gli Stati Uniti e il mondo hanno ricevuto dal magistero di Martin Luther King e' costituito, a mio avviso, dall'ingresso alla Casa Bianca di Barack Obama: il giovane leader di un'amministrazione chiamata, fra mille ostacoli e difficolta', a lottare contro il razzismo, per il rispetto dei diritti civili e dei diritti umani di tutti gli esseri umani, ma soprattutto a sciogliere i nodi carichi di veleno ricevuti in eredita' dai precedenti otto anni di malgoverno e a offrire un decisivo contributo per fare si' che la nostra sgovernatissima umanita' non vada incontro alla catastrofe.

 

In quanto specie umana, non nascondiamocelo, siamo tutti chiamati a compiere oggi delle scelte decisive. Dopo Auschwitz e dopo Hiroshima, viviamo in una sorta di epoca "penultima".  Spetta anche a noi, qui e oggi, fare in modo che essa non si traduca nell'epoca "ultima". In questa prospettiva, considero Barack Obama uno dei rari leader politici contemporanei, se non l'unico, che in modo esplicito si sforzi di orientare e organizzare le strategie del suo governo alla luce di una chiara visione del futuro, e che si mostri sensibile alla necessita' di articolare una governance del mondo globalizzato con un approccio multilaterale e in termini di condivisione internazionale delle responsabilita': "Siamo consapevoli, disse Obama subito dopo essere stato eletto nel novembre 2008, che le sfide che ci aspettano saranno le piu' impegnative della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria da un secolo a questa parte".

- Mao Valpiana: Possiamo dire che Martin Luther King ha il merito storico di aver dimostrato che la nonviolenza gandhiana (cioe' la nonviolenza specifica, la nonviolenza attiva) era esportabile, applicabile ed efficace ovunque; prima di King si poteva pensare che l'esperienza gandhiana fosse una peculiarita', valida solo in quel momento storico (colonialismo inglese) e in quel luogo (India). Martin Luther King, pur ispirandosi al satyagraha di Gandhi, ha trovato la via americana del "power of love", del potere dell'amore, come lui definiva la nonviolenza. Penso anche sia da indagare il contributo fondamentale che King ha dato ad una lettura "nonviolenta" del Vangelo e della tradizione cristiana. Martin Luther King, infine, ha definitivamente sottratto il movimento mondiale antirazzista e per i diritti civili alla tentazione e degenerazione di scorciatoie violente e suicide. Il movimento antiapartheid in Sudafrica non si sarebbe potuto sviluppare senza la precedente esperienza di King negli Stati Uniti (naturalmente senza dimenticare che proprio in Sudafrica Gandhi diede inizio alla lotta nonviolenta nel 1906, e senza dimenticare la grande figura di Albert Luthuli (1898-1967) che nel 1960 ricevette il premio Nobel per la pace mentre guidava la lotta nonviolenta contro l'apartheid).

(parte seconda - segue)

 

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

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Numero 372 del 20 giugno 2011

 

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