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Coi piedi per terra. 476



 

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COI PIEDI PER TERRA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 476 del 23 luglio 2011

 

In questo numero:

1. Un appello: Il Parlamento non rifinanzi le guerre e le stragi in Afghanistan e in Libia

2. Maria G. Di Rienzo: Ho quasi le lacrime agli occhi

3. Mao Valpiana: Gli anti-casta che tanto piacciono alla vera Casta

4. Giulio Marcon: L'assurda escalation delle spese militari

5. Fabio Sebastiani: L'Italia spende 23 miliardi per la guerra ma non lo dice

6. Alcuni estratti da "Strumenti per ragionare" di Giovanni Boniolo e Paolo Vidali (parte seconda e conclusiva)

 

1. REPETITA IUVANT. UN APPELLO: IL PARLAMENTO NON RIFINANZI LE GUERRE E LE STRAGI IN AFGHANISTAN E IN LIBIA

 

Chiediamo a tutte le persone di volonta' buona e di retto sentire di far sentire la propria voce al Parlamento italiano affinche' non rifinanzi le guerre e le stragi in Afghanistan e in Libia.

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La partecipazione italiana a quelle guerre e' illegale, poiche' viola l'art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana.

La partecipazione italiana a quelle guerre e' gia' costata troppe morti, tra cui quaranta giovani soldati italiani.

*

La partecipazione italiana a quelle guerre costituisce anche uno sperpero scellerato ed assurdo di enormi risorse finanziarie dello stato italiano.

Quegli ingenti fondi non siano piu' utilizzati per provocare la morte di esseri umani, e siano utilizzati invece per garantire in Italia a tutti il diritto alla casa, alla scuola, alla salute, all'assistenza.

*

Chiediamo che il Parlamento ripudi la guerra, nemica dell'umanita'.

Chiediamo che il Parlamento riconosca, rispetti e promuova la vita, la dignita' e i diritti di ogni essere umano.

Chiediamo al Parlamento che cessi la partecipazione italiana alle guerre in corso.

Chiediamo al Parlamento che si torni al rispetto della Costituzione della Repubblica Italiana.

Chiediamo al Parlamento che l'Italia svolga una politica internazionale di pace con mezzi di pace, per il disarmo e la smilitarizzazione dei conflitti, per il riconoscimento e l'inveramento di tutti i diritti umani per tutti gli esseri umani.

Solo la pace salva le vite.

*

Appello promosso dal "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo

Viterbo, 21 luglio 2011

 

2. RIFLESSIONE. MARIA G. DI RIENZO: HO QUASI LE LACRIME AGLI OCCHI

[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per questo intervento.

Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005; (a cura di), Voci dalla rete. Come le donne stanno cambiando il mondo, Forum, Udine 2011. Cfr. il suo blog lunanuvola.wordpress.com Un piu' ampio profilo di Maria G. Di Rienzo in forma di intervista e' in "Notizie minime della nonviolenza" n. 81; si veda anche l'intervista in "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 250, e quella nei "Telegrammi" n. 425]

 

Si sente che "il nostro inviato" e' commosso. Accorato, comprensivo. Il necessario distacco del professionista cede giustamente spazio all'umana simpatia. Per la vittima, giovane madre assassinata? Per i genitori di costei, per la di lei figlioletta? No, certo, sarebbe davvero semplicistico e fors'anche un tantino moralista. L'afflato e' tutto per il presunto (possibile) assassino, il marito: "E' sull'orlo del crollo", "E' un uomo stretto in una morsa", "E' un uomo sull'orlo di una crisi di nervi" (le virgolette indicano citazioni letterali). Si vorrebbe quasi saltare dentro la pagina di cronaca e confortarlo, quest'onesto padre di famiglia, spinto alla disperazione dalle "pressioni delle due donne". Anche se sembra che non fossero solo due le donne con cui aveva relazioni e che prima dell'amante attuale ce ne fossero state altre, il cronista e' ben lungi dall'esprimere giudizi sommari su un uomo che viveva "un inferno sentimentale", la cui moglie sapendosi tradita "lo umiliava": un uomo che un testimone, una volta, ha persino visto piangere. Sarebbe interessante sapere se ci sono testimoni di come viveva la donna che ora e' morta, di se e quanto ha pianto, di come si sia sentita vecchia, inutile, gettata via. Ma sono cose che non affascinano i lettori (di sesso maschile) nevvero. Basta con i piagnistei sulle donne, meglio non fare discorsi inutili. La vittima e' morta, e' piu' che logico che su di lei, per lei, ci sia solo silenzio. Spieghiamo invece come per il poverino ora in carcere "da una parte c'e' il sogno di una vita nuova, l'amore vero e profondo per X, giovane, affascinante, moderna, dall'altra c'e' l'obbligo coniugale, la quotidianita' di un matrimonio rappezzato a fatica dopo la scoperta del tradimento".

Ho quasi le lacrime agli occhi. Quasi, pero'. Perche' quando leggo cio' il tizio scriveva all'amante, e cioe': "I legali sono dei ... per non dire dei giudici o di chi ha fatto questo schifo di leggi che sono tutte per la donna e nessuna per l'uomo", mi viene il sospetto che il principale, se non l'unico, motivo che induceva il misogino signore a non lasciare la madre di sua figlia, era la seccatura di dover poi pagare alimenti ad entrambe.

E c'e' anche qualcosa che vorrei ricordare al "nostro inviato". Cio' che X, affascinante e moderna, voleva era presentare il tizio ai genitori e vivere con lui. Se era cosi' insistente rispetto al divorzio, possiamo presumere che intendesse poi sposarlo. Vede, signor giornalista, il tempo passa per tutti. Dopo cinque anni di amore "vero e profondo", e magari un altro innocente messo al mondo, si ripresentano i fastidi de "l'obbligo coniugale" e se si e' compiuta una piccola scappatella - attitudine a cui il signore in questione pare incline - ecco che torna anche il rappezzo "a fatica dopo la scoperta del tradimento". Sulla scena invece di una X compare una Y o una Z piu' giovane, affascinante, moderna, per cui si accende subito un amore "vero e profondo"... e la necessita' di sbarazzarsi della donna usata che si ha in casa. A proposito, lei cronista come sa della verita' e profondita' dell'amore di cui parla? Ha un "amorometro" fra gli attrezzi del mestiere o deriva la sua convinzione solo dai messaggi Facebook e Sms che i due amanti si scambiavano? Se e' cosi', temo sia un po' poco. Per quel che conosco dell'amore, so che non e' mai il mandante di un omicidio.

 

3. RIFLESSIONE. MAO VALPIANA: GLI ANTI-CASTA CHE TANTO PIACCIONO ALLA VERA CASTA

[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org) per questo intervento.

Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive e ha lavorato come assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di intervento nel sociale"); attualmente e' presidente del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in Afghanistan e poi liberata. Con Michele Boato e Maria G. Di Rienzo ha promosso l'appello "Crisi politica. Cosa possiamo fare come donne e uomini ecologisti e amici della nonviolenza?" da cui e' scaturita l'assemblea di Bologna del 2 marzo 2008 e quindi il manifesto "Una rete di donne e uomini per l'ecologia, il femminismo e la nonviolenza". Un suo profilo autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 de "La nonviolenza e' in cammino"; una sua ampia intervista e' nelle "Minime" n. 255 del 27 ottobre 2007; un'altra recente ampia intervista e' in "Coi piedi per terra" n. 295 del 17 luglio 2010]

 

La campagna "moralizzatrice" degli anti-casta ormai dilaga ovunque. Non solo in rete e nei social network, ma anche sui quotidiani a grande tiratura, ed ora perfino nei telegiornali di Rai e Mediaset. A questo punto, come vuole la proverbiale locuzione latina, mi sono chiesto: cui prodest? (a chi giova?).

Fino a quando a protestare contro indennita', vitalizi e privilegi dei parlamentari erano i grillini o il popolo viola, tutto mi sembrava regolare e per certi versi coerente. Ma quando hanno cominciato ad accodarsi i quotidiani di ogni orientamento, comprese le corazzate di "Repubblica" e del "Corriere" (che ricevono contributi a fondo perduto dalla legge per l'editoria, che si sono guardati bene dall'inserire negli elenchi degli sprechi), allora ho incominciato ad avere qualche prurito; e' divenuta una vera allergia quando anche il paludatissimo Tg1 ha dato voce alla rivolta anti-casta, attaccando il bilancio della Camera come se fosse la causa principale della voragine del debito pubblico italiano. E quindi, dopo aver messo alla gogna non solo i parlamentari, ma anche i consiglieri regionali, provinciali, comunali, quasi che bisognasse vergognarsi di essere stati eletti e sentirsi accusati di "vivere sulle spalle del popolo", ecco che iniziano ad arrivare le proposte per porre rimedio a questo sperpero: abolire le province, ridurre il numero di senatori e deputati, ridurre il numero dei consiglieri regionali, provinciali, comunali, tagliare tutte le indennita'.

L'idea che sta avanzando nel paese e' che tutti coloro che ricoprono una carica elettiva fanno parte della Casta e che la Casta e' uno sperpero di denaro pubblico. Non ci vorra' molto, dopo che tutti si saranno convinti che deputati e senatori sono troppi, a far passare l'idea che avere due Camere e' un lusso che non ci possiamo piu' permettere, che forse ne bastera' una sola, magari con poche decine di rappresentanti, e poi sara' un bel risparmio abolire anche quella (... tanto nel "parlamento" si fanno solo chiacchiere...) e affidare tutto il potere al governo, che basta e avanza!

La vera Casta (cioe' i gruppi economici e finanziari - proprietari anche di quotidiani e televisioni -che non hanno bisogno di passare dalla prova elettorale per esercitare il proprio potere) ha tutto l'interesse a favorire lo tsunami anti-casta: meno deputati significa meno controllo, e sara' piu' facile comprare i pochi rimasti che saranno emanazione diretta dei partiti di governo e non piu' rappresentanti del popolo eletti nel territorio, come voleva la Costituzione.

L'operazione, pianificata dalla P2 di Licio Gelli, di svuotare il parlamento delle sue prerogative di rappresentanza popolare e controllo sull'esecutivo, dopo essere passata dalla liquidazione del sistema proporzionale al presidenzialismo di fatto, si sta concludendo con la spallata dell'anti-casta.

Si riempiono le pagine di facebook e dei giornali con invettive contro l'indennita' di funzione parlamentare, e si tace (con rare eccezioni nel mondo pacifista, nonviolento e cattolico)  sulla voragine delle spese militari, dei costi per i cacciabombardieri F35 e per le missioni di guerra in Afghanistan e Libia. Basterebbe il taglio del 10% di queste voci per coprire l'intera manovra, ma si preferisce dissertare su quanto costano i viaggi aerei dei parlamentari che vanno a Roma.

Evidentemente c'e' una regia. I direttori dei quotidiani, da "Repubblica" al "Corriere", da "Libero" al "Giornale" (che hanno stipendi piu' alti dei parlamentari) attaccano la Casta, come se loro stessi non ne facessero parte, e si guardano bene dallo spiegare ai lettori che vi e' un'altra Casta - quella militare - che pesa veramente sul debito pubblico; non spiegano i costi di Finmeccanica perche' i loro editori fanno parte della stessa famiglia industriale. E' molto piu' facile e popolare giocare al tiro al piccione-parlamentare che studiare e denunciare il complesso militare-industriale.

Se c'e' un motivo serio per condannare il Parlamento e' quello di aver violato la Costituzione, che "ripudia la guerra", con il voto a favore dei bilanci militari e delle missioni belliche all'estero.

Se tutti gli anti-casta concentrassero le loro energie su questo, avremmo risolto gran parte dei nostri problemi.

 

4. DOCUMENTAZIONE. GIULIO MARCON: L'ASSURDA ESCALATION DELLE SPESE MILITARI

[Dal quotidiano "Liberazione" del 22 luglio 2011.

Giulio Marcon Giulio Marcon, dirigente dell'associazionismo umanitario, gia' presidente della ong Consorzio italiano di solidarieta' (Ics), e' portavoce della ong "Sbilanciamoci!". Tra le opere di Giulio Marcon: Le ambiguita' degli aiuti umanitari, Feltrinelli, Milano 2002; Come fare politica senza entrare in un partito, Feltrinelli, Milano 2005]

 

L'Italia continua a spendere troppo per le missioni militari all'estero e le forze armate. Soprattutto in un momento di grave crisi economica e finanziaria che sta costringendo altri paesi a ridurre gli organici militari, ridimensionare i programmi di riarmo, contenere i costi delle missioni all'estero. Questo in Italia non sta succedendo, anzi.

Mentre con l'ultima manovra finanziaria si fa macelleria sociale e si azzera il welfare, l'Italia continua ad avere un altissimo bilancio militare, a mantenere in vita il costosissimo programma della costruzione ed acquisizione dei cacciabombardieri F35 (ben 16 miliardi di euro) e a spendere tantissimo per le missioni militari all'estero.

Tra queste missioni, quella in Afghanistan - che incide in modo pesantissimo nei costi sostenuti per l'intero complesso delle missioni - rappresenta l'iniziativa piu' contestabile: si tratta di un intervento di guerra, spacciato per missione di pace ed attivita' di cooperazione, che contraddice l'articolo 11 della nostra Costituzione ("L'Italia ripudia la guerra") e che - concretamente - puo' essere valutata dopo quasi 10 anni di presenza sul campo come un autentico fallimento. Miliardi di euro buttati in tanti anni per una missione che non ha portato la pace nel paese, non ha migliorato la condizione di vita della popolazione civile, non ha costruito maggiore sicurezza nella regione. Ecco perche' andrebbe posta fine a questo intervento. Tra l'altro, il finanziamento della missione militare viene a scapito delle risorse per la cooperazione civile (che vengono ulteriormente falcidiate) e questo fa cadere in modo definitivo il velo dell'ipocrisia di un intervento militare presentato come aiuto per la ricostruzione economica e sociale del paese.

Le missioni militari all'estero vengono finanziati con fondi extra bilancio (della difesa) i cui costi non sono mai computati nei calcoli ufficiali delle spese militari del nostro paese. Lo stesso si fa con i costi sostenuti dal Ministero dello Sviluppo Economico per i programmi di riarmo in cui e' protagonista la nostra industria militare. Trasparenza vorrebbe che invece questo avvenisse evidenziando quanto effettivamente l'Italia spende (ed e' tanto) per l'apparato della difesa ed i suoi interventi in giro per il mondo.

Ed ecco perche' la campagna Sbilanciamoci ha proposto anche nella sua recente contromanovra (le proposte sono su www.sbilanciamoci.org) il taglio radicale della spesa militare del 20% e la fine della missione in Afghanistan. Va anche abolito il capitolo di spesa speciale sulle missioni militari all'estero e riportato tutto dentro il bilancio della difesa. Si risparmierebbero in questo modo - nel periodo 2012-2014 - ben oltre 6 miliardi di euro che potrebbero essere utilmente spesi oltre che per interventi rivolti a fronteggiare la crisi economica, anche per le attivita' di cooperazione civile e per le iniziative di pace - quelle vere - nelle aree di conflitto. Bisognerebbe poi intervenire in modo piu' strutturale sulla struttura delle Forze Armate riducendo, nel corso di 10 anni, l'organico di almeno un terzo e portandolo a non piu' di 120mila unita', piu' che sufficienti a garantire la funzione costituzionale di difesa del paese e gli impegni di pace all'estero. Bisognerebbe poi cancellare il programma dei cacciabombardieri F35: anche in questo caso ci sarebbe un risparmio di oltre 16 miliardi di euro, che potrebbero essere spesi per gli ammortizzatori sociali e a favore di interventi di natura fiscale per i redditi piu' bassi. Si tratta di misure che andrebbero collocate dentro una filosofia diversa del ruolo delle nostre Forze Armate: un ruolo ridisegnato dentro un autentico orizzonte di pace, ancorato al ruolo di peace building delle Nazioni Unite e non di quello militar-interventista della Nato, di costruzione di quella "sicurezza comune" che e' cosa radicalmente diversa dalla logica dell'interventismo militare (soprattutto in Iraq ed in Afghanistan) che coincide largamente con la logica della guerra.

Ecco perche' non si tratta solo di soldi, ma anche di ripristinare i principi ed i valori della Costituzione. E di rimettere al centro il ruolo di pace di una politica estera del nostro paese, protagonismo che in questi anni e' stato sacrificato sull'altare della geopolitica e degli interessi delle alleanze internazionali.

 

5. DOCUMENTAZIONE. FABIO SEBASTIANI: L'ITALIA SPENDE 23 MILIARDI PER LA GUERRA MA NON LO DICE

[Dal quotidiano "Liberazione" del 22 luglio 2011.

Fabio Sebastiani, giornalista, scrive sul quotidiano "Liberazione"]

 

All'ottavo posto al mondo per spese militari, nel 2010 l'Italia spende oltre 20 miliardi di euro per la difesa. Mentre la spesa complessiva per le strutture e il personale ha subito ritocchi, anche per "far posto" agli oneri del modello dell'esercito professionale, quella specifica per gli armamenti si avvicina sempre di piu' ad incrementi a due cifre. Luca Galassi ha fatto i conti in tasca alla difesa dalle colonne di "PeaceReporter": a lievitare sono i fondi destinati agli "acquisti" per i nuovi armamenti, un incremento dell'8,4% (mentre l'incremento complessivo e' almeno un terzo di questa percentuale) pari a quasi tre miliardi e mezzo, ovvero 266 milioni in piu' rispetto al 2010. L'Italia spende mezzo miliardo di euro all'anno per la campagna in Afghanistan, ed ha messo in cantiere una operazione da 16 miliardi per acquistare 131 bombardieri invisibili F-35, aerei "stealth" di ultima generazione, attrezzato per trasportare testate nucleari (471,8 milioni di euro l'uno). Altri 309 milioni saranno destinati all'acquisto degli elicotteri Nh-90 della AgustaWestland, mentre la lista della spesa militare 2011 contempla anche due sottomarini U-212, del costo di 164,3 milioni, e di altri elicotteri Ch-47 F Chinhook (per 137 milioni), oltre all'ammodernamento dei caccia multiruolo Tornado (178,3 milioni). Per il caccia Eurofighter Typhoon, il jet Aermacchi M-346 da addestramento, le modernissime fregate Fremm e i veicoli corazzati da combattimento Freccia verranno reperite risorse dal ministero dello Sviluppo economico, "chiamato a contribuire con poco meno di un miliardo di euro".

E' proprio tenendo conto della "partecipazione" del ministero dello Sviluppo economico che la spesa complessiva lievita di ben tre miliardi. Alla luce dei vincoli finanziari, e secondo i documenti ufficiali, il volume finanziario complessivo a disposizione del ministero della difesa e' pari a 20 miliardi e 494,6 milioni di euro nel 2011, a 21 miliardi e 16 milioni di euro nel 2012, e a 21 miliardi e a 368 milioni di euro nel 2013. Quindi, nonostante la crescita in valore assoluto della spesa rispetto al 2010, si registra tuttavia una diminuzione del rapporto percentuale della spesa rispetto al Pil che passa dall'1,31 per cento del 2010 all'1,28 per cento del Pil del 2011. Non e' cosi' se si tiene conto delle cifre che il ministero dello Sviluppo economico destina alle imprese degli armamenti. Secondo quanto riportano Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca nel loro libro "Il caro armato. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane", nel 2010 il nostro Paese ha previsto di spendere in spese militari qualcosa come 23 miliardi di euro. La struttura delle nostre Forze Armate, secondo quanto prevede il cosiddetto Nuovo Modello di Difesa, e' profondamente cambiata rispetto agli anni passati. Tra le righe, scopriamo che gli arsenali non conoscono crisi. Per non parlare poi delle vicende controverse legate alle servitu' militari e il destino degli immobili della Difesa. A quanto ammontino i "fondi-stampella" dello Sviluppo economico le carte ufficiali pero' non lo dicono: sono circa 900 milioni per il 2011, rispetto ad almeno 1.200 milioni degli anni precedenti, secondo una stima che circola tra esperti della difesa. Il governo non ha pubblicato un quadro trasparente di tutta la spesa. A questi vanno aggiunti il miliardo e mezzo di tutte le missioni. E quindi ecco spiegati i tre miliardi in piu'.

Dal punto di vista dell'attivita' produttiva in Italia, il settore e' in piena espansione: con un fatturato record da 3,7 miliardi, alla fine del 2008, come si e' appreso lo scorso anno, l'Italia ha superato la Russia, divenendo il secondo esportatore mondiale di armamenti, dopo gli Stati Uniti. Tra i "gioielli" dell'industria militare nostrana, il veicolo tattico multiruolo Lince e l'elicottero d'attacco A-129 Mangusta, ma a far lievitare il made in Italy sono anche armamenti meno "prestigiosi", come le bombe a grappolo messe al bando da recenti convenzioni internazionali, non ancora ratificate nella loro piena applicazione. Tra gli ultimi arrivi, i nuovi impianti radar per potenziare la rete operativa dell'Aeronautica militare italiana ed integrarla ancora di piu' nella catena di comando, controllo, comunicazione ed intelligence dell'Alleanza atlantica. Dodici sistemi Fixed Air Defence Radar (Fadr) Rat31-Dl sono stati commissionati alla Selex Sistemi Integrati, societa' del gruppo Finmeccanica, e sono in via d'installazione in altrettanti siti dell'Ami sparsi in tutta Italia. Ad essi si aggiungeranno anche due sistemi configurati nella versione mobile Dadr (Deployable Air Defence Radar) che saranno consegnati entro il 2013.

 

6. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "STRUMENTI PER RAGIONARE" DI GIOVANNI BONIOLO E PAOLO VIDALI (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)

[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di Giovanni Boniolo, Paolo Vidali, Strumenti per ragionare. Logica e teoria dell'argomentazione, Bruno Mondadori, Milano 2011]

 

Da pagina 153

9. Le fallacie

Nel sostenere e discutere una tesi spesso si commettono degli errori: consapevolmente o inconsapevolmente si ricorre ad argomenti fallaci (o, semplicemente, a fallacie). Conoscere e saper criticare tali errori argomentativi fa parte della competenza dialettica, tanto piu' utile in quanto, come avviene oggi in ambito politico, giudiziario, pubblicitario ecc., la quantita' di fallacie commesse tende a crescere, piuttosto che a diminuire.

Le fallacie sono modi di ragionare errati, perche' si parte da premesse false, o perche' si adottano delle inferenze scorrette, o perche' si producono a sostegno delle proprie tesi argomenti irrilevanti dal punto di vista razionale. Cio' non toglie ampiezza alla diffusione delle fallacie: non sempre si vuole far leva sulla razionalita' dell'interlocutore. Talvolta e' piu' semplice puntare sulle emozioni o e' piu' efficace ricorrere all'inganno. In questo ambito propriamente retorico si consuma molta parte della comunicazione contemporanea.

Analogamente a quanto si e' fatto nel capitolo precedente, classificheremo le fallacie seguendo la tipologia gia' illustrata. Classificheremo, quindi, tali errori nei cinque schemi visti e parleremo di fallacie di definizione, deduttive e pseudo-deduttive (classe della cogenza), a priori (classe dell'ideale), a posteriori (classe dell'esistente), strutturali (classe dell'ordine) e pragmatiche (classe della persona).

Anche qui proponiamo la terminologia piu' usata, facendo riferimento, per quanto possibile, a quella originaria medievale. Di ogni fallacia daremo la descrizione, proporremo almeno un esempio e illustreremo i passi necessari per evidenziarla.

*

Da pagina 181

9.6 Della persona: fallacie pragmatiche

Le fallacie pragmatiche nascono per lo piu' dalla forzatura che si opera nel collegare l'argomento proposto con il soggetto che lo sostiene, o lo confuta. In altri termini si eccede nel collegare detto e atto, eludendo la giustificazione razionale che dovrebbe essere data, o impedendo che essa si manifesti appieno. In effetti piu' che di argomenti errati, si tratta di argomenti razionalmente irrilevanti, poiche' non fanno leva sulla ragione, per quanto distorta in una fallacia, ma ricorrono alla forza, alla pieta', all'insinuazione, all'opinione dominante ecc.

9.6.1 Argumentum ad baculum

L'argomento "del bastone" (baculum) sposta sulla forza fisica, sociale, politica o economica cio' che dovrebbe giustificarsi in base alla ragione.

Esempio - La teoria tolemaica e' la migliore: ti conviene sostenerla, altrimenti corri il rischio di passare per eretico e di fare la fine di Galilei.

La minaccia e' del tutto irrilevante rispetto alla verita' o falsita' dell'enunciato che si vuole sostenere, ma puo' essere estremamente "persuasiva".

9.6.2 Argumentum ad verecundiam

Quest'argomento e' solo un po' meno persuasivo del precedente ("verecundia" oltre che "vergogna", significa, come in questo caso, "timore reverenziale"). Fare ricorso a un parere autorevole a sostegno di una tesi puo' anche essere corretto (vedi l'argomento pragmatico di autorita', paragrafo 8.85). Non lo e', invece, se l'autorita' invocata non e' riconosciuta da entrambe le parti che sostengono la disputa, o se l'autorevolezza riguarda un ambito diverso da quello toccato dalla discussione; o se chi e' "autorevole" non era nel pieno possesso delle sue facolta' mentali nel momento in cui si e' espresso su un certo tema o, semplicemente, scherzava; o, ancora, se il riferimento autorevole non e' identificato correttamente (siamo nel caso della diceria).

Comunque, mai un enunciato e' vero o falso solo perche' qualcuno (l'autorita') afferma che e' vero o falso, ne' perche' qualcuno si rifa' a qualcun altro (l'autorita') che afferma che e' vero o falso.

Esempio 1 - E' vero: questo, infatti, e' quel che sostiene Aristotele in proposito.

Esempio 2 - La nuova legge sugli stranieri sara' presto ritirata: lo afferma una fonte governativa.

Esempio 3 - L'altro giorno un mio amico ha sentito dire che il politico X e' un ladro.

Osserviamo che nel primo esempio si fa ricorso all'argumentum ad verecundiam propriamente detto; nel secondo e terzo esempio, poiche' la fonte autorevole non e' espressa, la strategia argomentativa e' quella della diceria.

9.6.3 Argumentum ad misericordiam

La verita' di un enunciato e' accettata sull'onda di uno stato di partecipazione emotiva favorevole all'enunciato o a una sua parte.

Esempio - Spero che accetterai il nostro progetto: tanto piu' che sono tre mesi che vi lavoriamo come pazzi, pur di riuscire a presentarlo in tempo.

Chi merita compassione non afferma necessariamente il vero e non ha necessariamente un comportamento irreprensibile.

9.6.4 Argumentum ad judicium

Si argomenta intorno alla verita' o falsita' di un enunciato facendo appello al fatto che esso e' giudicato tale da un gruppo estremamente vasto di persone, o da settori particolarmente influenti della popolazione.

Esempio - I sondaggi suggeriscono che il partito X vincera' le elezioni, quindi faresti meglio a votarlo.

La verita' di un enunciato non dipende da chi, e da quanti, lo giudicano veritiero. E' come affermare che "il bene non diventa male se nessuno lo fa, ne' il male diventa bene se lo fanno tutti".

9.6.5 Argumentum ad populum

Si argomenta intorno alla verita' o falsita' di un enunciato facendo appello al sentimento popolare.

Esempio - Siamo tutti italiani, quindi dobbiamo tifare per la nazionale.

Il valore emotivo in positivo (o in negativo) di un evento, oggetto o persona non implica un analogo valore di verita' (in positivo o in negativo, cioe' vero o falso) per gli enunciati che vi si riferiscono. Anche qui il numero o la popolarita' di una posizione non la rendono, solo per questo, accettabile ne', tantomeno, vera.

9.6.6 Argumentum ad personam

Invece di valutare l'argomento, si critica la persona che l'espone. Cio' puo' avvenire in modi diversi.

9.6.6.1 Ad personam 1 (abusivo) - Invece di ribattere un'asserzione, l'argomento attacca la persona che l'ha formulata.

Esempio - Puoi anche giustificare razionalmente che Dio non esiste: ma io so bene che questo e' semplicemente un tuo chiodo fisso.

9.6.6.2 Ad personam 2 (circostanziale) - Invece di attaccare un'affermazione, ci si sofferma sul rapporto tra chi la enuncia e le circostanze in cui egli si trova.

Esempio 1 - Il ministro delle Finanze sostiene che questo provvedimento di legge si traduce in un vantaggio per tutti i cittadini: lo dice lui che non e' un professionista e non ha niente da perdere.

Esempio 2 - Gli argomenti del sig. Rossi non hanno valore, perche' si basano su dati elaborati dalla sua stessa azienda.

9.6.6.3 Ad personam 3 (tu quoque) - Questa forma di attacco al proponente sottolinea come egli stesso non metta in pratica cio' che sostiene.

Esempio - Cosi' io non dovrei bere! E lo dici tu, che mai in vita tua sei stato sobrio piu' di un giorno.

In tutti questi casi si commette uno degli errori piu' diffusi nell'argomentare: anziche' criticare la tesi, si attacca chi la sostiene.

9.6.7 Avvelenamento del pozzo

L'avvelenamento del pozzo e' una variante della fallacia ad personam. E' un ragionamento in cui si tenta di sminuire quello che una persona sta per dire, gettando discredito su di essa. Cosi' facendo "si avvelena la sorgente prima che possa dare acqua".

Esempio 1 - Non starlo a sentire, e' un poco di buono.

Esempio 2 - Prima di dare la parola al mio avversario, vi prego di ricordare che quelli che si oppongono ai miei progetti non hanno a cuore il bene del paese.

Si critica la fallacia mostrando che utilizzandola si mira semplicemente al discredito, presso l'uditorio, di quanto l'interlocutore sta per dire, indipendentemente dal valore di cio' che verra' detto.

9.6.8 Colpa per associazione

Anche questa fallacia e' una variante della ad personam. La colpa per associazione, nota anche come cattiva compagnia, viene commessa quando una persona rifiuta un'affermazione semplicemente perche' accettata da persone giudicate negativamente. Anche in questo caso si afferma la falsita' di una tesi sulla sola base delle caratteristiche (negative) di chi la sostiene.

Esempio - Critichi lo scarso contrasto dell'immigrazione clandestina, ma cosi' facendo ti trovi a pensarla come i razzisti che vorrebbero sparare sui barconi in avvicinamento alle nostre coste.

Si puo' condividere una tesi anche con chi viene giudicato negativamente. Il fatto che qualcuno non voglia essere associato a persone indesiderate non giustifica il rifiuto di una tesi collegabile a tali persone: prova ne sia che la maggior parte delle persone peggiori accettano che la terra giri attorno al sole, ma questa non e' una ragione per diventare tolemaici.

9.6.9 Ridicolo

Anche il ridicolo e' uno strumento persuasivo, piu' che un'argomentazione: mostra l'effetto comico che nasce, talvolta, dall'incoerenza tra detti e fatti. In generale, usato contro l'interlocutore, l'argomento del ridicolo ne indebolisce la tesi. Questo argomento costituisce in ambito dialettico, in qualche modo, l'analogo del procedimento inferenziale di riduzione all'assurdo, utilizzato nell'ambito della logica classica: ovviamente, non ha il carattere di necessita' di una dimostrazione.

Esempio - Hai ragione. Nonostante tanti secoli di guerre, e' sbagliato concludere che gli uomini siano aggressivi: basta che non abbiano un'arma per le mani.

La palese contraddizione del ragionamento (l'aggressivita' non esiste, purche' l'uomo sia inerme) produce un effetto di ridicolo, che puo' essere usato per argomentare la tesi (l'aggressivita' esiste).

9.6.10 Uomo di paglia (falsa pista)

Si attacca un soggetto diverso, o piu' debole, di quello che si dovrebbe attaccare, allo scopo di fuorviare l'attenzione dal problema originale.

Esempio - Dobbiamo ridurre il debito pubblico e quindi tagliare su alcuni servizi pubblici. Siamo infatti in un paese in cui l'evasione fiscale e' una piaga che va curata con tutti i mezzi.

Per argomentare contro questa fallacia si mostra che il tema originario della discussione e' stato travisato, nel senso che e' stato affrontato un soggetto diverso, piu' debole o comunque piu' facilmente sostenibile di quanto affermato nella tesi principale.

9.6.11 Due torti fanno una ragione

L'errore sta nel fatto che qualcuno giustifica un'azione contro qualcun altro sostenendo che questi farebbe la stessa cosa al proprio posto.

Esempio - All'uscita dal negozio scopro che il commesso si e' sbagliato dandomi 20 euro di resto anziche' 10. Me li tengo, perche' se lui si fosse accorto che avevo sbagliato io a dargli 10 euro in piu', non me li avrebbe restituiti!

Si contrasta questa fallacia mostrando che due torti non fanno una ragione, semmai raddoppiano l'errore. Un'azione e' sbagliata anche se viene commessa ai danni di qualcuno che non riteniamo onesto o meritevole di rispetto. La fallacia puo' essere intesa come una cattiva applicazione dell'argomento di compensazione: cattiva perche' trascura la negativita' della ragione per cui si cerca unilateralmente di compensare un torto non subito.

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10. Come si argomenta e come si discute

Arrivati a questo punto, sappiamo quali sono gli strumenti necessari per argomentare, cioe' per stendere la giustificazione razionale di una tesi, o per discutere, cioe' per scambiare ragionamenti a sostegno di una tesi o, al contrario, per contrastarla. Sappiamo anche quali errori vanno evitati e come criticarli.

Ma come si costruisce un'argomentazione? Come la si utilizza all'interno di una discussione razionale?

Se e' facile dire quali sono i ragionamenti corretti e quali errati, molto piu' difficile e' saperli disporre per costruire una tesi ben argomentata o per allestire una critica ben condotta. Serve conoscere il tema in discussione, il contesto culturale a cui ci si rivolge, gli assunti condivisi con l'interlocutore o con il proprio uditorio.

Serve anche una certa sapienza del discutere, una capacita' creativa che spinge a focalizzare il proprio ragionamento utilizzando certi percorsi piuttosto che altri. Serve cioe' una sensibilita' argomentativa, che coglie gli errori e li porta alla luce, che spinge l'interlocutore a chiarire o a correggere le proprie posizioni, che individua la linea migliore per sostenere la propria tesi, se e' il caso fino a correggerla.

E infine serve un'etica, fatta di regole precise e di dirittura morale sia nell'argomentare che nel discutere. Non ogni mossa e' corretta, non ogni strategia e' innocente. In questo senso, alla base di tutto, per una buona discussione razionale serve un presupposto, non sempre facile da assumere: quello di non credere di possedere la verita'. La discussione razionale, infatti, e' ricerca in comune di una conclusione condivisa. Senza questa premessa si scade in monologhi fra dogmatici sordi alle ragione dell'altro. Si scade nel semplice tentativo di prevalere sull'avversario.

Non esistono quindi regole precise per argomentare e per discutere, ma una serie di condizioni che qui cercheremo di riassumere ed esemplificare. A tali condizioni bisognerebbe attenersi ogni volta che si vuole argomentare in modo valido una tesi, sia in presenza che in assenza di un interlocutore.

Queste condizioni possono essere raggruppate in relazione alle quattro fasi della discussione razionale:

1. studio e presentazione dello status quaestionis, cioe' di quanto e' conosciuto sulla tesi in questione;

2. giustificazione argomentativa vera e propria, corrispondente all'impiego di uno o piu' argomenti;

3. contro-argomentazione, cioe' confronto con una tesi diversa dalla propria, al fine di criticarla, ma anche di migliorare e di correggere la propria posizione;

4. dibattito, nel caso in cui la discussione sia pubblica e preveda l'interazione dialogica con uno o piu' interlocutori.

10.1 Come si prepara un'argomentazione

L'argomentazione si prepara delineando lo status quaestionis. Con questo termine si intende il quadro generale del problema affrontato. Ambito, termini, dati, ricerche sono la materia prima della discussione, accanto al modo di presentarli per costruire il sostegno razionale di una tesi. Non si discute per conoscere, ma si conosce per discutere, nel senso che una discussione in assenza di un'accettabile conoscenza dell'argomento diventa superficiale e spesso, proprio per difetto di informazione, incorre in fallacie.

La presentazione dello status quaestionis va cosi' articolata:

1. enunciazione concisa del problema da affrontare;

2. delucidazione del significato di alcuni termini, laddove vi sia ambiguita';

3. presentazione della rilevanza del problema e delle possibili conseguenze teorico-pratiche della sua soluzione;

4. enunciazione delle soluzioni alternative e loro critica;

5. enunciazione della soluzione che s'intende sostenere.

Si notino due punti.

1. La presentazione dello status quaestionis non esaurisce affatto l'argomentazione, ma la prepara. Una volta finita tale presentazione, infatti, comincia il vero e proprio momento argomentativo in quanto solo ora si avanzano quegli argomenti e quelle ragioni, che si pensa possano giustificare e sostenere la soluzione che si era presentata.

2. La presentazione della propria soluzione al problema in questione con l'enunciazione della tesi che si intende sostenere e' solo l'ultimo passo dello status quaestionis. Questo significa che prima di manifestare la propria opinione conviene riflettere intorno alla natura del problema, ai possibili equivoci derivanti da un uso improprio dei termini, all'esistenza di proposte alternative alla propria.

10.2 Come costruire un'argomentazione

La tesi presentata va giustificata attraverso un argomento o una combinazione di argomenti: quindi, rispettivamente, con un ragionamento semplice o un ragionamento complesso.

Si possono usare argomenti diversi a seconda della situazione, del contesto, del tipo di interlocutore, del tipo di tesi che si vuole sostenere. Va ricordato che la scelta degli argomenti a sostegno della propria tesi rappresenta il passaggio piu' delicato. Percio', anche se non e' possibile prescrivere quali argomenti usare, e' bene conoscere effetti e limiti dei diversi tipi di argomenti utilizzati.

1. Gli argomenti deduttivi e pseudo-deduttivi mirano a un tipo di argomentazione basata sulla validita' dei principi logici, dei connettivi, dei rapporti di inclusione parte-tutto ecc. Sono argomenti costruiti sul valore della logica, intesa come forma di ragionamento non bisognosa di ulteriore giustificazione. Possono essere usati in ogni circostanza, posto che il valore della necessita' e' un "luogo" riconosciuto da ogni interlocutore.

2. Gli argomenti a priori si basano su una struttura ontologica che si ritiene conosciuta indipendentemente dall'esperienza. Questi argomenti sono utilizzati dal discorso metafisico e in generale filosofico e permettono di ragionare per essenze, valori, ideali ritenuti validi universalmente. Tuttavia, sono spesso oggetto di critica proprio per la loro pretesa universalizzante. Non sempre, infatti, e' condiviso l'a priori da cui prende le mosse un argomento di questo tipo. La cautela e' d'obbligo, poiche' diventa controproducente, cioe' dialetticamente inefficace, pensare condivisi dall'interlocutore degli elementi a priori che non lo sono.

3. Gli argomenti a posteriori privilegiano l'esperienza, e quindi l'osservazione, i dati disponibili, le serie statistiche, il passato relativo a casi simili ecc. Sono il campo di applicazione del pensiero empirico e rappresentano un'argomentazione usata per lo piu' all'interno di un discorso che si vuole fondato su osservazioni ed esperimenti. Ma, come paradigmaticamente esemplificato dal caso degli argomenti induttivi, quelli a posteriori sono argomenti probabili e si prestano a smentite, a precisazioni, a distinguo. Tuttavia, nel nostro contesto culturale, sono particolarmente efficaci.

4. Gli argomenti strutturali mostrano l'importanza di alcune relazioni che possono essere trasferite da un ambito a un altro, per certi versi assimilabile al primo. L'argomento strutturale ricorre alla simmetria, all'individuazione del simile, alla proiezione del gia' noto, ove si tratti di relazioni esplicative nel rapporto tra elementi. E' un argomento utile per estendere ad altri ambiti il valore di certe conclusioni ed e' certamente produttivo di nuove prospettive. Si presta, tuttavia, al rischio della falsa analogia: proprio la diversita' degli ambiti e' indice di debolezza. E' sempre facile mostrare che la struttura che si vuole trasferire appartiene a domini diversi, e quando cio' avviene si indebolisce fortemente l'efficacia dell'argomento strutturale.

5. Gli argomenti pragmatici, infine, sono da utilizzare soprattutto in riferimento al rapporto tra dire e fare. Basati sull'uomo, nel senso di testimone, sull'interlocutore, sul suo essere persona dotata di credibilita', essi ruotano attorno all'azione umana come fondamento dell'autorita' e della testimonianza. Tuttavia, e' sottile il confine che separa un argomento pragmatico da una fallacia pragmatica: nell'usare un argomento pragmatico si rischia spesso di violare la regola d'oro della discussione razionale: "Si critica la tesi, non l'avversario".

10.3 Come contro-argomentare

La contro-argomentazione e' la fase di contrasto razionale di una tesi non condivisa.

Il primo passaggio di una buona contro-argomentazione e' la riformulazione della tesi che s'intende avversare, in modo da mostrare che e' stata ben compresa.

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10.4 Regole per discutere razionalmente

Avendo considerato le regole per stendere una buona argomentazione e i passi per criticare una tesi, vediamo piu' nel dettaglio quali sono i modi di conduzione della discussione razionale.

Una delle piu' accreditate formulazioni e' stata messa a punto da due studiosi della scuola di Amsterdam, Frans Eemeren e Rob Grootendorst. Il loro approccio, definito pragma-dialettico, consiste nel concepire l'argomentazione come il tentativo di risolvere le divergenze d'opinione mediante una discussione critica tra due interlocutori; questo scambio e' regolamentato e metodico e i due interlocutori interagiscono tra di loro con mosse che si configurano come atti linguistici. Infine, a ogni violazione delle regole corrispondono una o piu' fallacie.

Partendo da questa impostazione, pur con alcune varianti, proponiamo una sorta di decalogo della discussione razionale. Le regole che si propongono riprendono, integrano e rielaborano quanto detto finora, per produrre un sistema di norme da seguire quando, come accade quasi sempre, la ricerca della verita' e' impresa collettiva, fatta di discussione ma anche di ascolto, di confronto ma anche di dialogo.

Preliminari alla discussione

1. Anche se ogni tesi puo' essere argomentata, non ogni tesi puo' essere argomentata in qualunque contesto: ogni argomentazione deve avere una sua sede opportuna. Per esempio, non serve argomentare contro una legge del codice della strada con un vigile che deve applicarla; la legge, eventualmente, va contro-argomentata in sede opportuna.

2. Bisogna scegliere per ogni tesi da sostenere o da avversare un'argomentazione che abbia il peso argomentativo giusto nel contesto in cui viene proposta. Per esempio, non ha senso argomentare ricorrendo al valore supremo dell'umanita' quando ci si trova davanti a un gruppo di religiosi che attribuiscono solo a Dio un valore supremo.

Apertura della discussione

3. Il contributo alla discussione sia, allo stadio in cui questa avviene, tale quale e' richiesto dallo scopo, o orientamento, accettato dello scambio linguistico in cui si e' impegnati (principio di cooperazione).

4. Ognuna delle parti deve interpretare le espressioni dell'altra nel modo piu' accurato e pertinente possibile (principio di carita' interpretativa).

Discussione

5. Le parti non devono utilizzare formulazioni non sufficientemente chiare, o cosi' oscure da generare confusione; se richiesta, la definizione dei termini e delle premesse deve essere esplicitata e sottoposta alla discussione critica.

6. Ognuna delle parti non deve ostacolare l'espressione o la critica di punti di vista.

7. La parte che ha esposto una tesi e' obbligata a difenderla se l'altra parte lo richiede.

8. La critica deve vertere sulla tesi esposta dall'altra parte, non su chi la sostiene.

9. Una parte puo' difendere la propria tesi solo adducendo un'argomentazione a essa relativa.

10. Una parte deve utilizzare solo argomenti logicamente validi, o tali da essere resi validi mediante l'esplicitazione di una o piu' premesse.

11. Schemi argomentativi accettati e correttamente applicati non possono essere disattesi.

Chiusura della discussione

12. Se un punto di vista non e' stato difeso in modo conclusivo, allora chi lo propone deve ritirarlo. Se un punto di vista e' stato difeso in modo conclusivo, allora chi vi si oppone non deve piu' metterlo in dubbio.

In conclusione...

Si puo' insegnare a discutere?

E' una domanda a cui non si puo' rispondere facilmente, perche' argomentare e discutere non sono una tecnica, ma un'arte che, come tutte le arti, abbisogna di una tecnica.

Nella discussione razionale servono la conoscenza degli strumenti logici e argomentativi, delle fallacie, del retroterra culturale dell'uditorio o del proprio interlocutore, una buona competenza linguistica e, all'occorrenza, anche la capacita' retorica di presentare bene i propri argomenti. Tutto questo si impara, eppure non basta. Come ogni arte, prima se ne impara la tecnica di base e poi la si affina attraverso l'applicazione paziente, la pratica costante, l'umilta' di fronte ai propri errori, l'osservazione di chi e' piu' esperto. E, infine, serve quel tanto di inventiva e fantasia che nessuno insegna e che, pure, e' presente in ognuno.

Ma, soprattutto, una buona discussione sara' il frutto di un atteggiamento mentale e morale: quello di chi sa che, in un mondo cosi' variopinto e complesso, la verita' non e' mai il possesso di qualcuno, ma il frutto provvisorio e parziale di una ricerca in comune.

 

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COI PIEDI PER TERRA

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Numero 476 del 23 luglio 2011

 

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