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La domenica della nonviolenza. 257



 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100

Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 257 del 24 luglio 2011

 

In questo numero:

1. Un appello: Il Parlamento non rifinanzi le guerre e le stragi in Afghanistan e in Libia

2. "Rete No War" e "U.S. Citizens for Peace & Justice": Contro la guerra in Libia un appello ai membri non belligeranti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu

3. Giulio Vittorangeli: La manovra

4. Giulio Vittorangeli: Col sandinismo nel cuore

5. Giulio Vittorangeli: La solidarieta' umana contro la barbarie del potere

6. Giulio Vittorangeli: Il dovere della memoria

7. Alcuni estratti da "Indignatevi!" di Stephane Hessel

 

1. REPETITA IUVANT. UN APPELLO: IL PARLAMENTO NON RIFINANZI LE GUERRE E LE STRAGI IN AFGHANISTAN E IN LIBIA

 

Chiediamo a tutte le persone di volonta' buona e di retto sentire di far sentire la propria voce al Parlamento italiano affinche' non rifinanzi le guerre e le stragi in Afghanistan e in Libia.

*

La partecipazione italiana a quelle guerre e' illegale, poiche' viola l'art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana.

La partecipazione italiana a quelle guerre e' gia' costata troppe morti, tra cui quaranta giovani soldati italiani.

*

La partecipazione italiana a quelle guerre costituisce anche uno sperpero scellerato ed assurdo di enormi risorse finanziarie dello stato italiano.

Quegli ingenti fondi non siano piu' utilizzati per provocare la morte di esseri umani, e siano utilizzati invece per garantire in Italia a tutti il diritto alla casa, alla scuola, alla salute, all'assistenza.

*

Chiediamo che il Parlamento ripudi la guerra, nemica dell'umanita'.

Chiediamo che il Parlamento riconosca, rispetti e promuova la vita, la dignita' e i diritti di ogni essere umano.

Chiediamo al Parlamento che cessi la partecipazione italiana alle guerre in corso.

Chiediamo al Parlamento che si torni al rispetto della Costituzione della Repubblica Italiana.

Chiediamo al Parlamento che l'Italia svolga una politica internazionale di pace con mezzi di pace, per il disarmo e la smilitarizzazione dei conflitti, per il riconoscimento e l'inveramento di tutti i diritti umani per tutti gli esseri umani.

Solo la pace salva le vite.

*

Appello promosso dal "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo

Viterbo, 21 luglio 2011

 

2. APPELLI. "RETE NO WAR" E "U.S. CITIZENS FOR PEACE & JUSTICE": CONTRO LA GUERRA IN LIBIA UN APPELLO AI MEMBRI NON BELLIGERANTI DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL'ONU

[Riproponiamo il seguente appello che abbiamo ricevuto dalle amiche e dagli amici di "U.S. Citizens for Peace & Justice" di Roma (per contatti: e-mail: info at peaceandjustice.it, sito: www.peaceandjustice.it), e da altre amiche ed altri amici ancora]

 

Stop alla guerra Nato in Libia: scriviamo ai membri non belligeranti del Consiglio di Sicurezza Onu.

Campagna e-mail promossa dalla "Rete No War" e da "U.S. Citizens for Peace & Justice - Rome".

Alcuni paesi della Nato, in alleanza con alcune petromonarchie del Golfo, stanno conducendo da tre mesi in Libia una guerra illegale a sostegno di una delle due fazioni armate che si affrontano; una guerra fondata su informazioni false, portata pervicacemente avanti con vittime dirette e indirette; una guerra che continua malgrado le tante occasioni negoziali

disponibili fin dall'inizio.

Che fare? La pressione popolare nei confronti dei paesi Nato e' certo necessaria, ma non basta. Potrebbe essere utile, se attuata in massa, una campagna di e-mail dirette a paesi non belligeranti e membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiedendo loro di agire. Molti di quei paesi hanno gia' manifestato volonta' negoziali e potrebbero utilizzare come strumento di pressione questo appoggio popolare da parte di cittadini di paesi Nato. Gia' agli inizi di marzo, Fidel Castro chiede - invano - ai popoli e ai governi

di appoggiare la proposta di mediazione del Venezuela, approvata dai paesi dell'Alleanza Alba.

Per questa ragione i gruppi "Rete No War" e "U.S. Citizens for Peace & Justice - Rome" hanno consegnato un analogo appello ad alcune ambasciate a Roma.

Ecco come partecipare alla campagna, semplicemente, con una e-mail. Basta mandare il testo qui sotto (in inglese) nel corpo del messaggio agli indirizzi e-mail di: Russia, Cina, India, Sudafrica, Nigeria, Gabon, Bosnia Erzegovina, Libano, Colombia, Portogallo, Germania.

Per ulteriori informazioni su questa iniziativa, scrivete a: boylan at interfree.it o mari.liberazioni at yahoo.it oppure visitate i siti: www.radiocittaperta.it, www.disarmiamoli.org, www.peaceandjustice.it

*

e-mail delle rappresentanze dei paesi: ChinaMissionUN at Gmail.com, rusun at un.int, India at un.int, portugal at un.int, contact at lebanonun.org, chinesemission at yahoo.com, delbrasonu at delbrasonu.org, siumara at delbrasonu.org, bihun at mfa.gov.ba, colombia at colombiaun.org, pmun.newyork at dirco.gov.za,  perm.mission at nigerdeleg.org, aumission_ny at yahoo.com, presidentrsa at po.gov.za, info at new-york-un.diplo.de, dsatsia at gabon-un.org, LamamraR at africa-union.org, waneg at africa-union.org, JoinerDJ at africa-union.org, gabon at un.int, Nigeria at un.int, unsc-nowar at gmx.com

*

Nell'oggetto della e-mail scrivere:

Pleare stop Nato war in Libya. Appeal to non-belligerant members of the U. N. Security Council

*

Testo da inviare:

We appeal to non-belligerent members of the U. N. Security Council

to put an end to the misuse of U. N. Security Council Resolution 1973 to influence the internal affairs of Libya through warfare, by revoking it, and to press for a peaceful resolution of the conflict in Libya, backing the African Union's central role in this context.

We thank those countries that have tried, and are still trying, to work towards peace.

Our appeal is based on the following:

- the military intervention in Libya undertaken by some Nato members has now gone far beyond the provisions of Security Council Resolution 1973, and is based on hyped-up accounts of defenseless citizens being massacred by their government, while the truth is that, in Libya, there is an on-going and intense internal armed conflict;

- we are aware of the economic and geo-strategic interests that lie behind the war in Libya and, in particular, behind Nato support of one of the two armed factions;

- Nato military intervention in Libya has killed (and is continuing to kill) countless civilians, as well harming and endangering the civilian population, including migrants and refugees, in various other ways;

- the belief that, at this stage, only non-belligerent countries - and particularly those with U.N. Security Council voting rights - can

successfully bring a peaceful end to the conflict through negotiations and by implementing the opening paragraph of U.N. Security Council Resolution 1973, which calls for an immediate ceasefire.

Respectfully yours,

Name (or association)

Address (optional)

 

3. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: LA MANOVRA

[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per questo intervento.

Per un profilo di Giulio Vittorangeli - che e' da sempre uno dei principali collaboratori di questo foglio e uno degli amici piu' cari - dall'ampia intervista apparsa in "Coi piedi per terra" n. 325 riprendiamo la seguente breve notizia biobibliografica "Giulio Vittorangeli e' nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di condotta impareggiabili. E' il responsabile dell'Associazione Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta' concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti interventi sono negli atti di diversi convegni. Ha partecipato alla realizzazione, stesura e pubblicazione di tre libri: Que linda Nicaragua!, Associazione Italia Nicaragua, Fratelli Frilli editori, Genova 2005; Nicaraguita, la utopia de la ternura, Terra Nuova, Managua, Nicaragua, 2007; Nicaragua. Noi donne le invisibili, Associazione Italia-Nicaragua di Viterbo, Davide Ghaleb editore, Vetralla (Vt) 2009. Per anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha cessato le pubblicazioni nel 1997). Attualmente cura il notiziario "Quelli che solidarieta'"]

 

Le ultime vicende italiane, che avevano segnato la messa in crisi del modello berlusconiano, erano state caratterizzate dalla riappropriazione dei beni comuni, riaffermando che era sul terreno sociale che si giocava il futuro. L'unita' nazionale che si e' determinata sulla manovra economica, una manovra che continua ad acuire le differenze sociali, cancella qualsiasi possibilita' di bene comune a favore di una assurda e suicida politica liberista basata esclusivamente su tagli e privatizzazioni.

"Il Pil puo' aumentare perche' ci sono piu' guerre, piu' incidenti stradali, piu' psicofarmaci in circolazione e perche' si fa il ponte sullo Stretto. Oppure puo' aumentare perche' si producono piu' pannelli solari. Si fanno piu' asili nido, si ristrutturano le scuole italiane che non rispettano le norme della sicurezza. Che deve aumentare il Pil e' un falso problema. Dobbiamo invece chiedere che cosa deve aumentare (e che cosa deve diminuire) nella produzione dei beni e dei servizi. E chiedendoci questo, ci stiamo interrogando su quale economia vogliamo e sul modello di sviluppo di cui abbiamo bisogno. Tutto questo a maggior ragione in una situazione drammatica come quella attuale con il default della Grecia e un rischio analogo anche per il Portogallo, la Spagna, l'Irlanda e l'Italia. E' la cattiva crescita economica (fondata sulla cattiva finanza) ad aver provocato questa crisi e solo una buona crescita economica puo' portare maggiore benessere sociale e sostenibilita' ambientale. E tutto cio' prescinde dal Pil in quanto tale" (Giulio Marcon).

Conviene seguire da vicino cosa sta succedendo in Grecia, perche' e' il filmato di cio' che tocchera' altri paesi europei fortemente indebitati, Italia in testa.

Il problema non e' Atene, ma il fallimento della politica neoliberale dell'Unione Europea. Il "piano di salvataggio" imposto dalla Troika (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Commissione Ue) e' una vera e propria macelleria sociale (tagli a salari, pensioni, spesa pubblica, ecc.) che colpisce i ceti meno abbienti, priva di alcun progetto di sviluppo e che serve solo a salvare le banche pagando interessi su interessi.

Da noi, la crisi economica e sociale incide nel corpo vivo della societa', in profondita', allarga la forbice sociale e condanna aree crescenti all'assenza di una speranza, mette in ansia milioni di persone che purtroppo si sentono sole con i loro problemi e sono facile preda del qualunquismo, dell'antipolitica e della ricerca di un nemico diverso: l'immigrato. Un male terribile, con cui non sara' facile fare i conti.

Dov'e' uno straccio di politica alternativa alla destra quando, sulle questioni che contano, su Marchionne, sullo scempio della scuola e dell'universita', sull'immigrazione, sul carcere, sulla guerra, il consenso e' cosi' trasversale?

La destra, in Italia piu' che altrove, ha lavorato a fondo nella perversione dei rapporti sociali primari, illudendo meta' del paese che la felicita' di tutti si conquista a spese delle minoranze prive di potere; facendo credere che lo sviluppo si ottiene togliendo le pause agli operai e costringendoli alla contrattazione aziendale con i padroni del vapore globali; privando di diritti gli stranieri, strozzando le classi scolastiche ed emarginando quel po' di ricerca disinteressata che ancora sopravvive nelle nostre universita' anchilosate. E la sinistra le e' andata dietro, tatticismo dopo tatticismo, concessione dopo concessione, sconfitta dopo sconfitta.

Oggi, siamo alla ripetizione di questo schema che non fa che riproporre un'Italia materialista, individualista e "machista", dove la solidarieta', nazionale e internazionale, e' stata sostituita dal piu' squallido qualunquismo.

"Nelle rete che siamo l'unica forma di sopravvivenza e' la solidarieta'. La solidarieta' che tende la mano a chi adesso non ce la fa, che comprende lo sforzo di tutti e lo rispetta. La solidarieta' sincera che critica per aiutare, che aiuta per superare, che coopera per crescere, che cresce per cambiare, che cambia per migliorare, che migliora per potere, finalmente, essere felici. Ma questa solidarieta' dev'essere sincera e degna. Sincera quando dice le cose, quando esprime dubbi e certezze, quando da' opinioni e quando ascolta. E degna tutte le volte che afferma e difende la sua affermazione. Senza timori perche' nessuno e' stupido. Senza timori perche' nessuna idea e' vuota, al contrario, tutto puo' arricchire, assolutamente tutto. E' necessario crederci, nient'altro" (da "Hacer comunidad", che Matteo Dean, giornalista recentemente scomparso a Citta' del Messico, aveva scritto e postato nel suo blog qualche anno fa).

 

4. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: COL SANDINISMO NEL CUORE

[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per questo intervento]

 

Quando il 19 luglio 1979 i sandinisti entravano a Managua, si affermava una delle rivoluzioni piu' "romantiche" della storia. Una rivoluzione che riviveva gli ideali di Sandino che fu alla testa, fino alla morte, di una delle piu' eroiche battaglie antimperialistiche della storia latinoamericana. Il sandinismo era riuscito a sollevare tutto un popolo contro forze impari e spietate. Il regime del dittatore Anastasio Somoza, finanziato dagli Stati Uniti, e la sua guardia nazionale avevano massacrato 40.000 persone con una brutalita' che di solito un paese riserva ai suoi nemici.

L'intero Centro America degli anni '80, sotto la morsa della guerra di "bassa (alta) intensita'", era diventato un buco nero di morte, torture, violenze, operazioni "terra bruciata" messe in campo dalle giunte militari (Salvador e Guatemala) con l'appoggio della Cia per reprimere la guerriglia crescente.

I sandinisti ci stavano nel cuore, erano penetrati in noi, e vi sarebbero rimasti a lungo, immagini gloriose e vive di una stagione unica della nostra esistenza. Il fazzoletto rossonero, le condizioni di vita reali, la loro fragilita', la loro forza, la loro voglia di cambiare il mondo, le casualita' che determinavano antieroismi, la ricchezza umana delle persone.

Una stagione straordinaria che morde ancora la memoria, di speranze straordinarie, di tenace resistenza e di delusioni. E' un frammento di quel Novecento che l'attuale minimalismo neppure s'immagina. Da allora molte cose sono cambiate in peggio. Oggi parlare del Nicaragua ("Ma sei matto? A chi vuoi che importi") vuole dire, nella migliore delle ipotesi, ricevere sorrisi frettolosi. Effettivamente e' un piccolo Paese dall'altra parte del mondo. Perche' mai cio' che vi accade dovrebbe interessarci con tutti i guai che abbiamo?

Non solo si e' persa la memoria (in Italia, da vent'anni, viviamo in un presente eterno, senza radici nel passato e senza percezione del futuro), ma e' entrata in crisi la stessa solidarieta' internazionale, da un lato o dall'altro del pianeta, colpisce tutti: quelli che dovrebbero esprimere solidarieta' e quelli che hanno bisogno di riceverla. O, meglio, tutti noi che abbiamo bisogno di riceverla e di darla.

Se pensiamo all'America Latina, delle migliaia di comitati di solidarieta' che si sono avuti in tutto il mondo con il Nicaragua sandinista la maggior parte e' scomparsa. Le cause di questa crisi sono molte, ma come affermato da Pedro Casaldaliga e Jose' Maria Vigil, si possono riassumere in due motivi: a) Il crac dell'Est europeo e la caduta del socialismo reale; il fallimento di alcune rivoluzioni popolari; il presunto trionfo del nuovo impero del liberismo e l'egemonia totale del mercato; b) il fatto che non si veda un progetto storico dei poveri, alternativo, che sia praticabile in questo periodo globalizzato della politica e dell'economia.

A tutto questo si aggiunge, almeno per quello che riguarda l'Italia, la mutazione antropologica subita dalla nostra societa'. "Una mutazione che ingloba anche il rigurgito del passato: il ritorno di tratti tipici della biografia del paese - il qualunquismo, il plebeismo, l'individualismo, la noncuranza della democrazia, la debolezza del senso civico, il disprezzo della cultura e degli intellettuali - nella cornice delle trasformazioni strutturali della surmodernite' neoliberista e globalizzata, e delle reazioni ad essa... Altrimenti (le forze di sinistra - ndr -) se non altro per questo, avrebbero assunto la battaglia antirazzista come strategia, come uno dei due perni - l'altro e' la difesa dei diritti di tutti i lavoratori, cittadini e meticci - per tentare forme di ricomposizione di classe, come sarebbe stato un tempo" (Annamaria Rivera).

La nostra democrazia si trova dinanzi a un bivio: o ritrova le forze sociali, culturali e politiche per imporre una alternativa di sistema politico o si rassegna alla degenerazione del vivere collettivo e al degrado istituzionale. I bastioni della Costituzione democratica e antifascista, sono certamente un argine alla attuale maggioranza che ci governa. Solo, che qualsiasi appello in difesa della Costituzione non puo' non tenere conto delle profonde ferite (in termine di guerra, razzismo, precarieta' del lavoro) che le sono state drammaticamente inflitte dall'agire politico del centrosinistra in quest'ultimo tormentato quindicennio.

Il popolo della pace e' scomparso o si e' fatto invisibile, perche' annichilito troppe volte, non solo dalle guerrafondaie strategie dei neoimperi, ma dalle volonta' bipartisan e da una sinistra che lo ha cancellato dall'agenda.

Il vertiginoso inabissarsi in un razzismo istituzionale, che con il governo Berlusconi e' arrivato al culmine, e' iniziato con le iniziative prese dai governi di centrosinistra sulla vicenda degli immigrati. Vale per tutti l'introduzione dei Centri di permanenza temporanei (Cpt) previsti dalla legge Turco-Napoliatno (governo Prodi) ridenominati poi Centri di identificazione e di espulsione (Cie). Per concludere con il ruolo svolto dal centrosinistra nello smantellamento e la precarizzazione del lavoro con il "Pacchetto Treu" - dal nome del ministro del Lavoro del governo Prodi.

 

5. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: LA SOLIDARIETA' UMANA CONTRO LA BARBARIE DEL POTERE

[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per questo intervento]

 

Se in Italia i manicomi sono stati chiusi (legge n. 180 del 1978), ed e' un bene, purtroppo la "cultura manicomiale" resta aperta, ed il tema della salute mentale e' drammaticamente attuale. Il paziente viene ancora considerato come una "macchia" per la societa' e quindi da nascondere. Gli stessi media presentano un'immagine distorta della follia. Non viene rappresentato un individuo che, pur vivendo un profondo disagio, ha in se' risorse per vivere, capacita' di scelta ed e' comunque soggetto di diritto. Il paziente viene etichettato come "diverso" e in quanto tale fa paura.

Restano piu' che mai attuali le parole di Basaglia: "Io sono convinto che la malattia mentale e' l'istituzione, cioe' e' fabbricata dall'istituzione... Io non nego che esista la pazzia, cioe' la 'sragione', nego che esista una sua razionalizzazione, praticamente nego che il malato di mente sia una persona che non puo' avere un rapporto con l'altro, cioe' nego che sia uno schiavo alle dipendenza di un padrone, che in questo caso e' lo psichiatra... Io penso che dobbiamo cambiare le coscienze attraverso una lotta. Secondo me non e' nella speranza che noi possiamo pensare una soluzione delle cose: la speranza e' sempre un falso messia. Soltanto nella lotta possiamo pensare di cambiare qualcosa di reale, la lotta in cui si possa vedere quello che e' il futuro, ma il futuro di una situazione che cambia".

Purtroppo la "cultura manicomiale" si espande. "C'era una volta la città dei matti, adesso ci sono i lager degli immigrati e nuovi muri che si cerca di erigere per sottrarre allo sguardo quello che oggi, come la malattia mentale allora, va internato, recluso, messo fuori scena e reso osceno. Gli 'altri' nei quali, come negli internati di Gorizia, e' piu' facile isolare la diversita' che ci separa che riconoscere il tratto di comune umanita' che ci unisce" (Ida Dominijanni).

*

Sappiamo benissimo che, nel feroce imbarbarimento subito dalla societa' italiana, diventa sempre piu' difficile praticare la solidarieta' verso di soffre; al massimo le viene lasciato uno spazio testimoniale, non produttivo di trasformazione.

La miscela esplosiva che ci circonda, misto di rabbia e nichilismo, e' il frutto del piu' feroce neoliberismo che si presenta come ineluttabile destino. Reso particolarmente evidente nella simultaneita' tra xenofobia razzista da un lato e disoccupazione e crisi economica (fine dei diritti acquisiti nel lavoro) dall'altro, dove l'una e' diretta conseguenza dell'altra.

E' l'affermarsi di un modello di societa' ferocemente classista, dove la rabbia esiste, ma e' individuale, egoistica. Non raggiunge il punto di fusione con la rabbia del vicino; anzi, si scaglia contro il vicino. Cosi' si e' dimenticata la fraternita', cancellata l'eguaglianza, del trinomio della rivoluzione francese resta solo la liberta': il Partito della liberta'!

Certo il centrodestra e' entrato in crisi, ma questo non e' scaturito dall'iniziativa politica dell'opposizione; piuttosto da un primo sussulto di dignita' di un parte della nostra societa' che ha, in realta', mille motivi per ribellarsi al degrado politico, civile e morale.

Senza dimenticare che, ancora oggi, una nutrita parte del Paese sembra continuare ad identificarsi in pieno in cio' che rappresenta il "Piccolo Cesare"; riuscendo a dar forma all'immaginario di una gran massa di persone. Lui e il suo modo di vivere rappresentano la "liberta'": se si vuol essere liberi bisogna aspirare a diventare piu' o meno come lui, e ha fatto credere che il suo governo offre la possibilita' di riuscirci. Queste persone naturalmente non hanno i suoi privilegi, ma fingono di non sapere che non godranno mai di una condizione anche soltanto mille volte inferiore alla sua. Sono sudditi, o peggio ancora servi, senza sapere di esserlo. Anzi, sembrano sempre piu' convinti che proprio il padrone premier li possa emancipare dal servaggio, perche' ha l'astuzia di proporsi come il paladino della liberta', rifiutandosi di capire che invece ha la capacita' di estinguerla insieme alla stessa democrazia.

*

Il punto decisivo, a nostro modesto parere, e' che un vero progetto politico alternativo ed antagonista deve basarsi, nell'immediato, sull'opposizione alla guerra ed al razzismo.

In concreto sulla fine della partecipazione militare italiana alla guerra, ad iniziare da quella afgana, e sulla cancellazione delle criminali leggi razziste del nostro governo, che stanno provocando sofferenze inaudite ai migranti. Si tratta di ristabilire la legalita' costituzionale e non altro. Il tempo e' ora.

 

6. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: IL DOVERE DELLA MEMORIA

[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per questo intervento]

 

Era il 28 agosto del 1988: in Germania a Ramstein, nella base Nato, si esibivano le Frecce Tricolori; durante il volo acrobatico avveniva la collisione fra tre aerei, uno si abbatteva sulla folla causando 70 morti e 346 feriti. Solo anni dopo si sarebbe saputo che due dei piloti degli aerei scontratisi, Ivo Nutarelli e Mario Naldini, avevano volato accanto al Dc9 Itavia scomparso il 27 giugno 1980 nei cieli di Ustica con 81 persone a bordo. Se non ci fosse stato Ramstein pochi giorni dopo avrebbero dovuto testimoniare nell'inchiesta del giudice Rosario Priore. E' restato l'interrogativo: fatti casuali o strategie della criminalita' politica?

Su Ustica, cosi' come sulle altre stragi che hanno insanguinato l'Italia (almeno da Piazza Fontana, 12 dicembre 1969), ufficialmente non si e' mai saputo cosa e' realmente successo, ed i processi che si sono celebrati si sono conclusi con la sostanziale impunita' di tutti i responsabili.

Si e' parlato di "stagione delle stragi", di "stragi di Stato", di "strategia della tensione", di servizi segreti "deviati", nazionali ed esteri; tutto questo da Portella della Ginestra (primo maggio del 1947), fino alla stazione di Bologna (2 agosto del 1980). Per la successiva strage del treno "rapido 904", l'antivigilia di Natale del 1984, si puo' gia' parlare di strategia mafiosa, visto il coinvolgimento di Toto' Riina. La storia delle origini dell'Italia post-fascista, cosi' come di quella oramai considerata come la Prima Repubblica, e' rimasta avvolta da molti di questi misteri.

Eppure Pier Paolo Pasolini, in un famoso articolo sul "Corriere della sera" del 14 novembre 1974, affermava:

"Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realta' e' una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi piu' recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in secondo ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginita' antifascista, a tamponare il disastro del referendum.

(...) Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi".

Anche le origini della cosiddetta Seconda Repubblica, mentre le inchieste su tangentopoli spazzavano via una parte della classe dirigente ed innescavano il processo di dissoluzione dei "vecchi" partiti, sono state segnate da scenari torbidi. Si e' iniziato con le stragi del 1992 (il 23 maggio a Capaci ed il 19 luglio a via D'Amelio) con l'uccisione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e si e' proseguito nel maggio del 1993 con cinque attentati (Roma: Via Fauro, Piazza San Giovanni in Laterano, chiesa di S. Giorgio al Velabro; Firenze: Via dei Georgofili; Milano: Via Palestro). Cinque attentati, con morti e feriti, che si somigliavano, e che portavano la stessa firma mafiosa. Qualcuno aveva deciso di inviare un segnale (dopo gli arresti eccellenti: Madonia, Riina, Santapaola, Pulvirenti, ecc.) e contemporaneamente dare la spallata a quella Prima Repubblica che alla fine non aveva garantito ai mafiosi quelle assoluzioni in Cassazione che essi cercavano.

Purtroppo siamo un popolo che ama dimenticare e non ricordare la propria storia.

Purtroppo non c'e' piu' un Pasolini che possa affermare: "Io so perche' sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto cio' che succede, di conoscere tutto cio' che se ne scrive, di immaginare tutto cio' che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica la' dove sembrano regnare l'arbitrarieta', la follia e il mistero".

Nonostante tutto questo abbiamo almeno il dovere della memoria.

 

7. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "INDIGNATEVI!" DI STEPHANE HESSEL

[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di Stephane Hessel, Indignatevi!, Add, Torino 2011, pp. 64 (ed. orig.: Indignez-vous!, Indigene, Paris 2010, traduzione di Maurizia Balmelli).

Stephane Hessel e' nato a Berlino nel 1917 da una famiglia ebraica (il padre fu il traduttore tedesco di Proust, mentre la madre fu il personaggio che ispiro' Roche' e Truffaut per la celebre Catherine di Jules e Jim), ed e' cresciuto nella Francia degli anni Trenta. Ha partecipato alla Resistenza francese e dopo la guerra ha lavorato al Segretariato generale dell'Onu. E' stato uno dei principali redattori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: Tra le opere di Stephane Hessel, Indignatevi!, Add Editore, Torino 2011; Impegnatevi!, Salani, Milano 2011]

 

Da pagina 8

E' il complesso dei fondamenti delle conquiste sociali della Resistenza che viene rimesso in discussione oggi.

*

Da pagina 9

Il motore della Resistenza e' l'indignazione

Hanno il coraggio di raccontarci che lo Stato non e' piu' in grado di sostenere i costi di queste misure per i cittadini. Ma com'e' possibile che oggi manchi il denaro necessario a salvaguardare e garantire nel tempo tali conquiste, quando dalla Liberazione, periodo che ha visto l'Europa in ginocchio, la produzione di ricchezza e' considerevolmente aumentata? Forse perche' il potere dei soldi, tanto combattuto dalla Resistenza, non e' mai stato cosi' grande, arrogante, egoista con i suoi stessi servitori, fin nelle piu' alte sfere dello Stato. Le banche, ormai privatizzate, dimostrano di preoccuparsi anzitutto dei loro dividendi e degli stipendi vertiginosi dei loro dirigenti, non certo dell'interesse generale. Il divario tra i piu' poveri e i piu' ricchi non e' mai stato cosi' significativo; e mai la corsa al denaro, la competizione, erano state a tal punto incoraggiate.

Il motore della Resistenza era l'indignazione. Noi, veterani dei movimenti di Resistenza e delle forze combattenti della Francia libera, ci appelliamo alle nuove generazioni perche' mantengano in vita e tramandino l'eredita' e gli ideali della Resistenza. Diciamo loro: ora tocca a voi, indignatevi! I responsabili politici, economici, intellettuali e la societa' non devono abdicare, ne' lasciarsi intimidire dalla dittatura dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia.

Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, e' che abbiate un motivo per indignarvi. E' fondamentale. Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati. Abbracciamo un'evoluzione storica e il grande corso della storia continua grazie a ciascuno di noi. Ed e' un corso orientato verso una maggiore giustizia, una maggiore liberta', ma non la liberta' incontrollata della volpe nel pollaio. Questi diritti, promulgati nella Dichiarazione del 1948, sono universali. Se incontrate qualcuno che non ne beneficia abbiatene pieta', aiutatelo a conquistarli.

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Da pagina 20

La mia indignazione riguardo alla Palestina

La mia principale indignazione, oggi, concerne la Palestina, la striscia di Gaza, la Cisgiordania. La fonte della mia indignazione e' l'appello lanciato agli ebrei della diaspora da alcuni israeliani coraggiosi: voi, i nostri antenati, venite a vedere dove i nostri governanti hanno portato questo Paese, dimenticando i valori umani fondamentali dell'ebraismo. Sono andato sul posto nel 2002, poi cinque volte nel 2009. Occorre assolutamente leggere il rapporto di Richard Goldstone su Gaza del settembre 2009, nel quale questo giudice ebreo sudafricano, che peraltro si dichiara sionista, accusa l'esercito israeliano di aver commesso, nel corso dell'operazione "Piombo fuso", durata tre settimane, "azioni assimilabili a crimini di guerra e forse, in alcune circostanze, perfino a crimini contro l'umanita'". A Gaza io sono tornato nel 2009, con l'intento di riscontrare personalmente il contenuto di quel rapporto. Mia moglie e io siamo riusciti a entrare grazie ai passaporti diplomatici, ma le persone che ci accompagnavano non hanno ottenuto l'autorizzazione. Neppure per la Cisgiordania. Noi invece abbiamo visitato anche i campi dei profughi palestinesi aperti nel 1948 dall'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite, dove piu' di tre milioni di palestinesi che Israele ha cacciato dalle loro terre aspettano un ritorno sempre piu' incerto. Quanto a Gaza, e' una prigione a cielo aperto per un milione e mezzo di palestinesi. Una prigione in cui ci si organizza per sopravvivere. Piu' ancora delle distruzioni materiali, come quella dell'ospedale della Mezzaluna Rossa a opera di "Piombo fuso", a tormentare la nostra memoria sono il comportamento degli abitanti, il loro patriottismo, il loro amore per il mare e le spiagge, la loro costante preoccupazione per il benessere dei figli, innumerevoli e ridenti. L'ingegno con cui affrontano tutte le carenze di cui sono vittime ci ha molto colpito. In mancanza del cemento per ricostruire le migliaia di case distrutte dai carri armati, li abbiamo visti fabbricare mattoni. Ci hanno confermato che nel corso dell'operazione "Piombo fuso", condotta dall'esercito israeliano, i morti - donne, bambini, vecchi nel campo palestinese - sono stati millequattrocento, contro cinquanta feriti da parte israeliana. Condivido le conclusioni del giudice sudafricano. Che degli ebrei possano perpetrare a loro volta dei crimini di guerra, e' una cosa insopportabile. Nella Storia, purtroppo, gli esempi di popoli che imparano dalla propria storia non abbondano.

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Da pagina 27

Per un'insurrezione pacifica

Ho notato - e non sono il solo - la reazione del governo israeliano di fronte al fatto che ogni venerdi' i cittadini di Bil'in si recano al muro contro il quale protestano senza lanciare pietre, senza ricorrere alla forza. Le autorita' hanno definito questa marcia "terrorismo nonviolento". Niente male... Bisogna essere israeliani per definire terrorista la nonviolenza. E bisogna soprattutto essere imbarazzati per l'efficacia della nonviolenza, dovuta al fatto che suscita il sostegno, la comprensione, il favore di tutti coloro che nel mondo si oppongono all'oppressione.

Il pensiero produttivistico promosso dall'Occidente ha trascinato il mondo in una crisi per uscire dalla quale e' necessario rompere radicalmente con la vertigine del "sempre di piu'", sia in ambito finanziario sia in quello delle scienze e della tecnica. E' ormai tempo che etica, giustizia ed equilibrio duraturo diventino preoccupazioni prioritarie. Perche' i rischi cui siamo esposti sono gravissimi, e potrebbero mettere fine all'avventura umana su un pianeta che diventerebbe inabitabile.

Resta comunque vero che dal 1948 a oggi abbiamo compiuto importanti progressi: la decolonizzazione, la fine dell'apartheid, lo smantellamento dell'impero sovietico, la caduta del Muro di Berlino. I primi dieci anni del XXI secolo, tuttavia, hanno rappresentato un periodo di arretramento. Tale arretramento, io lo spiego in parte con l'amministrazione di George Bush, l'11 settembre e le conseguenze disastrose che gli Stati Uniti ne hanno tratto, come l'intervento militare in Iraq. Nonostante la crisi economica che ci siamo trovati ad attraversare, non abbiamo avviato alcuna nuova politica di sviluppo. Allo stesso modo, il summit di Copenhagen contro il surriscaldamento climatico non ha consentito di intraprendere una vera e propria politica per la conservazione del pianeta. Tra gli orrori del primo decennio e le possibilita' dei decenni a venire, oggi siamo a un punto cruciale. Ma bisogna sperare, bisogna sempre sperare. Il decennio precedente, quello degli anni Novanta, era stato fonte di grandi progressi. Le Nazioni Unite avevano saputo indire conferenze come quella di Rio sull'ambiente, nel 1992; quella di Pechino sulle donne, nel 1995; e nel settembre del 2000, su iniziativa del segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, i 191 Paesi membri hanno adottato la dichiarazione sugli "Otto obiettivi del millennio per lo sviluppo", con la quale, tra l'altro, si sono impegnati a ridurre della meta' la poverta' nel mondo entro il 2015. Il mio grande rammarico e' che ne' Obama ne' l'Unione Europea si siano ancora manifestati con quello che sarebbe dovuto essere il loro contributo a una fase costruttiva, appoggiandosi ai valori fondamentali.

Come possiamo concludere questo appello all'indignazione? Ancora una volta ricordando che, in occasione del sessantesimo anniversario del programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, l'8 marzo 2004, noi veterani dei movimenti di Resistenza e delle forze combattenti della Francia libera (1940-1945) dicevamo che certo "il nazismo e' sconfitto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle della Resistenza e delle Nazioni Unite contro la barbarie fascista. Ma questa minaccia non e' del tutto scomparsa, e la nostra rabbia contro l'ingiustizia e' rimasta intatta".

No, questa minaccia non e' del tutto scomparsa. E allora, continuiamo a invocare "una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media, che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei piu' deboli e della cultura, l'amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti".

A quelli e quelle che faranno il XXI secolo, diciamo con affetto: "Creare e' resistere. Resistere e' creare".

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Da pagina 43

Appello dei Resistenti alle giovani generazioni

8 marzo 2004

Dal momento che vediamo rimesso in discussione il fondamento delle conquiste sociali della Liberazione, noi, veterani dei movimenti di Resistenza e delle forze combattenti della Francia libera (1940-1945), ci appelliamo alle giovani generazioni perche' mantengano in vita e tramandino l'eredita' della Resistenza e i suoi ideali sempre attuali di democrazia ed economia, sociale e culturale. Sessant'anni piu' tardi il nazismo e' sconfitto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle della Resistenza e delle Nazioni Unite contro la barbarie fascista. Ma questa minaccia non e' del tutto scomparsa, e la nostra rabbia contro l'ingiustizia e' rimasta intatta. In coscienza, noi invitiamo a celebrare l'attualita' della Resistenza non gia' a beneficio di cause partigiane o strumentalizzate da qualche posta in gioco politica, bensi' per proporre alle generazioni che ci succederanno di compiere tre gesti umanitari e profondamente politici nel vero senso del termine, perche' la fiamma della Resistenza non si spenga mai:

- Ci appelliamo innanzitutto agli educatori, ai movimenti sociali, alle collettivita' pubbliche, ai creatori, ai cittadini, agli sfruttati, agli umiliati, affinche' celebrino insieme a noi l'anniversario del programma del Consiglio Nazionale della Resistenza (Cnr) adottato in clandestinita' il 15 marzo 1944: Securite' sociale e pensioni generalizzate, controllo dei "gruppi di potere economico", diritto alla cultura e all'educazione per tutti, stampa affrancata dal denaro e dalla corruzione, leggi sociali operaie e agricole ecc. Come puo' oggi mancare il denaro per salvaguardare e garantire nel tempo queste conquiste sociali, quando dalla Liberazione, periodo che ha visto l'Europa in ginocchio, la produzione di ricchezza e' considerevolmente aumentata? I responsabili politici, economici, intellettuali e la societa' nel suo complesso non devono abdicare, ne' lasciarsi intimidire dall'attuale dittatura internazionale dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia.

- Ci appelliamo quindi ai movimenti, ai partiti, alle associazioni, alle istituzioni e ai sindacati eredi della Resistenza affinche' superino le poste in gioco settoriali, e lavorino innanzitutto sulle cause politiche delle ingiustizie e dei conflitti sociali, e non soltanto sulle loro conseguenze, per definire insieme un nuovo "Programma della Resistenza" per il nostro secolo, consapevoli che il fascismo continua a nutrirsi di razzismo, di intolleranza e di guerra, che a loro volta si nutrono delle ingiustizie sociali.

- Ci appelliamo infine ai ragazzi, ai giovani, ai genitori, agli anziani e ai nonni, agli educatori, alle autorita' pubbliche perche' vi sia una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media, che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei piu' deboli e della cultura, l'amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti. Non accettiamo che i principali media siano ormai nella morsa degli interessi privati, contrariamente a quanto stabilito dal programma del Consiglio Nazionale della Resistenza e dalle ordinanze sulla stampa del 1944.

A quelli e quelle che faranno il secolo che inizia, diciamo con affetto: Creare e' resistere. Resistere e' creare.

 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"

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Numero 257 del 24 luglio 2011

 

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