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Voci e volti della nonviolenza. 401



 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 401 del 19 agosto 2011

 

In questo numero:

1. Mao Valpiana: Se il Presidente della Repubblica

2. Sette domande a Giovanna Mulas

3. Raffaello Saffioti: Aldo Capitini profeta scomodo ieri e oggi da non imbalsamare

 

1. EDITORIALE. MAO VALPIANA: SE IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org) per questo intervento.

Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive e ha lavorato come assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di intervento nel sociale"); attualmente e' presidente del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in Afghanistan e poi liberata. Con Michele Boato e Maria G. Di Rienzo ha promosso l'appello "Crisi politica. Cosa possiamo fare come donne e uomini ecologisti e amici della nonviolenza?" da cui e' scaturita l'assemblea di Bologna del 2 marzo 2008 e quindi il manifesto "Una rete di donne e uomini per l'ecologia, il femminismo e la nonviolenza". Un suo profilo autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 de "La nonviolenza e' in cammino"; una sua ampia intervista e' nelle "Minime" n. 255 del 27 ottobre 2007; un'altra recente ampia intervista e' in "Coi piedi per terra" n. 295 del 17 luglio 2010]

 

Il Presidente della Repubblica e' il garante della Costituzione. Quando ha approvato la guerra in Libia, quando ha giustificato l'intervento militare in Afghanistan, quando ha promulgato leggi che prevedono spese belliche, ha tradito il proprio ruolo. L'articolo 11 della Costituzione italiana ripudia la guerra e il Presidente deve vigilare che cosi' sia.

Se il Presidente della Repubblica, come gia' in passato e' avvenuto, intende mandare un messaggio ai marciatori della Perugia-Assisi, ne tenga conto.

 

2. VERSO LA MARCIA PERUGIA-ASSISI. SETTE DOMANDE A GIOVANNA MULAS

[Ringraziamo Giovanna Mulas (per contatti: mulasgiovanna at yahoo.it) per questa intervista.

"Giovanna Mulas (Nuoro, 1969) e' scrittrice, poetessa, giornalista e pittrice. Ventinove libri pubblicati a oggi tra sillogi, poesia, romanzi, saggistica. Presente in centinaia di antologie internazionali con racconti e poesie. Pluriaccademica al merito, 60 primi premi letterari internazionali vinti, gli ultimi dei quali ricevuti a Ostia (Premio alla cultura Citta' di Ostia),  e a Taormina dall'Europclub e la Regione Sicilia (premiati anche Ennio Morricone per la musica, Carla Fracci per la danza, Istvan Horkey per la pittura e la giornalista e opinionista Rai Barbara Carfagna per il giornalismo d'opinione). E' stata tradotta in cinque lingue, due volte nomination all'Accademia di Svezia per la letteratura per l'Italia. Membro onorario della Gsa, Giornalisti Specializzati Associati di Milano, dirige le riviste di letteratura "Isola Nera" (in lingua italiana) e "Isola Niedda" (in lingua sarda), diffuse nel mondo e consigliate dall'Unesco, dal format originale in lingua spagnola "Isla Negra", fondato dal marito Gabriel Impaglione, poeta e giornalista argentino. Nel 2011 presenzia, ufficialmente per l'Italia e prima artista sarda nella storia dell'evento, al prestigioso Festival Internazionale di Poesia di Medellin, Colombia, primo d'importanza al mondo, Premio Nobel alternativo dal Parlamento di Svezia. Di prossima uscita Nocturno Oltre Confine, diario di viaggio in Colombia. www.giovannamulas.it e' il sito ufficiale curato dal giornalista Simone Piazzesi"]

 

- "La nonviolenza e' in cammino": Quale e' stato il significato piu' rilevante della marcia Perugia-Assisi in questi cinquanta anni?

- Giovanna Mulas: E' lapalissiano che l'uso strumentale delle opposizioni ideologiche ha creato una profonda crepa nella societa' italiana. Il movimento per la pace - visto come cammino permanente, costante - travolge la scena politica come soggetto neutro. L'attenzione si deve porre al non trasformare, col tempo, la Perugia-Assisi in un "atto dovuto", di moda o folklore, comunque privo dell'essenza che l'ha fatta nascere e sviluppare.

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- "La nonviolenza e' in cammino": E cosa caratterizzera' maggiormente la marcia che si terra' il 25 settembre di quest'anno?

- Giovanna Mulas: Nel mio romanzo Dannati, datato 2008, riporto una testimonianza sui desaparecidos argentini rilasciata il 4 ottobre 1997 a Martin Castellano da Adolfo Scilingo, militare repressore, e riferita ai Fokker F 28, "voli della morte": "... i voli furono comunicati ufficialmente dal viceammiraglio dell'armada Mendia pochi giorni dopo il golpe militare (marzo 1976). Ci e' stato spiegato che le procedure per lo smistamento dei sovversivi nell'armada (marina militare) si sarebbero svolte senza uniformi, indossando solo scarpe da ginnastica, jeans e magliette. Ci ha spiegato che nell'armada i sovversivi non sarebbero stati fucilati giacche' non si volevano avere gli stessi problemi avuti da Franco in Spagna e Pinochet in Cile. E neanche bisognava andare contro il Papa. Era stata consultata la gerarchia ecclesiastica ed era stato adottato un metodo che la chiesa considerava cristiano, ossia: gente che si alza in volo e non arriva a destinazione. Davanti al dubbio di alcuni marinai si e' chiarito che 'i sovversivi sarebbero stati buttati nel bel mezzo del volo'. Di ritorno dai voli i cappellani cercavano di consolarci ricordando un precetto biblico che parla di 'separare l'erba cattiva dal grano'". Penso alle madri della Plaza de Mayo. Non posso prevedere cio' che caratterizzera' la marcia di questo anno, ma credo comunque nell'urgenza di un lavoro capillare nelle coscienze. Avverto un contesto sociale-storico-politico nel quale vige la necessita' di un ritorno a quelle piazze simbolo del risorgimento del popolo, il Popolo Mondo, rinascita culturale e spirituale, anche sperimentale, piazze che mai hanno smesso di appartenere al popolo se non quando il popolo stesso le ha dimenticate, sconvolto, indurito, distratto da superficialita', lassismo, nichilismo, da tutto cio' che comporta l'imperialismo. Penso ancora all'azione della marcia e non al rito, alla moda. Certamente "marciare per la pace" e' marciare contro una guerra mascherata con nomi diversi. Una marcia che dovrebbe essere di tutti, aperta a tutti. Ora, il mio dovere d'intellettuale o aspirante tale e' quello di domandarmi costantemente e domandare se davvero si puo' pensare di arrestare con la nonviolenza la prepotenza capitalistica, usuraia, l'incursione e l'attacco continuo di un governo brigante che continua a partorire conflitti di classe.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Quale e' lo "stato dell'arte" della nonviolenza oggi in Italia?

- Giovanna Mulas: La realta' stessa, la prepotenza e la prevaricazione fisiologica e storica del potere, l'oppressione e il dominio sul piu' debole hanno trasportato il popolo nelle vie della risposta spesso violenta, non sempre voluta. La vittimizzazione di un popolo si costruisce col tempo e la storia. E' come una cipolla coi suoi strati: il primo e' rappresentato dall'impedire un lavoro e di conseguenza il cibo, quindi la dignita', fino ad arrivare al nucleo della cipolla: l'annullamento dell'uomo in quanto tale, la sua distruzione. "Globalizziamo il bene, perche' il male e' gia' globalizzato", scrive l'amico poeta Carlo Bordini. Un cambio radicale e' possibile con l'arte, quindi la cultura, l'educazione contro la guerra ed un programma ad hoc adottato da ogni Stato. Cosi' si puo' pensare, col tempo, ad educare il singolo al disprezzo verso la guerra e tutto cio' che e' sinonimo di violenza. Educare all'amore. Voglio crederci. Ma parliamo proprio di arte, di poesia e pace. Personalmente ritengo che il mestiere del buon scrittore, se di mestiere si puo' parlare in uno Stato che non lo riconosce ne' retribuisce come tale (uno Stato che fonda le sue radici sull'arte e non riconosce gli artisti come lavoratori. Anch'io, per lo Stato Italia, non esisto percio' non sono), debba essere fonte costante di messaggio, di sensibilita' respirata e trasmessa, di presagio, caduta nel pozzo e risalita, viaggio. L'ultima edizione del Festival Internazionale di Poesia "Palabra en el Mundo" ha toccato il tema della pace tra i popoli. Fondato e diretto da mio marito Gabriel Impaglione (poeta e giornalista argentino, sua la rivista di poesia "Isla Negra", diffusa nel mondo e consigliata dall'Unesco) e dal poeta cileno Tito Alvarado, il Festival ha registrato recentemente un forte successo con oltre 400 localita' del mondo partecipanti volontarie e a titolo gratuito, impegnate in readings, convegni, dibattiti volti a ricercare una soluzione ai mali che affliggono l'uomo. E' lapalissiano che la gente aneli ad un cambio di rotta, e' chiaro che aspira - per istinto - al puro, al vero. E' qui che occorre lavorare: partendo dal basso, sostenendo ed eccitando intellettualmente o artisticamente se vogliamo, le masse. Recentemente ho presenziato, ufficialmente per l'Italia, al Festival Internazionale di Poesia di Medellin, Premio Nobel Alternativo dal Parlamento di Svezia e Patrimonio Culturale della Nazione (un estratto del diario di viaggio e' su: http://domani.arcoiris.tv/gli-eroi-scalzi-della-mia-colombia/). Il Premio fu fondato da Gloria Chvatal, Fernando Rendon e Gabriel Jaime Franco nel 1991, in mezzo ad un clima di violenza e morte, con la poesia-messaggio mirata a ricostruire un tessuto sociale lacerato, a proporre nuove alternative di vita. Il Festival non e' una gara. Ogni anno, nell'arco di dieci giorni, in un paese devastato da narcotraffico e imperialismo, da' la voce attraverso convegni, readings, laboratori di scrittura aperti gratuitamente al pubblico, a quelle riconosciute voci poetiche, intellettualita' ritenute tra le piu' impegnate socialmente e politicamente nel mondo. Da' loro voce perche' diventino voce del popolo, affinche' il pensiero critico faccia discutere, creare, costruire. Nel contesto del XXI Festival si e' realizzato l'incontro mondiale dei Direttori dei Festivals Internazionali di Poesia e della Federazione Internazionale dei Festivals di Poesia, per la costruzione di una Rete Mondiale indirizzata a "Pace e ricostruzione dello Spirito umano, abbraccio e recupero della Natura, unita' dello spirito umano e diversita' culturale dei popoli, indigenza materiale e ricchezza spirituale e Azioni per la globalizzazione della Poesia" (www.festivaldepoesiademedellin.org/). In questa edizione sono state incluse 164 azioni d'ingresso libero e gratuito al pubblico, in dieci citta' colombiane e venti municipi di Antioquia. I poeti, gli artisti del mondo hanno un'immensa responsabilita' con l'umanita' ed il presente: la vita e la pace dei popoli sono minacciate, l'appetito dei predatori non ha limite. La terra, sacra, ci appartiene e noi le apparteniamo. L'arte puo' tanto, e non e' mai tardi per affrontare un movimento mondiale a difesa della vita. Voi, noi tutti, abbiamo la parola, il pensiero critico per farlo.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Quale ruolo puo' svolgere il Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, e gli altri movimenti, associazioni e gruppi nonviolenti presenti in Italia?

- Giovanna Mulas: Voglio fare mie le parole dell'amico Pedro Espi-Sanchis, The Music Man, simpatico musicista delle cantanti nere Mama Madosini Latozi Mpahleni, del Sudafrica, e Chiwoniso Maraire, dello Zimbabwe: "Nelle tribu' africane non esiste il cercare di essere meglio di, l'ambizione che soltanto noi, signori 'evoluti', conosciamo... si pensi proprio alla musica e ai suoi strumenti. Il capo tribu' da un pezzo di canna ricava tante parti uguali quanti sono gli abitanti della tribu'. Ognuno di loro potra' suonare soltanto una nota e sempre la stessa che, se presa sola, apparira' sgraziata: un lungo - o intermittente - insensato fischio... ma unita alle note degli altri membri della tribu', quel fischio creera' la melodia. Tutti loro saranno uguali davanti alla musica e creandola. Qui sta la filosofia dei popoli neri: tutti uguali davanti a tutti. Nessuno di loro potrebbe vivere solo, senza gli altri". Penso che il Movimento visto come associazione rappresenti una minoranza. E' necessario crescere e maturare nelle idee, far leva costante sulla simbiosi con altri movimenti di credenti e non, con identica capacita' di analisi critica, libera da autoreferenzialita'.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Quali i fatti piu' significativi degli ultimi mesi in Italia e nel mondo dal punto di vista della nonviolenza?

- Giovanna Mulas: Tanti: come gia' detto, avverto si' un risveglio ma ancora governato, purtroppo, piu' dalla necessita' che dalla consapevolezza.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Su quali iniziative concentrare maggiormente l'impegno nei prossimi mesi?

- Giovanna Mulas: C'era una volta una piccola donna di una piccola cittadina di provincia. I vicini non ne ricordano il nome, ma non importa. La conoscevano bene perche' dicevano convinti che avesse una bella famiglia: in chiesa tutte le domeniche e a comprare il pane alla Forneria Manca tutti i giorni oh, ma appena i cinque minuti per vederlo imbustato perche' poi correva in casa. Sicuramente una casa tranquilla, visto che voleva starci sempre dentro. La Piccola Donna aveva dei bambini meravigliosi ed un marito tranquillo si', tranquillo: salutava sempre e tutti, o quasi, con Buongiorno e Buonasera. Uno che non creava problemi, non come quei delinquenti che bazzicano giu' alla stazione della metro, a imbrattare muri con graffiti anticlericali. Lei la ricordano di bassa statura e pure a testa sempre bassa, anonima, una tranquilla, che non richiamava l'attenzione, che non dava problemi. Buona eh! Per carita'. Una piccola donna tutta casa e chiesa. Un giorno la Piccola Donna s'innamoro' della vita. S'innamoro' davvero, credetemi. Crebbe dentro, e lo fece in silenzio per non disturbare, come quei semi che germogliano al buio, in un piattino, in un piccolo spazio e solo acqua basta loro per crescere... e crescono cosi' tanto e cosi' tante foglie tirano fuori - troppe e tutte assieme - che, Icaro, vorrebbero raggiungere il sole. Ma quel piattino a loro non puo' piu' bastare. E' la natura che dice al seme germoglia, e' il tuo momento. Ed e' la legge della natura che impone al seme di cercare il suo sole, per continuare a vivere, non sopravvivere in un piattino. E' fisiologico che, prima o poi, accada... Curioso che, ad oggi, si debba rimarcare che ad una donna la liberta' spetta di diritto, per nascita. "Lughe de Chelu", autobiografico, e' una storia come tante, e per raccontarla, durante tutti i miei readings, volo indietro nel tempo al 2001 in un'apparentemente tranquilla piccola citta' di provincia, la mia Nuoro: una richiesta di divorzio all'uomo che allora era mio marito, tre tentativi di omicidio dei quali l'ultimo, per strangolamento ed accoltellamento, avvenuto davanti agli occhi dei nostri quattro figli, allora tutti minori. Sospesa tra la vita e la morte. Il limbo. Di quei giorni "non miei" ancora oggi porto il ricordo nebuloso, incerto, vacuo quasi. Gli infiniti perche', il pozzo profondo della depressione, il buio, la crisi artistica: perche' io ero viva, perche' io, perche' a me, perche' i miei figli avevano dovuto assistere a tutto questo, perche' lui aveva tentato il suicidio, perche' lui a me, proprio a me che fino al giorno prima aveva ripetuto di amare alla follia. Ecco, questa amici miei e' probabilmente la parola magica: follia. Ma non rappresenta Il Tutto: sarebbe riduttivo parlare soltanto di follia, e offensivo nei confronti di quelle sorelle che, per mano di un amore malato, hanno perso la vita o il sorriso o la speranza... donne che, in ogni modo, si sono perse, forse dentro loro stesse e non sempre riuscendo a ritrovarsi. "Lughe de Chelu" e' il diario di un viaggio, un mio viaggio che e' anche quello di Marina, di Annette, di Ivy, di Edith, di... e di ... Troppi nomi, e croci. Viaggio nell'ipocrisia, nei tristi, malsani pregiudizi di donne nei confronti di altre donne, noi che dovremmo essere sorelle e unite di quella forza che la Natura gia' ci dona, semplicemente perche' donne, creatrici, mestruate sempre, partorienti di energia. Viaggio in una chiesa misogina, potere al servizio del potere, in uno Stato che tenta di curare la donna vittima di violenza ma, paradossalmente, lo fa senza intaccare la radice della violenza quindi senza punire severamente chi la attua. Anni fa, dopo un mio reading a tema violenza contro la donna, al momento delle domande dal pubblico un tizio, impacciato, sollevo' la mano per chiedere la parola. Un uomo sulla sessantina, piu' o meno, in giacca e cravatta. Ricordo che sorrisi a quel gesto quasi da scolaro. "Perche' il suo compagno ha cercato di ammazzarla?... Voglio dire... lei voleva lasciarlo... lui l'amava troppo". "Non dire altro, e' meglio" pensai soltanto e lo fermai subito, gia' infastidita: "Non c'e' un perche' nella violenza". E l'altro, incalzante, agitandosi sulla sedia: "se e' accaduto... ci sara' un perche', deve esserci un perche'". Ricordo che dal mio tavolo troppo accademico sbuffai, continuai pure a sorridere pensando a quell'imbecille, uno di tanti, pronto a cercare un perche' nell'orrore. "Dare un perche' alla violenza significa, in un modo o nell'altro, giustificarla". E troncai da maleducata, da saccente, da femmina, donna e madre ferita e rabbiosa per un perche' che io stessa, per anni, avevo continuato a chiedermi. Troncai lasciando intendere che non intendevo continuare sull'argomento. Mea Culpa. Ora, si chieda un perche' a quei bambini che hanno assistito all'assassinio della madre ancora giovane e bella, ma tacciata come "puttana" dal paese perche', immensa ed eterna colpa, ha osato divorziare dal marito; ha osato, lei, chiedere il divorzio. Mea Culpa. Si chieda ai familiari, agli amici, ai vicini di casa che, intervistati dalla giornalista rampante e arguta di turno hanno risposto, sull'assassino "ma, sembrava un tipo cosi' tranquillo. Lei la vedevamo spesso triste, trascurata, con gli occhi bassi... a volte coi lividi, sa? Ma chi mai avrebbe pensato che...". Mea Culpa. Chi mai avrebbe pensato che. Se un perche' esiste, forse, sta nascosto negli occhi chiusi di una donna, una delle tante senza medaglia, da Eterno Riposo. O di quell'altra, proprio quella che ti vedi passare accanto, magari ogni mattina all'uscita dal panettiere Gino, e lei non ti vede neppure e tu pensi "Ma guarda questa chi si crede di essere per passarmi accanto senza salutare". Lei, forse, da un lettino di obitorio domani ci dira' che il suo perche' era nascosto nell'aver troppo creduto nell'amore. E' la natura che dice al seme germoglia, e' il tuo momento. Ed e' la legge della natura che impone al seme di cercare il suo sole, per continuare a vivere, non sopravvivere in un piattino. E chi sono o rappresentano un uomo o una donna, per impedire il germoglio anche ad un solo seme? La violenza si nutre di omerta'. In Italia e' emergenza femminicidio; occorre urlare, denunciare e lottare contro la violenza: oggi, domani, sempre.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Se una persona del tutto ignara le chiedesse "Cosa e' la nonviolenza, e come accostarsi ad essa?", cosa risponderebbe?

- Giovanna Mulas: Non ci si accosta; la si porta dentro. Una resistenza in dignita'. E nient'altro importa, se non la dignita', per essere uomini.

 

3. VERSO LA MARCIA PERUGIA-ASSISI. RAFFAELLO SAFFIOTI: ALDO CAPITINI PROFETA SCOMODO IERI E OGGI DA NON IMBALSAMARE

[Ringraziamo Raffaello Saffioti (per contatti: rsaffi at libero.it) per questo intervento.

Raffaello Saffioti, amico della nonviolenza, infaticabile promotore di iniziative di pace, solidarieta', cultura, e' animatore dell'esperienza della Casa per la pace "Domenico Antonio Cardone" di Palmi, collabora con il Centro Gandhi di Pisa e i "Quaderni Satyagraha".

Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato, docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli scritti e' ancora quella a cura di Giovanni Cacioppo e vari collaboratori, Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale - ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca - bibliografia degli scritti di Capitini); ma notevole ed oggi imprescindibile e' anche la recente antologia degli scritti a cura di Mario Martini, Le ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004, 2007; delle singole opere capitiniane sono state recentemente ripubblicate: Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989, Edizioni dell'asino, Roma 2009; Elementi di un'esperienza religiosa, Cappelli, Bologna 1990; Colloquio corale, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2005; L'atto di educare, Armando Editore, Roma 2010; cfr. inoltre la raccolta di scritti autobiografici Opposizione e liberazione, Linea d'ombra, Milano 1991, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2003; gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996; La religione dell'educazione, La Meridiana, Molfetta 2008; segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991. Presso la redazione di "Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Piu' recente e' la pubblicazione di alcuni carteggi particolarmente rilevanti: Aldo Capitini, Walter Binni, Lettere 1931-1968, Carocci, Roma 2007; Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008; Aldo Capitini, Guido Calogero, Lettere 1936-1968, Carocci, Roma 2009. Opere su Aldo Capitini: a) per la bibliografia: Fondazione Centro studi Aldo Capitini, Bibliografia di scritti su Aldo Capitini, a cura di Laura Zazzerini, Volumnia Editrice, Perugia 2007; Caterina Foppa Pedretti, Bibliografia primaria e secondaria di Aldo Capitini, Vita e Pensiero, Milano 2007; segnaliamo anche che la gia' citata bibliografia essenziale degli scritti di Aldo Capitini pubblicati dal 1926 al 1973, a cura di Aldo Stella, pubblicata in Il messaggio di Aldo Capitini, cit., abbiamo recentemente ripubblicato in "Coi piedi per terra" n. 298 del 20 luglio 2010; b) per la critica e la documentazione: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Mario Martini (a cura di), Aldo Capitini libero religioso rivoluzionario nonviolento. Atti del Convegno, Comune di Perugia - Fondazione Aldo Capitini, Perugia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Gian Biagio Furiozzi (a cura di), Aldo Capitini tra socialismo e liberalismo, Franco Angeli, Milano 2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze 2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze 2005; Maurizio Cavicchi, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Lacaita, Manduria 2005; Marco Catarci, Il pensiero disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007; Alarico Mariani Marini, Eligio Resta, Marciare per la pace. Il mondo nonviolento di Aldo Capitini, Plus, Pisa 2007; Maura Caracciolo, Aldo Capitini e Giorgio La Pira. Profeti di pace sul sentiero di Isaia, Milella, Lecce 2008; Mario Martini, Franca Bolotti (a cura di), Capitini incontra i giovani, Morlacchi, Perugia 2009; Giuseppe Moscati (a cura di), Il pensiero e le opere di Aldo Capitini nella coscienza delle giovani generazioni, Levante, Bari 2010; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; e Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell'Italia del Novecento, Donzelli, Roma 2006; c) per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato ed i volumi bibliografici segnalati sopra; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it; una assai utile mostra e un altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it o anche redazione at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org]

 

Il destino dei profeti

La prossima Marcia per la Pace Perugia-Assisi  riuscira' a far scoprire o riscoprire la figura e il messaggio di Aldo Capitini, ideatore e organizzatore della prima Marcia di cinquant'anni fa?

Si dice che il destino dei profeti sia quello di essere incompresi, perseguitati e talvolta uccisi dai loro contemporanei, imbalsamati e riabilitati dai posteri. Ma imbalsamare i profeti e svuotarli della loro carica rivoluzionaria e' come tradirli.

E' anche il destino di Capitini?

Capitini fu un profeta, in anticipo sui suoi tempi, ed e' la sua profezia che lo rende attuale.

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Attualita' della profezia capitiniana

La ricorrenza del Cinquantenario ha favorito la preparazione della Marcia come non e' avvenuto, forse, per le edizioni precedenti. La mobilitazione che e' in corso fa prevedere una notevole partecipazione.

Per conoscere le origini e le ragioni della Marcia della Pace serve ed e' da consigliare la lettura del libro di Capitini che la documenta, In cammino per la pace (edito da Einaudi nel 1962, ora in Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, Perugia, Protagon, 1992).

La Marcia concepita da Capitini fu da lui organizzata col Centro di Perugia per la nonviolenza, con l'aiuto di un Comitato.

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Quattro caratteri della Marcia

"Questi quattro caratteri della marcia mi sono stati chiarissimi fin dal 1960: 1) che l'iniziativa partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale (Centro di Perugia per la nonviolenza); 2) che la marcia dovesse destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone piu' periferiche e lontane dall'informazione e della politica; 3) che la marcia fosse l'occasione per la presentazione e il "lancio" dell'idea del metodo nonviolento al cospetto di persone ignare o riluttanti o avverse; 4) che si richiamasse il santo italiano della nonviolenza (e riformatore senza successo)" (In cammino per la pace, in Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 226).

Per affermare questi quattro caratteri nell'organizzazione della Marcia Capitini dovette far fronte a molte critiche e incomprensioni, anche per la scelta di Assisi come meta della Marcia.

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Perche' Assisi?

"Ci sono state critiche e rifiuti perche' la meta era Assisi, come se noi facessimo concessioni al potere cattolico o compromessi con la religione tradizionale. Collegare san Francesco e Gandhi (avvicinamento che in Oriente si fa molto spesso) voleva dire sceverare l'orientamento nonviolento e popolare dei due dalle circostanze e dagli atteggiamenti particolari; ed era anche uno stimolo a far penetrare nella religione tradizionale italiana, come e' sentita dal popolo e soprattutto dalle donne, l'idea che la "santita'" e' anche fuori del crisma dell'autorita' confessionale: la marcia doveva anche servire a questa "apertura" (e difatti il nostro Centro ha diffuso il giorno della marcia tremila copie di un numero unico su Gandhi); quando tra il popolo piu' umile, e tanto importante, dell'Italia si arrivasse a mettere il ritratto di Gandhi in chiesa tra i santi, avremmo quella riforma religiosa che l'Italia aspetta dal Millecento, da Gioacchino da Fiore" (Ivi, pp. 225-226).

Non si puo' non notare quanto differisca dalla prima l'organizzazione della Marcia di quest'anno.

La Marcia del 1961 volle essere "aperta" e "popolare", ma parti' "da un nucleo indipendente pacifista integrale". La Marcia del Cinquantenario rimane "aperta" e "popolare", ma non si puo' dire che parta "da un nucleo indipendente pacifista integrale". Il documento di convocazione della Marcia e' frutto evidente della mediazione e del compromesso fra i soggetti componenti il Comitato organizzatore. E il messaggio capitiniano risulta, di conseguenza, alquanto annacquato.

C'e' da sperare e prevedere che, al di la' di quel documento ed anche della "Mozione del popolo della Pace", il corteo che sfilera' il 25 settembre, nella sua varieta' e diversita', esprima con gli striscioni, i cartelli e gli slogans un messaggio piu' ricco e piu' forte di quello espresso da quei due documenti, se non proprio rivoluzionario.

Per la Marcia del 1961 Capitini collego' san Francesco e Gandhi, questa del Cinquantenario  dovrebbe collegare san Francesco, Gandhi e Capitini. Al fine di favorire la conoscenza della figura e del pensiero di Capitini, si potrebbe ristampare, rivisto e aggiornato, il numero speciale della rivista "Azione nonviolenta" (n. 10, 2008), dedicato al quarantesimo anniversario della sua morte.

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Le risposte alle sette domande dell'intervista proposta dal notiziario "La nonviolenza e' in cammino" costituiscono un ricco materiale di studio e un notevole contributo alla preparazione della Marcia. L'esame di queste risposte ha stimolato l'elaborazione di questo testo che richiama e sviluppa due precedenti miei contributi, gia' pubblicati: "Aldo Capitini tra memoria e profezia" (in "Telegrammi della nonviolenza in cammino", n. 566 del 25 maggio 2011); "La Marcia per la Pace Perugia-Assisi e il Movimento Nonviolento. Cosa direbbe Aldo Capitini?" (in "Voci e volti della nonviolenza", n. 383 del 29 luglio 2011).

Ho cercato di contribuire alla fase preparatoria, a nome del Centro Gandhi, con lo studio e la riflessione, come dimostrano, tra l'altro, i documenti richiamati, prestando soprattutto attenzione ai documenti pubblicati dal Movimento Nonviolento e dalla Tavola della Pace.

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Ancora una volta ricordiamo l'epigrafe per la tomba di Capitini, dettata dal suo amico Walter Binni: "Libero religioso e rivoluzionario nonviolento".

Capitini fu laico e religioso insieme. E fu l'opera Religione aperta, del 1955, a procurargli la condanna del Sant'Uffizio, del 1956, che inseri' quell'opera nell'"Indice dei libri proibiti".

In una lettera a Walter Binni del 26 agosto 1967, Capitini scrisse: "C'e' il bisogno che si delinei in Italia una certa consistenza della scelta pura nonviolenta, dal basso e rivoluzionaria in religione (...) Il mio compito mi pare sia stato e sia questo (se ce la faro'! Se no, faranno altri)".

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Capitini nel ricordo di Danilo Dolci e Norberto Bobbio

"Non ammazzava una mosca / ma era veramente un rivoluzionario, / miope ma profeta" (Danilo Dolci, Poema umano, Einaudi, 1974, p. 188).

"Poiche' era profondamente vivo - malgrado la sua salute tutt'altro che erculea - sapeva riconoscere in un evento, in una notizia, in un timbro, quanto era di autentico valore, o poteva divenirlo. In questo senso, nella callosa distrazione dei piu', era profeta. Ma anche in un altro senso - interdipendente - lo era: per il suo acuto avvertire la necessita' di tutti, e identificarsene (l'aveva affinato attraverso una vita di impegno, osservazione, studio, meditazione), aveva una notevole capacita' di giudizio e previsione negli eventi. Il non accettare la realta' come e', era una sua enorme forza. (...) la sua netta nonaccettazione del male, della morte, e il bisogno di portare piu' in la' i limiti dell'uomo, i limiti della realta', di fatto lo ponevano a vivere gia' nel futuro: che dovra', prima o poi, fare i conti con lui" (Danilo Dolci, "Luce di prospettive vastissime", in Il messaggio di Aldo Capitini, a cura di Giovanni Cacioppo, Lacaita editore, 1977, p. 505).

"Il profeta, in quanto volto alla realta' da liberare, e' proteso verso il futuro. Anche l'utopista guarda al futuro. Ma il profeta non e' l'utopista. La differenza sta in cio': mentre l'utopista disegna una stupenda struttura di societa' ideale ma ne rinvia l'attuazione a tempi migliori, il profeta comincia subito, qui ed ora. "Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una societa' che sara' perfettamente nonviolenta... A me importa fondamentalmente l'impiego di questa mia modestissima vita, di queste ore o di questi pochi giorni; e mettere sulla bilancia intima della storia il peso della mia persuasione". O, se si vuole, la differenza tra l'utopista e il persuaso sta nel fatto che il primo e' un puro teorico, il secondo in quanto religioso e' anche uomo d'azione. Prima di essere un ideale da perseguire, la compresenza e' un atto, un insieme di atti da compiere. Non esiste compresenza al di fuori degli atti che il persuaso compie per realizzarla. Se l'ideale e' la tramutazione, non tramuto nulla se non comincio a mutare me stesso. L'utopia comincia domani, e puo' anche non cominciare mai; la tramutazione comincia oggi e non ha mai fine" (Norberto Bobbio, Introduzione, in Aldo Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, 1969, pp. 31-32).

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La riforma religiosa

Nel dibattito che finora si e' svolto, in preparazione alla Marcia, in particolare nel Convegno del Cipax a Roma (8 giugno) e nel Convegno di Bolzano (17-19 giugno), ho notato quanto risultino ancora scomodi il tema capitiniano della riforma religiosa e quello del rapporto di Capitini con la Chiesa cattolica.

La Marcia del Cinquantenario e' stata occasione, per me, per condurre uno studio sul tema "La Chiesa cattolica e la nonviolenza. Appunti per la storia di una difficile conversione". Credo che ancora manchi, se non erro, su questa materia uno studio organico.

Bisogna superare, soprattutto da parte cattolica, imbarazzo, reticenze, finanche silenzi e omissioni. Toccare il tema della riforma della struttura gerarchica della Chiesa-istituzione, i nervi scoperti del dominio ecclesiastico e della lotta al Concordato, risulta ancora molto pericoloso.

Invece, da parte degli amici laici di Capitini i limiti da superare sembrano quelli culturali.

Sono molto incoraggianti le spinte che vengono dal basso della Chiesa e da alcune voci profetiche, rimaste a lungo isolate e inascoltate. Si stanno avverando le parole profetiche di Capitini, prima citate, nella lettera a Walter Binni.

Una delle voci piu' autorevoli del secolo scorso fu quella del teologo morale Bernard Haering che sul finire della sua vita, nel 1998, scrisse: "Oggi la morale deve essere concentrata sui problemi della pace e della nonviolenza. Per noi teologi morali e' prioritario l'obbligo di lavorare per salvare il seme dell'uomo sulla Terra. (...) la missione dei cristiani a servizio della pace, della nonviolenza e della riconciliazione sta al centro della vocazione cristiana. E non solo questo. Il cammino sulla via della pace e della nonviolenza richiede il dialogo e la cooperazione fra tutte le religioni del mondo" (cit. da Luciano Benini, in Convertirsi alla nonviolenza?, a cura di Matteo Soccio, Il Segno dei Gabrielli Editori, 2003, p. 49).

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L'idea profetica della "Marcia della pace per la fratellanza dei popoli" del 1961

I tempi in cui Capitini concepi' l'idea della Marcia della Pace erano i tempi della guerra fredda e della divisione del mondo in due blocchi militari dell'Est e dell'Ovest, con la minaccia incombente di un conflitto atomico. Nei cinquant'anni che sono trascorsi i tempi sono molto cambiati, ma le guerre non sono scomparse e il titolo "Marcia della pace per la fratellanza dei popoli" e' rivelatore della sua grande attualita'.

Il primo dei cinque Principi della "Mozione del popolo per la pace", letta da Capitini dal palco sul prato della Rocca di Assisi, recitava: "Nell'idea di 'fratellanza dei popoli' si riassumono i problemi urgenti di questo tempo: il superamento dell'imperialismo, del razzismo, del colonialismo, dello sfruttamento: l'incontro dell'Occidente con l'Oriente asiatico e con i popoli africani che aspirano con impetuoso dinamismo all'indipendenza; la fratellanza degli europei con le popolazioni di colore; l'impianto di giganteschi piani di collaborazione culturale, tecnica, economica".

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Le ultime parole profetiche di Capitini

Pochi giorni prima della morte, avvenuta il 19 ottobre 1968, nell'ultima "Lettera di religione" (la numero 63, col titolo "La forza preziosa dei piccoli gruppi", del 6 ottobre 1968) Capitini scrisse: "Le frontiere vanno superate, e la parola "straniero" e' da considerare come appartenente al passato. Ogni comunita' vive nell'orizzonte di tutti, e percio' non e' troppo grande, ed e' collegata con le altre federativamente. Ma se vi sono spostamenti di genti, esse non sono da sterminare, ma da accogliere, tenendo pronte strutture e provvedimenti che rendano possibile questa apertura" (Aldo Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, 1969, p. 446).

Come non essere colpiti oggi da queste parole, pensando al fenomeno tragico dei migranti che scappano dalla guerra, dalla fame, dalla tortura nei paesi africani, e trovano la morte nel Canale di Sicilia che diviene cosi' la loro tomba?

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L'educazione aperta di Capitini

La scuola pubblica nel nostro paese puo' essere luogo di accoglienza e di integrazione, quando e' capace di rispondere alla sua autentica funzione educativa.

Un esempio e' quello dei corsi serali per lavoratori dell'Ipssar "Giacomo Matteotti" di Pisa.

Non e' un caso che le parole di Capitini, sopra citate, vengano riportate da Rocco Altieri nella Presentazione di La nostra scuola e' il mondo intero. Storie di migrazione e di inte(g)razione, a cura di Cristiana Vettori ("Quaderni Satyagraha", n. 19, maggio 2011), testo che documenta quella esemplare esperienza educativa. Nella Presentazione Altieri ha scritto: "Si e' sperimentato che nella prossimita' della classe, nella convivenza fianco a fianco sui banchi di scuola in un percorso comune di crescita culturale e di riqualificazione professionale, si vincono le chiusure della xenofobia e del razzismo. Nell'incontro personale ravvicinato si sviluppa, infatti, il senso della comune appartenenza all'umanita': crescono empatia, amicizia, solidarieta', nascono amori prima non previsti".

La tensione profetica caratterizza la vita e l'opera di Capitini, anche quella educativa.

Il tema del "maestro-profeta" lo troviamo anche nella Lettera ai giudici di don Milani. L'incontro di questi due educatori-profeti non fu certo casuale.

Educazione aperta e' il titolo di un'opera di Capitini in due volumi (pubblicati da La Nuova Italia, il primo nel 1967, il secondo nel 1968).

"Aperta" e' un termine che ricorre nel titolo di altre opere di Capitini: Atti della presenza aperta, Firenze, Sansoni, 1943; Religione aperta, Parma, Guanda, 1955; Rivoluzione aperta, Firenze, Parenti, 1956.

"Apertura" e' una delle parole-chiave del pensiero di Capitini ed e' variamente spiegata nelle sue opere.

"Apertura e' vita, e' maggiore vita, e' migliore vita; anche migliore, perche' esiste una doverosa apertura ai valori, alla bellezza, alla bonta', alla giustizia, all'onesta', alla purezza, alla legge del bene che ci parla e comanda e ispira - se ci apriamo ad essa - in ogni momento, ed eleva la nostra individualita' che tenderebbe a restare chiusa, sorda, restia: il peccato, in fondo, e' chiusura.

... La religione e' apertura appassionata ad una realta' liberata; e' riconoscimento del primato che spetta all'unita' amore con tutti; e' fondazione di una prospettiva superiore a quella che si osserva nel mondo e che e' secondo potenza; e' risoluta non accettazione della realta' come ci si presenta, accettazione che facciamo, ora per inerzia e vilta', non osando di avere "speranza", di protestare, di vegliare per l'insonnia del rifiutare il mondo, ed ora per una male spesa sobrieta', che non vuole illudersi e illudere.

Ma la religione e' servizio dell'impossibile, rifiuto di accettare i modi attuali di realizzarsi della vita e del mondo come se fossero assoluti e gli unici possibili: e chi l'ha detto? Chi ha detto che ci debba essere sempre il peccato, il dolore, la morte? La prostituzione, il furto, l'odio? La vittoria della potenza, lo sfruttamento sociale, l'inaccettabile decorativita' dei poteri assoluti? Non e' chiusura accettare che la realta', la societa', l'umanita', continui e ripeta sempre se stessa nei suoi modi fisici, politici, sociali, biologici?".

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Il compito della religione

"La religione come e' educazione e promovimento dell'apertura di unita' amore, cosi' e' educazione e promovimento di apertura alla realta' liberata. L'una apertura e' l'altra, ed entrambe si costituiscono coerentemente, svolgendosi e arricchendosi di modi.

Il nesso e' innegabile: se io amo veramente gli esseri, non posso non contrastare alla realta' dei fatti che li percuote e li distrugge.

E quindi, nella religione, non basta l'amore agli altri e il sacrificio per loro, perche' questo non e' che uno dei due elementi: occorre che ci sia anche l'altro, la liberazione per tutti, la prosecuzione di tutti in una realta' liberata; altrimenti il nostro amore non e' pieno, e non ha il vigore di sostenere fino al massimo la sua esigenza" (Aldo Capitini, Scritti filosofici e religiosi, Perugia, Protagon, 1998, pp. 466, 468-469).

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La rivoluzione aperta

"La nostra rivoluzione e' totale, perche' vuole una totale liberazione di ogni angolo e aspetto e struttura della realta' e della societa' dal dolore, dalla morte, dal male morale e sociale; la nostra rivoluzione e' corale perche' la facciamo in nome non di un gruppo, ma di tutti, e avendo tutti nel nostro intimo (come parenti, come compagni) anche quelli che ci stanno contro (ma possono cambiare), ed anche i morti, che sono uniti a noi e ci aiutano; la rivoluzione che vogliamo e' aperta, perche' fa e tenta tutte le trasformazioni che vede e puo', ma, sapendo che non ha le forze per liberare totalmente dal dolore, dalla morte, dal male morale e sociale, ha la speranza e l'apertura, che se noi cominciamo bene, con mezzi eguali al fine e puri come il fine, il resto ci sara' aggiunto dal futuro, dalla storia, da Dio. Noi diamo la nostra buona fede, amorevolezza e apertura; e il futuro, la storia, Dio, aggiungeranno il completamento totale della liberazione: ci troveremo in una realta' liberata" (Aldo Capitini, Rivoluzione aperta, Firenze, Parenti, 1956, pp. 12-13).

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Come si concludera' la Marcia del Cinquantenario?

E' da sperare che la Marcia si riveli creativa, sia un passo in avanti nel cammino della pace e in essa soffi il vento del cambiamento delle manifestazioni e dei movimenti nonviolenti di quest'anno ("Se non ora quando?" del 13 febbraio, i movimenti per la difesa dei beni comuni che hanno prodotto i risultati dei referendum, No Tav).

Come si concludera'?

Leggendo il libro di Capitini In cammino per la pace, prima citato, sappiamo come si e' conclusa la Marcia del 1961.

"La marcia, accolta con tanto entusiasmo dai partecipanti e da tanti altri aderenti, ha provato che non bastano gli attuali organi di informazione e di espressione, che la gente voleva e vuol dire qualche cosa direttamente, 'esprimere', e se cio' e' un rimprovero alle limitazioni e tendenziosita' dei giornali e della radio, e' anche un rafforzamento di quella opinione pubblica, che e' la base della democrazia e che in Italia e' alquanto incerta.

... C'e' stato chi ha detto che la marcia Perugia-Assisi era cosi' bella che e' irripetibile. Ma come si potrebbe non correre il rischio di farne di meno belle se esse devono adempiere ad un compito importante?" (p. 241).

Dopo i saluti e i discorsi sul prato della Rocca, Capitini, prima di proporre all'approvazione dei convenuti una Mozione per la pace, chiese di fare due minuti di silenzio per ricordare i caduti in tutte le guerre e per causa delle guerre.

La Mozione si componeva di Cinque Principi e Dieci Applicazioni concrete che esprimevano la profezia della Marcia.

"Dopo la lettura e l'approvazione popolare della Mozione, Aldo Capitini invito' i convenuti a portare nelle loro case, a ricordo della giornata e degli amici e compagni intervenuti, i cartelli" (p. 246).

Nella "Mozione del popolo della pace: Ripudiare la guerra, non la Costituzione", proposta dal Movimento Nonviolento, leggiamo: "Noi ci assumiamo la responsabilita' di convocare ancora il popolo della pace, non solo perche' c'e' da celebrare il suo cinquantesimo anniversario, ma soprattutto perche' e' necessario che esso faccia sentire ancora la sua voce, approvi oggi una nuova Mozione del popolo della pace. Faccia ancora sorgere problemi, orientamenti, attivita'" ("Azione nonviolenta", n. 6, giugno 2011, p. 18).

La Marcia sara' "assemblea itinerante" del popolo della pace, convocata nel nome di Aldo Capitini, con l'intento di non tradire il  suo messaggio e lo spirito originario della Marcia stessa.

Essa si esprimera' in vari modi, anche con gli striscioni, i cartelli, gli slogans, a coronamento del dibattito sviluppatosi nella fase  preparatoria.

Gia' sono emerse domande e proposte.

Una delle domande: ribadire e aggiornare l'"opposizione integrale alla guerra", affermata nel primo punto della Carta del Movimento Nonviolento. Essa e' "la prima fondamentale direttrice d'azione".

Bisogna dire chiaramente: non ci sono "guerre umanitarie".

La pace si costruisce con la nonviolenza.

Le "missioni di pace" in zone di conflitto si facciano con i corpi civili non armati.

Le parole stesse "pace" e "guerra" sono state manipolate e pervertite dalla cultura del dominio. La manipolazione ha generato ambiguita' e contraddizioni. E' sorta una grande confusione.

Una prova e' nella Proposta di legge su "Disposizioni per la promozione e la diffusione della cultura della difesa attraverso la pace e la solidarieta'", n. 2596-3287-A, il cui testo approvato all'unanimita' dalla Camera e' passato al Senato, nella disinformazione quasi generale. E' motivo di allarme la cortina di silenzio che e' scesa su questa notizia.

Se questa Proposta di legge avra' l'approvazione definitiva, la cultura della guerra, col nome di "cultura della difesa", si insinua nell'educazione, la scuola rischia la militarizzazione e l'educazione alla solidarieta' e alla pace viene affidata ai militari.

Una prova anticipatrice puo' essere considerata la "Giornata di solidarieta'" dei bambini in caserma, svoltasi a Pisa il 27 aprile scorso, organizzata dal Comune, che, pero', ha incontrato un forte movimento di opposizione, con lo slogan "No ai bambini in caserma" (leggere "Il Comune di Pisa arruola i bambini in caserma", di Rocco Altieri, in "Azione nonviolenta", n. 6, giugno 2011).

In una foto della Marcia del 1961 (riprodotta sulla copertina del libro di Maurizio Cavicchi, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Lacaita Editore, 2005) si vede Capitini reggere un grande cartello con su scritto "Scuole, non caserme". E un altro cartello di quella Marcia aveva la scritta "Scuole scuole, no armi!".

Quei cartelli sono ancora attuali e dovrebbero essere alzati anche nella Marcia del Cinquantenario, con un altro cartello con lo slogan di Pisa, "No ai bambini in caserma".

Il Movimento Nonviolento e la Tavola della Pace, che hanno collaborato nel promuovere e organizzare la Marcia, sapranno emendare la Mozione, raccogliendo ed elaborando le domande e le proposte del popolo della pace, prima di sottoporla all'approvazione?

 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Numero 401 del 19 agosto 2011

 

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