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Telegrammi. 656



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 656 del 23 agosto 2011

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

 

Sommario di questo numero:

1. Elena Buccoliero: Per Marco Baleani

2. Sempre

3. Aldo Capitini: Cinque principi

4. Maria G. Di Rienzo: Salvate il soldato Giulia (dal giornalismo italiano)

5. Tony Fyson, Dennis Hardy, Sir Peter Hall: Ricordando Colin Ward (parte terza)

6. Segnalazioni librarie

7. La "Carta" del Movimento Nonviolento

8. Per saperne di piu'

 

1. LUTTI. ELENA BUCCOLIERO: PER MARCO BALEANI

[Ringraziamo Elena Buccoliero (per contatti: elena.buccoliero at fastwebnet.it) per questo ricordo]

 

L'incontro con Marco e' stato a sera inoltrata, nella sua casa di Gubbio dove sapevamo di poter dormire. Eravamo li' per verificare, l'indomani, la possibilita' della camminata Assisi-Gubbio con questo "tal Baleani" che si era offerto come guida perche' conosceva bene i sentieri.

Una leggera inquietudine, quella che prende entrando dal nulla nell'intimita' di una famiglia sconosciuta, e subito il sorriso franco di Marco e Paola, la curiosita' lieta di Benedetta e Giovanni ancora bambini. Volti sconosciuti fino ad un attimo prima diventano riferimenti, allegria, apertura, condivisione. L'amore che li unisce e' un tutt'uno con l'accoglienza gioiosa che riescono a riservarci, cosi' che subito quella possa sembrarci casa.

Marco lo ricordo come persona che abita pienamente. La sua casa, la sua famiglia, la sua Umbria. La complicita' con Paola, la tenerezza paterna. Una forza di radice. Tanto misurato nelle occasioni pubbliche quanto attento e vivace nel dialogo diretto.

Questo tratto, dell'abitare con pienezza, e' un dono che ha saputo trasmetterci personalmente e attraverso i legami d'amore che lo hanno accompagnato. Sarebbe prezioso poterlo imparare e ancora condividere nei cammini di ciascuno e del Movimento. Quel suo stare nella natura, nella semplicita', nel viaggio. La poca retorica con cui ha guardato in faccia, negli ultimi mesi, l'idea della fine.

Saremo alla tomba di Aldo Capitini il 24 settembre secondo la sua intuizione, quella che forse solo la limpidezza del suo sguardo unita alla vicinanza all'essenziale potevano suggerire. L'indomani ci sara' tempo per le centinaia di migliaia - un tempo certo importante, speriamo fruttuoso - ma il momento piu' vero del cammino lo ha indicato lui, quello piu' raccolto, dove riunirsi alla sorgente a noi piu' familiare mischiando il ricordo di alcuni alla ricerca di tutti.

E' commosso il ringraziamento a Marco per questo ulteriore dono. Speriamo di non sciuparlo.

Siamo certi che sara' con noi.

Ci manchera'.

 

2. EDITORIALE. SEMPRE

 

Contro la guerra, sempre.

Contro tutte le uccisioni, sempre.

Contro le dittature, sempre.

Contro imperialismo, colonialismo, razzismo: sempre.

Contro il maschilismo: sempre.

Contro i poteri criminali, sempre.

Contro militarismo ed autoritarismo, eserciti ed armi: sempre.

Contro lo sfruttamento e l'asservimento, sempre.

Contro l'inquinamento e la distruzione della biosfera, sempre.

Per i diritti umani di tutti gli esseri umani.

 

3. MAESTRI. ALDO CAPITINI: CINQUE PRINCIPI

[Da Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, pp. 244-245, riprendiamo il testo dei cinque "principi" contenuti, insieme a dieci "applicazioni concrete", nella "mozione del popolo per la pace" letta e approvata a conclusione della Marcia svoltasi da Perugia ad Assisi domenica 24 settembre 1961.

Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato, docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli scritti e' ancora quella a cura di Giovanni Cacioppo e vari collaboratori, Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale - ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca - bibliografia degli scritti di Capitini); ma notevole ed oggi imprescindibile e' anche la recente antologia degli scritti a cura di Mario Martini, Le ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004, 2007; delle singole opere capitiniane sono state recentemente ripubblicate: Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989, Edizioni dell'asino, Roma 2009; Elementi di un'esperienza religiosa, Cappelli, Bologna 1990; Colloquio corale, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2005; L'atto di educare, Armando Editore, Roma 2010; cfr. inoltre la raccolta di scritti autobiografici Opposizione e liberazione, Linea d'ombra, Milano 1991, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2003; gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996; La religione dell'educazione, La Meridiana, Molfetta 2008; segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991. Presso la redazione di "Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Piu' recente e' la pubblicazione di alcuni carteggi particolarmente rilevanti: Aldo Capitini, Walter Binni, Lettere 1931-1968, Carocci, Roma 2007; Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008; Aldo Capitini, Guido Calogero, Lettere 1936-1968, Carocci, Roma 2009. Opere su Aldo Capitini: a) per la bibliografia: Fondazione Centro studi Aldo Capitini, Bibliografia di scritti su Aldo Capitini, a cura di Laura Zazzerini, Volumnia Editrice, Perugia 2007; Caterina Foppa Pedretti, Bibliografia primaria e secondaria di Aldo Capitini, Vita e Pensiero, Milano 2007; segnaliamo anche che la gia' citata bibliografia essenziale degli scritti di Aldo Capitini pubblicati dal 1926 al 1973, a cura di Aldo Stella, pubblicata in Il messaggio di Aldo Capitini, cit., abbiamo recentemente ripubblicato in "Coi piedi per terra" n. 298 del 20 luglio 2010; b) per la critica e la documentazione: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Mario Martini (a cura di), Aldo Capitini libero religioso rivoluzionario nonviolento. Atti del Convegno, Comune di Perugia - Fondazione Aldo Capitini, Perugia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Gian Biagio Furiozzi (a cura di), Aldo Capitini tra socialismo e liberalismo, Franco Angeli, Milano 2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze 2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze 2005; Maurizio Cavicchi, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Lacaita, Manduria 2005; Marco Catarci, Il pensiero disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007; Alarico Mariani Marini, Eligio Resta, Marciare per la pace. Il mondo nonviolento di Aldo Capitini, Plus, Pisa 2007; Maura Caracciolo, Aldo Capitini e Giorgio La Pira. Profeti di pace sul sentiero di Isaia, Milella, Lecce 2008; Mario Martini, Franca Bolotti (a cura di), Capitini incontra i giovani, Morlacchi, Perugia 2009; Giuseppe Moscati (a cura di), Il pensiero e le opere di Aldo Capitini nella coscienza delle giovani generazioni, Levante, Bari 2010; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; e Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell'Italia del Novecento, Donzelli, Roma 2006; c) per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato ed i volumi bibliografici segnalati sopra; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it; una assai utile mostra e un altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it o anche redazione at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org]

 

Primo - Nell'idea di "fratellanza dei popoli" si riassumono i problemi urgenti di questo tempo: il superamento dell'imperialismo, del razzismo, del colonialismo, dello sfruttamento; l'incontro dell'Occidente con l'Oriente asiatico e con i popoli africani che aspirano con impetuoso dinamismo all'indipendenza; la fratellanza degli europei con le popolazioni di colore; l'impianto di giganteschi piani di collaborazione culturale, tecnica, economica.

Secondo - Per preparare la pace durante la pace e' necessario diffondere nell'educazione e nei rapporti con tutti a tutti i livelli, una capacita' di dialogo, una sincera apertura alla coesistenza ed alla pacifica competizione di ideologie e di vari sistemi politici e sociali, nel comune sviluppo civile, ed affermare il lavoro come elemento costruttivo fondamentale.

Terzo - La pace e' troppo importante perche' possa essere lasciata nelle mani dei soli governanti; e' percio' urgente che in ogni nazione tutto il popolo abbia il modo di continuamente e liberamente informarsi, e sia convocato frequentemente ad esprimere il proprio parere.

Quarto - Nel pericolo che la pace sia spezzata da una guerra immane, e' urgente l'unione di tutti coloro che nel mondo sono disposti a resistere alla guerra.

Quinto - L'umanita' e' giunta al punto che e' in grado di apprezzare altamente un tipo di educazione aperta, rinnovatrice delle strutture legate a privilegi e pregiudizi, una educazione eroicamente nonviolenta.

 

4. RIFLESSIONE. MARIA G: DI RIENZO: SALVATE IL SOLDATO GIULIA (DAL GIORNALISMO ITALIANO)

[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per questo articolo.

Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005; (a cura di), Voci dalla rete. Come le donne stanno cambiando il mondo, Forum, Udine 2011. Cfr. il suo blog lunanuvola.wordpress.com Un piu' ampio profilo di Maria G. Di Rienzo in forma di intervista e' in "Notizie minime della nonviolenza" n. 81; si veda anche l'intervista in "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 250, e quella nei "Telegrammi" n. 425]

 

"Andrea, senti qua, c'e' questa storia di molestie sessuali nella caserma ad Ascoli Piceno, si', quella dell'istruttore sospettato dell'omicidio della moglie. E' una stupidaggine, eh, il magistrato militare le ha riconosciute, ma la procura ordinaria ha gia' archiviato. Pero' un cadavere e il sesso sono ingredienti saporiti, ne viene fuori di sicuro una storiella piccante, e cosa c'e' di meglio per solleticare i nostri lettori che boccheggiano per l'afa e la manovra economica?".

Il (sedicente) giornalista si unisce ligio alla risatina del caporedattore e va. Le linee guida gli sono chiare, non importa cosa verra' a sapere, che testimonianze potra' ottenere, come le mettera' insieme. Le cinque W del giornalismo (who, what, where, when, why - chi, che cosa, dove, quando, perche') non le ha mai sentite nominare, le parole "deontologia professionale" le pensa probabilmente riferite ad uno studio odontoiatrico, e sia lui sia chi gli affidato l'incarico sanno benissimo cosa sono le donne. Percio' il pezzo comincia cosi': "Sotto la torretta della caserma C. il piantone intima l'alt. Non serviva: ha gli occhi azzurri, il fisico slanciato e si chiama Giulia".

Un incipit da Premio Pulitzer. Tanto piu' che gia' alla riga successiva "Giulia sorride dolcemente". Immaginatevi se il piantone si fosse chiamato Ignazio: "Ha gli occhi azzurri, il fisico palestrato e sorride dolcemente". Eh no. Un pezzo cosi' sarebbe finito nel cestino fra le urla del caporedattore e gli sfotto' dei colleghi, ma visto che il piantone di cui si parla e' una femmina e' logico far sapere subito ai lettori se e quanto e' appetibile sessualmente (e nient'altro, perche' lei non e' nient'altro che un riflesso negli occhi maschili che la osservano): non c'e' male, vero, per un articolo che deve trattare di molestie sessuali.

L'eroe autore del pezzo le riporta pari pari come gli vengono descritte: apprezzamenti volgari, toccamenti, inviti ad avere rapporti sessuali seguiti da minacce ("se parli avrai dei guai") da parte di istruttori e marescialli alle loro subordinate. Ma non capisce bene cosa sono, queste dannate molestie, ne' perche' la caserma sia al centro non di una, ma di tre inchieste fra magistratura ordinaria e magistratura militare. Allora, smarrito, si interroga: "Nella sostanza, si indaga sui rapporti fra caporali e reclute, fra uomo e donna, fra chi comanda e chi deve obbedire. E siccome alla caserma C. chi comanda e' uomo e chi obbedisce e' donna, tutto si complica. Anche per chi ha il dovere di controllare e di giudicare. Qual e' il confine del lecito? Cosa puo' arrivare a dire, a chiedere, un caporale a una soldatessa?".

E' spaventoso che il signor (sedicente) giornalista non conosca i "confini del lecito", perche' sono sempre gli stessi sia che si indossi una divisa, sia che si indossi una tuta da manovale, sia che si indossi abiti acquistati al mercato rionale o nella piu' famosa delle boutique. I confini del lecito sono tracciati dal rispetto che ognuno di noi e' tenuto ad avere e a ricevere nelle relazioni con gli altri esseri umani. Percio', se una donna soldato semplice piace ad un uomo caporale, quest'ultimo puo' senz'altro dirglielo e persino proporle di andare insieme in un albergo, ma non puo' e non deve dirle: "Se non ci vieni te ne faccio passare di tutti i colori", non puo' metterle le mani nelle mutande con la scusa dell'addestramento, non puo' chiedere di esaminare i suoi "bei balconcini" ne' di vederla in biancheria intima. E' cosi' difficile da capire?

Inoltre, se alla proposta la signorina risponde "No, grazie" o come testimonia una delle militari coinvolte: "Marescia', lei potrebbe essere mio padre...", il proponente e' tenuto ad intascare la risposta e pensare ad altro. Tutto il resto, le minacce, le intimidazioni, l'abuso del proprio grado e del conseguente potere passano i confini del lecito e sono reati.

Ma a questo punto, non sapendosi dare risposte, il reporter a libro paga del grande quotidiano "indipendente" lascia la caserma delle festicciole spinte in ufficio e dei "Ti porto al poligono dove non ci vede nessuno" e ci offre il suo ultimo languido sguardo: "La torretta e' vuota, i militari scuotono la testa e il soldato Giulia, tenuta al silenzio, sospira".

 

5. MEMORIA. TONY FYSON, DENNIS HARDY, SIR PETER HALL: RICORDANDO COLIN WARD (PARTE TERZA)

[Da "A. rivista anarchica", anno 41, n. 364, estate 2011 (disponibile anche nella rete telematica al sito www.arivista.org) riprendiamo la traduzione dell'opuscolo commemorativo "Remembering Colin Ward (1924-2010)".

Colin Ward (1924- 2010) e' stato uno straordinario militante, pensatore, educatore e saggista anarchico. Tra le opere di Colin Ward: Anarchy in Action,Allen & Unwin 1973, Freedom Press 1988 (trad. it.: Anarchia come organizzazione, Antistato, Milano, 1976 e ried. Eleuthera 2006); Streetwork: The Exploding School, con Anthony Fyson, Routledge 1973; (a cura di), Vandalism, Architectural Press 1973; Utopia, Penguin 1974; Tenants take Over, Architectural Press 1976; Work, Penguin Education 1978; Violence, Penguin Education 1979; Housing: An anarchist approach, Freedom Press 1983; (a cura di), British School buildings: Desing & Appraisals, Architectural Press 1977; The Children in the City, Architectural Press 1979; Penguin 1994 (trad. it.: Il bambino e la citta', L'Ancora del Mediterraneo 2000); (con Dennis Hardy), Arcadia for All: the Legacy of a Makeshift Landscape, Mansell 1986; When we Build Again, Lets have Housing That Works, Pluto Press 1985; (con Dennis Hardy), Goodnight Campers! The History of the British Holiday Camp, Mansell 1986; Chartres: the Making of a miracle, Folio Society 1986; (a cura di), A Decade Of Anarchy, selezione del mensile "Anarchy" 1961-1970, Freedom Press 1987; (con David Crouch), The Allotment: Its landscape & culture, Faber & Faber 1988; The Child in the Country, Hale 1988; Bedford Square Press 1990; Welcome Thinner City, Bedford Square Press 1989; (con Ruth Rendell), Underminig The Central Line, Chatto & Windus 1989; Talking Houses, Freedom press 1990; (con Tim Ward), Images of Childhood, Sutton 1991 (trad. it.: Dopo l'automobile, Eleuthera 1997); Influences: Voices Of Creative Dissent, Green Books 1992; New Town, Home Town: The Lessons of Experience, Gulbenkian Foundation 1993; Talking Schools, Freedom Press 1995; Reflected in Water, Cassel 1997 (trad. it: Acqua e comunita', Eleuthera 2003); (a cura di D. Goodway), Conversazioni con Colin Ward Eleuthera 2003; Anarchism, Oxford up 2004 (trad. it.: L'Anarchia, Eleuthera 2008). Alcuni materiali di e su Colin Ward sono nei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 236 e in "Coi piedi per terra" n. 276]

 

Tony Fyson: Colin al lavoro

Nei pochi minuti a disposizione cerchero' di dare un'idea di com'era lavorare con Colin. Per otto anni, negli anni settanta, abbiamo condiviso un ufficio; li' Colin manifestava sempre l'intenzione di lasciare il proprio impiego per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.

Entrambi eravamo assunti dalla Town and Country Planning Association, con precedenti esperienze di insegnamento in corsi di educazione permanente, per creare una nuova unita' di educazione all'ambiente. La finalita' principale era quella di sviluppare una coscienza ambientale a livello di scuola secondaria, ma mettendo l'accento sull'ambiente edificato e sulla formazione di futuri cittadini in grado di partecipare. Io ero il vice di Colin, e insieme a Rose Tanner e piu' tardi con un'insegnate d'arte, Eileen Adams (oggi presente), formavamo una equipe di quattro.

Cominciammo il lavoro il primo aprile 1971, dopo aver trascorso il week end precedente aiutando nel trasloco dell'associazione, un gruppo di pressione volontario di interessi professionali, che lasciava la sede decrepita del Covent Garden per insediarsi nell'imponente Carlton House Terrace, grazie a un contratto di affitto pluriennale eccezionalmente vantaggioso, stipulato dai delegati della Corona (che credo lo rimpiangano ancora!).

La Tcpa offri' a Colin gli anni di lavoro piu' felici, poiche' una delle sue massime diceva che la soddisfazione sul lavoro e' direttamente proporzionale al grado di autonomia che lascia. Il direttore dell'associazione, David Hall, era contento dell'originalita' di Colin e la incoraggiava in ogni modo.

Grazie alla sua lunga esperienza di redattore e collaboratore del settimanale anarchico "Freedom" e della sua creatura, il mensile "Anarchy", non stupisce il fatto che la prima cosa che fece fu il lancio di un nuovo periodico rivolto agli insegnanti, il "Bulletin of Environmental Education", il noto "Bee". Seguirono poi l'esperienza di avanguardia dei Town Trails e degli Urban Studies Centres, le tecniche emergenti di educazione civica, riconoscendo l'importanza delle tecniche di problem-solving e di risoluzione dei conflitti per dar vita a studi locali per adolescenti. Colin vide ed elaboro' idee in relazione con l'apprendimento attivo e la "descolarizzazione" e piu' tardi, con Eileen, sviluppo' nuovi metodi per l'educazione visiva e tattile della scena urbana.

Colin era una di quelle rare persone che vivono e lavorano secondo gli ideali che sostengono. In questo mondo le persone si uniscono per cooperare in mansioni e progetti con una leadership che passa di mano in base agli interessi e alle capacita' a disposizione. Nessun lavoro e' una fatica eccessiva se il prodotto finale e le risorse limitate lo impongono. Cosi' e' stato per Colin, Rose e me, come per tutto il personale della Tcpa, che per circa tre settimane ci impegnammo a montare, graffettare, imbustare e affrancare il primo numero del "Bee". Tredicimila copie fascicolate furono stampate internamente con una primitiva stampante offset e poi inviate a tutte le scuole medie del paese. Erano indirizzate al responsabile degli studi sull'ambiente, con la consapevolezza che in quel momento non esisteva nemmeno un insegnante con quell'incarico. Colin volle mettere in luce che le tematiche sull'ambiente avrebbero avuto sempre maggior peso nei programmi scolastici. Nel momento di massimo successo il "Bee" aveva duemilacinquecento abbonati, insegnanti di varie discipline.

Colin non aveva avuto un'istruzione formale dopo i quindici anni; per questo non provava nessuna soggezione verso una particolare disciplina accademica e rifiutava l'idea che vedeva nell'insegnante un controllore, convinto com'era che lo studente non era ne' un vaso in cui versare il sapere ne' un pezzo di argilla da modellare secondo i desideri della societa'. Preferiva la metafora del fiore da coltivare. Una delle sue citazioni preferite, che ripeteva a memoria, era una frase dell'architetto W. R. Lethaby, uno dei primi sostenitori della Tcpa, che nel 1916 aveva scritto: "Nella prima parte della mia esistenza mi addormentavano raccontandomi che il nostro era il paese piu' ricco del mondo, poi mi sono svegliato per scoprire che per me la ricchezza significava studio e bellezza, musica e arte, caffe' e omelette". Colin voleva presentare quei valori ai giovani e vedeva un'opportunita' per farlo nel movimento in ascesa di studi sull'ambiente.

In sostanza Colin era uno scrittore che fino a cinquant'anni si era concentrato nella produzione di commenti e articoli polemici, spesso anonimi o firmati con uno pseudonimo. Alla Tcpa comincio' la sua attivita' di autore di libri, che avrebbe fruttato piu' di trenta titoli in tre decenni, pur continuando a scrivere regolarmente rubriche per riviste prestigiose e a tenere frequenti conferenze.

Tutta questa prodigiosa produzione di scritti fu realizzata senza l'aiuto delle moderne tecnologie. La vecchia macchina da scrivere e le fascette del correttore non sono mai state soppiantate dal computer. Scriveva senza mai affidarsi al taglia e incolla elettronico in uso oggidi'. Il suo stile era accessibile e aneddotico e non distante e teorico o accademico. Scriveva come parlava, con modestia ed erudizione. I suoi testi contenevano sempre tantissime citazioni perche', come diceva, non vedeva mai il motivo di riscrivere il testo di qualcun altro per far sembrare proprie le idee altrui.

Nell'ufficio che condividevamo continuava a chiacchierare allegramente intanto che scriveva, sempre con una sigaretta tra le labbra. Il normale contesto del lavoro comportava scherzose canzonature, strofette di canzoni buffe per le quali aveva una particolare predilezione. I suoi gusti musicali spaziavano senza limiti, cosi' non era una sorpresa se a "When Father Papered the Parlour" seguiva a gola spiegata "La' ci darem la mano" comicamente intervallato da qualche imprecazione in dialetto cockney. Terminato l'articolo o il capitolo, tirava fuori l'ultimo foglio dalla macchina da scrivere, si batteva le mani sulle ginocchia ed esclamava: "Eccoci qua. Tutta roba buona, mica schifezze!".

Questo era solo uno della sua scorta di modi di dire, molti dei quali, devo ammettere, sono entrati anche nel mio lessico familiare. Per replicare a qualche presa di posizione particolarmente stupida di un politico di destra era solito dire, con una punzecchiatura alla sinistra convenzionale: "Quando arrivera' la rivoluzione, gli taglieranno i piedi". E il suo commento preferito davanti a certi acquisti un po' costosi era: "Non importa il prezzo: diamo al gatto un altro canarino".

Inevitabilmente, era diventato un personaggio sempre piu' noto in campo nazionale e internazionale e doveva dire di no a molti che gli chiedevano un articolo o una conferenza, o gli chiedevano di partecipare a un'iniziativa. Quando passava a me, il suo riconoscente vice, un invito per partecipare a qualche evento internazionale, dichiarava di "non credere all'estero" e per anni si era limitato a qualche sporadico viaggio in Olanda e in Italia, per incontrare gli amici anarchici.

Quando finalmente si convinse a intervenire a un corso di formazione sull'ambiente a Washington, scopri' che sul suo stesso volo c'era il suo vecchio amico John Turner, un esperto di occupazione di case nel terzo mondo, che lo invito' ad andare insieme a lui a certi meeting di alto livello del Fondo Monetario Internazionale sulle occupazioni di case, tra una lezione e l'altra del corso, e li' Colin offri' alcuni contributi improvvisati, ma di grande impatto. Per Colin, pero', i momenti piu' interessanti del viaggio furono le sue scorrerie nei quartieri piu' squallidi della citta', che gli piacquero immediatamente, e raccolse quasi senza rendersene conto molto materiale dalle persone che vi incontrava.

Colin sapeva guidare con gentilezza i propri collaboratori, dimostrando con coerenza quanto possa agire in modo produttivo una persona non autoritaria in un universo gerarchico. Comprensivo e tollerante verso i colleghi, autorevole e ottimista nei suoi scritti, schivo e con un gran senso del ridicolo, non vedeva una ragione per mettere la propria persona al primo posto invece delle proprie idee.

Era un uomo senza una traccia di egocentrismo. Un gran patrimonio di nozioni autodidatte, un enorme talento nel comunicare in modo chiaro e convincente, senza arroganza, senza spinte competitive e senza la voglia di affermare la propria superiorita', tutte qualita' che lo rendevano una persona davvero speciale. Chiunque lo abbia conosciuto, di persona o attraverso i suoi scritti, avra' caro il suo ricordo e affrontera' la vita in modo diverso grazie a lui.

La profondita' delle sue intuizioni in campo sociale e politico servira' a illuminare il nostro futuro. E quelli di noi che sono stati tanto fortunati da lavorare insieme a lui ricorderanno sempre con affetto e gratitudine la sua generosita', il suo spirito e la sua amicizia.

*

Dennis Hardy: Ai margini

Ho avuto modo di conoscere gli scritti di Colin negli anni settanta, quando facevo il possibile per interessare all'urbanistica gli studenti di scienze. Prima ci fu Anarchy in Action, che getto' una luce nuova e vivida sull'argomento e poi le copie regolari e sempre interessanti del "Bee" (il bollettino di educazione ambientale curato insieme a Tony Fyson, che ce ne ha appena parlato).

Subito dopo l'ascesa al potere di Margaret Thatcher (in una sequenza di eventi senza relazione tra loro, aggiungerei) io riuscii a ottenere qualche finanziamento a sostegno di un progetto che voleva ricostruire la storia di un tipo originale di insediamento, di quelle che furono chiamate le plotlands. Il mio personale interesse era stato risvegliato durante un corso sul campo con i miei studenti, che mi aveva portato a Peacehaven, sulla costa meridionale, una sciagura per i responsabili locali della pianificazione, ma anche un luogo che valeva la pena conoscere meglio.

Sui giornali apparve un'inserzione che offriva una borsa per un ricercatore che lavorasse con me al progetto e, con mia grande sorpresa, mi arrivo' una domanda da un certo Colin Ward. Era come se avessi cercato i giocatori per una squadra di calcio di paese e vedessi scendere in campo un famoso campione. Inutile dire che ebbe la borsa!

La rivista satirica "Private Eye" riprodusse l'inserzione, cui segui' un articolo sull'"Evening Standard" che lanciava strali contro lo spreco di denaro pubblico rappresentato da ricerche di questo genere. Dal che capimmo che dovevamo agire per bene e cosi' comincio' quello che sarebbe stato un viaggio affascinante e speriamo anche di qualche utilita'.

La maggior parte della gente non aveva mai sentito parlare delle plotlands in quanto tali, anche se le avrebbe subito riconosciute, se si fosse fatto il nome di certe localita', come Jaywick Sands o Shoreham Beach. Il tema - esperienze di insediamenti autocostruiti e di mutuo aiuto, con l'uomo della strada che si fa beffe dell'autorita' - era tagliato su misura per Colin.

Qualche anno prima, in effetti, Colin aveva scritto alcuni articoli, su "New Society" e sul "Bee", a proposito di una valorosa abitante dell'East End, una tale signora Granger, che nel 1932 aveva avuto in prestito una sterlina quale anticipo su un appezzamento di terreno a Laindon, nell'Essex. Insieme al marito, che faceva il portiere in un edificio di appartamenti popolari, aveva fatto in modo di impiantare una tenda, residuato bellico della prima guerra mondiale, su quel terreno, e nei fine settimana i due si erano dedicati alla costruzione di una casa tutta loro. In seguito, trasferitisi definitivamente li', vi allevarono polli, oche e capre, e vi coltivarono un orto. Il fatto importante e' che, grazie ai loro sforzi, pur essendo poveri, erano stati in grado di farsi una casa di proprieta'.

La storia della signora Granger era ripetuta in tutti i posti in cui andavamo e passammo molte belle giornate spostandoci di qua e di la' lungo la costa e per la campagna a sud di Londra. A quei tempi Colin abitava a Putney, cosi' ci incontravamo al mattino in una stazione di Londra e poi via verso qualche altro "pugno nell'occhio nel paesaggio".

Oltre ad altre famiglie povere che ce l'avevano fatta, incontrammo un gruppo di persone un po' bohemien, che erano attirate dalla prospettiva di passare i week end e le vacanze vicino al mare in un vagone ferroviario o in un vecchio torpedone riadattato. Scoprimmo che la spiaggia di Shoreham era una localita' frequentata da personaggi famosi della scena teatrale londinese, che correvano alla Victoria Station appena calato il sipario, per prendere l'ultimo treno che li avrebbe condotti nei propri rifugi marittimi, dai nomi evocativi come "Cenerentola" o "Bella Addormentata". Per i locali quel fatto faceva una certa presa e le loro feste nei fine settimana facevano sollevare piu' di un sopracciglio.

Colin era a suo agio sia con i teatranti sia con gli operai e le conversazioni non erano mai un problema mentre ce ne stavamo seduti in qualche accogliente rifugio, con lampade alla paraffina e tende di cinz e ascoltavamo i vari racconti. Comprensibilmente, quei luoghi attiravano gli artisti e ci capito' di arrivare agli eremi di personaggi come lo scultore Jacob Epstein e il pittore Mark Gertler, come di quello dello scrittore e regista Derek Jarman presso la spiaggia di Dungeness.

Oltre ai ritratti pittoreschi che vi raccogliemmo, ci fu ovviamente un lato piu' serio e noi cercammo di mostrare come le esperienze degli abitanti delle plotlands potessero essere utili per affrontare le nostre difficolta' abitative. Eravamo negli anni ottanta e l'idea del fai da te non era le mille miglia lontana dal laissez faire del thatcherismo. Colin era un grande ammiratore del lavoro dell'architetto Walter Segal e sosteneva il suo esperimento di autocostruzione di Lewisham. Alla stessa stregua era un fervido fautore dell'attivita' della Tcpa e scrisse un bellissimo articolo sull'argomento, dal titolo "A DIY New Town", "una nuova citta' fai da te".

Ripensandoci, se ricordare e' necessario, si puo' vedere che pensatore originale fosse Colin, capace di osservare da un punto di vista diverso problemi incancreniti e irrisolti. Aveva sempre a portata di mano la giusta fonte letteraria della biblioteca anarchica e una memoria stupefacente. Per giunta era un fantastico compagno, gentile, spiritoso, sorridente, e insieme ci siamo tanto divertiti in situazione che si classificherebbero "di lavoro" ma che insieme a Colin erano sempre piacevolissime.

Al momento in cui la ricerca sulle plotlands fu completata (e pubblicata con il titolo Arcadia for All e piu' volte ristampata da Five Leaves), ci restava ancora qualche lavoro da finire. Nei nostri giri nei tratti piu' marginali della costa ci eravamo incuriositi scoprendo in una zona vicinissima alle plotlands un'altra strana istituzione inglese, il campo di vacanze. Cosi' una cosa segui' l'altra e continuammo a lavorare insieme per scrivere una storia dei campi di vacanze inglesi.

Qualcuno di voi potrebbe chiedermi come mai un bravo anarchico come Colin si occupasse di una faccenda che e' quasi sinonimo di irreggimentazione. Credo che la risposta stia nelle storie parallele di tante persone povere che facevano una vacanza per la prima volta; uno spirito di cameratismo e perfino comunitario che caratterizzava questa forma di villeggiatura collettiva alla meta' del ventesimo secolo; e l'architettura che procedeva mano in mano con le localita' marittime.

Il nostro libro sull'argomento, Goodnight Campers!, e' rimasto esaurito per un certo tempo e Colin era ansioso di rivederlo sugli scaffali delle librerie. Grazie agli sforzi di Ross Bradshaw e delle edizioni Five Leaves, esce proprio oggi una nuova edizione. Colin sarebbe stato senza dubbio contento di festeggiarne l'uscita.

*

Sir Peter Hall: Un'istintiva diffidenza per le soluzioni calate dall'alto

La collaborazione con Colin Ward per il libro Sociable Cities: The Legacy of Ebenezer Howard, che abbiamo pubblicato nel 1998, e' stata un'esperienza molto particolare. Si potrebbe citare a sproposito Orwell e dire che tutte le esperienze co-autoriali sono particolari, ma certe sono piu' particolari di altre. Una definizione che si potrebbe dare di Colin e' che era un collaboratore piuttosto incostante. Io gli mandavo la prima stesura di un capitolo e lui faceva qualche minimo commento, del quale tenevo sempre conto. Lui mi mandava un capitolo e io gli facevo qualche minimo commento che, allo stesso modo, inseriva immediatamente. Ma qui veniva il problema al quale altri hanno alluso: Colin era risolutamente avverso ad abbandonare la tecnologia della comunicazione che risaliva al 1873, rappresentata dalla macchina da scrivere portatile marca Underwood che ora occupa il luogo che le spetta nel quadro dei ricordi.

Nel 1998 eravamo nel bel mezzo della rivoluzione digitale e questo comportava che a me toccava inserire il suo testo nello scanner di casa mia. Ma il lungo uso della macchina aveva prodotto l'effetto che ogni volta che si batteva il tasto della lettera "g", il carattere finiva spostato piu' in alto, con il risultato che lo scanner lo leggeva come se fosse un "9".

Lo soluzione stava ovviamente in un'operazione complessiva di "cerca e sostituisci", che andava bene, solo che l'anno 1998 diventava 1gg8. Insieme ad Ann Rudkin, che rivedeva validamente il testo per l'editore, dovevamo certe volte riportare il testo alla fine del ventesimo secolo. Colin, ovviamente, restava beatamente inconsapevole del tutto.

C'era poi un altro aspetto piu' grave: Colin approvo' allegramente i miei ultimi capitoli, che auspicavano una vasta pianificazione per creare nuovi grossi nodi insediativi lungo le direttrici di trasporto nell'angolo sud-orientale dell'Inghilterra, che cinque anni dopo trovarono un'eco nella strategia del governo di sviluppo di comunita' sostenibili. Questo non pareva proprio da Colin, se non per il fatto che quella soluzione avrebbe potuto costituire un contesto per ogni tipo di iniziative locali. E l'idea centrale del nostro libro, che condividevamo con passione, era quella di sollevare un interrogativo: come dovevamo interpretare la filosofia di Ebenezer Howard, il cui famoso pamphlet To-Morrow: A Peaceful Path to Real Reform era stato pubblicato esattamente un secolo prima, nel 1898? Le citta' giardino di Howard erano un frutto del pensiero anarchico che aveva una grande influenza all'epoca e che aveva prodotto un anno dopo l'altrettanto influente libro di Kropotkin, Campi, fabbriche e officine. Le citta' giardino dovevano essere realizzate grazie all'attivita' cooperativa di piccoli gruppi di gente comune, con l'aiuto di mutui commerciali concessi da individui ricchi. Le parole alla base del famoso diagramma delle tre calamite di Howard, Liberta' - Cooperazione, non erano pura retorica: rappresentavano il nucleo centrale delle sue idee. In questo senso essenziale, molto di quello che Colin aveva scritto sulle tematiche urbane rispecchiava questo filone importante ma dimenticato del pensiero urbanistico inglese.

Vorrei riprendere un pensiero gia' espresso nella presentazione di Ken Worpole: gli scritti di Colin per la rivista "New Society", che per un quarto di secolo, dal 1962 fino alla sua triste perdita di indipendenza nel 1988, svolse un ruolo cosi' importante nella diffusione di nuove idee nelle scienze sociali. Dopo un breve periodo di avvio nel quale fu diretta da Tom Raison, che la lascio' per diventare un parlamentare tory, passo' nelle mani di Paul Barker, uno straordinario giornalista che ha da poco festeggiato le nozze d'oro. Paul era ed e' fondamentalmente un iconoclasta che accoglieva nelle sue pagine pensatori originali di qualsiasi orientamento - Reyer Banham, Colin MacInnes, John Berger, Dennis Potter - la cui caratteristica essenziale era quella di criticare le conoscenze indotte. Nel 1969 invito' tre di noi - Reyer Banham, Cedric Price e me - a collaborare per un numero speciale, Nonplan. An Experiment in Freedom. La cosa provoco' una tempesta e le conseguenti dimissioni del vicedirettore, Brian Lapping, che poi fece carriera come produttore televisivo indipendente. Ancor oggi quel manifesto e' oggetto di conferenze e dibattiti.

Non so perche' Colin non vi abbia partecipato. Forse, come Groucho Marx, si rifiutava automaticamente di aderire a un club che lo voleva come socio. Ma questo episodio mette in luce un fatto importante: Paul condivideva con Colin un'istintiva diffidenza per le soluzioni calate dall'alto ed era convinto che gli individui disponessero di una creativita' senza limiti. Uno dei drammi legati alla scomparsa di Colin sta nel fatto che non potremo leggere la sua recensione del nuovo libro di Paul, The Freedom of Suburbia. Che avrebbe senza dubbio apprezzato. [Quando ho fatto questo commento alla riunione commemorativa, non sapevo ancora una cosa: Harriet mi sussurro': "Lo stava leggendo quando e' morto. E' ancora accanto alla sua poltrona"]. Questo, di sicuro, e' un ricordo non all'altezza di Colin.

 

6. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Letture

- Cesare Bermani, Giovanni Pirelli. Un autentico rivoluzionario, Centro di documentazione di Pistoia, Pistoia 2011, pp. 88, euro 10.

 

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

8. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 656 del 23 agosto 2011

 

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it, sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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