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Archivi. 153



 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XIV)

Numero 153 del 30 marzo 2013

 

In questo numero:

1. Alcuni testi del mese di ottobre 2003 (parte seconda)

2. Sulla proposta di Lidia Menapace

3. Tre subalternita': da Seattle a Praga (un appello del 4 ottobre 2000)

4. Sulla proposta di Lidia Menapace

5. Una persona, un voto

6. Da Perugia ad Assisi, oggi

7. Da Assisi al mondo

8. Sulla proposta di Lidia Menapace

9. Via dall'Iraq, subito

10. Subito una legge che riconosca il diritto di voto a tutti i residenti

11. Sulla proposta di Lidia Menapace, con una postilla giuridica

12. La nonviolenza, la parte piu' limpida e intransigente dell'antifascismo

13. Ogni vittima ha il volto di Abele: un 4 novembre dalla parte delle vittime

14. Pena di morte e guerra (sulla proposta di Lidia Menapace)

15. Una nota

16. Soldadito boliviano

17. Sulla proposta di Lidia Menapace

18. Dovuto a Odibi'

 

1. MATERIALI. ALCUNI TESTI DEL MESE DI OTTOBRE 2003 (PARTE SECONDA)

 

Riproponiamo qui alcuni testi apparsi sul nostro foglio nel mese di ottobre 2003.

 

2. SULLA PROPOSTA DI LIDIA MENAPACE

 

... A me sembra ovvio che questa proposta [la proposta di Lidia Menapace di un'Europa "neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta" - ndr] non presume di risolvere tutti i mali del mondo e neppure quelli del continente e neppure i malesseri di ognuna e ognuno di noi miserelli.

Ha il merito infatti di essere definita, ovvero di avere un oggetto e per cosi' dire un perimetro precisi, tali per cui su di essa si puo' discutere anche con soggetti portatori di interessi e progetti diversi, cercando di costruire il consenso su scelte specifiche, senza pretendere di imporre un "programma massimo" irricevibile dalla gran parte non solo dei governi, ma anche dei cittadini europei cosi' come oggi sono, con i loro vizi e le loro virtu', i loro privilegi e le loro ragioni. Ma insieme essa giustamente rifiuta la logica del "programma minimo" che solitamente porta non solo a pessimi compromessi al ribasso, ma ad essere subornati se non addirittura cooptati - e resi ad un tempo sudditi e vassalli - dai detentori del potere fondato sulla dominazione dell'ingiustizia.

Alle persone che dicono che e' inutile battersi per qualcosa di meno che per abbattere il capitalismo e cosi' e solo cosi' instaurare il "regno della liberta'", vorremmo rispondere che, non avendo noi frequentato il corso per corrispondenza per maghi e stregoni, cosi' come non abbiamo la sfera di cristallo non abbiamo neppure la bacchetta magica che certo deve essere stata data loro in dotazione con il relativo kit, e che non siamo poi cosi' sicuri che "abbattuto il capitalismo" coi metodi che ingenuamente propugnano (il famigerato forcipe, pessima occasionale battuta che e' contraddetta da tutto cio' che vale dell'immenso lascito teorico e pratico di Marx) ci lascerebbero un mondo abitabile; e viste le pregresse esperienze ne dubitiamo assai.

Alle persone che dicono che il mondo (anzi: il Mondo) sara' sempre il letamaio dei letamai perche' l'essere umano (anzi: l'Uomo) e' la sentina delle sentine, vorremmo rispondere che per questo atteggiamento c'e' una locuzione precisa, ed e': crogiolarsi nel brago.

Alle persone che fanno questione di paternita'  e primogeniture vorremmo far rilevare che questa e' proprio la logica patriarcale e maschilista cui la tradizione di pensiero e di esperienze da cui la proposta di Lidia Menapace scaturisce si oppone riconoscendovi una delle scaturigini dell'oppressione che tutte e tutti ci offende o offusca.

Alle persone che storcono il naso dinanzi al linguaggio giuridico (e specificatamente dinanzi alla parola "neutralita'" di cui gran scandalo si mena) nulla possiamo dire, se non che esso purtuttavia esiste, perche' le leggi fortunatamente esistono, ed altrettanto fortunatamente possono essere mutate e migliorate; e chi pensa di poterlo e poterle evitare chiudendo gli occhi non si stupisca se poi il naso lo sbatte; del resto cosi' Diogene cinico confutava chi negava l'esistenza del moto: semplicemente camminando.

*

Mi pare quindi che questa di Lidia Menapace sia una proposta forte, rigorosa e adeguata.

Dovremo trovare il modo di sostenerla e diffonderla, di farne oggetto di un dibattito pubblico che arrivi a conseguenze operative, e ad esiti pratici: e particolarmente sia in relazione alla stesura definitiva della cosiddetta "Costituzione" europea, sia nei confronti delle forze politiche e dei candidati (e dei programmi e degli impegni degli uni e delle altre) che comporranno il parlamento europeo che verra' fuori dalle elezioni del 2004.

La proposta di un'Europa "neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta", mi pare racchiuda un concreto "programma costruttivo" (per usare l'opportuna terminologia gandhiana) che si articola altresi' in processi, istituti, strutture ed azioni specifiche: dalla difesa popolare nonviolenta ai corpi civili di pace, per citare solo due punti qualificanti su cui la riflessione e' gia' particolarmente avanzata.

*

Naturalmente avanzare e praticare questa proposta comporta dover poi nella pratica concreta, nel dibattito e nella lotta, affrontare alcuni nodi con cui essa confligge, e che non sono bazzecole.

E' evidente infatti che:

a) si trattera' di contrastare le industrie belliche nazionali e transnazionali: e il peso fortissimo del complesso militare-industriale, e la sua possente capacita' lobbistica, e' confermato ad esempio dal recente peggioramento della legislazione italiana sulla produzione e il traffico di armi (peggioramento fondato proprio sulla strumentalizzazione a proprio vantaggio del processo di integrazione e sinergia europea);

b) si trattera' di arrivare all'abolizone della Nato, che implica anche una rottura con gli Usa che non e' detto che sara' proprio una quisquilia;

c) si trattera' di negoziare nell'Europa e tra Europa e partner dell'Unione e di singoli stati e governi nuovi e diversi accordi rispetto ad impegni in essere;

d) si trattera' di ridiscutere quel nevralgico argomento che sono i consumi: e quindi l'approvvigionamento, la gestione e l'uso delle risorse; ambito nel quale le scelte di giustizia, e anche solo di ragionevolezza, impongono una drastica riduzione dell'attuale dissennato sperpero;

e) si trattera' di avviare una diversa politica in materia di migrazione (fondata sul diritto universale degli esseri umani alla mobilita' e alla ricerca di una vita degna e di una ragionevole felicita' cosi' precisamente definito da Kant; sull'accoglienza e sulla responsabilita' globale; e sul basare i diritti di cittadinanza sullo "jus soli" anziche' sull'arcaico "jus sanguinis"), cosi' come in materia di "capacita' di carico" ecologica (in una visione globale, in una scelta di responsabilita'-responsivita' rispetto all'intera famiglia umana);

f) si trattera' di fronteggiare il mare magnum di aggrovigliate contraddizioni concernenti le comunicazioni di massa e quelli che una volta erano detti gli "apparati ideologici": ambito insidioso quanto altri mai, ma se si vuole promuovere i diritti umani, la democrazia, la pace e la solidarieta', bisognera' pur essere consapevoli che la partecipazione democratica alla cosa pubblica e' largamente dipendente dall'accesso ad un'informazione adeguata e non manipolata, alla conoscenza riconosciuta come diritto di ogni essere umano, e non degradata a merce e narcosi.

Cose da far tremar le vene e i polsi, certo, ma questioni la cui analisi ed il cui affrontamento non possiamo rinviare.

Ed altro si potrebbe aggiungere ancora, certo, ma le infinite tassonomie non mi affascinano se non quando le redige Borges, e  bastera' pertanto aver fornito questi semplici esempi.

*

Qui dalle nostre parti c'e' un'espressione che suona "dopo li fochi", e che indica l'amara situazione di chi arriva in ritardo e manca il kairos, l'ora, il momento decisivo.

Lidia Menapace ha il merito di aver formulato per tempo questa proposta di analisi, di programma, di intervento.

I movimenti per la pace e la giustizia hanno il demerito di aver cincischiato per anni tra genericita', sottovalutazioni e una diffusa subalternita' di cui si e' gia' ripetutamente scritto su questo foglio; e di arrivare solo adesso - quelli che ci sono arrivati, e non sono ancora che una piccola parte del cosiddetto "popolo della pace" - alla consapevolezza che il tempo e' poco, e che tanto nelle segrete stanze quanto sui prosceni della politica e delle istituzioni europee alcune scelte decisive ed irreversibili si vanno compiendo ora.

Quindi siamo, more solito, in ritardo. Ma forse ancora in tempo per evitare il peggio e costruire le condizioni per un'alternativa.

E se una possibilita' vi e' ancora, ebbene, facciamo anche noi la nostra parte. La proposta di Lidia Menapace mi pare un buon punto di partenza.

 

3. TRE SUBALTERNITA': DA SEATTLE A PRAGA (UN APPELLO DEL 4 OTTOBRE 2000)

[Riproponiamo qui integralmente un intervento diffuso il 4 ottobre 2000 "per promuovere una riflessione che ci sembra improcrastinabile" e gia' pubblicato su "La nonviolenza e' in cammino" n. 7 del 6 ottobre 2000]

 

Una lettera aperta a tanti amici che sono nel giusto e in errore

Tre subalternita': da Seattle a Praga

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La prima subalternita'

La prima subalternita' e' nei confronti dei potenti: essi decidono quando concedere sfogo alla protesta, essi decidono di fatto luoghi e forme.

Manifestare solo in occasione dei meeting ufficiali in cui come e' noto solitamente si fa pressappoco solo passerella, e' poca cosa, seppur necessaria; e rispetto a certe forme della protesta gia' Guenther Anders aveva spiegato bene che recitare la rivoluzione nei week-end e' una mistificazione, una ridicolaggine ed infine una resa e una complicita', tanto piu' grave quanto piu' ambigua e ignara (si legga almeno il duro volumetto andersiano: Stato di necessita' e legittima difesa).

La Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l'Organizzazione Mondiale del Commercio, insomma la "trinita' satanica" della globalizzazione neoliberista (come l'ha definita con linguaggio icastico Alessandro Zanotelli concludendo la stupenda marcia per la nonviolenza del 24 settembre), va contrastata giorno dopo giorno, tutti i giorni, e non "semel in anno" (una volta all'anno) come fosse un carnevale.

Certo: anche le manifestazioni a Seattle, a Praga, ed il prossimo anno a Genova, servono: e servono molto. Ma non ci si limiti a quelle come fossero eventi taumaturgici.

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La seconda subalternita'

La seconda subalternita' e' nei confronti dei mass-media: troppo spesso si calibrano le iniziative in forme adatte ad essere masticate dalle televisioni; si decidono le forme espressive in ossequio alle stritolatrici esigenze dei network tv; non si dice ne' si fa cio' che pensiamo e come lo pensiamo noi, ma quello che i mass-media pretendono di sentirci dire e fare.

Ma anche i mass-media sono parte del potere oppressivo, ed una parte rilevantissima. Il potere mediale su cui Enrico Chiavacci (nella sua utilissima Teologia morale, e particolarmente nei tomi 3/1 e 3/2, che tutto il movimento farebbe bene a leggere) ha scritto pagine decisive. Cosi' come Anders nel suo straordinario L'uomo e' antiquato.

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La terza subalternita'

La terza subalternita' e' nei confronti della violenza: che e' sempre l'arma dei ricchi, che e' sempre strumento di oppressione, che e' sempre nemica della dignita' umana.

E' necessario essere chiari: se puo' talora suscitare ammirazione chi sacrifica la propria vita, proviamo solo orrore per chi sacrifica quella altrui. Non e' ammissibile manifestare insieme a persone che da come agiscono danno a vedere che si augurano che accada l'incidente, che desiderano fare "la battaglia", che auspicano che ci scappi il morto. Non e' ammissibile essere complici degli adoratori della morte. Poi magari anni dopo i sopravvissuti te li ritrovi professori, scrittori, giornalisti, parlamentari, capitani d'industria: ed i morti restano morti. Io provo orrore e disgusto di chi marcia sui cadaveri. Come ebbe a dire all'incirca Albert Camus: preferisco essere sconfitto senza aver causato vittime, che aver ragione su un cumulo di cadaveri.

E quindi trovo inaccettabile organizzare una manifestazione che preveda, per usare il linguaggio orwelliano e kafkiano della recente vicenda di Praga, la presenza dei cosiddetti "blu" (ovvero di manifestanti che programmaticamente intendono provocare uno scontro fisico): e trovo che da parte degli organizzatori della protesta aver accettato, cooptato e coordinato la presenza dei cosiddetti "blu" nel movimento che manifestava a Praga abbia sporcato e reso correi di una ambiguita' inammissibile anche i cosiddetti "gialli" e i cosiddetti "rosa". Sia chiaro: nulla giustifica le violenze militari e poliziesche, nulla giustifica i pestaggi e le umiliazioni e le nefandezze fatte subire ai giovani manifestanti picchiati, fermati, arrestati, gravemente maltrattati; ma neanche le molotov e le sassaiole possono essere giustificate.

Per il futuro chiedo: che quando si manifesta, e manifestare e' necessario, si sia chiari dall'inizio nel chiedere a tutti i partecipanti di attenersi rigorosamente alle regole di condotta della lotta nonviolenta; chi non ci sta, se ne resti a casa o manifesti un'altra volta per conto suo. Non intendo precludere a nessuno il diritto di manifestare, ma a tutti va chiesto rispetto per la vita e l'integrita' fisica altrui. Ad iniziative ambigue e pericolose per l'incolumita' altrui credo che non si possa partecipare.

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L'urgenza di una discussione onesta

Di tutto questo credo sia urgente discutere onestamente tra le persone impegnate nel movimento che si batte contro la globalizzazione neoliberista e per l'umanita'.

Dobbiamo essere capaci di illimpidire, e cosi' fortificare il movimento, uscire dalla subalternita' e dalle ambiguita', che non sono meno pericolose dell'apatia e della rassegnazione.

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Contrastare la violenza

Occorre contrastare la violenza, quella cristallizzata come quella dispiegata, nel modo piu' rigoroso: con la nonviolenza.

Occorre lottare contro la violenza ed i suoi strumenti: le armi, esse si', sono sempre nostri nemici; occorre lottare contro i poteri oppressivi avendo a cuore le sorti del mondo; occorre lottare agendo in modo che ogni nostra azione possa essere fondativa di socialita', possa essere esempio di azione solidale, istitutiva di convivenza, promotrice di giustizia e fraternita': solo la nonviolenza garantisce questo.

Occorre lottare seguendo il "principio responsabilita'" (Hans Jonas): la nonviolenza e' l'unica forma di lotta (strategia, tecnica, progetto, empatia) che quel principio invera.

Occorre lottare in modo coerente con i nostri scopi, che sono la liberazione dell'umanita' oppressa, e la dignita' di ogni essere umano: dunque occorre la nonviolenza come unico metodo coerente con questi obiettivi, unica scelta che questi obiettivi realizza nel corso stesso della lotta.

Alle menzogne dei potenti occorre contrapporre la verita' che e' sempre rivoluzionaria: dunque occorre la nonmenzogna, che e' un altro nome, ed una decisiva specificazione, della nonviolenza.

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Il diritto fondamentale e' il diritto a vivere

Dobbiamo essere chiari su un punto: il diritto e' sempre in ultima istanza il diritto di persone. E se ad una persona si toglie la vita, si estingue per sempre la possibilita' di riconoscerle qualsivoglia diritto.

La dittatura, il potere oppressivo, e' nella sua essenza uccidere l'altro (lo ha spiegato definitivamente Elias Canetti in Massa e potere). Alla dittatura, al potere oppressivo dobbiamo contrapporci nel modo piu' rigoroso, mirando sempre a salvare la vita dell'altro, di ogni altro; l'altro: il cui muto volto sofferente ci interroga e convoca alla responsabilita' (Emmanuel Levinas).

Mi permetto una postilla ad uso di chi ha una visione del mondo materialista (come il sottoscritto, che e' un vecchio leopardiano): proprio perche' si ritiene che nulla vi sia per il singolo, per ogni singolo essere umano, oltre questa vita, ebbene, a maggior ragione occorre difendere la sua vita, la sua unica, fragile, addolorata e meravigliosa vita. Il principio del "non uccidere" vale a maggior ragione per chi non aderisce a fedi religiose e non ha speranze di vita oltremondana.

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La scelta della nonviolenza

La scelta della nonviolenza e' quindi una necessità intellettuale e morale; e' l'unica strategia e metodologia di lotta coerente con la dignita' umana e la liberazione degli oppressi; e' l'unica teoria-prassi di intervento solidale e di iniziativa rivoluzionaria che realizzi nel suo stesso farsi democrazia, diritti umani, difesa della biosfera.

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Tutto cio' andava pur detto

Tutto cio' andava pur detto, e non avendolo fin qui dichiarato persone piu' note ed autorevoli di me, ho infine sentito di doverlo dire io.

Spero che a queste considerazioni altri vogliano rispondere, e che possa aprirsi una riflessione ed una discussione ampia e profonda, anche aspra perche' urgente e concreta, condivisa in quanto polifonica.

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Analisi concreta della situazione concreta

Chiedo solo che mi si risparmino le solite inquietanti scempiaggini in nome di un Marx teologizzato e mistificato sulla "violenza levatrice della storia" e simili arcaismi (di prima di Auschwitz, di prima dell'eta' atomica), arcaismi che sarebbero amenita' se non producessero orrori: Marx avrebbe riso di cuore, omericamente, se qualcuno invece di analizzare la situazione reale attuale avesse bloccato il proprio cervello ad analisi riferite ad un contesto di centocinquant'anni prima. Si usi di Marx quel che di Marx resta straordinariamente valido e fecondo, l'unico marxismo onesto e' quello concreto e creativo.

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La nonviolenza e' lotta

Analogamente mi si risparmi la solita serqua di stupidaggini secondo cui chi propugna la nonviolenza e' uno squallido quietista, un losco attendista e dunque un complice degli oppressori: mi permetto di preventivamente controreplicare che Mohandas Gandhi, Martin Luther King, Marianella Garcia, e come loro tanti altri lottatori nonviolenti sono stati assassinati; che la nonviolenza non solo non rimuove, ma anzi suscita e organizza il conflitto contro la violenza, l'ingiustizia, la menzogna.

Come amici della nonviolenza esortiamo alla lotta, esortiamo alla rivoluzione: ma una lotta coerente ed intransigente, di autentica resistenza e autentica liberazione, la lotta nonviolenta; ma una rivoluzione che non rinvii la dignita' umana in un futuro che mai arriva, bensi' inveri la dignita' umana nel suo stesso farsi: la rivoluzione nonviolenta.

Di tutto il resto, discutiamo.

Peppe Sini, responsabile del Centro di ricerca per la pace di Viterbo

Viterbo, 4 ottobre 2000 (che per avventura e' il giorno in cui si ricorda un grande rivoluzionario egualitario e nonviolento di diversi secoli fa: Francesco d'Assisi)

 

4. SULLA PROPOSTA DI LIDIA MENAPACE

 

Il merito maggiore, e l'originalita' autentica, della proposta di Lidia Menapace a me pare che siano nel fatto che rispetto a tanti atteggiamenti rinunciatari e compromissori, o velleitari e cialtroni, essa unisce nettezza di posizioni, chiarezza di articolazioni, e praticabilita' concreta, come assai di rado accade nel dibattito pacifista.

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In primo luogo questa proposta crea uno spazio politico grazie al suo stesso venir formulata: lo spazio politico di una posizione rigorosa e insieme aperta che entra nel merito del progetto politico, istituzionale e giuridico dell'Unione europea formulando una proposta dotata di una propria autonomia teorica sulla quale puo' essere aperto un confronto alla pari con le altre posizioni.

Non e' piccola cosa, perche' purtroppo invece solitamente le proposte pacifiste o sono del tutto vellitarie ed ininfluenti (il "vogliamo tutto" meramente predicatorio) o astratte e quindi peggio che minimali (la richiesta di meri enunciati senza modalita' di applicazione e soprattutto senza costruzione di schieramenti a sostegno della loro pratica) o sono del tutto parziali (scavarsi una nicchia lasciando ad altri la "politica dei grandi", ed e' la scelta che poi consente l'assalto alla diligenza dei soldi pubblici da parte di intellettuali ed associazionismo senza disturbare troppo il manovratore che l'offa eroga), e soprattutto il piu' delle volte si presentano alle istituzioni o col cappello in mano o col rumorismo piazzaiolo, atteggiamenti entrambi che precludono di esser presi sul serio.

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In secondo luogo questa proposta avvia un percorso grazie al suo stesso venir formulata: il percorso che convoca e aggrega esperienze e soggettivita' diverse, tradizioni che solitamente faticano a incontrarsi e riconoscersi.

Poiche' essa nasce dalla riflessione e dalla prassi del movimento delle donne (storicamente la piu' rilevante esperienza della nonviolenza in cammino) e si propone a un impegno comune senza pretese autoritarie, senza volonta' assimilazionista o fagocitante, nella ricerca e nella costruzione di una mobilitazione plurale che non deprima ne' opprima la diversita' dei soggetti e delle tradizioni che convoca, ma insieme neppure accetti che si continui con le consuete litigiosita', l'ormai intollerabile soggiacenza a logiche spettacolari e carrieriste, il gioco stolto del "piu' uno".

Sia dato merito alla proposta di Lidia Menapace di essere fuori e oltre le meschinita' in cui diuturnamente reciprocamente si affogano e azzannano tanti settori del cosiddetto movimento per la pace (che come costruttori di pace falliscono gia' nel loro essere incapaci di ascoltare e ascoltarsi senza ingiuriare e sbranarsi).

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Ed e' in forza di questi due elementi che sara' possibile poi andare a un confronto e raggiungere esiti, e siano pure infine di mediazione, sicuramente piu' avanzati di quelli raggiungibili con posizioni meramente verbalistiche ("Europa di pace" senza poi saper dire cosa significhi) o astrattamente ideologiche ed alienate (le utopie palingenetiche incapaci di indicare il percorso attraverso cui costruire liberazione nella storia), o peggio ancora gia' del tutto arrese (la sinistra europea che si e' gia' inginocchiata al feticcio del militare, dell'industria bellica, dei patti leonini).

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Questa proposta, se ben la intendo, e' netta nelle posizioni e chiara nelle articolazioni:

- la proposta giuridica della neutralita' attiva;

- la proposta politica (ed istituzionale ed amministrativa) di una gestione della difesa, della sicurezza e della cooperazione incardinate sul ripudio della guerra, e quindi sul disarmo e la smilitarizzazione, sull'alternativa nonviolenta;

- posizioni quindi articolate nel programma costruttivo della riconversione ad usi civili dell'industria bellica, del servizio civile, della difesa popolare nonviolenta, dei corpi civili di pace, della cooperazione decentrata con tecnologie appropriate e promozione di democrazia, partecipazione popolare, diritti umani.

Essa non elude quindi le domande cui tradizionalmente da parte degli stati si risponde con il militare (e si risponde peggio che male, aggravendo i problemi e provocando catastrofi), ma li affronta in una prospettiva nonviolenta di politica di pace realizzata con mezzi di pace.

La difesa popolare nonviolenta significa partecipazione democratica e gestione nonviolenta della sicurezza e della difesa; i corpi civili di pace possono essere strumento principe di politica estera sui temi della risoluzione dei conflitti, della costruzione della pace e della difesa dei diritti umani; politiche di solidarieta' (ergo "neutralita' attiva") come cooperazione internazionale; le politiche di accoglienza e di assistenza (servizio civile, welfare state, welfare community) come inveramento dei diritti umani in loco.

Infine, e' una proposta concretamente praticabile, poiche' valorizza esperienze gia' esistenti, e invera indicazioni gia' presenti sia nelle legislazioni nazionali che nei trattati europei che negli altri costituti in cui si concreta il diritto internazionale (la Carta dell'Onu e la Dichiarazione universale dei diritti umani in primis).

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Il problema dei problemi, ancora una volta, sara' riuscire a passare dal cielo delle enunciazioni alla terrestrita' della pratica (ma va ricordato che senza il "prologo in cielo" non c'e' neppure la possibilita' di un successivo "prologo in terra"), ovvero riuscire a costruire un movimento e una mobilitazione che sappiano rendere centrale questa proposta nel dibattito in corso sia nelle istituzioni sia nei grandi soggetti collettivi che concorrono a comporle; sia nel dibattito giuridico che nell'attivita' legislativa ed amministrativa; sia, infine e soprattutto, nella riflessione collettiva, in quel confuso e complesso fenomeno sociale che si chiama opinione pubblica.

Quali le forme? Azzardiamo un percorso possibile.

In primo luogo aggregare attraverso un confronto serrato un ampio arco di movimenti delle donne, dei lavoratori, di solidarieta', ecopacifisti, solidali e nonviolenti su un testo condiviso recante un numero limitato e inequivoco di proposizioni.

Poi, su quell'appello-programma, raccogliere adesioni.

Poi, su quell'appello-programma promuovere una serie di iniziative pubbliche di dibattito e confronto.

Poi anche una serie di incontri per cosi' dire bilaterali tra una rappresentanza di promotrici e promotori della proposta-programma con interlocutori specifici  (ad esempio i gruppi politici democratici rappresentati nel parlamento europeo, e quelli dei singoli parlamenti nazionali degli stati dell'Unione; gli enti locali gia' impegnati per la pace; le altre agenzie pubbliche - sovranazionali; nazionali, locali - che lavorano sui temi della pace e dei diritti umani; ma anche le grandi organizzazioni sindacali dei lavoratori; le varie ong che con l'Unione europea hanno gia' rapporti di collaborazione; gli organismi rappresentativi delle Chiese impegnate per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato; le istituzioni della cultura e della ricerca; ed anche i governi degli stati e la Commissione dell'Unione).

Insomma molte sono le cose da fare, ed alla mobilitazione deve ovviamente affiancarsi lo studio, il dibattito e l'approfondimento, anche quello specificamente tecnico-giuridico e tecnico-amministrativo.

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Molti lo hanno gia' scritto: il tempo e' poco. Ma la consapevolezza per fortuna e' crescente. Il fatto che l'assemblea dell'Onu dei popoli e la marcia Perugia-Assisi quest'anno siano dedicate specificamente al tema dell'Europa di pace puo' molto aiutare in questi giorni e non manchera' di avere una ricaduta benefica nell'immediato futuro.

Naturalmente si tratta di riuscire a formulare una proposta e un percorso, ed a costruire uno schieramento, in tempi ristretti: avendo presente la necessita' di riuscire a intervenire sulla cosiddetta Costituzione europea prima che essa venga "blindata" sulle pessime posizioni che attualmente contiene ed enuncia; e di riuscire a influire sui programmi delle forze politiche e dei candidati che comporranno il parlamento europeo che sortira' dalle elezioni del 2004.

O ci si riesce adesso, o sara' un altro appuntamento mancato, poiche' allo stato attuale sia la bozza di Costituzione, sia le posizioni egemoni nel parlamento europeo, sono pressoche' del tutto supine alla logca militarista e bellicista che rischia di travolgere il diritto e le relazioni internazionali in un spirale di guerre, rapina e terrore.

 

5. UNA PERSONA, UN VOTO

 

Democrazia e' prendere in comune le decisioni che tutti riguardano.

E cosi' non vi e' dubbio che chi in un luogo vive abbia diritto a esprimere la sua opinione su cio' che anche lui riguarda, abbia diritto a concorrere a formare la volonta' comune.

E dunque il riconoscimento del diritto di voto agli immigrati residenti nel nostro paese e' cosa buona e giusta e necessaria. Che doveva essere realizzata da molti anni, lo si faccia almeno adesso senza perdere altro tempo.

 

6. DA PERUGIA AD ASSISI, OGGI

 

In cammino, dunque.

Per un'Europa costruttrice di pace con mezzi di pace, neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta.

Lungo la via di Aldo Capitini.

 

7. DA ASSISI AL MONDO

 

La grande partecipazione in colloquio corale, i riconoscimenti da parte delle maggiori istituzioni, la presenza e il saluto delle piu' autorevoli figure morali del mondo: la marcia Perugia-Assisi ancora una volta ha compiuto il miracolo di un messaggio di pace nitido e forte.

Chiedendo un'Europa aperta, solidale e nonviolenta (finalmente questa decisiva parola: nonviolenta); chiamando ad un agire coerente nei mezzi e nei fini, a costruire la pace con mezzi di pace; lanciando ancora una proposta e una speranza al mondo.

La proposta di Francesco figlio di Pietro di Bernardone: dell'eguaglianza e della solidarieta', della pace come giustizia e come misericordia, come sobrieta' e come condivisione, come responsabilita', sollecitudine dell'altro, di ogni altro.

La proposta di Aldo Capitini: del potere di tutti, dell'infinita apertura, della compresenza.

La nonviolenza in cammino.

 

8. SULLA PROPOSTA DI LIDIA MENAPACE

 

La proposta di Lidia Menapace "per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta" mi pare stia catalizzando una riflessione ampiamente condivisa e fornendo un quadro di riferimento a varie proposte che da molte parti sono state avanzate e che potrebbero essere composte in un discorso complesso ed articolato, ma anche coerente e non subalterno.

Alcuni elementi vanno definendosi con sempre maggior chiarezza, raccogliendo ed organizzando in discorso e progetto comune non solo proposte ed esperienze da piu' parti formulate e realizzate (ad esempio le molteplici esperienze di intervento nonviolento nei conflitti; ad esempio le variegate esperienze nell'ambito del servizio civile); ma anche esigenze ed intuizioni da piu' parti sentite come decisive e la cui traduzione nella pratica e' avvertita come necessaria e urgente.

Elementi chiari, su cui e' possibile costruire un ampio consenso, una profonda persuasa condivisione delle persone di volonta' buona, delle esperienze migliori della societa' civile, delle istituzioni democratiche, della cultura piu' avvertita; e per fare qualche esempio senza alcuna pretesa di esaustivita':

- cosi' la richiesta dell'inserimento nella cosiddetta Costituzione europea del principio del ripudio della guerra;

- cosi' la richiesta dell'impegno giuridicamente codificato alla neutralita', come attiva e cogente opposizione alla guerra (che e' sempre omicidio di massa, e che nell'eta' atomica aperta dall'orrore di Hiroshima mette in pericolo l'intera civilta' umana, l'intera umanita');

- cosi' le proposte operative della difesa popolare nonviolenta, dei corpi civili di pace, di un servizio civile che inveri e universalizzi il prendersi cura, una prassi di welfare community; che nel loro insieme costituiscano forme efficaci di gestione della sicurezza, della difesa e della cooperazione, e strumenti adeguati di intervento per la risoluzione dei conflitti, la difesa e promozione della democrazia e dei diritti, la costruzione della pace: insomma un vero e proprio "programma costruttivo" (per usare la classica terminologia gandhiana) che sostanzi e renda operativa la costruzione di un'alternativa immediata al modello di sicurezza e di difesa fondato sulle armi e sugli eserciti (il cui catastrofico fallimento e' ovunque palese), che renda quindi concretamente esperibile una politica di disarmo e smilitarizzazione nel momento in cui e dal momento che si offrono e si costruiscono alternative adeguate, persuasive, efficaci;

- cosi' quindi la scelta del disarmo e della smilitarizzazione come asse della costruzione di un'Europa dei diritti, della solidarieta', della cooperazione, della pace con mezzi di pace;

- cosi' quindi e decisivamente la scelta della nonviolenza come principio giuriscostituente, come inveramento coerente e rigoroso delle aspirazioni e dei valori profondi e fondanti sanciti nelle carte costituzionali nazionali e nelle grandi dichiarazioni internazionali, dalla carta delle Nazioni Unite alla Dichiarazione universale dei diritti umani.

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L'intervento di Mao Valpiana apparso sul n. 700 di questo foglio ha indicato - sviluppando idee gia' espresse da Lidia Menapace e da altri intervenuti - l'opportunita' di passare ad una fase ulteriore nell'iniziativa, dal dialogo all'incontro ed all'iniziativa pubblica, ed ha anche indicato due date possibili rispettivamente in novembre e in dicembre per incontrarsi e per dare attraverso una pubblica iniziativa rilevanza pubblica alla proposta.

E' bene che a questo passaggio si arrivi, e che ci si arrivi presto: attendiamo a giorni una conferma per le date precise da Lidia Menapace e dalle altre portavoci della "Convenzione permanente di donne contro le guerre" (nel cui ambito la proposta che qui adesso diciamo "per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta" e' stata primieramente formulata ed elaborata con piu' precisione e centralita' che altrove - come e' noto, anche molti altri soggetti da anni su questi temi lavorano, ed e' bello scoprire quanto ampie gia' siano le convergenze e quanto intensa l'affinita' di variegate esperienze e riflessioni).

Ed e' bene serrare i tempi anche per valorizzare i frutti dell'assemblea dell'Onu dei popoli e della marcia Perugia-Assisi, che hanno detto una parola chiara sull'"Europa che vogliamo": un'Europa centrata sul ripudio della guerra, un'Europa da costruire sulla scelta di essere "aperta, solidale, nonviolenta". Anche se nel programma della marcia come formulato dalla benemerita Tavola della pace tali parole d'ordine potevano dare l'impressione di restare un po' generiche ed astratte, l'assemblea prima e la marcia poi indicano come esse possano trovare uno sbocco concreto, e lo sbocco concreto a noi sembra che sia nella proposta di Lidia Menapace, che quelle formule raccoglie ed invera in proposte operative, estrae dall'astrazione e dalla marginalita' e rende cuore di un progetto politico - e legislativo, ed istitutivo-organizzativo, istituzionale ed amministrativo, oltre che culturale - di immediata praticabilita', di urgente attuazione.

Ed e' bene naturalmente che la riflessione comune continui a svilupparsi, ed anzi si intensifichi adesso, che altre voci si esprimano, che l'analisi si approfondisca, che le proposte si incontrino e confrontino, che i nodi, le implicazioni e le contraddizioni e i limiti e le difficolta' anche vengano alla luce; ancora una volta invitiamo tutte e tutti ad esprimersi in merito, su questo foglio come altrove.

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Come e' stato da piu' interventi rilevato, siamo in un momento topico: e' adesso che l'Europa deve elaborare una propria proposta di politica internazionale che si opponga al disegno strategico della "guerra preventiva" che sta alimentando ogni sorta di terrorismo nel mondo (di stato, di gruppi, di singoli) e sta devastando oltre che saccheggiando il pianeta; all'Europa incombe il dovere di una proposta di politica internazionale che sia di valido sostegno a un'Onu rinnovata e democratizzata; una proposta di politica internazionale che abbia come criterio-guida la costruzione della pace con mezzi di pace, la promozione della democrazia con la democrazia, la difesa dei diritti umani attraverso il rispetto dei diritti umani: detto in una parola: una politica internazionale della nonviolenza come principio giuriscostituente e come prassi di pace e di cooperazione coerente nei mezzi e nei fini. Ve ne e' urgente, immenso bisogno in un mondo dilaniato da guerre ed immani ingiustizie globali.

Perche' l'Europa elabori e pratichi questa politica occorre contrastare qui e adesso taluni pericolosissimi processi degenerativi in corso: occorre opporsi alle politiche di riarmo e militarizzazione, ed occorre formulare e sperimentare valide alternative fondate sulla scelta della nonviolenza.

Ed occorre che nella Costituzione europea tutto cio' sia scritto a chiare lettere, subito.

Ed occorre che le forze politiche ed i candidati che si presenteranno alle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo tra qualche mese prendano posizione prima del voto in modo inequivoco e impegnativo sulle proposte per un'Europa di pace sopra accennate ed insomma sulla proposta dei movimenti delle donne, di solidarieta'e di liberazione, per i diritti sociali, ecopacifisti e nonviolenti, che compendiamo nell'espressione "per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta" e che hanno trovato una sintesi nella proposta di Lidia Menapace.

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Se, come si usa dire, vi e' in Europa un forte movimento per la pace e la giustizia, che non si limita solo ai cortei e alle assemblee, ma vuole essere soggetto politico e culturale rappresentativo e portatore di interessi generali - l'interesse fondamentale dell'umanita' intera: la pace come condizione necessaria per la civile convivenza -, questo e' il momento in cui deve farsi sentire e far si' che la sua azione sortisca esiti legislativi ed istituzionali (non c'e' tempo da perdere con le chiacchiere ininfluenti ed i vacui esibizionismi ad uso dei media); questo e' il momento in cui deve fare delle scelte: e la scelta delle scelte e' la scelta della nonviolenza, che sia azione trasformatrice e criterio di edificazione di un'Europa di pace, che sia principio giuriscostituente dell'Unione Europea.

 

9. VIA DALL'IRAQ, SUBITO

 

La guerra terroristica e stragista promossa dal governo degli Stati Uniti in Iraq prosegue. Ogni giorno agli orrori e alle devastazioni si aggiungono nuovi massacri.

Occorre che la guerra cessi, e perche' cessi occorre che cessi l'occupazione militare straniera nella quale anche l'Italia e' coinvolta. Occorre che si ripristini al piu' presto la sovranita' del popolo iracheno e uno stato di diritto; occorre promuovere la democrazia nell'unico modo in cui la democrazia puo' essere promossa: con la democrazia.

L'Italia sta partecipando a una guerra stragista e terrorista e a un'avventura militare colonialista e imperialista folle e scellerata, e lo sta facendo in violazione della nostra Costituzione e del diritto internazionale. Il governo italiano (e con esso la maggioranza parlamentare e il capo dello stato), con la criminale e sciagurata decisione di partecipare alla guerra e all'occupazione armata, espone anche il nostro paese a divenire teatro di azioni di guerra, espone anche i cittadini italiani ad azioni di guerra e di terrorismo.

Occorre che questa pazzia cessi, occorre che si ripristini la legalita' anche nel nostro paese: occorre che l'Italia ritiri immediatamente le sue forze armate dal teatro di guerra iracheno, cessi di partecipare all'occupazione militare illegale e criminale, si adoperi per promuovere pace e ricostruzione, democrazia e diritti umani, nell'unico modo in cui democrazia e diritti, ricostruzione e pace, sono possibili: con la cessazione delle stragi, con la cessazione dell'occupazione straniera, con un piano di aiuti umanitari autentico e senza condizioni, necessario ed urgente.

 

10. SUBITO UNA LEGGE CHE RICONOSCA IL DIRITTO DI VOTO A TUTTI I RESIDENTI

 

Il riconoscimento del diritto di voto a tutte le persone residenti in un dato ambito territoriale e' cosa talmente ragionevole che c'e' da stupirsi che vi siano ancora persone che vi si oppongono (e che opponendovisi rivelano la loro effettiva collocazione culturale prima ancora che politica: la cultura della segregazione).

Ci sembra doveroso e necessario che quanti da anni propugnano questo riconoscimento (e chi redige questo foglio e' ovviamente nel novero) sostengano l'approvazione di una legge che tale riconoscimento statuisca.

Ci sembra doveroso e necessario fare appello al parlamento affinche' predisponga, discuta e deliberi una legge che finalmente riconosca il diritto di voto a tutte le persone residenti, una legge di ragionevolezza, una legge di democrazia, una legge di civilta'.

 

11. SULLA PROPOSTA DI LIDIA MENAPACE, CON UNA POSTILLA GIURIDICA

 

Vorrei esprimere il mio consentimento alla proposta formulata da Lidia Menapace per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta.

Spero che essa proposta, come e' stato da piu' parti auspicato, si traduca al piu' presto in un'incisiva iniziativa politica, legislativa, istituzionale ed amministrativa, oltre che culturale ed educativa in senso forte, che ottenga quei concreti risultati di cui vi e' grande, urgente bisogno.

Auguro che si realizzi una convergenza ampia di soggetti diversi che renda questa proposta elemento unificante e propulsivo per un'iniziativa che coinvolga movimenti ed istituzioni di tutta Europa affinche' la scelta della nonviolenza divenga motore e cuore del processo di unificazione politica europea e caratterizzi l'Unione come attore istituzionale che informi la sua azione internazionale e la sua specifica legislazione (e quindi anche le sue strutture deputate alla sicurezza, alla difesa, alla cooperazione) al fine della promozione della pace, della democrazia, dei diritti umani, esclusivamente attraverso mezzi coerenti con tali fini, ed in primis con l'affermazione e l'inveramento, nella teoria e nella pratica, del ripudio della guerra, principio sancito fin dal preambolo della Carta delle Nazioni Unite e gia' incluso ad esempio nella Costituzione italiana (e tragicamente ancora disatteso in tutto il mondo con grave nocumento e incombente pericolo per l'umanita' intera).

Rilevo en passant che nel momento in cui si va all'unificazione di entita' giuridiche gia' dotate di propria sovrana legislazione, vige il principio della salvaguardia dei diritti gia' acquisiti, talche' il fatto che almeno l'Italia abbia gia' sancito nella propria Costituzione il ripudio della guerra dovrebbe essere ragion sufficiente affinche' tale principio venga confermato nella Costituzione europea. Cosi' vuole la civilta' giuridica, cosi' e' voto comune delle genti.

 

12. LA NONVIOLENZA, LA PARTE PIU' LIMPIDA E INTRANSIGENTE DELL'ANTIFASCISMO

 

E' tempo che questa verita' non resti piu' circoscritta agli storici ed ai militanti, ma venga riconosciuta anche dalla cultura di massa: che nella storia italiana la nonviolenza e' stata la parte piu' limpida e intransigente dell'antifascismo.

Poiche' nella cultura e nella prassi del'lantifascismo la posizione di Aldo Capitini fu la piu' rigorosa nell'opporsi al regime; e non casualmente essa si inteccio' con l'esperienza liberalsocialista: anzi, proprio ad Aldo Capitini si deve la coniazione della parola liberalsocialismo.

E quando nella catastrofe della guerra sorse quel fenomeno grande di riscatto del nostro popolo lungamente asservito al regime dll'infamia e dei sicari, fu ancora la nonviolenza a costituire il sostrato di massa e le punte piu' elevate alla Resistenza come moto corale dei molti e come eroismo delle persone migliori.

Affermare la verita' della nonviolenza come parte piu' limpida e intransigente dell'antifascismo, significa quindi anche affermare che a maggior ragione la nonviolenza e' oggi l'eredita' vivente piu' coerente e piu' aggettante dell'esperienza dell'antifascismo, e' l'antifascismo in cammino, contro tutte le violenze, contro tutte le oppressioni, per la dignita' di tutti gli esseri umani.

 

13. PROPOSTE. OGNI VITTIMA HA IL VOLTO DI ABELE: UN 4 NOVEMBRE DALLA PARTE DELLE VITTIME

 

Come gia' lo scorso anno, anche quest'anno il "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo promuove la realizzazione per il 4 novembre di cerimonie di memoria e di omaggio alle vittime delle guerre da parte dei movimenti di pace.

Poiche' ricordare e onorare le vittime delle guerre richiede l'impegno ad opporsi alle guerre assassine presenti e future.

Il "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo propone che quel giorno, in orario diverso e lontano da quello delle retoriche e scandalose cerimonie degli eserciti che quelle vittime hanno ucciso, si svolgano austere, rigorose, silenziose cerimonie di deposizione di omaggi floreali alle tombe, ai sacelli, ai monumenti e alle lapidi che le vittime di tutte le guerre ricordano; cerimonie che nel ricordo degli uccisi affermino l'impegno affinche' mai piu' si facciano guerre, mai piu' si addestrino persone ad uccidere, mai piu' si producano strumenti di morte.

Lo disse memorabilmente Heinrich Boell: "ogni vittima ha il volto di Abele".

Mai piu' guerre, mai piu' stragi, mai piu' terrore.

Pace e misericordia, comprensione e cooperazione, disarmo, smilitarizzazione, nonviolenza: e' il nostro impegno, e' il compito piu' urgente.

 

14. PENA DI MORTE E GUERRA (SULLA PROPOSTA DI LIDIA MENAPACE)

 

Vorrei sottolineare, come e' gia' stato ricordato in questa riflessione a piu' voci sulla proposta di Lidia Menapace "per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta", che l'Unione Europea sta dispiegando un'azione internazionale contro la pena di morte, e che il ripudio della pena di morte e' uno dei criteri forti per l'ammissione ad essa Unione degli stati che ne facciano richiesta. E questo, del processo istituzionale e legislativo di unificazione europea, e' uno dei punti di riferimento piu' apprezzabili (diremmo: il piu' apprezzabile in assoluto: il ripudio dell'uccidere essendo il fondamento primo della civile convivenza, ovvero: il riconoscimento, la garanzia e la promozione del diritto a esistere di tutti gli esseri umani essendo della civile convivenza il fine ultimo).

Ebbene, poiche' la guerra consiste nell'irrogare feroce la morte a masse ingenti di esseri umani senza neppure la finzione di un processo, ne consegue che un ordinamento giuridico che all'irrogazione della morte si oppone anche quando consegue ad un procedimento giudiziario, a fortiori debba opporsi alla guerra, poiche' se la pena di morte e' sempre omicidio istituzionalizzato, la guerra e' cumulo di omicidi, crimine il piu' grande ed atroce.

Cosicche' ci sembra che una retta intellezione del principio del ripudio della pena di morte non possa non implicare il ripudio altrettanto netto della guerra. Il che a sua volta comporta il ripudio di quegli strumenti e quelle strutture e quegli addestramenti alla guerra ordinati ed efficienti.

E dunque mi pare che la proposta di Lidia Menapace, nella sua nitida radicalita' di dettato e profondita' di contenuto invero inveri e renda finalmente visibile e cogente quanto gia' e' implicito - e va quindi svolto - nel piu' alto dei principi su cui l'Unione europea si fonda; conciossiacosache' la proposizione, la promozione e l'attuazione di questa proposta e' semplicemente e palesemente un atto dovuto. Dovuto all'Europa, dovuto all'umanita'.

Che al piu' presto si riesca a renderne consapevoli tutti; che al piu' presto si riesca a fare della scelta del non uccidere, della scelta della nonviolenza, non solo il cuore segreto ma anche la legge statuita e dotata di adeguati strumenti ed articolazioni sia normativi che amministrativi che operativi, talche' l'Unione europea possa - dopo secoli di storia di violenze e oppressioni inenarrabili - divenire artefice di pace, suscitatrice di convivenza e ausilio, promotrice dei diritti umani per tutti gli esseri umani.

 

15. UNA NOTA

 

... naturalmente ribadiamo la nostra modesta opinione che l'unica posizione utile e forte contro il riarmo e' quella che si fonda sulla scelta della nonviolenza, che si oppone integralmente a tutte le armi e tutti gli eserciti, e si batte per il disarmo unilaterale, la smilitarizzazione e la riconversione dell'industria bellica a produzioni civili; chi pensa di poter raggiungere compromessi con il complesso militare-industriale si illude, si colloca su un terreno scivoloso e finisce per essere sconfitto quando addirittura non diventa complice.

 

16. SOLDADITO BOLIVIANO

 

Trasmettono, i mezzi d'informazione di massa, le immagini e i volti dei minatori boliviani in lotta per i diritti umani di tutti gli esseri umani; e trasmettono le immagini e i volti dei militari boliviani addetti alla repressione per conto dei vampiri della borghesia compradora e del capitale transnazionale.

Sono gli stessi volti di indios, gli stessi volti di esseri umani impauriti e segnati dalla fatica, dall'umiliazione, dalla sofferenza.

Che non sparino i soldati sui loro padri e le loro madri, sulle sorelle e su i fratelli loro.

E che non si resti in silenzio noi, e si chieda alle istituzioni del nostro paese, europee, internazionali, di intervenire sulle istituzioni dello stato boliviano perche' le stragi cessino, perche' esse istituzioni difendano e non opprimano il popolo di cui dovrebbero essere espressione.

 

17. SULLA PROPOSTA DI LIDIA MENAPACE

 

Nella pagina conclusiva dell'edizione 1991 de Il futuro della democrazia, Norberto Bobbio descrive il seguente circolo vizioso: "Gli stati potranno diventare tutti democratici soltanto in una societa' internazionale compiutamente democratizzata. Ma una societa' internazionale compiutamente democratizzata presuppone che tutti gli stati che la compongono siano democratici. L'adempimento di un processo e' ostacolato dall'inadempimento dell'altro".

Ma subito dopo aggiunge, e sono le parole con cui il libro si conclude: "Ciononostante il numero degli stati democratici e' andato aumentando, e il processo per la democratizzazione della societa' internazionale e' stato ormai avviato. Il che puo' far pensare che le due tendenze, anziche' ostacolarsi, si corroborino a vicenda, anche se e' ancora troppo presto per trasformare una speranza in una previsione".

Mi pare che il processo di unificazione politica europea potrebbe inserirsi in questa seconda dinamica (e quindi fortemente sostenerla), ma perche' questo accada occorre che tale processo si caratterizzi per alcune scelte di fondo: scelte di civilta', di democrazia, di diritto, di pace, scelte nonviolente: insomma le scelte contenute nella proposta di Lidia Menapace "per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta".

E' per questo che anch'io, come molti altri che sono intervenuti su questo foglio, attribuisco grande importanza alla prospettiva e all'iniziativa pensata e promossa da Lidia Menapace e dalla Convenzione permanente di donne contro le guerre, e ritengo che sarebbe necessario che essa fosse fortemente condivisa e copromossa dai movimenti pacifisti e nonviolenti, di solidarieta' e per i diritti umani, per l'ambiente e per i diritti sociali, e divenisse un appello e un progetto al confronto col quale nessuna istituzione europea e nessuna forza politica europea potesse sottrarsi, particolarmente in questo momento in cui si va definendo il trattato detto "Costituzione europea" e si vanno stabilendo gli orientamenti delle forze politiche in vista delle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo nella prossima primavera.

Ci sono le condizioni per costruire una proposta politica, giuridica ed istituzionale nonviolenta per l'Europa, la proposta di Lidia Menapace mi pare possa esserne la base e il motore. Anch'io mi associo quindi alla speranza e all'augurio che dall'incontro con Lidia Menapace che si svolgera' l'8 novembre presso la Casa della nonviolenza a Verona sortisca un appello-programma su cui fondare un'ampia, profonda e incisiva iniziativa pubblica, ed un movimento di dimensioni continentali, che non solo prefiguri una politica nonviolenta per l'Europa, che non solo prefiguri un'Europa politica nonviolenta, ma anche che avvii una ricerca, una campagna, un confronto, e dunque un processo in tal senso.

La situazione e' tale che una proposta nonviolenta per l'Europa oggi piu' agevolmente che in passato puo' trovare ascolto e sostegno e percorsi di realizzazione; riflessioni ed esperienze significative in tal senso esistono gia'; spazi d'intervento e di confronto sono evidenti. Su alcuni aspetti specifici (difesa popolare nonviolenta, corpi civili di pace, servizio civile come alternativa al militare, politiche di sicurezza fondate sulla cooperazione anziche' sulla minaccia, cooperazione decentrata e democratica dal basso, modelli di sviluppo partecipati e autocentrati con tecnologie appropriate, reti equosolidali, consumo critico, pratiche di costruzione di pace e giustizia con mezzi coerenti con i fini, etc.) l'elaborazione e fin la tradizione e' gia' cospicua.

Al lavoro, dunque.

 

18. DOVUTO A ODIBI'

 

E' arduo dire quanto, quelli come me della generazione che e' diventata adulta e ha fatto le sue scelte fondamentali negli anni '60 e '70, dobbiamo a Oreste Del Buono. Piu' di quanto non appaia a prima vista.

Poiche' leggemmo i romanzi che aveva tradotto, amammo quelle esperienze d'autore nelle forme letterarie ed artistiche della cultura di massa che insieme ad Eco lui piu' e prima e meglio di altri ci fece conoscere e riconoscere, passammo dai fumetti dell'infanzia a quelli della ricerca del bello del bene e del vero attraverso "Linus" che fu prediletta la creatura sua (e di Gandini, certo, e d'altre e d'altri ancora), ed e' difficile oggi poter spiegare cosa fu "Linus" per chi era ragazzino e in ricerca in quegli anni, e quanto conto' nello schiuderci tutti alla scelta delle rotture e e delle aperture, del passaggio al concreto e all'azione: certo decisivi nell'ambito delle buone letture furono Kafka e Leopardi e Cervantes ed i tragici greci, Sartre e Marx, Rosa Luxemburg e Herbert Marcuse, ma insieme ad essi anche Schultz, Battaglia e Pratt, e Breccia e Feiffer, e le tante pagine scritte in una rivista di tavole disegnate, e finanche i Wutki.

Il buon Odibi', poligrafo rinascimentale e illuminista, il compagno di scuola ed amico per sempre di don Milani, il promotore della conoscenza in Italia del Raymond Chandler maggiore, lo studioso delle cose che non era elegante studiare. Anche noi, qui, sommessamente, senza l'enfasi di cui si sarebbe burlato, lo salutiamo e lo ringraziamo ancora.

 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XIV)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 153 del 30 marzo 2013

 

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