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Archivi. 154



 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XIV)

Numero 154 del 31 marzo 2013

 

In questo numero:

1. Alcuni testi del mese di ottobre 2003 (parte terza e conclusiva)

2. Il topolino

3. Una cosa da fare

4. Un uomo in mare

5. Il refuso

6. Sulla proposta di Lidia Menapace

7. Degli usi del letame

8. Per la vita di Asfaneh Noruzi

9. Crescente attenzione e significative convergenze sulla proposta di Lidia Menapace

10. Un ultimo saluto a Gaspare

11. Ancora una lettera provinciale

12. Due porte

13. Il 4 novembre per la pace

14. Un altro 4 novembre, non ipocrita e non subalterno

15. Sulla proposta di Lidia Menapace

16. Amicus Plato

17. Ogni vittima ha il volto di Abele

18. Sulla vicenda di Ofena

 

1. MATERIALI. ALCUNI TESTI DEL MESE DI OTTOBRE 2003 (PARTE TERZA E CONCLUSIVA)

 

Riproponiamo qui alcuni testi apparsi sul nostro foglio nel mese di ottobre 2003.

 

2. IL TOPOLINO

 

Devo fare due sgradevoli premesse.

La prima: diversi anni fa ero un pubblico amministratore di un ente locale, e mi adoperai perche' esso deliberasse il riconoscimento del diritto di voto a tutti i residenti in quanto tali. Ho studiato tecnicamente l'argomento sotto il profilo giuridico e amministrativo, ho le cognizioni e l'autorita' per poter dire che il riconoscimento dell'elettorato attivo e passivo nelle elezioni amministrative a tutti i residenti (quindi anche a tutti gli immigrati da altri paesi) e' cosa fattibile non solo senza alcun bisogno di modifiche costituzionali, ma si puo' anche persuasivamente sostenere che neppure occorre una legge ordinaria ma che sia sufficiente il riferimento al combinato disposto di norme gia' vigenti e quindi un mero provvedimento amministrativo: basta volerlo e subito si potrebbe riconoscere il diritto di voto per le elezioni amministrative per tutti i residenti - cittadini italiani o no - con la stessa modalita' e gli stessi tempi con cui un cittadino italiano viene iscritto nelle liste elettorali del Comune di nuova residenza quando si trasferisce a risiedere da un luogo all'altro.

Poiche' e' un argomento che mi sta a cuore (e' dagli anni settanta che ci rifletto, e tra l'altro qualche anno fa ho anche curato un notiziario dal titolo "Un uomo, un voto" a questo tema dedicato), tra le mie carte da qualche parte devo avere un faldone che contiene anche vecchie lettere scambiate con l'indimenticabile Dino Frisullo, ed anche - mi duole dirlo - un piccolo carteggio personale che ebbi con l'allora ministro Livia Turco, che continuo a chiedermi come abbia potuto sottoscrivere una legge che ha negato il diritto di voto agli immigrati regolarmente residenti nel nostro paese (nella bozza di quella che poi divenne l'infausta "Turco-Napolitano" era invece previsto) ed ha addirittura riaperto i campi di concentramento in Italia (e mi astengo qui dal commentare una barbarie cosi' enorme: sono di quelli che ritengono che tali strutture siano palesemente incostituzionali, e la normativa in materia sciaguratamente criminale e criminogena).

E qui sono gia' alla seconda premessa: la barbara legge Bossi-Fini ha avuto la strada spianata dalla gia' barbara legge Turco-Napolitano; cosi' come il trionfo elettorale del blocco sociale neofascista-razzista-filomafioso e' stato preparato anche dai progressivi cedimenti al razzismo dei precedenti governi.

E trovo scandaloso che oggi vengano proposti come esempi di democratici e di persone amiche degli immigrati personaggi che dai primi anni novanta hanno promosso e approvato leggi sempre piu' scelleratamente razziste e disumane in questo ambito, e hanno sottoscritto trattati europei non meno trucemente assassini. Leggi e trattati assassini, e' la parola.

*

Oggi che la montagna di chiacchiere di un ceto politico dedito alle baruffe chozzotte per coprire col chiasso il saccheggio e i crimini che compie, che la montagna di chiacchiere, dico, partorisce il topolino di un disegno di legge che configura una striminzita concessione di sua maesta' a condizioni a dir poco ridicole e grottesche e umilianti, mi permetto di dire: aveva ragione la nostra Federica Montseny.

Che fare?

Dai parlamentari democratici (dire "di sinistra", in certi casi, sarebbe fare dello humour nero) vorrei potermi aspettare un'iniziativa affinche' per il riconoscimento a tutti i residenti dell'elettorato attivo e passivo nelle elezioni amminsitrative si approvi una legge che non ponga capestri e regressioni ma che lo sancisca senza tante storie e cavilli come semplice atto dovuto, di civilta' e di ragionevolezza. Poi si veda quale mediazione i rapporti di forza parlamentari consentiranno di raggiungere e si cerchi comunque di ottenere una legge che sposti sia pure di poco in avanti la situazione ignobile attuale.

Ma e' dagli enti locali che vorrei aspettarmi un impegno piu' energico e piu' nitido: che deliberino ovunque - ripeto: in forza del combinato disposto di norme gia' vigenti nel corpus legislativo del nostro paese - il riconoscimento del diritto di voto per le elezioni amministrative a tutti i residenti, e per questa via si esca dal tanto sospirar che nulla rileva, si adempia a un dovere, si contrasti dal basso l'ingiustizia e la barbarie, si promuova il riconoscimento dei diritti umani anche nel nostro paese, dappoiche' ve ne e' grande bisogno.

I movimenti, l'associazionismo, non cessino di sostenere i diritti delle persone immigrate; sappiano premere con forza e chiarezza adesso che un varco sembra aprirsi affinche' subito il diritto di voto sia riconosciuto: quando negli enti locali anche gli immigrati avranno voce (e potere elettorale e rappresentanza diretta) sara' piu' difficile ai razzisti continuare nelle loro infamie, ne guadagnera' la democrazia, tutte e tutti ne trarremo beneficio grande.

 

3. UNA COSA DA FARE

 

"L'ipocrisia e' un omaggio che il vizio rende alla virtu'". Cosi' la massima 218 di La Rochefoucauld. Ma anche noi che pure amiamo i modi cerimoniosi - che son sempre meglio della brutalita' - ci indignamo di lancinante dolore e soffocante vergogna quando l'ipocrisia e' palese complicita' con l'omicidio.

Cosi' e' nel caso dell'esibito dispiacere dei pubblici poteri italiani per le ennesime morti di innocenti nel mare in vista delle nostre coste.

Innocenti che in fuga da miseria e violenze inenarrabili speravano trovare qui umana accoglienza, ed hanno trovato solo lo strazio estremo.

C'e' un solo modo perche' questa strage cessi: ed e' accogliere tutte le persone che ne hanno diritto cosi' come la nostra Costituzione, scritta col sangue e con le unghie dei morti della Resistenza, stabilisce.

E c'e' un solo modo per concretamente inverare cio' che la legge fondamentale del nostro ordinamento giuridico ci fa obbligo di fare: organizzare un servizio di trasporto pubblico e gratuito per chi in fuga dalla fame e dalle guerre, dalle ingiustizie e violenze piu' atroci, nel nostro paese vuol giungere a trovare scampo.

E' una proposta umile e austera che da anni propugnamo, e il primo che volle esprimerci il suo sostegno ad essa fu un amico che ora non piu' vive ma che dimenticato non abbiamo, e che si chiamava Dino Frisullo.

Come gli eroi del Risorgimento italiano sottoposti alla caccia al'uomo delle autocrazie imperversanti furono accolti e salvati da paesi e popoli generosi, come furono accolti e salvati da generosi popoli e paesi gli antifascisti italiani perseguitati dalla dittatura e minacciati dal genocidio, cosi' oggi e' a noi il dovere di accogliere e salvare chi fugge da poteri disumani e da una terribile miseria le cui scaturigini sono in determinante misura in un ordine mondiale inquo di cui noi siamo tra i beneficiari a danno dei quattro quinti dll'umanita'.

Accogliere tutti. Offrire a tutti un servizio di trasporto pubblico e gratuito. Riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto umano di fuggire dalla fame, dalle torture e dalla morte, di salvare la propria vita. Riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di muoversi liberamente sull'unica terra che e' di tutti per trovare un luogo in cui vivere in pace e dignita'.

E tutto il resto e' vilta', menzogna e assassinio.

 

4. UN UOMO IN MARE

 

Di un lugubre umorismo danno prova i signori del palazzo. Dinanzi ai cadaveri degli annegati fingono di non sapere che e' la nostra politica, la nostra legge, il nostro privilegio, la nostra ferocia che li ha annegati. Perche' per far cessare le morti in mare dei poveri cristi in fuga dalla fame e dalle guerre basterebbe un provvedimento semplice semplice: riconoscere a tutti gli esseri umani l'elementare diritto umano di potersi muovere liberamente su tutto il pianeta, come scriveva il vecchio Kant nel suo progetto per la pace perpetua. Non vi sarebbero piu' "clandestini", solo esseri umani.

Ne' si scordi che a chi e' in fuga dalla violenza e dalle persecuzioni la nostra carta costituzionale ci fa obbligo di offrire asilo: e' scritto chiaro e tondo nel comma terzo dell'articolo 10 della Costiuzione della Repubblica Italiana: "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle liberta' democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge".

E se si vuole infine far si' che il trasporto dei migranti in fuga dall'orrore che vengono verso il nostro paese dove la nostra legge fondamentale esplicitamente li invita cessi di essere affare nelle mani delle mafie, una cosa occorre fare: un servizio pubblico e gratuito di trasporto per tutti coloro che ne hanno diritto.

Sappiamo gia' l'obiezione: "Ma sono innumerevoli"; e' vero: ragione di piu' per impegnarsi a realizzare una politica internazionale che cessi di essere di stolto egoismo e di ingorda rapina, e sia invece di solidarieta', di condivisione, di riconoscimento di tutti i diritti umani a tutti gli esseri umani, di promozione della democrazia e della pace, della giustizia e dello sviluppo autocentrato con tecnologie appropriate, di difesa dell'ambiente e delle persone: una politica della nonviolenza.

Ma subito, qui e adesso, salviamo le vite delle persone in mare; e almeno nel nostro paese restituiamo a tutti gli esseri umani i diritti che la nostra Costituzione agli esseri umani tutti riconosce.

 

5. IL REFUSO

 

Il voto con cui si prostitui' al capo della coalizione terroristica autoproclamatasi antiterroristica (come se Al Capone fondasse un corpo di vigilantes) non fu del Consiglio di sicurezza dell'Onu, no, ma del Coniglio.

Presto su tutta la stampa indipendente apparira' puntuale la smentita.

 

6. SULLA PROPOSTA DI LIDIA MENAPACE

 

Se l'Europa prendesse sul serio se stessa basterebbe che svolgesse quanto e' implicito nella scelta di opporsi alla pena di morte per costruire una politica comune fondata sulla scelta della nonviolenza, che affermi la neutralita' attiva e rifiuti e contrasti la guerra, e rinegozi le relazioni internazionali a partire dal criterio del ripudio dell'uccidere.

La proposta di Lidia Menapace puo' essere il punto di convergenza - e di concretizzazione nella reciproca sinergia - delle tante proposte spesso generiche e confuse, talvolta minimali e subalterne, sovente confliggenti l'una con l'altra, che nell'alveo dei movimenti delle donne e per i diritti, di pace e di solidarieta', sono state formulate verso l'Europa: i limiti di astrattezza di alcune, i limiti di parzialita' di altre, possono essere superati nella proposta di Lidia Menapace, netta nei principi e flessibile ed articolata nelle applicazioni operative. Un'Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta; del servizio civile e della difesa popolare nonviolenta, dei corpi civili di pace e della cooperazione dal basso, dell'eguaglianza di diritti fondata sul riconoscimento delle differenze, dell'economia equosolidale e della sobrieta', dei diritti e del diritto, dell'accoglienza e del riconoscimento, del dialogo e della cooperazione.

L'8 novembre a Verona, presso la Casa della nonviolenza, su proposta di Mao Valpiana con Lidia Menapace si incontreranno tante persone (ed e' sperabile che ve ne siano portatrici e rappresentative delle piu' diverse culture ed esperienze), e sara' l'occasione per formulare in modo dettagliato la proposta, valorizzando anche i molti contributi che tante e tanti hanno dato nel corso della preziosa e variegata comune riflessione che su essa e a partire da essa, ma anche ad essa intrecciandosi muovendo da altrove e da altro e da altri, si e' data in questi anni; e per costruire un'iniziativa adeguata, tempestiva ed incisiva, la cui necessita' ed urgenza e' a tutti evidente.

 

7. DEGLI USI DEL LETAME

 

Una vicenda accaduta a Roma alcuni giorni fa ha dato luogo ad una riflessione in cui si sottovaluta un aspetto a nostro modesto avviso decisivo. Ed e' per questo che commettiamo l'ineleganza di spendervi sopra qualche parola, visto che - a quanto ne sappiamo - nessun altro lo ha fatto.

Buono e' lo spargimento del letame sui campi, e gioioso: laetamen, appunto. E fecondo. Chiunque ha vissuto la vita contadina sa come alla fatica s'intrecci un contatto, un legame alla terra e una percezione della corporeita' che salva dalla patologia piu' cupa della vita nella citta' globale: lo sradicamento, la mercificazione di tutto, l'alienazione e riduzione del senso a fantasima, un dileguamento di ogni concreto condiviso.

*

E adesso racconto una storia che viva mi tocca: avevo un amico, assai caro, che viveva poveramente in un piccolo paese. E per beffa e umiliazione alcuni teppisti, miseri anch'essi ma di poco piu' ricchi e superbi di quel loro sentirsi tali, erano adusi scagliargli di notte sull'uscio di casa sacchi di spazzatura ed altre immondizie.

Non ho mai dimenticato quanto sottilmente atroce - e grevemente a un tempo - questo fosse: non parlo di cose dei tempi del cucco, parlo di vent'anni fa.

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I giovanotti che ai primi di ottobre hanno versato letame dinanzi alla casa di un prominente (alle cui posizioni ed azioni opporsi e' giusto e necessario, ma la cui umana persona rispettata deve essere come la persona di qualunque essere umano) non sanno di aver ripetuto un gesto nazista. Non sanno di essersi messi alla scuola della notte dei cristalli. Ma questo hanno fatto.

E tutti coloro che dinanzi a tal gesto hanno sorriso come di una bravata di goliardi non sanno che anche quel sorriso non e' soltanto genericamente il sorriso di Franti, e' il sorriso di coloro che si compiacevano delle squadristiche imprese, e che nei roghi della carta dei libri si fingevano non presagire prossimo l'odore della carne bruciata degli esseri umani: che poi venne.

Vorremmo che ci si riflettesse.

Per non dire dei pestaggi e dei tentativi di linciaggio: sui quali, quando a compierli sono figuri che si proclamano "del movimento", ancora e' reticente e omertosa tanta parte del movimento che pretende di essere per la pace e la giustizia, quando addirittura non offre e chiede complicita' con gli squadristi. E anche questo e' fascismo in atto.

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Io che scrivo queste righe sono uno di quelli che trent'anni fa cercarono di contrastare l'inabissarsi nell'omicidio e nel suicidio di tanti giovani che sinceramente indignati dall'ingiustizia dominante, e generosamente intenzionati a contrastarla, finirono per ribadirla e riprodurla in febbre e parossismo. Ho gia' visto dove menano certi atteggiamenti di provocazione e di sottovalutazione: alcuni alle cattedre e agli scranni, altri al crimine e alla follia. Vorrei che non si ripetesse questa incessante vicenda di orrore ed infamia; e vorrei che quelli che hanno la mia eta' e un'esperienza come la mia di palafitte e di barricate, ai piu' giovani sapessero dire la necessita' della coerenza tra i mezzi e i fini, del rigore intellettuale e morale, della scelta - chiedo venia - della nonviolenza come lotta la piu' nitida e la piu' intransigente contro le violenze e le oppressioni e le alienazioni tutte; e non li lasciassero finire nel precipizio, ma sull'orlo del campo s'attentassero ad afferrarli, come quel catcher in the rye che tutti leggemmo, che non ho dimenticato.

 

8. PER LA VITA DI ASFANEH NORUZI

 

Noi diciamo che occorre salvare la vita di Asfaneh Noruzi.

La nostra opposizione alla pena di morte non si basa su argomenti accessori (la possibilita' di errori giudiziari, la crudelta' delle forme di uccisione) ma sul nocciolo stesso di essa: il fatto che uccidere un essere umano e' inammissibile sempre.

Ed a maggior ragione quando a compiere l'omicidio e' un'istituzione pubblica che dovrebbe essere sempre preposta a difendere la vita delle persone, non a sopprimerle; giacche' se le istituzioni, il cui unico fine e la cui unica legittimita' e' nella funzione di promuovere e sostenere la civile convivenza (il con-vivere, il vivere insieme; il vivere delle persone, quindi), tradendo questo mandato viceversa uccidono, con cio' stesso non solo commettono il crimine supremo, ma legittimano chiunque a fare altrettanto, disgregano ogni possibilita' di societa', di civilta', di convivenza.

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Occorre parlar chiaro: noi sosteniamo la superiorita' morale della scelta della nonviolenza, del preferir morire anziche' uccidere; ma riconosciamo senza esitazioni ad ogni essere umano che gli e' consentito l'esercizio della legittima difesa in stato di necessita', fino al culmine tragico dell'uccidere per salvare da morte se stessi o altri. Non per questo uccidere diventa un diritto, ne' un dovere, ma puo' essere talvolta nella percezione di taluno nella piu' critica delle situazioni una tragica estrema orribile necessita'. E puo' essere anche una non voluta sciagurata conseguenza di un tentativo affannoso e disperato di difendersi.

Ma quel che e' consentito ad ogni essere umano in situazioni estreme non puo' essere consentito alle istituzioni, che peraltro solo per metafora sono vive, che non sono esseri viventi, e unici ed insostituibili come e' ogni essere umano.

Cosi' la pena di morte e' un crimine sempre; e a maggior ragione - va da se' - la guerra. Cosi' ogni condannato a morte deve essere salvato.

Cosi' noi diciamo che occorre salvare la vita di Asfaneh Noruzi.

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Noi diciamo che occorre salvare la vita di Asfaneh Noruzi.

E non solo perche' il crimine di cui e' accusata, se pur lo ha commesso, si puo' configurare come legittima difesa in stato di necessita', o - se si vuole - come "eccesso colposo" di legittima difesa in stato di necessita'.

Noi diciamo che occorre salvare la vita di Asfaneh Noruzi perche' a nessun essere umano deve essere tolta la vita, e se non possiamo piu' resuscitare il violentatore ucciso, possiamo e quindi dobbiamo salvare la vita della sua vittima, della sua assassina (se tale fosse).

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Noi diciamo che occorre salvare la vita di Asfaneh Noruzi e di tutte le persone condannate a morte in tutte le parti del mondo: in Iran come negli Stati Uniti d'America, in Cina come a Cuba.

Noi diciamo che occorre salvare la vita di Asfaneh Noruzi.

Tante possono essere le forme di intervento. Amnesty International ne propone una, sua tradizionale, e molte volte rivelatasi efficace.

Affinche' questa vita umana, questa concreta persona umana, sia salva, molte forme democratiche e nonviolente di impegno possono essere esperite: in primo luogo scriverne ai mass-media nostri e internazionali perche' di questa vicenda l'opinione pubblica sia avvertita; chiedere ai nostri legislatori e governanti di chiedere anch'essi - e con atti ufficiali ai loro omologhi iraniani che Asfaneh Noruzi non sia uccisa; promuovere iniziative di riflessione e testimonianza, di incontro e mobilitazione.

Tanti sono i modi democratici e nonviolenti, a ciascuna e ciascuno di fare qualcosa.

Noi diciamo che occorre salvare la vita di Asfaneh Noruzi. Noi diciamo che occorre salvare la vita di ogni essere umano.

 

9. CRESCENTE ATTENZIONE E SIGNIFICATIVE CONVERGENZE SULLA PROPOSTA DI LIDIA MENAPACE

 

Molte dichiarazioni di attenzione, interesse e disponibilita' stanno pervenendo in questi giorni alla nostra redazione sulla proposta di Lidia Menapace "per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta": contributi originali, segnalazioni di testi gia' pubblicati che possono costituire anch'essi utili apporti, dichiarazioni di apprezzamento e sostegno da parte di molte persone amiche molto care, vari messaggi di riscontro da autorevoli personalita' (tra molte altre e molti altri: Stefano Allievi, Anna Bravo, Gigi Malabarba, Luisa Morgantini, Achille Occhetto, Giuliano Pontara, Annamaria Rivera... alcuni dei quali ci invieranno prossimamente un loro contributo scritto).

L'incontro di Verona dell'8 novembre presso la Casa della nonviolenza (in via Spagna 8, dalle ore 12 alle ore 16) si preannuncia come un importante momento di elaborazione e verifica; ci pare di poter dire fin d'ora che intorno alla proposta di Lidia Menapace si vada coagulando una ricerca comune, una condivisa prospettiva, che collega esperienze e riflessioni provenienti da aree culturali e pratiche sociali diverse ma avviate a una feconda e in certo senso anche necessitata convergenza ed interazione.

La proposta della nonviolenza come progetto politico per l'Europa.

Arieggiando quella nota massima: la nonviolenza e' un'idea nuova per l'Europa; e l'Europa puo' diventare uno straordinario soggetto attivo della nonviolenza.

 

10. UN ULTIMO SALUTO A GASPARE

 

In un piovigginoso pomeriggio al cimitero di Viterbo in tanti abbiamo reso l'ultimo saluto al nostro indimenticabile compagno Gaspare Bocchini.

Antifascista fin dall'infanzia, resistente contro il nazifascismo, per tutta la vita militante del movimento operaio, operaio lui stesso, militante comunista, sindacalista della Cgil, autorevole dirigente dell'Anpi, persuaso e coraggioso pacifista fin dai tempi dei "partigiani della pace" (a Viterbo e' restata leggendaria una sua impresa di mezzo secolo fa, quando innalzo' la bandiera della pace sulla ciminiera dello zuccherificio), una intera vita dedicata alla lotta per la dignita' umana di tutti gli esseri umani, per la giustizia e la liberta'.

Sempre presente ogni volta che c'era da lottare per la buona causa, sempre generoso nell'impegno politico come nella vita quotidiana (e molti gesti luminosamente magnanimi da Gapare compiuti ti capitava di venirli a sapere per caso da altre persone, poiche' lui sempre rifuggiva dall'esibire i suoi meriti e i suoi gesti forse piu' grandi); sempre umile, sempre modesto, sempre all'ascolto dell'altro; sempre sollecito del bene comune, di un rigore morale fiero e intransigente, di un incondizionato amore per la verita', e misericordioso sempre. Una persona buona.

Cosi' con il canto antico dell'Internazionale oggi abbiamo accompagnato Gaspare, con i vecchi antifascisti dell'Associazione nazionale partigiani e con i ragazzi del centro sociale che lo hanno conosciuto ed amato come un anziano, saggio, gentile, generoso fratello.

Alla moglie amatissima e ai familiari tutti va il nostro abbraccio in questo straziante momento.

Ci manchera', Gaspare. Ed ora e' anche nel suo ricordo che continua la lotta per un'umanita' di liberi ed eguali, la lotta per la pace e la giustizia, la lotta perche' ogni essere umano e l'umanita' intera possa vivere una vita degna e felice.

 

11. ANCORA UNA LETTERA PROVINCIALE

 

Dove porta l'ignobile sport nazionale di ingiuriare e aggredire i magistrati? Porta a Capaci.

Dove porta la stupefacente abitudine di esprimersi su questioni di coscienza - di cui crassamente si ignorano i termini e la profondita' - in modo superficiale, tracotante e volgare? Porta al Gulag.

Dove porta il disprezzo fin esibito delle leggi? Non alla buona anarchia del principe Kropotkin, ma al lugubre regime del "doppio stato" nazista.

Dove porta l'insulto alle idee e alle fedi, il disprezzo dei convincimenti religiosi e filosofici, e la sostituzione di essi con la mera idolatria del consumismo e della protervia che tutto divora e sussume? Porta al disastro morale e intellettuale in cui il nostro povero mondo si sta inabissando.

Dove porta il rifiuto dell'altro? Porta a un mondo in cui i quattro quinti dell'umanita' vivono una vita d'inferno.

Vorremmo vivere in uno stato di diritto in cui tutti gli esseri umani fossero rispettati nella loro dignita', nelle loro coscienze. Vorremmo vivere in un paese laico le cui strutture pubbliche fossero coerenti col dettato costituzionale che rigetta e combatte ogni discriminazione. Vorremmo vivere in un paese in cui gli scrupoli di un genitore (che puo' anche essere un personaggio pubblico le cui posizioni ed i cui atteggiamenti sono discutibili, ma non di questo qui si tratta) non venissero irrisi; in cui un magistrato che doverosamente applica lo spirito e la lettera della Costituzione venisse apprezzato e ammirato e non grevemente aggredito con l'offesa e la minaccia; in cui i sentimenti religiosi non fossero degradati a mercanzia elettorale sul mercato politico; un paese civile.

 

12. DUE PORTE

 

Prima ora di lezione al liceo di X. Mente si annotano le assenze irrompe un professore nell'aula e chiede con voce stentorea quali siano i ragazzi che sono entrati dall'ingresso riservato ai docenti e non da quello riservato agli scolari. Si alzano tre ragazzi. Il professore intima che escano e rientrino secondo il percorso esatto (participio passato del verbo esigere).

Resto stupefatto. Gia' lo scorso anno tenni alcune lezioni in questo liceo ma non avevo allora notato che vi fosse l'apartheid degli ingressi. Come ospite ignoro chi abbia impartito tali disposizioni, e quale ne sia la ragione. Chiedero' poi a un amico carissimo che insegna li' di informarsene e informarmene.

Dico ai ragazzi che cio' che e' accaduto mi sorprende molto e molto mi dispiace, e che per quanto mi riguarda ero sempre entrato e uscito dal portone sulla piazza che solo ora scopro essere ingresso dei professori, ma d'ora in poi entrero' e usciro' sempre dall'ingresso nel vicolo che solo ora so essere obbligatorio per gli studenti. Cosi' dico, ad occhi bassi, l'animo turbato. Poi componiamo il grande tavolo unendo tutti i banchi, ci sediamo intorno in cerchio, ed iniziamo la lezione.

 

13. IL 4 NOVEMBRE PER LA PACE

[Riproduciamo ancora una volta un estratto da un comunicato del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo di un anno fa. E' nostra intenzione riproporre ed estendere l'iniziativa quest'anno]

 

"Ogni vittima ha il volto di Abele" (Heinrich Boell).

Abbiamo promosso l'idea che il 4 novembre in tutta Italia si realizzino cerimonie di commemorazione per le vittime di tutte le guerre da parte delle istituzioni, delle associazioni e delle persone impegnate per la pace e la nonviolenza.

Cerimonie semplici e silenziose, di cordoglio sincero, di profonda austerita' e di rigoroso impegno al rispetto e alla promozione della dignita' umana di tutti gli esseri umani. Di solidarieta' dell'umanita' intera contro la violenza e la morte. Di opposizione alla guerra e ai suoi apparati.

Un 4 novembre che nel ricordo di tutte le vittime delle guerre sia anche monito ed impegno contro le guerre presenti e future, contro tutte le violenze e contro tutti gli strumenti di morte.

Un 4 novembre che non deve piu' essere strumentalizzato dai comandi militari che con il loro lavorare per la guerra e inneggiare alla guerra irridono oscenamente le vittime delle guerre; ma divenire giornata di lutto e di memoria, e di solenne impegno affinche' mai piu' degli esseri umani perdano la vita a causa di guerre, affinche' mai piu' si facciano guerre.

"Ogni vittima ha il volto di Abele" (Heinrich Boell).

 

14. UN ALTRO QUATTRO NOVEMBRE, NON IPOCRITA E NON SUBALTERNO

 

Ricorrendo il 4 novembre l'anniversario della fine dell'"inutile strage" della prima guerra mondiale, varie persone impegnate per la pace - ed anche amici carissimi da cui tanto abbiamo imparato - pensano di doversi presentare in sparutissimi gruppi alle celebrazioni militari per dare volantini, inalberare cartelli, sventolar vessilli arcobaleno, esporsi al rischio di esser pretesto e scaturigine di indecenti schiamazzi in una situazione in cui si fa memoria di innumerevoli vittime, ed a tutti e' richiesta quindi la massima compostezza.

E' un errore, un errore di subalternita'.

Poiche' quale e' il messaggio che ne deduce chi osserva (poiche' quando si manifesta, si manifesta affinche' altri veda e pensi)? Che i pacifisti guastano le altrui cerimonie (e una cerimonia di commemorazione di caduti), che i pacifisti sono quattro gatti consapevoli di esserlo, che i pacifisti non sanno rispettare la dignita' altrui e la serieta' delle occasioni solenni; nella migliore delle ipotesi: che i pacifisti sono quella minimissima minoranza in cerca di pubblicita' che approfitta delle iniziative altrui e vi si scava la sua nicchia, e che purche' non disturbi il manovratore e si limiti a far colore sulla piazza viene paternalisticamente recuperata e quindi neutralizzata.

Non e' questo il messaggio da dare.

Il messaggio da dare e' che il 4 novembre deve esere ricordo delle vittime della guerra, e questo ricordo non puo' essere affidato a quelle strutture che quelle vittime hanno assassinato: gli eserciti tutti.

Il messaggio da dare e' che i pacifisti non sono affatto una minoranza di guastafeste o di anime belle confuse; bensi' consapevoli portatori di valori che la stessa Costituzione italiana afferma, e rappresentativi della volonta' di vita e dialogo dell'intera umanita'. Sono i poteri militari ad essere l'arcaico inaccettabile residuo di una troppo lunga epoca di barbarie che avrebbe dovuto essere finita per sempre sotto il lampo sinistro dell'orrore assoluto di Hiroshima.

*

Di qui l'iniziativa "Ogni vittima ha il volto di Abele" che a Viterbo abbiamo gia' realizzato lo scorso anno e quest'anno ripeteremo.

Noi ricorderemo le vittime della guerra, noi renderemo loro omaggio il 4 novembre in silenzio e austerita', con una nostra cerimonia di deposizione di un omaggio floreale dinanzi al loro sacrario, in assoluto silenzio, in orario diverso e lontano da quello dell'ipocrita rumorosa sagra degli eserciti assassini.

Questo significa la nostra posizione ed iniziativa nonviolenta: che non gli eserciti assassini hanno diritto a render omaggio alle loro vittime, ma chi alle guerre si oppone e quelle vite avrebbe voluto salvare; che solo chi e' costruttore di pace e si batte affinche' mai piu' si diano guerre puo' ricordare le vittime delle guerre senza offenderle ancora. E nel ricordo delle vittime delle guerre corroborare un impegno di pace e di nonviolenza.

*

Noi pensiamo che perseverando in questa azione rigorosamente nonviolenta anno dopo anno riusciremo a rendere sempre piu' partecipate le nostre iniziative di memoria, e rendere sempre piu' evidente l'ipocrisia e l'immoralita' dei militari scandalosamente in festa innanzi alle tombe delle vittime loro.

Noi pensiamo che, perseverando in questa azione rigorosamente nonviolenta e sempre piu' persuadendo altre persone ad unirsi a noi, il 4 novembre possa e debba diventare, da oscena festa delle forze armate assassine, giornata di memoria e di impegno per la pace, e celebrazione infine del superamento e quindi dell'abolizione dell'istituzione militare.

Superamento ed abolizione gia' oggi possibili con la realizzazione del programma costruttivo della difesa popolare nonviolenta, dei corpi civili di pace, con quella "Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta" cui in molti in varie forme si sta gia' lavorando, e che e' merito del movimento delle donne e segnatamente di Lidia Menapace aver tematizzato e proposto con grande tenacia e lucidita'.

 

15. SULLA PROPOSTA DI LIDIA MENAPACE

 

Sollecitato a dare un contributo alla proposta "per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta" promossa da Lidia Menapace e dalla Convenzione permanente di donne contro le guerre, e raccolta e sostenuta da molte autorevoli personalita', vorrei segnalare alcuni vecchi libri, ed uno seminuovo, che apportano a mio modesto avviso utili contributi al "programma costruttivo" della proposta.

Vi e' un libro di Gene Sharp, di prima della caduta del muro di Berlino, che a mio avviso propone idee ancor oggi utilizzabili nella direzione della realizzazione pratica della difesa popolare nonviolenta e del superamento della difesa armata: Gene Sharp, Verso un'Europa inconquistabile, Edizioni Guppo Abele - Eirene, Torino - Bergamo 1989. Sharp, come e' noto, e' l'autore dell'eccellente manuale in tre ponderosi volumi Politica dell'azione nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1985-1997, ed uno dei piu' importanti studiosi della nonviolenza. Quel libro - sebbene legato a una fase storica del passato - offre all'Europa idee assai perspicue, studiarlo non sarebbe inutile.

Naturalmente non si puo' parlare di difesa popolare nonviolenta e non valorizzare il libro di Ebert, uno studioso fondamentale in questo ambito: Theodor Ebert, La difesa popolare nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1984; una raccolta di saggi ancora di grande utilita'.

Un lavoro assai utile in questo ambito di ricerche mi pare che sia anche quello di Brian Martin, La piramide rovesciata. Per sradicare la guerra, La Meridiana, Molfetta (Ba) 1990. Lo studioso australiano offre molte idee interessanti.

E su alcuni profili implicati e' sempre un valido strumento di approfondimento il libro di Jacques Semelin, Per uscire dalla violenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1985, un contributo che va alle radici della violenza.

Infine il libro seminuovo, che poi e' la seconda edizione rivista e aggiornata di un libro gia' pubblicato alcuni anni fa e ora nuovamente edito con titolo parzialmente modificato: Emanuele Arielli, Giovanni Scotto, Conflitti e mediazione, Bruno Mondadori, Milano 2003.

Mi pare che gia' questa breve panoramica (molti altri libri potrebbero essere citati, ed un repertorio assai significativo e' nella nota bibliografia ragionata redatta da Enrico Peyretti e pubblicata - nella sua piu' recente versione aggiornata - alcuni giorni fa su questo stesso foglio) attesti la maturita' e la fattibilita' di un'alternativa nonviolenta per l'Europa anche specificamente nell'ambito delle politiche cosiddette di difesa e di sicurezza.

Credo che l'incontro dell'8 novembre a Verona presso la Casa della nonviolenza, in cui la proposta di Lidia Menapace trovera' una ulteriore elaborazione - e si definira' un percorso di pubblica proposizione di essa -, potra' essere un momento (un kairos) di grande rilevanza per l'intero movimento europeo per la pace, e mi associo all'auspicio che ad esso incontro partecipino quante piu' persone amiche della nonviolenza sia possibile, e che tutte apportino, in fecondo colloquio, il loro contributo, poiche' ve ne e' grande bisogno e grande urgenza.

 

16. AMICUS PLATO

 

Tante persone - anche di volonta' buona - alla notizia della decisione di un magistrato di accogliere una legittima richiesta di un genitore di due bambini che frequentano una scuola pubblica del nostro paese, hanno ceduto al solito riflesso condizionato: di dover subito prender partito e "dare la linea", e dire la loro, anche se hanno ben poco da dire nel merito poiche' ignorano i termini esatti della questione.

Piantiamola di fare i furbi: le persone che - in assoluta buona fede, va da se' - pensano di cavarsela citando due frasi di autori illustri (che cosi' decontestualizzate ovviamente recano insieme verita' ed errore), ripetono lo stesso errore che vedemmo trent'anni fa in quei molti giovinetti generosi e sprovveduti che pensavano di poter fronteggiare complessi problemi mandando a memoria il libretto rosso di Mao (o abbecedari equivalenti). Si e' visto come e' finita. La religione e' una cosa seria, ed e' una cosa seria la legge, come sapeva bene Franz Kafka.

Capisco che in un paese in cui fanno i ministri della giustizia personaggi che dell'amministrazione della giustizia persino ostentano di non capir granche', che di studi giuridici ne hanno pochi o punti, che addirittura si fanno vanto di incitare alla sedizione, qualunque cittadino si sente legittimato ad atteggiarsi a principe del foro e delle pandette vindice, ma le baruffe chiozzotte in materia di si' grande momento soltanto giovano all'ulteriore degrado della vita pubblica.

Ci pare necessario chiedere che si abbia rispetto della persona e dell'insegnamento di quel galileo che fu assassinato, e non si riduca la sua vicenda, che ancora - in forme certo volta a volta diverse - ci interroga e convoca tutti, a un misero idolo consumisticamente, superstiziosamente e per cosi' dire nazionalisticamente fruito.

E si eviti di fare ancora una volta il gioco delle tre carte, anche se a darne l'esempio, scandalosamente, e' addirittura il capo dello stato (di quel saggio di Croce, chi scrive queste righe, non si e' limitato a leggere solo il titolo, suvvia).

E si abbia rispetto della coscienza altrui, e si rifletta una buona volta prima di ripetere il gesto di Minosse.

*

Per quel che riguarda chi scrive queste righe in questa vicenda tre cose, anzi quattro, restano ferme:

a) che fino a prova contraria l'ordinanza del magistrato e' coerente con il dettato della Costituzione e ne invera lo spirito; si possono sostenere tesi diverse ma vanno argomentate in termini di diritto, di ermeneutica giuridica, non con gli insulti o con la forza del numero (le leggi esistono proprio per impedire che i piu' forti, o i piu' numerosi, soverchino e opprimano i piu' deboli o meno numerosi nei loro inalienabili diritti);

b) che in nulla e' lesa la dignita' di una religione se i simboli di essa non vengono impropriamente ostentati nei luoghi pubblici in cui a tutti viene offerto un servizio pubblico, che deve esere reso senza offendere la coscienza di alcuno, senza nessuno discriminare per i propri convincimenti di fede: ed e' chiaro che la presenza del simbolo di una, ed una sola, religione nelle aule scolastiche implica una effettuale "diminutio" di chi ad essa non aderisce; l'istituzione pubblica non e' soggetto che debba fare scelte di fede, ma luogo di incontro delle persone che esse si' queste scelte possono compiere;

c) che l'evocata legge del periodo fascista cui si appoggiano i fautori di una posizione - chiedo venia - estremista (e sovversiva: quando a propugnarla e' un ministro che ha pur giurato fedelta' alla Costituzione), e' per l'appunto una legge del regime fascista, che deve cedere alla legge fondamentale del nostro ordinamento giuridico nato dalla lotta che l'infamia e l'orrore fascista ha sconfitto: la Costituzione della Repubblica Italiana, che e' nitida nel riconoscere ad ogni persona il diritto di essere rispettata nelle sue idee, di non essere discriminata per la sua fede;

d) che ogni convincimento religioso ed ogni convincimento filosofico merita rispetto finche' non confligge con la liberta' e la dignita' umana altrui.

Il ricordo delle guerre di religione che hanno insanguinato l'Europa e il mondo per una lunga teoria di secoli e delle quali ancora non si vede la fine, ispiri a noi tutti un atteggiamento piu' umile, piu' dialogico, piu' umano.

 

17. OGNI VITTIMA HA IL VOLTO DI ABELE

[Riproduciamo ancora una volta un estratto da un comunicato del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo di un anno fa. E' nostra intenzione riproporre ed estendere quest'anno l'iniziativa del 4 novembre di pace, in memoria delle vittime, contro le guerre, le armi e gli eserciti; la nostra iniziativa nonviolenta consiste in una cerimonia silenziosa di deposizione di un omaggio floreale ai monumenti che ricordano le vittime della guerra, in orario diverso e distante dai chiassosi ed offensivi "festeggiamenti" delle forze armate]

 

"Ogni vittima ha il volto di Abele" (Heinrich Boell).

1. Il 4 novembre e' un giorno di lutto, e nelle vicende umane anche l'elaborazione del lutto per coloro che non solo piu' conta. E conta altresi' il ricordo di coloro cui e' stata tolta la vita con la violenza. Non ricordarli sarebbe come volerli cancellare, quasi ucciderli una seconda volta.

Chi defini' la prima guerra mondiale con la formula lapidaria "inutile strage" colse un punto decisivo: fu una orribile strage; e - di contro alle retoriche dei potenti che mandarono al macello tanta povera gente - non ebbe alcuna ammissibile utilita', poiche' le stragi non sono mai utili (se non al trionfo del male ed alla sofferenza dell'umanita'), sono stragi e basta, e tutti quelli che pensano che si possa costruire qualcosa dando ad altri la morte commettono uno sciaguratissimo e infame errore di ragionamento, oltre che un abominio morale, che li rende promotori o complici del piu' orrendo dei crimini.

La memoria delle vittime e' uno degli elementi su cui e con cui costruire l'impegno per la difesa e la promozione dei diritti umani di tutti gli esseri umani (sulla memoria delle vittime ed anche sui possibili rischi di un uso distorto e strumentale di essa ha scritto pagine indimenticabili Tzvetan Todorov, ad esempio in Memoria del male, tentazione del bene).

2. Ebbene, la ricorrenza del 4 novembre, fine della prima guerra modiale (per l'Italia), e' stata fin qui strumentalizzata proprio dai poteri militari, che in questa giornata, loro si', "festeggiano" le forze armate, cioe' scherniscono quei poveri morti che loro stessi comandi militari hanno fatto morire. Lo troviamo ripugnante.

3. Sic stantibus rebus, non convincono le iniziative subalterne, e non convince il lasciar stare, il far finta di niente. Cosicche' abbiamo pensato (anche sulla base di esperienze del passato) che il 4 novembre non debba essere lasciato come irridente e iniquo monopolio delle gerarchie militari e di quella retorica pseudopatriottica che il dottor Johnson qualche secolo fa definiva "l'ultimo rifugio delle canaglie"; non debba essere lasciato alle loro menzogne ed alla loro propaganda necrofila.

4. di qui la proposta: in quella data le persone e le istituzioni amanti della pace e fedeli al diritto internazionale e alla legalita' costituzionale non permettano che prevalga la sciagurata finzione che la guerra sia bella e che le vittime debbano essere contente di essere state trucidate, ma oppongano alla menzogna la verita', e all'ipocrisia la pieta'. In quella data si ricordino le vittime per affermare che la guerra, del cui orrore la loro morte testimonia, ebbene, la guerra e' un crimine che mai piu' deve darsi.

"Ogni vittima ha il volto di Abele" (Heinrich Boell).

 

18. SULLA VICENDA DI OFENA

 

Pubblichiamo di seguito alcuni dei molti interventi che anche a noi sono pervenuti sulla vicenda di Ofena, ovvero sull'ordinanza del magistrato dell'Aquila che, accogliendo una legittima istanza di un genitore di fede musulmana di due bambini che frequentano la scuola di quella cittadina, ha disposto che sulle pareti dell'aula scolastica dai bambini frequentata non fosse collocato il simbolo di una religione; decisione che a noi sembra ineccepibile in punto di diritto, e nitidamente coerente col dettato costituzionale.

Ci scuseranno i lettori se tutti gli interventi che di seguito pubblichiamo sono, pur muovendo da diversi e talora per piu' versi contrapposti punti di vista, convergenti verso l'affermazione della necessaria laicita' della scuola pubblica italiana che tutti deve accogliere senza discriminazioni; ci sono ovviamente pervenuti anche interventi che nel merito della decisione del tribunale dell'Aquila sostengono la tesi opposta, ma ci e' sembrato che tale posizione abbia gia' grande visibilita' poiche' ha ottenuto il sostegno di grandi mezzi d'informazione, cosicche' per quanto e' in nostro potere abbiamo ritenuto giusto contribuire a riequilibrare la documentazione disponibile dando spazio alle voci che sostengono la tesi che i grandi mass-media tendono a soffocare o travisare e fin caricaturizzare.

*

Ancora una volta vorremmo sottolineare alcuni concetti:

a) che su questioni di coscienza occorre riflettere ed interloquire senza offendere la sensibilita' altrui; non si sta parlando di stupidaggini come lo sport o lo spettacolo, ma dei valori piu' profondi e dei sentimenti piu' intensi di tanti esseri umani;

b) che su vicende non solo cosi' emotivamente coinvolgenti, ma che implicano il riferimento alla conoscenza e al rispetto di tradizioni culturali, religiose e giuridiche di straordinaria complessita', atteggiamenti strumentali non sono ammissibili, pareri disinformati e superficiali non hanno valore, l'uso (chiediamo venia: totalitario) di citazioni di autori estrapolate dal contesto e' peggio che inutile, anzi decisamente nocivo (lo diciamo in riferimento alle tante persone buone e che amiamo le quali pensano di dover "prendere posizione" affidandosi a una citazioncella da don Milani o da Gandhi, che nella specifica vicenda sono del tutto fuori luogo, ed alle quali sarebbe fin troppo facile con medesimo scorretto metodo contrapporre non una ma molte citazioni);

c) che poiche' si sta parlando della scuola pubblica dello stato italiano vorremmo non si perdesse di vista cosa recita l'articolo 3, comma 1, della Costituzione della Repubblica Italiana (uno dei "principi fondamentali" della nostra Carta): "Tutti i cittadini hanno pari dignita' sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali"; e l'articolo 34, comma primo: "La scuola e' aperta a tutti".

*

Infine una nota: ci sorprende, tra gli interventi pervenutici, l'assoluta prevalenza di voci maschili in questa riflessione: poiche' nel corso del ventesimo secolo le cose piu' dense e preziose e disvelatrici negli ambiti di riflessione che la vicenda evoca sono state pensate e dette e scritte da donne (nel notiziario di ieri abbiamo segnalato alcuni minimi riferimenti bibliografici propedeutici); forse e' rivelatrice di qualcosa di profondo che rinvia all'oppressione della donna come portato comune delle cristallizzazioni dominanti di molte tradizioni religiose.

Anche in questo ambito, ci avviene di pensare, sara' dalla riflessione e dalla prassi delle donne che verra' non solo qualche luce, ma l'inveramento di antiche speranze.

 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XIV)

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Numero 154 del 31 marzo 2013

 

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