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[Nonviolenza] Voci e volti della nonviolenza. 670



 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVI)

Numero 670 del 28 marzo 2015

 

In questo numero:

1. "Tavolo per la pace" di Viterbo: Al Sindaco del Comune di Viterbo

2. Anna Grazia Casieri: L'accompagnamento personale dei processi di crescita nella "Evangelii Gaudium". Capitolo terzo: L'arte dell'accompagnamento nell'esperienza concreta dell'insegnamento

3. Segnalazioni librarie

 

1. REPETITA IUVANT. "TAVOLO PER LA PACE" DI VITERBO: AL SINDACO DEL COMUNE DI VITERBO

[Nuovamente diffondiamo]

 

Al Sindaco del Comune di Viterbo

Egregio Sindaco,

il "Tavolo per la Pace" promosso dal Comune di Viterbo ed al quale prendono parte le rappresentanti ed i rappresentanti di varie associazioni impegnate per la pace, la solidarieta', i diritti umani e la nonviolenza, chiede all'Amministrazione Comunale che siano finalmente consegnati al Centro antiviolenza "Erinna" i fondi ad esso destinati dalla Regione Lazio per l'attivita' svolta nell'anno 2012, trasmessi al Comune nel 2013 e tuttora dal Comune trattenuti.

Voglia gradire distinti saluti,

il "Tavolo per la Pace" di Viterbo

Viterbo, 26 marzo 2015

 

2. RIFLESSIONE. ANNA GRAZIA CASIERI: L'ACCOMPAGNAMENTO PERSONALE DEI PROCESSI DI CRESCITA NELLA "EVANGELII GAUDIUM". CAPITOLO TERZO: L'ARTE DELL'ACCOMPAGNAMENTO NELL'ESPERIENZA CONCRETA DELL'INSEGNAMENTO

[Ringraziamo di cuore suor Anna Grazia Casieri per averci messo a disposizione il testo della sua tesi di laurea magistrale in Scienze religiose, sostenuta presso la Facolta' Teologica Pugliese - Istituto superiore di Scienze religiose "Giovanni Paolo II" di Foggia nell'anno accademico 2014-2015, dal titolo L'accompagnamento personale dei processi di crescita nella "Evangelii Gaudium". In questa riproduzione abbiamo omesso le molte, preziose note che arricchiscono il testo.

Suor Anna Grazia Casieri, della congregazione delle murialdine, gia' missionaria in Messico, impegnata in attivita' educative e di solidarieta', insegna nella scuola pubblica a Foggia. E' da sempre una importante collaboratrice del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo]

 

In questo capitolo cercherò di mettere in evidenza come ciò che è stato oggetto di approfondimento nelle pagine precedenti abbia trovato pieno riscontro nella pratica educativa alla luce della mia esperienza di insegnante di religione nelle scuole pubbliche.

In questi anni di impegno nella docenza ho fatto mie le parole del documento Gravissimum Educationis che chiede agli insegnanti di curare una buona preparazione professionale ed essere esperti nell'arte pedagogica, stimolando la crescita degli alunni ed accompagnandoli oltre il termine degli studi con il proprio consiglio e la propria amicizia.

«Tra tutti gli strumenti educativi un'importanza particolare riveste la scuola, che in forza della sua missione, mentre con cura costante matura le facoltà intellettuali, sviluppa la capacità di giudizio, mette a contatto del patrimonio culturale acquistato dalle passate generazioni, promuove il senso dei valori, prepara alla vita professionale, genera anche un rapporto di amicizia tra alunni di carattere e condizione sociale diversa, disponendo e favorendo la comprensione reciproca. [...] È dunque meravigliosa e davvero importante la vocazione di quanti, collaborando con i genitori [...] si assumono il compito di educare nelle scuole. Una tale vocazione esige speciali doti di mente e di cuore, [...] una capacità pronta e costante di rinnovamento e di adattamento».

Non possiamo trascurare come la scuola si trovi a dover far fronte ai problemi che il soggetto incontra: le difficoltà delle relazioni familiari, le paure e le tensioni legate ai nuovi bisogni personali, le contraddizioni della nostra società sempre più ricca ma con sempre minor tempo per la persona. La scuola rappresenta allora sempre più il luogo dove si trasmette la conoscenza, ma anche il luogo dove si apprende il rispetto delle regole del vivere civile e dove si è chiamati al confronto con gli altri.

In questo orizzonte insegnare significa per me lasciare un segno nell'animo di quanti ascoltano perché ciò che è detto con amore diventi degno di essere accolto per produrre frutti di vita. Riscoprire questa portata educativa significa impegnarsi per mettere in grado i ragazzi di vivere ogni giorno secondo principi e valori da loro scelti perché capaci di dare significato alla loro esistenza.

«L'apprendimento non è solo assimilazione di contenuti, ma opportunità di auto-educazione, di impegno per il proprio miglioramento e per il bene comune, di sviluppo della creatività, di desiderio di apprendimento continuo, di apertura agli altri. Ma può anche essere una occasione per aprire il cuore e la mente al mistero e alla meraviglia del mondo e della natura, alla coscienza e consapevolezza di sé, alla responsabilità verso il creato, all'immensità del Creatore».

È innegabile, ancora, l'importanza che nell'educazione scolastica è attribuita al fattore religioso, di fatto sempre tenuto presente nei progetti educativi in quanto dimensione ineliminabile delle culture umane. Ciò lascia intravvedere come la religione, lungi dall'essere emarginata dalla scuola o dal rimanere riservata ai soli alunni credenti, stia diventando un nodo portante, interessando trasversalmente tutti i saperi scolastici e mettendosi a servizio dei valori della cittadinanza e della convivenza.

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3.1. L'arte dell'accompagnamento vissuta quotidianamente

Ho condiviso pienamente nella mia esperienza quanto emerge dall'attuale riflessione svolta in seno alle istituzioni scolastiche che considera sempre più necessario mettere in atto una scuola fatta a partire dalle possibilità dei ragazzi e non dai programmi scritti dagli adulti, fatta a partire dal diritto all'essere educati come diritto a realizzare il proprio sogno, con una presenza che si fa comprensione, condivisione, che diventa un camminare con gli alunni, fare con loro e non solo fare per loro.

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3.1.1. L'arte di educare nella scuola

Dalla mia esperienza emerge come la scuola sia certamente un luogo di incontro complementare alla famiglia. Oggi più che mai ho sperimentato come abbiamo bisogno di questa cultura dell'incontro che la scuola è chiamata a favorire, per conoscersi, amarsi, camminare insieme.

Posso affermare come sia innegabile, peraltro, che il rapporto educativo, di fatto, diventi esperienza positiva o al contrario negativa, arricchisca o impoverisca, faccia crescere la persona o la deprima. Mi sono sentita chiamata in questi anni ad educare e sviluppare il senso del vero, del bene e del bello perché è l'insieme di questi elementi che fa crescere e aiuta ad amare la vita, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione, infatti, fa amare la vita e apre alla pienezza della vita.

Mi sono resa conto di come nella scuola, comunità educativa, si alimentano le relazioni e sia necessario stabilire rapporti umani più aperti così da provvedere allo sviluppo non solo di quanto è strettamente intellettuale, ma di tutti gli aspetti della personalità. Solo questo permette di suscitare quella costante capacità di stupore, di essere continuamente in ricerca di soluzioni nuove per un più responsabile coinvolgimento nella realtà sociale.

Il compito dell'insegnante che ho vissuto, va perciò ben oltre lo sviluppo delle capacità cognitive degli allievi. Rientra nel nostro impegno preoccuparsi dell'autostima dei ragazzi, della loro motivazione ad apprendere, della loro capacità di relazione, delle loro aspirazioni e dei loro valori.

La persona umana non è riducibile ad una sorta di competenze da acquisire, pertanto è stato necessario includere nel processo educativo messo in atto nel rapportarmi con gli alunni tutti gli atteggiamenti, i sistemi motivazionali che sono forgiati dal mondo vitale delle emozioni e dei sentimenti.

Ho verificato che costruire e consolidare un efficace stile comunicativo personale è competenza essenziale per ogni insegnante e dunque lo è anche per l'insegnante di religione, chiamato, oggi ancor di più, ad impegnarsi non solo sul piano del trasmettere conoscenze e abilità legate all'IRC, ma anche su quello più complesso e delicato del servizio educativo che conduca a competenze valide per la vita.

Nella mia esperienza di insegnante di religione ho dovuto contribuire alla formazione della personalità e dell'identità degli alunni, educare alla riflessione, al giudizio critico, in vista di scelte libere e responsabili, divenire orientamento nell'elaborazione del proprio progetto di vita.

Da tale impegno è emerso come sia vitale stabilire relazioni non superficiali, pensare al rapporto educativo in termini di comprensione e sostegno, ponendo attenzione alle potenzialità presenti in ciascuno.

Considero che sia cruciale la consapevolezza che le relazioni autentiche costituiscano per l'essere umano le risorse più preziose per il percorso evolutivo perché in grado di suscitare motivazioni forti. Così è stata conseguenza rilevante notare che l'attenzione di noi insegnanti per il mondo dell'educando mette in azione atteggiamenti che conducono all'incoraggiamento a tal punto da attivare le potenzialità degli allievi in un clima di stima, fiducia e corresponsabilità.

Come insegnante di religione mi sono sentita coinvolta in più contesti a stimolare l'apprezzamento e il rispetto per la natura, per la vita, per il vivere sociale, favorendo in quanti ho avvicinato il senso di responsabilità e solidarietà, offrendo risposte di senso e favorendo quella speranza che incoraggia e sostiene nella vita.

Nelle parole della Nota Pastorale, che qui di seguito riporto, emerge pienamente quanto fin qui espresso come frutto della mia esperienza diretta di insegnamento: «[L'insegnante] è l'uomo della sintesi [...] tra fede e cultura, tra vangelo e storia, tra i bisogni degli alunni e le loro aspirazioni profonde. I1 suo insegnamento esige, pertanto, una continua capacità di verificare e di armonizzare i diversi e complementari piani: teologico, culturale, pedagogico, didattico. L'opera educativa del docente di religione tende infatti a far acquisire ai giovani, nella loro ricerca della verità, la capacità di valutare i messaggi religiosi, morali e culturali che la realtà offre, aiutandoli a coglierne il senso per la vita. Egli è chiamato a fare sintesi anche sul piano del rapporto con gli alunni. [...] Ciò comporta che il docente di religione debba saper favorire un dialogo e un confronto aperti e costruttivi tra gli alunni e con gli alunni, per promuovere, nel rispetto della coscienza di ciascuno, la ricerca e l'apertura al senso religioso; e nello stesso tempo che egli sappia proporre quei punti di riferimento che permettono agli alunni una comprensione unitaria e sintetica dei contenuti e dei valori della religione cattolica, in vista di scelte libere e responsabili».

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3.1.2. La centralità della relazione

In questi anni di impegno per e con i ragazzi ho compreso come l'insegnamento della religione cattolica risponde ai compiti propri della scuola pubblica, chiamata a favorire negli alunni l'attitudine al confronto, alla tolleranza, al dialogo e alla convivenza democratica.

La mia esperienza mi permette di affermare che nelle relazioni educative e nelle relazioni in genere, si nasconde oggi un grande desiderio di gratuità e di liberazione da ogni strumentalizzazione.

Quanto bisogno hanno i nostri giovani di crescere nella capacità di adattarsi alle richieste sociali e tecnologiche della società moderna, e come è imprescindibile fornire loro gli strumenti per saper interpretare tali richieste assumendo un fecondo senso di responsabilità di fronte a se stessi e all'intera società. Non si è trattato, per me, di dare risposte, quanto di far emergere gli interrogativi dell'uomo sul mondo, di motivare la ricerca, di creare ponti, di stimolare la creatività dei singoli, così da rendere gli alunni protagonisti nella conquista della loro libertà e nello sviluppo della loro originalità.

Alla luce della mia esperienza sento di poter affermare che esistono tre dimensioni che caratterizzano il nostro impegno di docenti: il gusto per quanto si insegna, che nasce dalla conoscenza e dall'amore sempre rinnovato per l'oggetto del proprio insegnamento; la capacità di trasformare l'oggetto in itinerario accessibile  e percorribile da ciascuno per la propria crescita di umanità; la disponibilità a cambiare, a mettersi in gioco costantemente.

Esercitare l'arte dell'insegnante mi ha portato ad inventare situazioni d'apprendimento nelle quali, mentre si acquisiscono i contenuti, si realizza la collaborazione, la solidarietà, la responsabilità, la stima di sé, il piacere di stare con gli altri, la motivazione e l'incoraggiamento. È stato importante per me diventare per i ragazzi facilitatrice dell'apprendimento, piuttosto che semplicemente depositaria di verità e conoscenze dogmatiche. Sento di poter affermare che a quest'arte è chiamato a titolo davvero speciale ogni insegnante di religione.

Le competenze relazionali hanno richiesto, in sostanza, capacità di ascolto e di accoglienza, apertura mentale e spirito critico, rispetto, dialogo e confronto per un arricchimento reciproco, empatia, superamento di pregiudizi, fiducia, disponibilità e comprensione, pazienza, dolcezza e umiltà.

Quanto è importante per me che l'insegnante si impegni a conoscere il ragazzo, i suoi bisogni, ma anche la sua cultura, il suo linguaggio, che si mostri esplicitamente e sinceramente interessato al suo mondo. Solo questo fa sì che l'apprendimento diventi condiviso e non imposto.

«[La scuola ha il] compito nativo di comunità educante, dove l'informazione diventa cultura e la cultura servizio della persona e promozione di valori umani, civili e spirituali. [In particolare, la comunità educante è chiamata a] sostenere la fatica della ricerca e l'acquisizione del senso critico, aprendo l'orizzonte del sapere a tutta l'esperienza umana, comprese le esigenze interiori e spirituali dell'uomo, particolarmente vive nel mondo dei giovani».

È proprio facendo leva sulla categoria dell'incontro che vorrei esprimere alcune sensazioni che mi hanno accompagnato in questa mia esperienza di docente. Mi ha sollecitato anche l'insistenza di Papa Francesco su questo tema che, definendo la scuola come "luogo di incontro", ha chiesto insistentemente a tutto il mondo della scuola di raccogliere la sfida per una "cultura dell'incontro". Si tratta, secondo il mio parere, di restituire alla parola incontro, spesso banalizzata, il suo senso più profondo e tener vivo, nell'educazione e nella cultura in generale, il senso più vero dell'incontro.

Stiamo cercando in questo nostro tempo di dare un significato educativo all'insegnamento, di situare i contenuti della didattica dentro una progettualità educativa, e spetta in modo significativo a noi insegnanti di religione non trascurare la centralità della relazione di ogni persona con l'altro, con il mondo, con il trascendente.

Mi sono sentita spesso sfidata sulla qualità e sulla verità dell'incontro, nel mio insegnamento, nelle mie relazioni educative e pastorali, nelle mie relazioni quotidiane. Ho avvertito che dentro ogni relazione c'è sempre un appello e una sfida all'incontro. Lungo il corso degli anni ho sperimentato come l'incontro si esprima particolarmente nel coraggio di uscire da sé stessi, nel rischio dell'accoglienza, nella fiducia sincera nell'altro, nel decentramento, nella gratuità e porta dentro una traccia di infinito, di presenza di Dio.

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3.2. Accompagnamento verso Dio nel vissuto lavorativo

Considero come spetti alla Chiesa, a titolo del tutto speciale, il dovere di educare in quanto essa ha il compito di annunciare a tutti gli uomini la via della salvezza e di comunicare ai credenti la vita di Cristo, aiutando con sollecitudine incessante a raggiungere la pienezza di questa vita.

Così, come insegnante di religione, mi sono costantemente sentita chiamata ad essere persona cristianamente ispirata e storicamente situata, ricca di vita, di gioia, di speranza, di passione per l'uomo, impregnata di quella sensibilità evangelica che apre al dono e al servizio.

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3.2.1. Testimoni della Speranza

Nel mio impegno di docente mi sono sentita chiamata ad avere gli stessi sentimenti del Signore Gesù. È stato sempre più importante, infatti, in virtù del mio essere educatrice, dare testimonianza della speranza che è in me e contribuire a promuovere l'elevazione in senso cristiano del mondo per il bene di tutta la società. Se è vero che tocca ai genitori creare in seno alla famiglia quell'atmosfera vivificata dall'amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, è pur vero che spetta anche alla società civile favorire in diversi modi l'educazione della gioventù.

Ho sperimentato quanto sia importante trasmettere ai ragazzi la volontà di fare il bene, portandoli verso percorsi di ricerca interiore e spirituale; proporsi come modello di persona che vive e agisce coerentemente con quanto insegna, aspetto che mai sfugge all'attenzione degli allievi. Quante volte ho constatato che ai miei alunni posso chiedere qualunque cosa perché per prima io stessa mi sono offerta loro come esempio nel rispetto di ciò in cui credo e dei valori che professo.

In realtà i miei alunni mi hanno spinto ad essere testimone dell'amore oltre che docente, ad educare il cuore, ad offrire una misura alta della vita umana e cristiana che abbia l'amore come suo asse centrale.

Così nel mio relazionarmi con gli allievi mi sono preoccupata di porre in sinergia l'attenzione per l'educazione alla fede e l'attenzione a coltivare lo stupore di fronte all'azione gratuita di Dio per lasciarci incontrare da Lui e diventare proposta efficace per altri. La sapienza della fede, non possiamo dimenticarlo, è fatta del gustare e del comprendere, non separando mai la dimensione religiosa spontanea ed emozionale dai contenuti di fede e dalla pratica della vita cristiana.

Talvolta ho dovuto riconoscere come corriamo il rischio di esprimere poca passione nel modo di vivere e di esprimere l'amore che pur diciamo di avere per Gesù. Un po' più di entusiasmo quando parliamo di Lui e di slancio quando lavoriamo per Lui ci darebbe maggiore gioia e renderebbe più efficace la nostra testimonianza.

In una società in cui sempre più raramente si sente parlare di Dio e si fa' fatica a riconoscere i luoghi e le esperienze che ci rendano aperti a tale messaggio, si rende urgente che non ci esimiamo dal formulare una proposta autentica e pubblica di vita di fede perché, attraverso l'esperienza dell'incontro autentico e liberante con Gesù, concentrati sul nucleo centrale del Vangelo, risplenda tutta la bellezza dell'amore salvifico di Dio.

Sono consapevole che nei giovani è presente un grande bisogno di dare significato alla propria esistenza, un grande bisogno di verità, di amore, ed ho verificato come sia imprescindibile considerare come il cammino di fede presupponga che in età giovanile ci si riappropri dei contenuti per divenire responsabili diretti della propria vita di fede, così da integrare fede e vita quotidiana.

Allora posso affermare sulla base della mia esperienza diretta che è compito specifico di noi insegnanti di religione favorire l'incontro vivo con Dio in Gesù Cristo, facendo dell'esperienza del Dio trinitario il centro del nostro esistere.

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3.2.2. Educare al senso religioso della vita

Nell'attuale contesto storico-culturale, in cui non solo non si fa più riferimento esplicito alla fede, ma anche la ragione, esaltata per la sua debolezza, oscilla tra relativismo e fondamentalismo, assistiamo all'affievolimento del senso della trascendenza e della profondità dell'essere e l'idea di un punto di riferimento unificante sembra divenire improponibile. A tale riguardo monsignor Angiuli afferma: «Lo smarrimento in cui l'uomo si dibatte e la frammentazione dell'attuale situazione socio-culturale accrescono l'urgenza di ritrovare un valore centrale e una visione sintetica e condivisa perché sia possibile ridare ragioni alla vita aiutando a superare [...] la crisi di senso».

Dal confronto col mondo giovanile posso affermare come la cultura contemporanea si trovi di fronte a un bivio che richiede di continuare a ispirarsi a una visione dell'uomo e del mondo aperta alla trascendenza o ignorare, se non addirittura opporsi ad essa per costruire un  nuovo progetto di esistenza umana fondato sull'autonomia da ogni tipo di fondamento trascendente e sul principio dell'autodeterminazione.

Tale bivio trova la sua più chiara manifestazione nell'indebolimento della visione antropologica non più fondata sullo spessore ontologico della concezione cristiana, ma sostituita da un'antropologia radicale dove ogni cosa è sotto il dominio assoluto dell'individuo, che esercita la sua libertà come soddisfacimento di bisogni, desideri e passioni senza un principio etico che li regoli. Per i nostri giovani, pertanto, spesso la felicità altro non è se non l'esercizio di questa forma di libertà.

È proprio in questo difficile contesto culturale che secondo me rimane valida, anzi s'impone la prospettiva pedagogica secondo la quale una vera educazione integrale non può non tener conto del concetto di uomo proposto dal cristianesimo e fondato sull'idea che solo nel mistero di Cristo trova luce il mistero dell'uomo.

Inserita a pieno titolo nell'opera educativa, in sinergia con la famiglia, ho verificato come sia compito precipuo della scuola essere palestra di vita, capace di pensare e progettare l'educazione secondo un nuovo modello non più ripiegato su apprendimenti formali, ma aperto a ricercare quel proprium ontologico della persona, a procedere secondo una trasmissione ricca di memoria, a fondare un ethos civico colmo di significati.

Mi attrae entrare nella problematica educativa a partire dal senso religioso della vita, a partire dal significato che la proposta cristiana può avere per la crescita umana globale della persona. Per questo mi sono impegnata a riconoscere l'azione educativa di Dio che opera nel cuore di ogni persona e ad attingere al Vangelo per dare motivazioni profonde e aperture di vera umanità alla mia esperienza educativa e a tutta la vita.

In realtà posso affermare di essermi sentita chiamata lungo il corso degli anni a far mia la pedagogia di Gesù: tutta la sua vita è rivelazione di questa pedagogia dell'amore che porta alla salvezza, come possiamo vedere nel dialogo con la Samaritana (Gv 4,5-42) e con i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35). Sia la Samaritana che i discepoli di Emmaus, sentendosi accolti nella loro realtà, ascoltati incondizionatamente e motivati nell'accettazione e nella comprensione della loro storia, si aprirono ad una vita nuova, impegnati a testimoniare l'amore sperimentato nella relazione con il Maestro. In Gesù l'amore è sinonimo di accoglienza e di ascolto senza precomprensioni, di tenerezza e compassione senza limiti, di gratuità e perdono incondizionato e di vita in pienezza. In Gesù anche il mio essere accompagnatrice è diventato sinonimo di accoglienza, tenerezza e compassione.

Pur riconoscendo che i giovani sembrano, talvolta, insensibili ai valori, indifferenti nei confronti del Vangelo, individualisti, incapaci di guardare al bene comune, in preda all'individualismo e al narcisismo, ho cercato di far sempre leva sulla capacità di riconoscere che la vita ha un valore, che è dono. Il più delle volte ho verificato come i giovani spesso più che essere senza il Vangelo siano piuttosto incapaci di riconoscere la presenza dell'infinito, di Dio, in se stessi. Di fatto, più che porre Dio davanti a noi, quasi fossimo chiamati a raggiungerlo, ritengo che sia stato necessario aiutare i giovani a scoprire la bellezza dell'esperienza di potersi lasciare guardare da Dio, perché Lui per primo ci ha già incontrati e il suo sguardo è sguardo colmo d'amore e di misericordia.

Facendo mie le parole della Dichiarazione per l'educazione cristiana Gravissimum Educationis mi sono sentita chiamata come educatrice cristiana a favorire un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità, ad aiutare gli adolescenti perché nello sviluppo della propria personalità crescano insieme nella consapevolezza del loro essere figli di Dio, coordinando la cultura umana con il messaggio della salvezza, sicché la conoscenza del mondo, della vita, dell'uomo, che gli alunni via via acquisiscono, sia illuminata dalla fede.

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3.3. I quattro passaggi segnalati dalla Evangelii Gaudium nella pratica dell'insegnamento

Ricoprendo il ruolo di insegnante di religione cattolica sono venuta costantemente a contatto con persone che esprimono il loro bisogno di essere comprese, aiutate e accolte. Incontrandole in classe ho notato il loro anelito a trovare qualcuno che sappia capirle, accoglierle e non nascondo di aver provato spesso compassione per le loro paure, tristezze, rabbia, spesso inespresse, che conservano nel cuore.

Mi sono sempre più convinta che, per stabilire un rapporto educativo efficace, sia necessario partire dalla testimonianza di un'identità chiara, capace di dare fiducia. Tutto, infatti, per me ha avuto inizio da un gesto gratuito, che condivide la propria ricchezza e riconosce la ricchezza che si nasconde nell'altro aiutandolo a prendere coscienza dei doni che porta dentro.

In particolare in quanto donna ho ritenuto fondamentale mettermi a servizio della vita con cura e materna sollecitudine. Accompagnare, infatti, ha significato per me accogliere le domande, anche quelle inespresse, dare il tempo necessario per la crescita, lanciare progetti che si aprano a quella forza esterna che viene dall'alto, suscitare incessantemente la fede, con l'aiuto della Grazia, per preparare un'adesione globale a Cristo.

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3.3.1. Prudenza

Così delicata è la relazione educativa che ho potuto constatare come questo sia uno degli ambiti in cui la virtù della prudenza deve essere esercitata con la massima cura.

Ho già evidenziato nel capitolo secondo l'assoluta importanza e l'effettiva primazia della virtù della prudenza nell'agire umano che voglia essere conforme al vero e al bene. Nell'educazione, nell'istruzione, nella formazione frutto del mio impegno di insegnamento, la prudenza, il discernimento, il retto intendimento e la buona volontà hanno costituito per così dire le fondamenta di ogni buona edificazione, di ogni processo di aiuto alla maturazione della persona, in primo luogo di quella in età evolutiva, così fragile e così bisognosa di una guida sapiente e amorevole.

Quanto è stato importante iniziare ogni rapporto educativo con l'attenzione a guardare, conoscere persone e situazioni, per instaurare poi un intervento fecondo e mirato, partendo sempre dal positivo, dal riconoscimento di doni, desideri, aspirazioni, presenti al di là delle apparenze, più forti dell'insicurezza e della sfiducia.

L'educazione al sostegno reciproco e al rispetto, la prudenza nell'affacciarmi al mondo dell'altro sono stati strumenti favorevoli per facilitare e accompagnare lo sviluppo armonico dei giovani. Sono convinta che questa modalità di lavoro lungo il corso degli anni abbia manifestato l'efficacia di un intervento preventivo che non prescinde dalla quotidianità della relazione e dalla vicinanza tra educatore ed educando.

Di fatto l'esperienza mi ha dimostrato come la prudenza, la fiducia accordata abbia generato a poco a poco la fiducia ricambiata e abbia finito per costituire il fondamento costante di una relazione educativa di alta qualità.

A onor del vero, devo anche sottolineare l'importanza che ha avuto per me l'avvicinarmi al mondo dei ragazzi con prudenza e attenzione riguardo alle diversità culturali e individuali, senza giudizi, né pregiudizi di sorta, rispettando sempre e comunque la libertà di ciascuno. È stato bello vedere come in molteplici situazioni anche gli alunni di altra religione hanno desiderato partecipare alle lezioni, perché si sono sentiti coinvolti nel confronto che si preoccupava di cogliere le specificità di ciascuno e non l'uniformità, riconoscendo quell'anelito al trascendente che è insito nel cuore di ogni uomo.

Prudenza in ambito educativo ha significato per me essere consapevole che non sono in gioco solo dei contenuti di sapere, delle forme cognitive, delle metodiche didattiche, ma anche, sempre e innanzitutto la relazionalità dell'essere umano, ovvero che tutti gli aspetti della persona umana sono implicati nella relazione pedagogica, quelli emotivi non meno di quelli intellettivi. La relazione educativa, come ogni relazione di autentico dono, di autentico amore, di sincera condivisione del bene, ha richiesto nella mia attività di insegnante un particolare impegno di responsabilità, di attenzione, di comprensione, di ascolto e quindi di capacità di guida: un impegno che nella tradizione filosofica e teologica, ma anche psicologica e pedagogica trova nella virtù della prudenza una risorsa imprescindibile.

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3.3.2. Capacità di comprensione

L'accezione che qui intendiamo particolarmente sottolineare è quella della relazione empatica e costruttiva che si instaura nella dinamica relazionale tra due o più esseri umani, ovvero in quella situazione esistenzialmente più densa e rischiosa che è l'incontro interpersonale in cui ciascuno dei soggetti coinvolti deve farsi carico di cogliere la peculiare identità e dignità dell'altro.

Nell'interazione pedagogica, che presuppone una situazione di obiettiva disparità tra docente e discente, ho constatato come occorra un'attenzione ancor più pronunciata per evitare che l'azione educativa, invece di favorire la crescita e l'autonomia del discepolo, possa ferirne la dignità imponendogli forzosamente non solo dei saperi non intimamente sentiti perché proposti in modo astratto, ma peggio ancora un rapporto di potere che umilia il discente.

Alla luce di quanto emerge dalla mia esperienza è stato imprescindibile mettere la massima cura nel pormi in un atteggiamento di comprensione e ascolto attivo, di sollecitudine intrisa di tenerezza, di accompagnamento prudente e paziente, mettendo in essere, con attitudine materna, una relazione centrata sul vissuto dell'allievo, sull'empatia con il suo sentire, favorendo ad un tempo la maturazione intellettuale e quella morale.

Anche sotto il profilo strettamente pedagogico e fin didattico, la comprensione è stata il fulcro del mio operare educativo. Mi sovvengono al riguardo le preziose osservazioni di illustri educatori del nostro tempo, ed in primo luogo le formulazioni che Paulo Freire deduceva dalla sua pratica di alfabetizzazione in varie realtà di sofferenza del Sud del mondo, consapevole che ci si educa a vicenda, in una relazione in cui l'educatore accoglie e valorizza il sapere e il sentire altrui; così l'atteggiamento maieutico su cui, con esplicito riferimento alla pratica socratica, insisteva Danilo Dolci; la scelta della condivisione di vita, oltre che di studi, realizzata ad esempio da don Lorenzo Milani con i ragazzi della sua scuola di Barbiana a cui lo stesso papa Francesco ha nello scorso anno reso un commosso omaggio nel corso dell'incontro con il mondo della scuola italiana.

Mi sono preoccupata di considerare le emozioni che i giovani vivono, cercando di entrarvi in sintonia in termini di linguaggio, modi di dire e di fare, mostrando loro un atteggiamento empatico. Ho ritenuto fondamentale tale atteggiamento che mi ha permesso di immergermi nel mondo dell'altro, partecipare alla sua esperienza pur conservando una certa oggettività, necessaria per aiutare la persona a camminare verso il massimo splendore degli aspetti del suo essere, espressione della ricchezza interiore di ciascuno.

Mi sono resa conto in modo particolare di quanto sia importante accogliere per far scaturire atteggiamenti di fiducia. È bello che dell'insegnante di religione affermino che è differente dagli altri perché carico di atteggiamenti di disponibilità, amicizia e dialogo, perché capace di comprendere senza essere prevenuta, senza pregiudizi, né settarismi.

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3.3.3. Arte di aspettare

Nel mio intervento per e con gli alunni in primo luogo ho cercato, nel corso degli anni, di instaurare una relazione di attenzione, di ascolto e di comprensione, che mi ha portato a maturare atteggiamenti caratterizzati dalla flessibilità che ho messo in atto soprattutto di fronte alla diversità di quanti provengono da un contesto interculturale.

Mi sono sentita chiamata in primis a lasciar trasparire atteggiamenti di bontà, generosità, compassione, benevolenza e simpatia; a interessarmi di ogni persona per capirla, incoraggiare il suo cammino di crescita, sapendo aspettare, con pazienza e indulgenza, senza forzature né imposizioni, pronta ad ascoltare e farmi ascoltare con fiducia e rispetto.

Tale apertura al dialogo, di fatto, ha contribuito a far crescere nei miei alunni personalità solide e disponibili all'accoglienza.

Nella relazione educativa ho toccato con mano come sia imprescindibile che il docente sappia essere paziente e coltivare l'arte dell'attesa, riconoscendo che il discente ha i suoi modi e i suoi tempi di elaborazione, le sue proprie forme di assimilazione e sviluppo sia dei saperi comunicati, sia della relazione costruita.

L'arte di aspettare ha occupato tanta parte della mia sollecitudine; un aspettare che ha cercato, ovviamente, di essere accudente, vigile, in una relazione di prossimità, non fredda e distratta, abbandonando il discente a incertezze e solitudine.

Arte di aspettare significa non bruciare le tappe, non imporre ritmi insostenibili, non entrare nella distruttiva spirale della competizione, del "successo", dell'imposizione autoritaria di standard o di performance predefinite; bensì essere sempre consapevoli della preziosa unicità di ogni persona e saper adeguare la propria azione educativa ai bisogni ed alle possibilità di ciascuno in una relazione di autentico rispetto della dignità, di autentica promozione umana, di sincero afflato, illuminati dall'esempio di amore che innumerevoli episodi della vita di Gesù attestati nei Vangeli ci propongono come modello.

Sullo stile di san Leonardo Murialdo a cui si ispira il carisma della Congregazione religiosa cui appartengo, mi sono sentita chiamata a immedesimarmi con i giovani, a stare accanto ad essi con il peso dell'autorità, ma con la forza dell'amicizia. Mutuo rispetto, reciproca stima, affabilità, autentico amore hanno mosso il rapporto educativo che ho cercato di stabilire con gli alunni come realtà che non si impara sui libri, ma si vive con quotidiana inventiva. Una pedagogia dell'amore che si costituisce vivendo una realtà intessuta di relazioni significative, che permetta agli alunni di aprirsi consegnandoci in qualche modo la loro vita, la loro interiorità, i loro problemi.

Penso a quanto è delicata la missione di un educatore, di un insegnante, e come sia grandissima la responsabilità di accompagnare la crescita dell'altro, insegnandogli, o meglio testimoniandogli il senso vero della vita.

Ho considerato quanto mai fondamentale motivare la libertà del soggetto per lasciarsi toccare-educare dalla vita, dagli altri, da ogni situazione così da imparare l'arte di rispondere al progetto di Dio dalla stessa vita e dall'esperienza.

Il pieno coinvolgimento attivo e responsabile, un atteggiamento fondamentalmente positivo nei confronti della realtà, la libertà interiore e il desiderio di lasciarsi istruire da ogni frammento di verità e bellezza attorno a sé, godendo di ciò che è vero e bello, la capacità di relazione con l'alterità, sono gli atteggiamenti che ho coltivato in questi anni per mettere i miei alunni in condizione di imparare a vivere in perenne stato di formazione per tutta la durata dell'esistenza. È questo quanto mi sono sentita chiamata a suscitare in modo indefesso in coloro che ho avvicinato nella mia attività di docente.

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3.3.4. Docilità allo Spirito

Nel mio insegnamento è stato fondamentale favorire nei giovani una conoscenza seria e articolata del fenomeno religioso, nella sua natura e nelle sue manifestazioni, soprattutto in un'epoca caratterizzata da un'allarmante ignoranza religiosa. Ritengo che un contributo decisivo sia offerto da parte dell'insegnante di religione nell'apertura al senso della trascendenza, vale a dire nella capacità intellettuale e morale di percepire un livello di realtà non visibile, e tuttavia talmente reale da poter conferire senso alla realtà visibile. Così è stato fondamentale l'essermi sentita cooperatrice della Verità divina nella costante ricerca e conquista della verità umana.

Ho considerato irrinunciabile favorire nei giovani un confronto serio coi problemi di fondo del senso della vita e delle ultime realtà umane, per aiutarli a fare scelte libere e mature in campo religioso e integrare le conoscenze religiose nel proprio patrimonio culturale.

Come educatrice cristiana, come religiosa, e come docente di religione cattolica, la docilità allo Spirito è stata la prima verifica del fedele adempimento del mio compito, che non si è realizzato con la trasmissione di apprendimenti preconfezionati, ma che ha trovato ad un tempo la sua fondazione metodologica e la sua pietra di paragone esattamente nei criteri indicati da papa Francesco.

Quanto è stato vero che la docilità allo Spirito è garanzia di capacità di leggere la storia con gli occhi di Dio, quanto sono state vere nel mio impegno quotidiano a favore della gioventù le parole di Papa Francesco: «Quando perdiamo la capacità di aprirci alla novità dello Spirito Santo non siamo in grado di reagire ai segni dei tempi. Né possiamo essere autentici discepoli, e ancor meno fratelli dei nostri simili. [...] E quando chiudiamo la porta del nostro cuore alla novità dello Spirito Santo, che porta con sé la freschezza della comunione, corriamo il rischio di far nascere in noi un'avversione nei confronti degli atteggiamenti dei nostri fratelli che non siamo in grado di comprendere».

L'esperienza mi ha confermato quanto sia urgente e imprescindibile testimoniare che Gesù Cristo, manifestandoci l'amore del Padre, ha rivelato l'uomo a se stesso, rendendogli nota la sua alta vocazione alla perfezione dell'amore e che l'azione dello Spirito è l'unica sorgente che apre orizzonti nuovi per dare senso pieno al vivere quotidiano.

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3.4. Uno stile educativo frutto dell'esperienza del carisma di san Leonardo Murialdo

Il modello tipico della mia azione educativa, del mio rapportarmi con i ragazzi nell'attività di docenza, ha fatto necessariamente riferimento alla figura di san Leonardo Murialdo, al suo carisma spirituale ed apostolico. A lui deve la sua nascita la congregazione religiosa di cui faccio parte e a lui fa riferimento la tradizione pastorale-educativa della Congregazione.

Mi è sembrato opportuno in questa sede presentare almeno quegli elementi più caratteristici e di ampio respiro della sua spiritualità che, come princìpi generali, mantengono la loro validità al di là dei limiti spazio-temporali e che hanno plasmato lo stile del mio rapportarmi con gli alunni.

San Leonardo Murialdo nacque a Torino il 26 ottobre 1828. Il padre, ricco agente di cambio, morì nel 1833, per cui la madre, donna molto religiosa, si vide costretta a inviare il suo piccolo in collegio a Savona, presso i Padri Scolopi, dove rimase dal 1836 al 1843. Tornato a Torino, frequentò i corsi di teologia all'Università e nel 1851 divenne sacerdote. Scelse subito di impegnarsi nei primi oratori torinesi, tra i ragazzi poveri e sbandati della periferia. La Provvidenza lo chiamò nel 1866 a farsi carico di giovani ancora più poveri ed ancora più abbandonati: quelli del Collegio Artigianelli di Torino. Da allora in poi tutta la sua vita fu dedicata all'accoglienza, all'educazione cristiana e alla formazione professionale di questi ragazzi. Per loro fondò nel 1873 la Congregazione di San Giuseppe e negli anni seguenti avviò nuove iniziative: una casa famiglia - la prima in Italia -, una colonia agricola, altri oratori, insieme a varie altre opere. Quella del Murialdo fu una presenza significativa nel movimento cattolico piemontese. Lavorò per la stampa cattolica, fu attivo all'interno dell'Opera dei Congressi, fu uno degli animatori dell'Unione Operaia Cattolica.

La sua esistenza terrena finì il 30 marzo 1900, ma anche noi, lontani nel tempo, possiamo attingere alla sua preziosa eredità spirituale, confermata dalla proclamazione della sua santità nel 1970. Animata dalla sua spiritualità e dalla sua azione apostolica nacque nel 1953 la Congregazione delle suore Murialdine di cui faccio parte.

La spiritualità di san Leonardo Murialdo, guidata dalla scoperta dell'amore personale e misericordioso di Dio, ha nutrito non solo la sua preghiera e la sua vita di sacerdote e religioso, ma ha informato anche il suo stile educativo, illuminando gli obiettivi e chiarificando i metodi della sua attività in mezzo ai ragazzi. Questa stessa spiritualità ha animato anche il mio impegno educativo in mezzo ai giovani. Da lui ho imparato che il buon educatore è quello che, senza sottovalutare una seria preparazione, gioca le sue carte migliori in un rapporto di amore con i suoi ragazzi, spendendo per essi la propria vita, anche al di là di quello che è dovuto, convinta che solo un più disinteressato spirito di servizio è segno di un più grande amore.

Sulle sue orme ho sperimentato che non esiste un valore pedagogico che in modo più forte dell'amore porti alla realizzazione piena della persona in tutte le sue dimensioni. Ho anche accolto da lui preziose indicazioni sulla speranza, indispensabile per impegnarsi in un lavoro formativo, sulla dolcezza e sulla pazienza, doti che non tutti possiedono, ma alle quali tutti devono tendere.

Ho fatto mia la sua convinzione che, per quanto nascosto sia il nostro ruolo, per quanto poco appariscente appaia la parte che ci è stata assegnata, noi siamo all'opera in quell'umile, ma insostituibile lavoro educativo che egli riteneva una delle questioni più gravi ed importanti del suo tempo e che resta una sfida ineludibile anche per l'oggi.

San Leonardo Murialdo ha sperimentato e contemplato nella sua vita l'amore di Dio che definisce come amore infinito, eterno, personale, tenero e gratuito, attuale, misericordioso, sempre pronto a perdonare e ad accogliere. Questa stessa esperienza, vissuta in primo luogo nella mia vita personale, ho cercato di condividerla con gli alunni, con il personale docente e con ogni figura che opera nella scuola.

La mia azione educativa è stata pervasa da quella stessa certezza del Murialdo che quando ci si sente amati da Dio infinitamente, personalmente, con tenerezza e misericordia, la vita subisce un cambiamento totale.

Da questa esperienza spirituale nacque in lui un modo suo proprio di educare a partire dall'"educazione del cuore", secondo lo stile della pedagogia dell'amore propria di Dio. Egli si lasciò educare dall'amore compassionevole e misericordioso di Dio e lo contemplò nel volto dei ragazzi e dei giovani, accogliendoli con dolcezza, affabilità, rispetto e familiarità.

Certamente da san Leonardo ho imparato a vedere nel "cuore" dei giovani il nucleo più profondo da educare ed evangelizzare, il luogo più intimo della coscienza umana, il luogo della libertà e delle opzioni fondamentali di vita, il luogo dell'incontro con gli altri, con il mondo, con Dio, con se stessi.

Questa ricchezza è espressa nelle Linee di pastorale murialdina e in modo del tutto particolare ha animato lo stile del mio insegnamento.

La mia azione educativa è stata il luogo in cui ho testimoniato e  nello stesso tempo fatto esperienza dell'amore di Dio. C'è stato, inevitabilmente, un profondo legame tra la mia spiritualità e il mio stile educativo, tra le scelte di metodo e gli atteggiamenti di fede che hanno ispirato le mie azioni.

Essere "straordinario nell'ordinario" è ciò che ha caratterizzato la quotidianità della prassi di san Leonardo Murialdo ed è ciò che ha costituito l'anelito di quanti, come me, hanno desiderato condividere il suo spirito. Leonardo Murialdo ha vissuto una confidenza illimitata nelle capacità e potenzialità di ogni ragazzo, animato da uno stile relazionale ricco di affetto. Da lui ho imparato che più che obiettivi terapeutici, occorre offrire risposte di accoglienza, cura, relazioni quotidiane, condividendo con i ragazzi il nostro tempo e la nostra persona, cosa molto più urgente ed importante che l'offerta di servizi. La relazione educativa comporta prima di tutto empatia, cordialità, attenzione, amore, affabilità, calore, cortesia, sincerità, realismo, naturalezza, normalità.

Mi preme sintetizzare qui ancora tre aspetti del metodo educativo di Leonardo Murialdo perché di fatto essi hanno contribuito a forgiare il mio stile di intervento a favore della gioventù.

Per Leonardo Murialdo allora, così per me oggi, è stato importante vigilare per non lasciarsi soffocare solo ed esclusivamente dagli aspetti organizzativi, curando con attenzione altre dimensioni della vita, come la costruzione di relazioni significative, la condivisione degli ideali e dei valori educativi, la disponibilità a vivere l'esperienza dell'accoglienza, riscoprendo l'ambiente della vita scolastica come ricchezze valide per qualificare e assicurare il diritto all'educazione.

Ugualmente sulle orme del Murialdo, è stato rilevante centrare l'opera educativa sul ragazzo e mettere in atto una pedagogia preventiva, affinché nessuno possa cadere in balia di valori effimeri.

Per concludere non posso trascurare che se è vero che i giovani sono i protagonisti nella realizzazione del loro progetto di vita, è, peraltro, innegabile che la comunità educatrice è chiamata ad una nuova evangelizzazione come testimone gioiosa e fedele del Dio che chiama a collaborare con la sua missione.

 

3. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Agnes Heller, Etica generale, Il Mulino, Bologna 1994, pp. 310.

- Agnes Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, Milano 1974, 1978, pp. 168.

- Agnes Heller, La teoria, la prassi e i bisogni, Savelli, Roma 1978, pp. 160.

- Agnes Heller, Morale e rivoluzione, Savelli, Roma 1979, pp. 128.

- Agnes Heller, Le condizioni della morale, Editori Riuniti, Roma 1985, pp. 68.

- Agnes Heller, Teoria dei sentimenti, Editori Riuniti, Roma 1980, 1981, pp. 304.

- Agnes Heller, Teoria della storia, Editori Riuniti, Roma 1982, pp. 344.

 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Numero 670 del 28 marzo 2015

 

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