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[Nonviolenza] Telegrammi. 1991



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 1991 del 20 maggio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com

 

Sommario di questo numero:

1. "Wilpf Italia": Il coraggio delle donne per la pace, il 20 maggio a Roma

2. Sostenere il centro antiviolenza "Erinna"

3. Tra pochi giorni verranno consegnate in Parlamento le firme a sostegno della proposta di legge d'iniziativa popolare per la Difesa nonviolenta

4. "Una sola umanita'". A Viterbo un incontro di testimonianza contro il razzismo

5. "Cultura di massa ed editoria di qualita'". Un incontro di riflessione a Viterbo con Paolo Arena

6. Vandana Shiva: Principi costitutivi di una democrazia della comunita' terrena

7. Rosa Luxemburg: Militarismo, guerra e classe operaia (1914)

8. Segnalazioni librarie

9. La "Carta" del Movimento Nonviolento

10. Per saperne di piu'

 

1. INCONTRI. "WILPF ITALIA": IL CORAGGIO DELLE DONNE PER LA PACE, IL 20 MAGGIO A ROMA

[Dalla Wilpf (la storica e prestigiosa Lega Internazionale di Donne per la Pace e la Liberta', per contatti: Wilpf Italia onlus, via Misurina 69, 00135 Roma, presidente Antonia Sani, e-mail: antonia.sani at alice.it, tel. e fax: 063723742) riceviamo e diffondiamo]

 

Era il 28 aprile 1915 quando oltre mille donne provenienti dai paesi in guerra e dagli Stati Uniti d'America si sono incontrate a L'Aja per dire no all'inutile strage e prospettare l'unica strategia possibile per un percorso di pace: pace nella giustizia sociale.

Da li' e' nato il primo nucleo della Women's International League for Peace and Freedom: la Wilpf che il 28 aprile scorso ha festeggiato a L'Aja il suo centenario.

Oggi la Wilpf e' diffusa in tutti i continenti ed opera per la difesa dei diritti umani, contro la violenza sulle donne, per il disarmo nucleare totale, per un'educazione alla pace nella giustizia sociale ed economica.

Noi Wilpf Italia vogliamo onorare questo importante anniversario con un seminario dedicato alle donne di Wilpf Italia, che nei difficili contesti postbellici si sono coraggiosamente battute per affermare i principi di uguaglianza, di solidarieta', di liberta' di coscienza.

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Mercoledi' 20 maggio 2015, alle ore 15,30, presso l'Universita' Roma Tre, aula magna del rettorato, via Ostiense 169 (metro B fermata San Paolo) seminario su "Il coraggio delle donne per la pace. Dagli anni Venti al secondo dopoguerra".

Alle ore 21, presso la Casa internazionale delle donne, via della Lungara 19 (primo piano), spettacolo teatrale "Le Figlie dell'Epoca" di Roberta Biagiarelli.

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Per informazioni e contatti: Wilpf Italia onlus, via Misurina 69, 00135 Roma, presidente Antonia Sani, e-mail: antonia.sani at alice.it, tel. e fax: 063723742.

 

2. REPETITA IUVANT. SOSTENERE IL CENTRO ANTIVIOLENZA "ERINNA"

 

Per sostenere il centro antiviolenza di Viterbo "Erinna" i contributi possono essere inviati attraverso bonifico bancario intestato ad Associazione Erinna, Banca Etica, codice IBAN: IT60D0501803200000000287042.

O anche attraverso vaglia postale a "Associazione Erinna - Centro antiviolenza", via del Bottalone 9, 01100 Viterbo.

Per contattare direttamente il Centro antiviolenza "Erinna": tel. 0761342056, e-mail: e.rinna at yahoo.it, onebillionrisingviterbo at gmail.com, sito: http://erinna.it

Per destinare al Centro antiviolenza "Erinna" il 5 per mille inserire nell'apposito riquadro del modello per la dichiarazione dei redditi il seguente codice fiscale: 90058120560.

 

3. REPETITA IUVANT. TRA POCHI GIORNI VERRANNO CONSEGNATE IN PARLAMENTO LE FIRME A SOSTEGNO DELLA PROPOSTA DI LEGGE D'INIZIATIVA POPOLARE PER LA DIFESA NONVIOLENTA

 

Tra pochi giorni verranno consegnate in Parlamento le firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per la "Istituzione e modalita' di funzionamento del Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta" promossa a livello nazionale da varie reti di associazioni pacifiste, nonviolente e di solidarieta'.

Chi avesse ancora dei moduli firmati (con i relativi certificati elettorali) deve inviarli immediatamente per raccomandata al centro di raccolta nazionale presso il Centro per la Nonviolenza, via Milano, 65, 25128 Brescia.

Per informazioni e contatti: segreteria nazionale della campagna "Un'altra Difesa e' possibile", c/o Movimento Nonviolento, via Spagna 8, 37123 Verona, tel. e fax: 0458009804, e-mail: info at difesacivilenonviolenta.org, sito: www.difesacivilenonviolenta.org

 

4. INCONTRI. "UNA SOLA UMANITA'". A VITERBO UN INCONTRO DI TESTIMONIANZA CONTRO IL RAZZISMO

 

Si e' svolto nel pomeriggio di martedi' 19 maggio 2015 a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" un incontro di testimonianza sul tema: "Una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera".

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Nel corso dell'incontro sono stati letti e commentati brevi testi di Hannah Arendt, di Shirin Ebadi, di Martin Luther King, di Primo Levi, di Nelson Mandela, di Franca Ongaro Basaglia, di Vandana Shiva, di Virginia Woolf.

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Al termine dell'incontro e' stato espressa ancora una volta la necessita' di un impegno corale e persuaso di tutti i movimenti democratici per ottenere che i governi europei aboliscano le infami misure razziste ancora in vigore; riconoscano il diritto di ogni essere umano ad entrare in Europa in modo legale e sicuro; rispettino finalmente il diritto di tutti gli esseri umani alla vita, alla dignita', alla solidarieta'; cessino di fare e fomentare guerre e massacri; ed attuino finalmente politiche di pace, smilitarizzazione, disarmo, nonviolenza.

Il razzismo e' un crimine contro l'umanita'.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

 

5. INCONTRI. "CULTURA DI MASSA ED EDITORIA DI QUALITA'". UN INCONTRO DI RIFLESSIONE A VITERBO CON PAOLO ARENA

 

Si e' svolto la sera di martedì 19 maggio 2015 a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" un incontro di riflessione sul tema: "Cultura di massa ed editoria di qualita'. Una riflessione di ritorno dal Salone internazionale del Libro di Torino".

All'incontro ha preso parte Paolo Arena.

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Paolo Arena, critico e saggista, studioso di cinema, arti visive, weltliteratur, sistemi di pensiero, processi culturali, comunicazioni di massa e nuovi media, e' uno dei principali collaboratori del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo e fa parte della redazione di "Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta", un'esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che per anni si sono svolti con cadenza settimanale a Viterbo; nel 2010 insieme a Marco Ambrosini e Marco Graziotti ha condotto un'ampia inchiesta sul tema "La nonviolenza oggi in Italia" con centinaia di interviste a molte delle piu' rappresentative figure dell'impegno nonviolento nel nostro paese. Ha tenuto apprezzate conferenze sul cinema di Tarkovskij all'Universita' di Roma "La Sapienza" e presso biblioteche pubbliche. Negli scorsi anni ha animato cicli di incontri di studio su Dante e su Seneca. Negli ultimi anni ha animato tre cicli di incontri di studio di storia della sociologia, di teoria del diritto, di elementi di economia politica. Fa parte di un comitato che promuove il diritto allo studio con iniziative di solidarieta' concreta.

 

6. MAESTRE. VANDANA SHIVA: PRINCIPI COSTITUTIVI DI UNA DEMOCRAZIA DELLA COMUNITA' TERRENA

[Il seguente testo e' estratto dall'introduzione del libro di Vandana Shiva, Il bene comune della Terra, Feltrinelli, Milano 2006, alle pp. 16-19.

Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti istituti di ricerca e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa dell'ambiente e delle culture native, e' oggi tra i principali punti di riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, nonviolenti, di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi. Tra le opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria, Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma 2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002; Le guerre dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003; Le nuove guerre della globalizzazione, Utet, Torino 2005; Il bene comune della Terra, Feltrinelli, Milano 2006; India spezzata, Il Saggiatore, Milano 2008; Dalla parte degli ultimi, Slow Food, 2008; Ritorno alla terra, Fazi, Roma 2009; Campi di battaglia, Edizioni Ambiente, Milano 2009; Semi del suicidio, Odradek, Roma 2009; Fare pace con la Terra, Feltrinelli, Milano 2012; Storia dei semi, Feltrinelli, Milano 2013]

 

1. Tutte le specie, tutti gli esseri umani e tutte le culture possiedono un valore intrinseco.

Tutti gli esseri viventi sono soggetti dotati di intelligenza, integrita' e di un'identita' individuale. Non possono essere ridotti al ruolo di proprieta' privata, di oggetti manipolabili, di materie prime da sfruttare o di rifiuti eliminabili. Nessun essere umano ha il diritto di possedere altre specie, altri individui, o di impadronirsi dei saperi di altre culture attraverso brevetti o altri diritti sulla proprieta' intellettuale.

2. La comunita' terrena promuove la convivenza democratica di tutte le forme di vita.

Siamo membri di un'unica famiglia terrena, uniti gli uni agli altri dalla fragile ragnatela della vita del pianeta. Pertanto e' nostro dovere assumere dei comportamenti che non compromettano l'equilibrio ecologico della Terra, nonche' i diritti fondamentali e la sopravvivenza delle altre specie e di tutta l'umanita'. Nessun essere umano ha il diritto di invadere lo spazio ecologico di altre specie o di altri individui, ne' di trattarli con crudelta' e violenza.

3. Le diversita' biologiche e culturali devono essere difese.

Le diversita' biologiche e culturali hanno un valore intrinseco che deve essere riconosciuto. Le diversita' biologiche sono fonti di ricchezza materiale e culturale che pongono le basi per la sostenibilita'. Le differenze culturali sono portatrici di pace. Tutti gli esseri umani hanno il dovere di difendere tali diversita'.

4. Tutti gli esseri viventi hanno il diritto naturale di provvedere al loro sostentamento.

Tutti i membri della comunita' terrena, inclusi gli esseri umani, hanno il diritto di provvedere al loro sostentamento: hanno diritto al cibo e all'acqua, a un ambiente sicuro e pulito, alla conservazione del loro spazio ecologico. Le risorse vitali necessarie per il sostentamento non possono essere privatizzate. Il diritto al sostentamento e' un diritto naturale perche' equivale al diritto alla vita. E' un diritto che non puo' essere accordato o negato da una nazione o da una multinazionale. Nessun paese e nessuna multinazionale ha il diritto di vanificare o compromettere questo genere di diritto, o di privatizzare le risorse comuni necessarie alla vita.

5. La democrazia della comunita' terrena si fonda su economie che apportano la vita e su modelli di sviluppo democratici.

La realizzazione di una democrazia della comunita' terrena presuppone una gestione democratica dell'economia, dei piani di sviluppo che proteggano gli ecosistemi e la loro integrita', provvedano alle esigenze di base di tutti gli esseri umani e assicurino loro un ambiente di vita sostenibile. Una concezione democratica dell'economia non prevede l'esistenza di individui, specie o culture eliminabili. L'economia della comunita' terrena e' un'economia che apporta nutrimento alla vita. I suoi modelli sono sempre sostenibili, differenziati, pluralistici, elaborati dai membri della comunita' stessa al fine di proteggere la natura e gli esseri umani e operare per il bene comune.

6. Le economie che apportano la vita si fondano sulle economie locali.

Il miglior modo di provvedere con efficienza, attenzione e creativita' alla conservazione delle risorse terrene e alla creazione di condizioni di vita soddisfacenti e sostenibili e' quello di operare all'interno delle realta' locali. Localizzare l'economia deve diventare un imperativo ecologico e sociale. Si dovrebbero importare ed esportare soltanto i beni e i servizi che non possono essere prodotti localmente, adoperando le risorse e le conoscenze del luogo. Una democrazia della comunita' terrena si fonda su delle economie locali estremamente vitali, che sostengono le economie nazionali e globali. Un'economia globale democratica non distrugge e non danneggia le economie locali, non trasforma le persone in rifiuti eliminabili. Le economie che sostengono la vita rispettano la creativita' di tutti gli esseri umani e producono contesti in grado di valorizzare al massimo le diverse competenze e capacita'. Le economie che apportano la vita sono differenziate e decentralizzate.

7. La democrazia della comunita' terrena e' una democrazia che tutela la vita.

Una democrazia che tutela la vita si fonda sul rispetto democratico di ogni forma vivente e su un comportamento democratico da adottare gia' a partire dalla quotidianita'. Ogni soggetto coinvolto ha il diritto di partecipare alle decisioni da prendere in merito al cibo, all'acqua, alla sanita' e all'istruzione. Una democrazia che tutela la vita cresce dal basso verso l'alto, al pari di un albero. La democrazia della comunita' terrena si fonda sulle democrazie locali, lasciando che le singole comunita' costituite nel rispetto delle differenze e delle responsabilita' ecologiche e sociali abbiano pieni poteri decisionali riguardo all'ambiente, alle risorse naturali, al sostentamento e al benessere dei loro membri. Il potere viene delegato ai livelli esecutivi piu' alti applicando il principio della sussidiarieta'. La democrazia della comunita' terrena si fonda sull'autoregolamentazione e sull'autogoverno.

8. La democrazia della comunita' terrena si fonda su culture che valorizzano la vita.

Le culture che valorizzano la vita promuovono la pace e creano degli spazi di liberta' per consentire il culto di religioni diverse e l'espressione di diverse fedi e identita'. Tali culture lasciano che le differenze culturali si sviluppino proprio a partire dalla nostra umanita' e dai nostri comuni diritti in quanto membri della comunita' terrena.

9. Le culture che valorizzano la vita promuovono lo sviluppo della vita stessa.

Le culture che valorizzano la vita si fondano sul riconoscimento della dignita' e sul rispetto di ogni forma di vita, degli uomini e delle donne di ogni provenienza e cultura, delle generazioni presenti e di quelle future.

Sono culture ecologiche che non producono stili di vita distruttivi o improntati al consumismo, basati sulla sovrapproduzione, sullo spreco o sullo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Le culture che valorizzano la vita sono molteplici, ma ispirate da un comune rispetto per il vivente. Riconoscono la compresenza di identita' diverse che condividono lo spazio comune della comunita' locale e danno voce a un sentimento di appartenenza che correla i singoli individui alla terra e a tutte le forme di vita.

10. La democrazia della comunita' terrena promuove un sentimento di pace e solidarieta' universale.

La democrazia della comunita' terrena unisce tutti i popoli e i singoli individui sostenendo valori quali la cooperazione e l'impegno disinteressato, anziche' separarli attraverso la competizione, il conflitto, l'odio e il terrore. In alternativa a un mondo fondato sull'avidita', sulla diseguaglianza e sul consumismo sfrenato, questa democrazia si propone di globalizzare la solidarieta', la giustizia e la sostenibilita'.

 

7. MAESTRE. ROSA LUXEMBURG: MILITARISMO, GUERRA E CLASSE OPERAIA (1914)

[Dal sito www.marxists.org riprendiamo il testo (estratto da Rosa Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1967, 1976, pp. 397-407) dell'autodifesa politica di Rosa Luxemburg dinanzi alla II sezione penale del Tribunale di Francoforte il 20 febbraio 1914. L'autodifesa fu successivamente stampata nell'opuscolo "Militarismus, Krieg und Arbeiterklasse" (testo su cui e' condotta la traduzione).

Rosa Luxemburg, 1871-1919, e' una delle piu' limpide figure del movimento dei lavoratori e dell'impegno contro la guerra e contro l'autoritarismo. Assassinata, il suo cadavere fu gettato in un canale e ripescato solo mesi dopo; ci sono due epitaffi per lei scritti da Bertolt Brecht, che suonano cosi': Epitaffio (1919): "Ora e' sparita anche la Rosa rossa, / non si sa dov'e' sepolta. / Siccome ai poveri ha detto la verita' / i ricchi l'hanno spedita nell'aldila'"; Epitaffio per Rosa Luxemburg (1948): "Qui giace sepolta / Rosa Luxemburg / Un'ebrea polacca / Che combatte' in difesa dei lavoratori tedeschi, / Uccisa / Dagli oppressori tedeschi. Oppressi, / Seppellite la vostra discordia". Opere di Rosa Luxemburg: segnaliamo almeno due fondamentali raccolte di scritti in italiano: Scritti scelti, Einaudi, Torino 1975, 1976; Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1967, 1976 (con una ampia, fondamentale introduzione di Lelio Basso). Opere su Rosa Luxemburg: Lelio Basso (a cura di), Per conoscere Rosa Luxemburg, Mondadori, Milano 1977; Paul Froelich, Rosa Luxemburg, Rizzoli, Milano 1987; P. J. Nettl, Rosa Luxemburg, Il Saggiatore, Milano 1970; Daniel Guerin, Rosa Luxemburg e la spontaneita' rivoluzionaria, Mursia, Milano 1974; AA. VV., Rosa Luxemburg e lo sviluppo del pensiero marxista, Mazzotta, Milano 1977]

 

I miei difensori hanno giuridicamente chiarito in modo esauriente gli elementi di fatto dell'accusa nella loro futilita'. Vorrei chiarire quindi l'accusa sotto un altro punto di vista. Tanto nella arringa odierna del procuratore di stato quanto nella sua accusa scritta ha una parte importante non soltanto il tenore letterale delle mie espressioni incriminate, ma ancor piu' la chiosa e la tendenza che avrebbe dovuto essere inerente a queste parole. Ripetutamente e con il massimo vigore e' stato rilevato dal procuratore di stato cio' che secondo il suo parere io avrei voluto e saputo, allorche' facevo le mie dichiarazioni in quelle riunioni. Ora, nei riguardi del momento psicologico interno del mio dire, sulla mia coscienza, nessuno puo' essere piu' competente di me e piu' di me in condizione di dare il chiarimento piu' completo e di fondo.

E io voglio premettere un rilievo: ben volentieri sono disposta a dare un totale chiarimento al procuratore di stato e a loro, signori giudici. Per eliminare il fattore principale, vorrei spiegare come cio' che il procuratore di stato, appoggiato dalle dichiarazioni dei suoi principali testimoni, ha descritto come corso delle mie idee, come mie intenzioni e miei sentimenti, non sia che una caricatura piatta, priva di spirito, tanto dei miei discorsi come in generale del metodo di agitazione socialdemocratico. Sentendo l'esposizione del procuratore di stato mi veniva da ridere interiormente e pensavo: qui abbiamo di nuovo un esempio classico di come una cultura normale sia insufficiente a comprendere il pensiero socialdemocratico, il nostro mondo ideale in tutta la sua complessita', sottigliezza scientifica e profondita' storica quando l'appartenenza a una classe sociale ne impedisce la visione. Se loro, signori giudici, avessero chiesto al piu' semplice, illetterato operaio delle migliaia che frequentano le mie riunioni, avrebbero ottenuto da lui un quadro ben differente, avrebbero tratto ben altra impressione dei miei discorsi. Si', i semplici uomini e donne del popolo lavoratore sono in grado di afferrare il nostro pensiero, che invece nel cervello di un procuratore di stato prussiano si riflette come in uno specchio curvo in forma di caricatura. Voglio adesso dimostrare cio' piu' minutamente in alcuni punti.

Il procuratore di stato ha ripetuto varie volte che io avrei "aizzato smodatamente" le migliaia di miei ascoltatori, gia' prima di quella frase incriminata che avrebbe rappresentato il culmine del mio discorso. Io dico: signor procuratore, noi socialdemocratici non aizziamo nessuno! Cosa vuol dire "aizzare"? Ho forse tentato di inculcare agli uditori qualcosa come questo: se voi giungerete in guerra come tedeschi in paese nemico, per esempio in Cina, fate in modo che nessun cinese dopo cento anni osi guardare un tedesco di traverso? (1) Se avessi parlato cosi', si potrebbe parlare di aizzamento. Ho forse tentato di ispirare nelle masse l'oscurantismo nazionale, lo sciovinismo, il disprezzo e l'odio per altre razze e popoli? Anche questo sarebbe stato certamente un aizzamento.

Ma io non ho parlato cosi' e cosi' non parla mai un socialdemocratico esperto. Quello che io ho fatto in quelle riunioni di Francoforte e quello che noi socialdemocratici facciamo sempre con la parola e con gli scritti e' di illuminare le masse operaie, renderle coscienti dei loro interessi di classe e dei loro compiti storici, far loro presenti le grandi linee dello sviluppo storico, le tendenze dei rivolgimenti economici politici e sociali che si compiono in seno alla nostra odierna societa', che porteranno necessariamente a far si' che a un certo momento della evoluzione l'attuale ordinamento sociale venga eliminato e sostituito dal superiore ordinamento socialistico. E cosi' noi, ponendoci sul terreno delle prospettive storiche che ha un'efficacia mobilitante, agitiamo e solleviamo anche la vita morale delle masse. Partendo dallo stesso grande punto di vista, noi procediamo - in quanto per noi socialdemocratici tutto porta a una concezione della vita armonica, coerente, posta su basi scientifiche - nella nostra agitazione contro la guerra e contro il militarismo. E se il signor procuratore coi suoi meschini testimoni principali non concepisce tutto cio' che come un semplice lavoro di aizzamento, questa concezione rozza e semplicistica e' dovuta unicamente e soltanto alla incapacita' del procuratore di stato di pensare in termini socialdemocratici.

Il procuratore di stato ha inoltre ripetutamente parlato dei miei pretesi accenni all'"assassinio dei superiori". Questi nascondevano, ma tutti comprendevano, l'accenno all'uccisione degli ufficiali, chiarendo cosi' in modo particolare la mia anima nera e la pericolosita' dei miei intendimenti. Io li prego di ammettere per un momento persino l'esattezza delle espressioni che mi sono state messe in bocca; in questo caso loro debbono riconoscere, dopo qualche riflessione, che proprio su questo punto il procuratore - nel lodevole tentativo di dipingermi il piu' nero che fosse possibile - e' andato completamente fuori strada. Infatti quando e contro quali "superiori" avrei incitato all'assassinio? La stessa accusa asserisce che io avrei raccomandato l'introduzione in Germania del sistema della milizia; avrei indicato come l'elemento essenziale di questo sistema, il dovere di consegnare alle truppe perche' le portino a casa, le armi personali come avviene in Svizzera. Ed a cio' - notare: a cio' - avrei aggiunto che le armi potevano poi andare anche in un senso diverso di quello gradito ai governanti. E' quindi chiaro: il procuratore mi accusa di aver incitato all'assassinio non dei superiori dell'attuale sistema militare tedesco, bensi' dei superiori della futura milizia tedesca! La nostra propaganda in favore del sistema della milizia viene combattuta al massimo e nell'accusa mi viene ascritta come delitto. E in pari tempo il procuratore di stato si sente indotto ad occuparsi della vita degli ufficiali di questo sistema della milizia cosi' rigorosamente proibito, che io vado mettendo in pericolo. Ancora un passo e il signor procuratore, nel fervore dello scontro, elevera' contro di me l'accusa di incitare ad attentati contro il Presidente della futura repubblica tedesca!

Che cosa ho detto in realta' del cosiddetto assassinio dei superiori? Qualcosa di assolutamente diverso! Nel mio discorso avevo accennato al fatto che l'attuale militarismo viene solitamente motivato dai suoi paladini ufficiali con la frase della necessaria difesa della patria. Se questo interesse della patria fosse inteso onestamente e sinceramente, allora - cosi' dicevo - le classi dominanti non avrebbero altro da fare che mettere in pratica la vecchia rivendicazione programmatica della socialdemocrazia, il sistema della milizia. Poiche' soltanto questa sarebbe l'unica sicura garanzia della difesa della patria, in quanto solamente il popolo libero, che entra in campo contro il nemico per propria decisione, e' un baluardo sufficiente e fidato per la liberta' e l'indipendenza della patria. Soltanto allora si potrebbe dire "Cara patria puoi stare tranquilla". Perche' dunque, chiedevo io, i paladini ufficiali della patria non vogliono sentir parlare di questo unico sistema efficace di difesa? Soltanto perche' ad essi non importa ne' in prima ne' in seconda linea della difesa della patria, quanto delle guerre di conquista imperialistica per le quali la milizia certo non serve. In piu' le classi dominanti hanno timore di mettere le armi in mano al popolo lavoratore, perche' la cattiva coscienza degli sfruttatori fa loro temere che le armi potrebbero andare anche in un senso non gradito ai governanti.

Cosi' quello che io formulavo quale timore delle classi governanti, mi viene imputato dal procuratore di stato, sulla base della parola dei suoi impacciati testimoni principali, come mio asserto personale. E' questa una nuova dimostrazione di quale guazzabuglio abbia causato nel suo cervello l'incapacita' assoluta di seguire il corso del pensiero socialdemocratico.

Del pari assolutamente falsa e' l'affermazione dell'accusa che io avrei raccomandato l'esempio olandese, secondo il quale nell'esercito coloniale il soldato e' libero di abbattere il superiore che lo maltratti. In realta', quella volta parlando in merito al militarismo e al maltrattamento dei soldati, citavo il nostro indimenticabile Bebel ricordando come uno dei capitoli piu' importanti della sua attivita' sia stato la lotta in seno al Reichstag contro il maltrattamento dei soldati. Per illustrare l'argomento citai allora vari discorsi di Bebel tratti dai resoconti stenografici delle sedute al Reichstag - i quali, per quanto mi consta, sono legalmente permessi -. Fra gli altri, quello del 1893 sui costumi dell'esercito coloniale olandese. Loro vedono, miei signori, come anche qui il signor procuratore nel suo zelo abbia preso un abbaglio: la sua accusa in ogni caso non doveva essere contestata a me ma a un altro.

Vengo ora al punto piu' rilevante dell'accusa. Il procuratore di stato ricava il suo attacco principale, cioe' l'affermazione che nel discorso incriminato io avrei incitato i soldati in caso di guerra a non sparare sul nemico contrariamente agli ordini, da una deduzione che gli sembra evidentemente di inconfutabile forza probante e di logica stringente. Egli deduce quanto segue: poiche' io facevo dell'agitazione contro il militarismo, poiche' io volevo impedire la guerra, non potevo evidentemente seguire altra via, non potevo avere in vista altro mezzo efficace che quello di intimare direttamente ai soldati: se vi si ordina di sparare, non sparate! Davvero signori giudici: quale conclusione convincente, quale logica stringente!

Tuttavia mi si permetta di dichiarare: questa logica e questa conclusione risultano dalla concezione del procuratore di stato, non dalla mia, non da quella della socialdemocrazia. A questo punto li prego di prestare particolare attenzione. Io dico: la conclusione che l'unico mezzo efficace per evitare le guerre consista nel rivolgersi direttamente ai soldati e di incitarli a non sparare - questa conclusione e' soltanto l'altra faccia di quella concezione secondo cui, fintantoche' il soldato obbedisce agli ordini dei suoi superiori, tutto nello Stato e' ben sistemato, secondo cui - per dirla in breve - il fondamento del potere statale e del militarismo e' rappresentato dall'obbedienza cadaverica del soldato. Questa concezione del signor procuratore trova un armonioso completamento ad esempio in quel discorso pubblicato ufficialmente dal massimo signore della guerra, secondo il quale il kaiser, ricevendo il re dei greci a Postdam il 6 novembre dello scorso anno, ha detto che la vittoria dell'esercito greco dimostra "che i principi seguiti dal nostro comando generale e dalle nostre truppe, se esattamente applicati, portano sempre alla vittoria". Il comando generale con i suoi "principi" ed il soldato con la sua obbedienza cadaverica - ecco le basi della condotta della guerra e la garanzia della vittoria. Ora, noi socialdemocratici non siamo precisamente di questa opinione. Noi pensiamo piuttosto che per l'insorgere e per l'esito delle guerre non siano decisivi soltanto l'esercito, i "comandi" dall'alto e l'obbedienza cieca in basso, ma che sia la grande massa del popolo lavoratore che decide e che deve decidere. Noi siamo d'opinione che le guerre possono venire condotte solo quando e solo finche' la massa del popolo lavoratore o le fa con entusiasmo, perche' le ritiene cosa giusta o necessaria, o almeno le sopporta pazientemente. Quando invece la grande maggioranza della popolazione lavoratrice arriva a convincersi - e svegliare in essa questo convincimento, questa coscienza e' proprio il compito che ci poniamo noi socialdemocratici - quando, dico, la maggioranza del popolo giunge a convincersi che le guerre sono un fenomeno barbaro, profondamente immorale, reazionario e nemico del popolo, allora le guerre sono diventate impossibili - ed il soldato obbedisca pure in principio ai comandi dei superiori! Secondo il concetto del procuratore di stato la parte che fa la guerra e' l'esercito, secondo il nostro, e' il popolo. Questo ha da decidere se le guerre vanno fatte o no. E' alla massa degli uomini e delle donne che lavorano, vecchi e giovani, che spetta decidere circa l'essere o non essere del militarismo attuale, e non a quella piccola particella di questo popolo che sta nel cosiddetto abito del re (2).

E se ho detto questo, ho contemporaneamente una classica testimonianza in mano, che questa e' in realta' la mia, la nostra concezione.

Per caso sono in grado di rispondere alla domanda del procuratore di stato di Francoforte: chi avessi inteso allorche', in un mio discorso tenuto a Francoforte, dissi: "noi non facciamo questo". Il 17 aprile 1910 ho parlato qui, al Circo Schumann, davanti a circa 6.000 persone, sulla lotta per il diritto di voto in Prussia - come sanno, allora la nostra lotta era al suo apice e trovo nel testo stenografico di quel discorso a p. 10 il seguente passo:

"Egregi ascoltatori! Io dico: nell'attuale lotta per il diritto di voto, come in tutte le questioni politiche importanti del progresso in Germania, siamo tutti soli, abbandonati a noi stessi. Ma chi siamo "noi"? "Noi" siamo i milioni di proletari e proletarie di Prussia e Germania. Si', noi siamo piu' di un numero. Noi siamo i milioni di coloro del cui lavoro manuale vive la societa'. E basta che questo semplice fatto metta radici nella coscienza delle piu' larghe masse del proletariato tedesco, perche' venga infine il momento che in Prussia sia dimostrato alla reazione imperante che il mondo puo' ben fare a meno degli Junker dell'Elba orientale, ed anche dei conti del Centro, e dei consiglieri segreti ed occorrendo anche dei procuratori di stato (agitazione), ma che non puo' esistere ventiquattro ore, se gli operai incrociano le braccia".

Loro vedono che io esprimo chiaramente quale sia secondo il nostro modo di vedere il centro di gravita' della vita politica e dei destini dello Stato: nella coscienza, nella volonta' chiaramente formata, nella decisione della grande massa lavoratrice. E proprio cosi' pure concepiamo la questione del militarismo. Se la classe operaia giunge alla maturita' e alla decisione di non permettere piu' guerre, le guerre sono diventate impossibili.

Ma io ho ancora altre dimostrazioni del fatto che noi comprendiamo cosi' e non in altro modo l'agitazione antimilitaristica. Io debbo stupirmi: il procuratore di stato si da' grande pena per distillare con interpretazioni, ipotesi, deduzioni arbitrarie dalle mie parole in qual guisa io abbia potuto pensare di agire contro la guerra. Aveva invece a disposizione materiale dimostrativo in quantita'. Noi non conduciamo la nostra agitazione antimilitaristica nella segreta oscurita', nascostamente - no, alla piu' chiara luce della pubblicita'. Da decenni la lotta contro il militarismo forma l'oggetto principale della nostra agitazione. Fin dalla vecchia Internazionale e' oggetto di discussioni e voti di quasi tutti i congressi, come pure dei congressi del partito tedesco. Il procuratore di stato non avrebbe che da affondare le mani nella piena realta' della vita: in qualunque punto avesse afferrato, sarebbe sempre interessante. Non mi e' possibile, sfortunatamente, esporre qui tutto l'ampio materiale relativo. Mi permettano tuttavia di citare l'essenziale.

Gia' il congresso di Bruxelles dell'Internazionale, nell'anno 1868, indica misure pratiche per impedire la guerra. Nella sua risoluzione e' detto fra l'altro:

"Che i popoli possono gia' attualmente limitare il numero delle guerre, opponendosi a coloro che le guerre fanno e dichiarano;

"che questo diritto spetta in modo particolare alle classi operaie, che sono quasi le sole che vengono chiamate al servizio militare e che per questa ragione sono le sole che possano dare una sanzione;

"che a tale scopo esse hanno a disposizione un mezzo pratico, legale e di immediata realizzazione;

"che la societa' non potrebbe infatti continuare a vivere se la produzione venisse a cessare per qualche tempo. I lavoratori-produttori non avrebbero quindi che da cessare di produrre per rendere impossibili ai governi personali e dispotici di porre in atto le loro imprese;

"il congresso di Bruxelles dell'Associazione internazionale dei lavoratori dichiara di protestare energicamente contro la guerra ed invita tutte le sezioni dell'associazione nei singoli paesi, come pure tutte le societa' operaie e le organizzazioni operaie senza distinzione, ad agire con il massimo impegno onde evitare una guerra fra popolo e popolo che, al giorno d'oggi, in quanto guerra fatta fra lavoratori, quindi fratelli e cittadini, sarebbe da ritenersi una guerra civile.

"Il congresso raccomanda ai lavoratori specialmente la sospensione del lavoro nel caso che nei loro rispettivi paesi scoppiasse una guerra".

Lascio da parte le altre numerose risoluzioni della vecchia Internazionale e passo al congresso della nuova Internazionale. E il congresso di Zurigo del 1893 dichiarava:

"La posizione dei lavoratori nei confronti della guerra e' nettamente definita dalle conclusioni del congresso di Bruxelles sul militarismo. La socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale deve opporsi in tutti i paesi e con tutte le sue forze alle brame schiavistiche della classe dominante; rinsaldare sempre piu' fermamente il legame di solidarieta' fra i lavoratori di tutti i paesi; operare senza tregua per l'eliminazione del capitalismo che divide l'umanita' in due campi nemici e aizza i popoli gli uni contro gli altri. Con il superamento del dominio di classe scompare anche la guerra. La caduta del capitalismo e' la pace del mondo".

Il congresso di Londra del 1896 dichiara:

"Soltanto la classe operaia puo' avere la seria volonta' e conseguire il potere di stabilire la pace nel mondo. A tale scopo chiede:

1. Contemporanea abolizione degli eserciti permanenti in tutti gli Stati e istituzione dell'armamento popolare.

2. Istituzione di un tribunale arbitrale internazionale, le cui decisioni abbiano forza di legge.

3. Decisione definitiva su guerra o pace direttamente da parte del popolo, nel caso che i governi non intendessero accettare la decisione del tribunale arbitrale".

Il congresso di Parigi del 1900 consiglia specialmente come mezzo pratico di lotta contro il militarismo:

"Che i partiti socialisti intraprendano ovunque l'educazione e la organizzazione dei giovani allo scopo di combattere il militarismo e proseguano nello sforzo con il massimo fervore".

Mi permettano ancora di riportare un passo importante della risoluzione del congresso di Stoccarda del 1907, nel quale e' raccolta con grande plasticita' tutta una serie di misure pratiche da prendersi da parte della socialdemocrazia nella lotta contro la guerra. E' detto:

"In realta', a partire dal congresso internazionale di Bruxelles il proletariato ha intrapreso le piu' svariate forme di azione nella sua lotta instancabile contro il militarismo con crescente energia e successo, rifiutando i mezzi per l'armamento di terra e di mare, tentando di democratizzare l'organizzazione militare, nell'intento di evitare lo scoppio di guerre o di farle cessare, nonche' in quello di sfruttare gli squilibri della societa' provocati dalla guerra a vantaggio della liberazione della classe operaia: cosi' specialmente l'accordo dei sindacati inglesi e francesi dopo l'incidente di Fascioda, per assicurare la pace e per il ristabilimento di amichevoli relazioni fra Francia ed Inghilterra; l'atteggiamento dei partiti socialisti al parlamento tedesco e a quello francese nel corso della crisi marocchina; le manifestazioni avvenute allo stesso scopo ad opera dei socialisti francesi e tedeschi; l'azione comune dei socialisti austriaci e italiani che si riunivano a Trieste per evitare un conflitto fra i due Stati; inoltre, l'intervento energico delle masse operaie socialiste svedesi al fine di impedire un attacco alla Norvegia; da ultimo l'eroico sacrificio e le lotte di massa degli operai e dei contadini socialisti di Russia e Polonia per opporsi alla guerra scatenata dallo zarismo, per farla cessare e per utilizzare la crisi per la liberazione dei paesi e delle classi lavoratrici. Tutti questi sforzi testimoniano la potenza crescente del proletariato e il suo crescente impulso ad assicurare il mantenimento della pace mediante interventi decisivi".

Ed ora io chiedo: trovano lor signori in tutte queste risoluzioni e conclusioni anche una sola intimazione che voglia significare che noi ci mettiamo davanti ai soldati e gridiamo loro: non sparate! E perche'? Forse perche' temiamo le conseguenze di una simile agitazione, gli articoli punitivi? Oh, saremmo gente misera e dappoco se per paura delle conseguenze tralasciassimo qualche cosa che avessimo riconosciuta necessaria e utile. No, noi non lo facciamo perche' diciamo: quelli che sono nel cosiddetto abito del re sono soltanto una parte della popolazione lavoratrice e se questa raggiunge la necessaria coscienza che la guerra e' riprovevole e dannosa al popolo, allora anche i soldati comprenderanno (da soli), senza le nostre intimazioni, quel che devono fare nel caso specifico.

Loro vedono, signori, come la nostra agitazione contro il militarismo non sia tanto povera e semplicistica come la immagina il signor procuratore. Abbiamo a nostra disposizione molti e diversi mezzi d'azione: educazione dei giovani - e noi questo mezzo applichiamo con energia e risultato duraturo, nonostante tutte le difficolta' che ci vengono frapposte -, propaganda in favore del sistema della milizia, riunioni di massa, dimostrazioni di piazza... E per ultimo: guardino all'Italia. Come hanno risposto laggiu' i lavoratori coscienti all'avventura tripolina? Con uno sciopero dimostrativo di massa, che e' stato condotto nel modo piu' brillante. E come ha reagito di conseguenza la socialdemocrazia tedesca? Il 12 novembre 1912 gli operai berlinesi votavano in dodici assemblee una risoluzione nella quale ringraziavano i compagni italiani per lo sciopero di massa.

Gia', lo sciopero di massa! dice il procuratore di stato. E' proprio qui che egli crede di avermi afferrata di nuovo, nelle mie pericolosissime idee di distruzione di governi. Il procuratore di stato basava oggi la sua accusa specialmente insistendo sulla mia opera di agitazione per lo sciopero di massa, al quale egli legava le piu' spaventose prospettive di rovesciamento violento, quali possono esistere soltanto nella fantasia di un procuratore di stato prussiano. Signor procuratore di stato, se io potessi presupporre in lei la minima possibilita' di afferrare una piu' nobile concezione storica, il nesso delle idee socialdemocratiche, le spiegherei, come faccio con successo in ogni riunione popolare, che gli scioperi di massa in quanto rappresentano un momento determinato nella evoluzione delle condizioni attuali, non vengono "fatti", cosi' come non si "fanno" le rivoluzioni. Gli scioperi di massa sono una tappa della lotta di classe, alla quale ci porta ad ogni modo con necessita' naturale il nostro sviluppo attuale. Tutto il nostro compito, della socialdemocrazia, a questo riguardo consiste nel rendere chiara alla coscienza della classe operaia questa tendenza dello sviluppo, affinche' i lavoratori siano all'altezza dei loro compiti, una massa di popolo educata, disciplinata, matura, decisa e attiva.

Anche qui, come loro vedono, quando il procuratore di stato nell'accusa agita il fantasma dello sciopero di massa quale egli lo concepisce, vuol punirmi in realta' per i suoi pensieri e non per i miei.

Ora voglio concludere. Una cosa soltanto vorrei rilevare ancora. Nella sua esposizione, il signor procuratore ha dedicato molta attenzione specialmente alla mia piccola persona. Mi ha descritta come un grande pericolo per la sicurezza dell'ordine statale, non ha nemmeno disdegnato di scendere a un livello volgare e mi ha chiamata "Rosa rossa". Ha anche osato insinuare sospetti nei riguardi del mio onore personale, esponendo il timore che io fuggissi nel caso la sua proposta di condanna venisse accolta. Signor procuratore, non mi degno di rispondere per la mia persona a tutti i suoi attacchi. Ma una cosa voglio dirle: Lei non conosce la socialdemocrazia. (Il presidente, interrompendo: "Noi non possiamo ascoltare qui un discorso politico"). Nel solo 1913 molti suoi colleghi hanno lavorato col sudore alla fronte, in modo da riversare sulla nostra stampa un totale di 60 mesi di carcere. Ha forse lei sentito dire che uno solo dei condannati abbia tentato la fuga per timore del castigo? Crede lei che questa infinita' di condanne abbia portato anche un solo socialdemocratico a vacillare, oppure lo abbia scosso nell'adempimento del suo dovere? Oh no, la nostra opera se ne ride di tutti i raggiri dei suoi paragrafi punitivi, essa cresce e prospera nonostante tutti i procuratori di stato!

Per ultimo, ancora una parola soltanto sull'attacco inqualificabile che ricade sul suo autore. Il procuratore di stato ha detto testualmente - me lo son notato - che egli propone l'arresto immediato perche' "sarebbe inconcepibile che l'accusata non tentasse la fuga". Cio' vuol dire in altre parole: se io, procuratore di stato, avessi da scontare un anno di carcere, io tenterei la fuga. Signor procuratore, le credo, lei fuggirebbe. Un socialdemocratico non fugge. Egli conferma i suoi atti e se ne ride dei suoi castighi. E adesso mi condannino.

*

Note

1. Rosa Luxemburg allude qui ironicamente al famoso discorso dell'imperatore Guglielmo II, rivolto ai soldati tedeschi in partenza per la Cina per partecipare alla spedizione internazionale contro la rivolta dei Boxer.

2. Divisa militare.

 

8. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Walter Laqueur (a cura di), Dizionario dell'Olocausto, Einaudi, Torino 2004, 2007, pp. XXXIV + 934.

 

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

10. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

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TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 1991 del 20 maggio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com , sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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