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[Nonviolenza] Telegrammi. 2024



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2024 del 24 giugno 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com

 

Sommario di questo numero:

1. Per sostenere il centro antiviolenza "Erinna"

2. "Analisi critiche della societa' dei consumi". Un incontro di studio a Viterbo

3. "Autrici classiche novecentesche e filosofie femministe". Un incontro di riflessione a Viterbo

4. Enrico Peyretti presenta "A colpi di cuore" di Anna Bravo (2008)

5. Emilio Jona presenta "Raccontare per la storia" di Anna Bravo (2014)

6. Segnalazioni librarie

7. La "Carta" del Movimento Nonviolento

8. Per saperne di piu'

 

1. REPETITA IUVANT. PER SOSTENERE IL CENTRO ANTIVIOLENZA "ERINNA"

 

Per sostenere il centro antiviolenza delle donne di Viterbo "Erinna" i contributi possono essere inviati attraverso bonifico bancario intestato ad Associazione Erinna, Banca Etica, codice IBAN: IT60D0501803200000000287042.

O anche attraverso vaglia postale a "Associazione Erinna - Centro antiviolenza", via del Bottalone 9, 01100 Viterbo.

Per contattare direttamente il Centro antiviolenza "Erinna": tel. 0761342056, e-mail: e.rinna at yahoo.it, onebillionrisingviterbo at gmail.com, sito: http://erinna.it

Per destinare al Centro antiviolenza "Erinna" il 5 per mille inserire nell'apposito riquadro del modello per la dichiarazione dei redditi il seguente codice fiscale: 90058120560.

 

2. INCONTRI. "ANALISI CRITICHE DELLA SOCIETA' DEI CONSUMI". UN INCONTRO DI STUDIO A VITERBO

 

Si e' svolto nel pomeriggio di martedi' 23 giugno 2015 a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" un incontro di studio sul tema: "Analisi critiche della societa' dei consumi. Da Georg Simmel, Hannah Arendt, Guenther Anders, la scuola di Francoforte e Vance Packard a Luciano Gallino, Vandana Shiva, Francuccio Gesualdi, Zygmunt Bauman, Naomi Klein".

All'incontro ha preso parte Marco Graziotti.

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Marco Graziotti e' uno dei principali collaboratori del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo; nel 2010 insieme a Marco Ambrosini e Paolo Arena ha condotto un'ampia inchiesta sul tema "La nonviolenza oggi in Italia" con centinaia di interviste a molte delle piu' rappresentative figure dell'impegno nonviolento nel nostro paese. Laureato in Scienze della comunicazione, e' autore di un apprezzato lavoro su "Nuove tecnologie e controllo sociale nella ricerca di David Lyon"; recentemente ha realizzato una rilevante ricerca su "Riflessi nella letteratura e nel cinema della boxe come realta' complessa e specchio della societa' della solitudine di massa e della sopraffazione e mercificazione universale", interpretando con adeguate categorie desunte dalle scienze umane e filologiche numerose opere letterarie e cinematografiche; piu' recentemente ancora ha realizzato una ricerca sulle istituzioni e le politiche finanziarie europee facendo specifico riferimento alle analisi di Luciano Gallino e di Francuccio Gesualdi.

 

3. INCONTRI. "AUTRICI CLASSICHE NOVECENTESCHE E FILOSOFIE FEMMINISTE". UN INCONTRO DI RIFLESSIONE A VITERBO

 

Si e' svolto la sera di martedi' 23 giugno 2015 a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" un incontro di riflessione sul tema: "Autrici classiche novecentesche e filosofie femministe".

All'incontro ha preso parte Paolo Arena.

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Paolo Arena, critico e saggista, studioso di cinema, arti visive, weltliteratur, sistemi di pensiero, processi culturali, comunicazioni di massa e nuovi media, e' uno dei principali collaboratori del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo e fa parte della redazione di "Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta", un'esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che per anni si sono svolti con cadenza settimanale a Viterbo; nel 2010 insieme a Marco Ambrosini e Marco Graziotti ha condotto un'ampia inchiesta sul tema "La nonviolenza oggi in Italia" con centinaia di interviste a molte delle piu' rappresentative figure dell'impegno nonviolento nel nostro paese. Ha tenuto apprezzate conferenze sul cinema di Tarkovskij all'Universita' di Roma "La Sapienza" e presso biblioteche pubbliche. Negli scorsi anni ha animato cicli di incontri di studio su Dante e su Seneca. Negli ultimi anni ha animato tre cicli di incontri di studio di storia della sociologia, di teoria del diritto, di elementi di economia politica. Fa parte di un comitato che promuove il diritto allo studio con iniziative di solidarieta' concreta.

 

4. LIBRI. ENRICO PEYRETTI PRESENTA "A COLPI DI CUORE" DI ANNA BRAVO (2008)

[Dal sito del "Centro studi Sereno Regis" di Torino riprendiamo queste note dell'ottobre 2008.

Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza; e' stato presidente della Fuci tra il 1959 e il 1961; nel periodo post-conciliare ha animato a Torino alcune realta' ecclesiali di base; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; Il diritto di non uccidere. Schegge di speranza, Il Margine, Trento 2009; Dialoghi con Norberto Bobbio, Claudiana, Torino 2011; Il bene della pace. La via della nonviolenza, Cittadella, Assisi 2012; Elogio della gratitudine, Cittadella, Assisi 2015; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, che e stata piu' volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli, indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.info e alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia (ormai da aggiornare) degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n. 68.

Anna Bravo, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Societa' italiana delle storiche, e dei comitati scientifici dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni culturali. Luminosa figura della nonviolenza in cammino, della forza della verita'. Tra le opere di Anna Bravo: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall'Italia,  Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell'Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003; A colpi di cuore, Laterza, Roma-Bari 2008; (con Federico Cereja), Intervista a Primo Levi, ex deportato, Einaudi, Torino 2011; La conta dei salvati, Laterza, Roma-Bari 2013; Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014]

 

Anna Bravo, A colpi di cuore. Storie del sessantotto, Laterza 2008, pp. 322.

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Appunti dalla presentazione nella Libreria Torre di Abele, Torino, 3 ottobre 2008

Oggi siamo nell'anti-Sessantotto: l'autoritarismo e' crescente, il potere di governo non ascolta altre parole, e dichiara che fare cosi' e' il suo programma. Si accusa di sfascio il Sessantotto. Il 25 settembre (mi pare a Zapping, su Radiouno), Marcello Veneziani parla di don Milani come "soviet dell'ignoranza". Molto piu' seriamente, Armido Rizzi ha criticato quel lato edonistico del Sessantotto che ha dato luogo al "liberismo etico", parallelo a quello economico (Oltre l'erba voglio, Cittadella 2003). Moderatamente, Pietro Scoppola scriveva: "Col Sessantotto si e' spezzato un equilibrio, ma non se ne e' formato uno nuovo" (Un cattolico a modo suo, Morcelliana 2008, p. 101).

Anna Bravo scrive in questo libro storie partecipate, con liberta' critica, non avversa, non disconoscente: racconta e ripensa da partecipe e libera. Segnalo subito il suo netto giudizio sul collegamento volgarmente fatto tra Sessantotto e terrorismo: questa, dice l'Autrice, e' "una tesi storiograficamente debole, ideologicamente fortissima" (p. 231).

Il Sessantotto fu la presa di parola dal basso, un atto di quel "potere di tutti", teorizzato come la politica nonviolenta da Aldo Capitini (morto proprio in quell'anno, il 19 ottobre), un atto certamente positivo. Poi, si deve valutare di quale contenuto, specialmente nei suoi sviluppi, si e' riempita la presa di parola. Di un prevalente individualismo, io temo. Ci fu un comunitarismo piuttosto apparente, un assemblearismo leaderizzato, una liberta' scivolante nella massificazione del privato: tutti insieme ciascuno per se'. Il privato, negli effetti del Sessantotto, prevale sul comunitario. Fu un momento di "felicita' pubblica" (p. 25), ma poi la diaspora ando' alla "ricerca della felicita' privata" (p. 106). La liberta' individuale prevalse sulla giustizia da rendere, da restituire, a chi ne e' privato. Dell'art. 3 della Costituzione, stella polare della nostra democrazia repubblicana, il  primo comma oscuro' il secondo.

Con cio', si puo' dire che il Sessantotto fu di destra? No. Ma resta il fatto che, alla lunga, al Sessantotto e' seguita la epocale "rivoluzione dei ricchi". Questo fatto mi tormenta. Ne ha colpa il Sessantotto? Bisogna porsela questa domanda. Ho provato a scriverne su "il foglio", n. 355, ottobre 2008 (www.ilfoglio.info).

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Anna Bravo accenna in piu' punti alla componente cattolica del Sessantotto. Meriterebbe svolgere una apposita ricerca su Sessantotto e cattolicesimo in Italia e non solo. Il Concilio, di poco precedente (1962-'65), non era ancora archiviato; c'erano grandi attese di rinnovamento, poi vennero frenate e delusioni, sorsero i "cattolici del dissenso" (preferisco dire "cattolici critici"). Si puo' ipotizzare una influenza reciproca tra Sessantotto e cattolicesimo conciliare. Oggi, l'ultimo effetto e' due livelli di chiesa: una chiesa minore, della uguaglianza, vicinanza, fraternita' non clericale, aperta e comunicante (ove piu', ove meno) con tutti (i non credenti, sulla base della serieta' di vita, le altre religioni, gli impegnati per la giustizia, i non collaboratori con le violenze istituzionali...); una chiesa, questa, impegnata a "pregare e operare per la giustizia" (Bonhoeffer). Questa prima chiesa reale non esce necessariamente dal cattolicesimo, e' "ne' senza ne' contro ne' sotto" l'altra chiesa, quella "tele-visiva" (= che si vede da lontano), gerarchica, diseguale, con una teologia clericale, che agisce come un partito informale nella societa', con suoi interessi e la sua potenza, che crede (o dice) di salvare con questi mezzi il messaggio di Cristo, mentre lo compromette. Questa chiesa "grossa" fa ostacolo a Cristo, ma anche coinvolge masse semplici, povere di senso critico, con una fede devozionale e privata, incapaci di fermento storico nella societa', disponibili al "capo" religioso o politico. Questa chiesa e' sedotta dagli "atei devoti", quei ben interessati e cinici "difensori della fede", che la usano per mantenere le gerarchie sociali.

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Il Sessantotto ha fatto gioire e ha fatto soffrire. Anna Bravo e' attenta a questo lato delle cose. Chi ha fatto soffrire? Propongo una considerazione sulla spaccatura-distanza con la generazione precedente. Non i baroni, ma i genitori, quelli che avevano fatto la ricostruzione, nel ventennio 1945-'68, col culto del lavoro, con molti sacrifici, ed erano consapevoli di offrire qualcosa ai loro figli. Offrivano anche una iniziale ideologia del benessere, che i figli del movimento in parte (soltanto in parte) criticavano. Ma soffrivano, questi genitori. Nel libro non ci sono molto. Norberto Bobbio (citato a p. 43) scriveva a me il 15 ottobre 1995 (allora compivo 60 anni): "I miei sessant'anni coincisero con gli eventi sconvolgenti, sia per il rapporto con gli studenti, sia per il rapporto coi miei figli, del Sessantotto. Li ricordo come la seconda spaccatura della mia vita; la prima fu la caduta del fascismo e la Resistenza". Non che avesse sofferto per la caduta del fascismo, certo, ma quella fu un cambiamento della realta'. Cosi' come il Sessantotto. Piu' di altri docenti, Bobbio capi' gli studenti e i figli, ma nello stesso tempo ne fu "sconvolto".

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Del libro, guardero' soprattutto il capitolo sulla violenza e nonviolenza, ma tanti altri sono i temi importanti.

La memoria: il Sessantotto e' ormai storia, anche per chi lo fece come un'esperienza che quasi voleva bruciare la memoria, ri-fondare il modo di vivere (p. 26). "Abbiamo vinto male e perso bene" (pp. 21, 24), dice l'Autrice. Cerco di capire cosa vuol dire. Il Sessantotto "si e' tradito da solo" (p. 23). Quando degenera in violenza, e' il "funerale del Sessantotto" (p. 252). Le esperienze passano, la memoria pensante rimane. E' giusto ricordare valutando, senza gratificarsi ne' indulgere alla nostalgia.

I cambiamenti profondi nel costume: il libro li registra ampiamente.

Il ruolo delle donne: Bravo dimostra che nel Sessantotto e' ancora subordinato. Gli uomini sono piuttosto conformisti. Si tratta di una "emancipazione ferita" (p. 68).

Quella generazione: e' la generazione di quelli che sentono il ticchettio nucleare (Hannah Arendt citata a p. 74), la prima che non sa se avra' un futuro. Ecco un rovesciamento di coscienza rispetto alla generazione precedente, che non aveva preso atto di Hiroshima. Viene forse da cio' l'edonismo, il "tutto e subito", perche' non c'e' piu' tempo?

La "liberta' con": non si fa niente da soli, "l'individuo era sparito" (p. 86). Non e' questa una massificazione, nella rivendicazione individuale? C'era conformismo, ma il proprio conformismo "lo si chiama coesione" (p. 88). L'antiautoritarismo costitutivo poteva diventare autoritarismo del collettivo. "Ci si voleva bene", si era sempre fra amici, ma sorgeva una specie di tirannia del "gruppo non strutturato" (p. 94, cfr anche 285, 142). Mi pare di vedere un  misto di "liberi tutti" e "libero io", un accento oscillante, senza composizione armonica, tra la felicita' pubblica e la felicita' privata. Anche il pacifismo del Sessantotto mi sembra sia inteso cosi': non e' l'impegno etico costoso di Gandhi, di Capitini, di Martin Luther King.

Vittorio Foa diede un giudizio (citato a p. 107): "Il Sessantotto, dopo aver fatto la critica piu' acuta del vecchio mondo, vi e' restato dentro". Condividere sostanzialmente questo giudizio non e' affatto associarsi a chi disconosce le istanze sane che crearono quel movimento.

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Anna Bravo riassume (pp. 8-9) l'intento del suo lavoro, in questo libro come nei precedenti sulla resistenza nonviolenta: riconoscere il dolore, la violenza, la resistenza e opposizione alla distruttivita' senza farsi contagiare e assimilare. Il suo e' un libro sofferto, che le e' costato caro, come ci dice lei stessa. Trovavo strano il titolo, ma forse lo spiegano queste sue parole, e quelle per cui nel comunismo c'era "l'energia del cuore" (p. 110). Anche sull'immagine di copertina mi sono interrogato: e' una grande onda che sale, ma anche ricade? Oppure e' una montagna gelata e erta, troppo erta, inaccessibile, come l'utopismo?

In una presentazione del 20 maggio 2008, Anna Bravo (a proposito del dolore del feto nell'aborto, per cui e' stata giudicata "traditrice" del femminismo) ha detto: "Io cerco i deboli che soffrono. Invece, nel Sessantotto c'era un amore selettivo, per gli oppressi, ma quelli che lottano. Il modello era il ribelle. Questo era politicismo. Il povero pensionato del film 'Umberto D' noi non lo capivamo".

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L'esordio fu pacifico: gioco, resistenza passiva, afroamericani per i diritti civili, beat, hippies, antimilitarismo, femminismo, antiautoritarismo, umanesimo cattolico francese, Balducci e "Testimonianze", don Milani, l'obiezione di coscienza, la Perugia-Assisi di Capitini. Ma non si scoprirono e non divennero cultura le opere di Gandhi, Thoreau, King, Capitini, salvo per noi pochi para-sessantottini (io mi pongo tra questi; ero allora insegnante e avevo 33 anni).

Ma presto la violenza guadagna legittimazione; nei primi anno '60 era eccezione la violenza, ora la nonviolenza diventa l'eccezione. La chiusura da parte di accademici e governi fa scivolare verso lo scontro. Nel biennio '68-'69 si ha l'impressione di essere alla vigilia di un rivolgimento radicale, con la violenza sintomo e strumento. Pero' anche nel primo Sessantotto si vedono simboli di guerra, attacchi verbali giocosi ma feroci. Il sarcasmo e' violenza del linguaggio. Ma le forme di lotta sono tante. La tesi che afferma la continuita' tra Sessantotto e terrorismo e' (ripeto la citazione) "storiograficamente debole e ideologicamente fortissima" (cfr pp. 228-231).

C'era anche ironia sulla violenza (al greve motto "Coi fascisti non si parla, si spara", qualcuno aggiunge: Firmato: Buffalo Bill). Bisogna tenere conto che c'era  violenza di polizia. Il 16 marzo '68 Almirante e Caradonna (fascisti) guidano l'attacco all'universita'.

Il fascismo e' visto come "categoria dello spirito" (anch'io lo dicevo e credo che sia giusto), e' come un "virus". Anna Bravo osserva che questo e' linguaggio tipico della destra. Ma io le ricordo Peter Bichsel: Il virus della ricchezza, ed. Marcos y Marcos.

E' grave lo svilimento della differenza tra fascismo e democrazia. Giusto, ma io richiamo i giudizi di Gandhi sulle democrazie occidentali (raccolti nel mio Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Ed. Pazzini, pp. 72-73). C'era diversita' di giudizio su Occidente e Est comunista, frutto dell'antiamericanismo a oltranza.

C'era amore per la Resistenza, ma non si ricordava - neppure si conosceva - la Resistenza civile, che non era amata (proprio Anna Bravo contribuira' alla sua scoperta e valorizzazione). Si faceva una divisione dei ruoli nella Resistenza tra i comunisti (la violenza) e i cattolici (la pietas). C'era una rimozione del femminile, del religioso, dell'inerme (pp. 232-239).

Qui osservo che senza la critica della violenza, senza alternative nonviolente, non si esce dalla imitazione del sistema che si combatte. La lotta e' contagio se non e' anzitutto alternativa costruttiva. Infatti, la migliore evoluzione del Sessantotto euro-occidentale e' l'Ottantanove euro-orientale (le lotte tipicamente nonviolente che abbatterono le dittature comuniste), per cui si va "Dalla critica del sistema alla critica della violenza" (in http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti) e alla invenzione dell'alternativa. Altro problema e' l'involuzione successiva dell'89 est-europeo, che ne dimostra limiti e debolezza (Havel approvo' la guerra all'Iraq!), come la rassegnazione (se non complicita') alla "vittoria dei ricchi" dimostra la debolezza del Sessantotto occidentale.

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Viene Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969,  Valpreda e Pinelli, la strategia della tensione. E' la fine dell'innocenza, della "bella politica". Si fa differenza (che pure c'era) tra la violenza stragista della destra e la violenza selettiva della sinistra.

Adriano Sofri dice: eravamo convinti di essere innocenti, gia' prima avevamo diritto di scagliare la prima pietra (cfr l'episodio dell'adultera nel vangelo di Giovanni, cap. 8, dove i giovani sono giustizieri piu' feroci degli anziani) e "forse l'avevamo gia' lanciata". Quella innocenza "non ci ha evitato la tragedia di trasformarsi in lanciatori di pietre".

Si puo' osservare qui l'enorme debolezza dell'entusiasmo fiammeggiante senza autocritica. D'altra parte, la chiusura politica fa apparire impraticabile una alternativa attraverso le istituzioni e dunque spinge alla violenza.

"Guerra no, guerriglia si'", si gridava nei cortei, con qualche dissenso isolato. Se posso dirlo: io tacevo, mostrando la bocca chiusa, durante gli slogan violenti. Tutti parlano di "lotta armata". I discorsi sulla violenza fanno poche distinzioni. Vige il topos della Resistenza tradita.

A Torino, Viale diceva: "il movimento studentesco la violenza non la inventa, la riceve". Chiedo ora: cioe'? Ne e' vittima, oppure ne e' contagiato? Anna Bravo osserva che il Sessantotto ha ricevuto (contagio? vittima?) dalla Rivoluzione Francese, piu' che da Marx, la figura del cittadino in armi, quindi anche l'associazione tra maschile e violenza (pp. 240-245).

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L'Autrice si sofferma sul ruolo della fede religiosa. La teologia della Liberazione in America Latina era a fianco delle lotte di liberazione. Io ricordo che il vescovo Helder Camara distingueva per gravita', pur senza giustificarne alcuna, la violenza dell'oppressione, della ribellione, della repressione. C'era molta attenzione a M. L. King. In Italia - continua Bravo - Giulio Girardi e Juan Arias scrivono che la violenza del sistema "esige un atteggiamento di violenza da parte del cristiano". Dove? Quando? A mia memoria non sembra che l'affermazione fosse cosi' netta, ma Anna conferma.

Ricordo che si comprendeva e si giustificava la ribellione violenta alla oppressione violenta (Camilo Torres, prete morto in combattimento; teoria della guerra giusta), ma non ci si acquietava affatto su questo punto. Del resto, le conoscenze delle tecniche e dei casi storici di lotte nonviolente sono successive, degli anni '70: Capitini gia' nel 1967, ma Sharp in Usa solo nel 1973, tradotto nel 1985; Pontara su Gandhi nel 1973; Bruzzone e Farina nel 1976; Semelin nel 1989; Bravo e Bruzzone nel 1995. Di Gandhi c'era solo l'antologia ufficiale indiana Antiche come le montagne, 1963. Pero' Mazzolari cercava le alternative nonviolente gia' nel 1952 in Tu non uccidere!

Tra movimento e terrorismo - scrive Anna Bravo - esiste un legame e un salto: 1) Lotta Continua contro Calabresi non e' causa ma contesto del suo omicidio; 2) la nuova sinistra e' anche argine e alternativa al terrorismo.

"Anni di piombo", specialmente il 1977, e' una definizione che da' conto del sangue versato, ma non del sangue risparmiato: infatti, c'e' anche un "lavoro per la vita": radio, creativita', gioco, indiani metropolitani. Questo e' importante da ricordare! (pp. 245-48)

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Gli operai di Mirafiori nel 1969: prima vivono la "bella politica", poi la tragedia. Il terrorismo realizza alla lettera gli slogan. Solo 62 operai Fiat passano alla lotta armata, ma l'ombra e' su tutti.

Sul danno delle armi alle cause giuste il libro cita Simone Weil sulla guerra di Spagna: "Un abisso separava gli uomini armati dalla popolazione disarmata, simile a quello che separa i poveri dai ricchi". Ah, dunque le armi riproducono iniquita' e oppressione, come i ricchi! C'e' quel proverbio americano: "Chi ha un martello in mano vede il mondo come un chiodo". L'arma, nella mano o nella mente, deforma la vista, e con la vista deformata non si vede piu' la persona da liberare, ne' la giustizia che si crede ancora di servire. L'avversario, deliberatamente violento, attende il ribelle violento per assoldarlo. Ecco la vittoria della "rivoluzione dei ricchi"!

Ancora Bravo: il militante violento e' un soldato: cioe' taglia i nodi, non considera il rapporto mezzi/fini. Questo e' "il funerale del Sessantotto, con la sua indifferenza per i risultati e la sua voglia di essere eterno". La nonviolenza iniziale e' abbandonata, ma non era fatale che andasse cosi'. Negli anni '70 vari soggetti pensano fuori dal modello violento. Ricordiamo che e' del '72 la conquista della legge sull'obiezione di coscienza, dopo lunghe lotte e sofferenze degli obiettori che andavano in prigione e del movimento che li sosteneva. Ricordiamo Capitini, don Milani, Balducci. Bravo ricorda Mondo Beat contro tutte le violenze, anche di Urss e Cina; ricorda Carla Lonzi contro la "cultura del potere" sia borghese che socialista. Ma non c'e' attenzione alle lotte nonviolente: dell'India contro l'impero inglese, della Danimarca contro il nazismo. Si esaltano le lotte anticolonialiste, si dimentica Gandhi (che proprio in quegli anni noi para-sessantottini cominciavamo a leggere avidamente). Si sottovaluta il dissenso all'Est (pp. 249-53).

Pero', devo annotare, a Torino Domenico Sereno Regis, partigiano nonviolento, iniziatore del Centro Studi per la nonviolenza a cui abbiamo dato il suo nome, fece frequenti viaggi all'est e teneva contatti col dissenso nella Berliner Konferenz. (Si vedano nell'opuscolo in sua memoria, AA. VV., Domenico Sereno Regis, ediz. Satyagraha, Torino 1994, i contributi di Salio a p. 8, di Polito p. 23, di Carlevaris p. 35).  E in Europa i coniugi Jean e Hildegard Goss dagli anni '50 ai '60 lavorano nell'Europa dell'est per la nonviolenza (v. il primo capitolo di Hildegard Goss-Mayr, Come i nemici diventano amici, Emi 1997).

Il 1989 nonviolento non e' capito in Occidente. Bobbio mi scriveva il primo settembre 1994: "la caduta non violenta dei regimi dell'Est europeo, spesso citata, (...), e' un argomento debole in favore della non-violenza. La ragione principale per cui sono caduti quei regimi, a cominciare da quelli della Germania Orientale, e della Russia stessa, e' la sconfitta in una guerra (la guerra fredda), non combattuta, ma vinta, se non con l'esercizio diretto della violenza, con la minaccia d'una violenza, che si e' manifestata alla fine di per se stessa efficace. La pratica della nonviolenza (1)  non c'entra. (2)" Dunque: macche' nonviolenza! E' guerra vinta senza combatterla, ma e' guerra! La guerra regna!

Dieci anni di esemplare resistenza nonviolenta, guidata da Ibrahim Rugova, all'oppressione serba sulla popolazione albanese del Kosovo, non sono neppure visti dagli osservatori e dai politici - non hanno occhi per cio' che non s'impone! - fino a quando comincia la lotta armata dell'Uck, alimentata dagli Usa e quindi la guerra del 1999! Solo questo sa vedere l'arcaica cultura politica.

Cosi', in questa stessa ottica limitata, i movimenti degli anni '60 e '70 scelgono maestri somiglianti: il Vietnam fa scuola (ma noi conoscevamo bene anche la nonviolenza dei monaci buddisti).

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Torniamo al libro di Anna Bravo. Gli uomini contro le donne. C'e' una violenza di sinistra, a cui il Mouvement de Liberation des femmes risponde: "Viol de gauche, viol de droite, meme combat". Di fronte alle violenze patite dalle donne, ancora oggi si ha paura di nominare la violenza delle donne. Ha valore la teoria femminile del conflitto non distruttivo, ma vitale, con due vincenti e nessun vinto. Pero', nel movimento le donne hanno anche parte attiva (portatrici di molotov). Nell'aborto "sono, si', vittime, ma non solo, e non le sole". Negli anni '70 c'e' violenza materiale di donne. Tolleranti verso la violenza di altri, pero' si assumono responsabilita' al di la' di se stesse. Si e' parlato soprattutto delle donne terroriste. Pero' queste dimenticano le vittime. Alcune rifiutano di partecipare alle violenze ma non dissuadono gli altri. Erri De Luca scrive: "Le donne ci aiutavano a resistere". La figura femminile sollecita la combattivita' degli uomini. Il corpo femminile e' meno militarizzabile. Dopo piazza Fontana diminuisce il peso della parola femminile, ma non scompare: possono dissuadere il loro amato dalla lotta armata (pp. 255-62).

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Nel momento del rapimento Moro, le donne della Libreria delle donne di Milano dicono: "Il terrorismo non e' che lo specchio del potere stesso". Cioe': riproduce cio' che combatte! Come la guerra. Colonizzato dal potere, lo serve!  Moro, al congresso DC del 1976 aveva detto: "Rifiutarsi di sacrificare la persona a una mostruosa divinita' che non merita sacrifici": sono quasi le stesse parole del femminismo. Questo che dice Moro vale per il mito perseguito dalla lotta armata, come per la ragion di stato che sacrifichera' lui stesso.

Ci sono anche donne giovani, della media borghesia, che sdegnano il femminismo e scelgono le armi. Pero', Bravo ricorda l'esempio dello sciopero e gestione nonviolenta della fabbrica di orologi Lip a Besançon. Ci furono donne esecutrici di omicidi? Ricordo che al momento si penso' che fosse una donna ad avere ucciso Vittorio Bachelet. Soffrii molto della sua morte, perche' gli ero amico, ma non voglio sapere chi lo uccise effettivamente.

Nel 1988 sono incriminati quattro di Lotta Continua per l'omicidio Calabresi, con fragili basi di accusa. Adriano Sofri, generoso e orgoglioso, dalla responsabilita' di gruppo si assume la responsabilita' per il gruppo.

"Riconoscere che la sconfitta e' stata, anche, [cioe' e' servita come] via d'uscita da una situazione insostenibile, da' alla distruttivita' agita e subita il peggior marchio possibile, aver sofferto e fatto soffrire per niente, che puo' rendere ancora piu' pesante il bilancio della propria vita". "Alcuni si sono costruiti una controeredita', l'impedimento quasi fisico a separare la violenza dalla sofferenza che provoca, un desiderio 'estremista' di dialogo". Questi sono per Anna Bravo "insegnamenti della nonviolenza". Intendo questo brano nel senso che la violenza sconfitta, non ingannata dall'illusione di verita' e giustizia che la vittoria le avrebbe dato, per un verso e' un bilancio piu' pesante da vivere, per altro verso spinge a non dimenticare le vittime, con un forte desiderio di ristabilire il rapporto umano violato (pp. 266-71).

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C'e' stata poca analisi della violenza. Ci sono in cio' omissioni del femminismo. La cattiva politica sottomette il corpo individuale al corpo collettivo. Una volta ottenuta la legge 194, c'e' stata poca riflessione sull'aborto. L'Autrice cita una donna che parla di aborto come esperienza di liberta' e pienezza! Ricordo uno slogan orrendo: "Vorrei essere incinta per poter abortire"! Io considero l'aborto volontario ingiudicabile ma non in-nocente (= che non nuoce), e non indifferente; e' da non criminalizzare e da non banalizzare, due mali entrambi verificatisi.

Anna Bravo ha scoperto che in Francia fu narrata freddamente da "Les Temps Modernes" una uccisione collettiva da parte di donne di un neonato di due mesi perche' era down (si veda nel libro l'agghiacciante VII capitolo "Stregate": "Non streghe, ma stregate", pp. 221-27). Anna dice che questo episodio l'ha spinta a scrivere il libro.

Questo caso chiamava in causa le donne, ma non ci fu risposta. Forse si e' avuto paura dell'etica. "La relazione non ha bisogno di due soggetti pieni, ma di uno solo", qualunque soggettivita' si riconosca all'altro. Noto che questo e' il fondamento etico della responsabilita' verso i posteri, che non esistono, o verso la natura, che non pensiamo comunemente come una soggettivita'. "C'era bisogno di una fede per dire no all'uccisione di quel bambino?", chiede Anna Bravo, e conclude: "E' un atto di guerra dei grandi/sani/uniti contro l'imperfetto/piccolo/solo" (pp. 271-273).

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Note

1) Noto che Bobbio scrive qui "nonviolenza" in parola unica come raccomandava Aldo Capitini per sottolinearne il significato positivo, mentre sopra ha scritto due volte "non-violenza".

2) Qui Bobbio si dimostra molto deciso nell'escludere come esperienza di efficacia delle lotte nonviolente proprio i fatti del 1989, che il pensiero nonviolento invece allega come una delle principali dimostrazioni storiche di tale efficacia. Si veda Giovanni Salio, Il potere della nonviolenza. Dal crollo del Muro di Berlino al Nuovo Disordine Mondiale, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995, in particolare nel primo capitolo, pp. 7-51, in cui esamina una decina di diverse interpretazioni di quegli avvenimenti, sostenendo gli argomenti di Galtung per l'interpretazione nonviolenta. Il papa Giovanni Paolo II, nell'enciclica Centesimus Annus (1991), dedico' tutto il capitolo III (paragrafi 22-29) a L'anno 1989, valorizzando proprio il carattere nonviolento di quelle lotte: "Alla caduta di un simile 'blocco', o impero, si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verita' e della giustizia". Il carattere di tali lotte e' descritto nelle righe seguenti con dati essenziali della teoria della nonviolenza.

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Allegato

Alcune risposte di Anna Bravo nella presentazione del suo libro a Chieri, 20 maggio 2008

C'era fiducia nel cambiare verso il meglio.

Si faceva quello che piaceva, con chi piaceva: era un grande privilegio.

Con piu' coraggio, poteva andare meglio.

La violenza: all'inizio poca, ma era nella mentalita', era pensata legittima.

Immaginario dei cittadini in armi, specialmente i maschi.

Avevamo l'idea sbagliata della nonviolenza come non conflitto.

Non capita la democrazia, era vista come irrilevante: non capita la primavera di Praga: loro riformisti, noi rivoluzionari.

Abbiamo ceduto troppo presto a quello che c'era sul mercato delle idee politiche: modello del partito, marxismo, maoismo.

Femminismo figlio del Sessantotto? No e si'. Il movimento era maschile, duro; le donne emarginate.

Gli uomini "liberati" avevano bisogno di "pupe disinvolte": "Non vorrai mica dirmi di no, se sei davvero libera!".

Prevalenza maschile. Per essere ascoltata dovevi passare per il letto. Pero', contro certe immagini (un poliziotto ci diceva "tigri del materasso"), il sesso non era una priorita'. C'era l'ingenuita' di liberarsi dalla gelosia.

C'era buona fede, ma irresponsabilita' delle conseguenze.

Generazione "sola": non sbeffeggiava i propri leaders, c'era conformismo.

Amore per i deboli? In realta' era un amore selettivo: per gli oppressi, ma solo per quelli che lottavano. Il modello era il ribelle. Era politicismo.

Sull'aborto: non si ammetteva (non si ammette) che le vittime fossero due. Sono due corpi, due cuori. Per aver detto queste cose mi hanno tolto il saluto, come traditrice.

Io cerco i deboli che soffrono.

Sull'infanticidio raccontato freddamente da "Les Temps Modernes": l'ideologia rende stupidi e cattivi.

 

5. LIBRI. EMILIO JONA PRESENTA "RACCONTARE PER LA STORIA" DI ANNA BRAVO (2014)

[Dal sito www.hakeillah.com riprendiamo la seguente recensione del 2014.

Emilio Jona (1927), consigliere scientifico dell'"Istituto per la storia della Resistenza e della societa' contemporanea nel biellese, nel vercellese e in Valsesia" dal 1996. Avvocato. Consigliere d'amministrazione del Teatro Regio di Torino (1992-1996), consigliere d'amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella (1995-1999). Ha svolto ricerche nel campo della canzone sociale e politica e sulla cultura e storia orale in genere, pubblicando saggi, realizzando dischi e testi radiofonici. Negli anni 1957-61 e' stato uno degli iniziatori del gruppo "Cantacronache", la prima esperienza in Italia di canzone d'autore in opposizione a quella di consumo. Ha scritto, per le musiche di Giacomo Manzoni, i libretti delle opere La sentenza e Atomtod e, per le musiche di Sergio Liberovici, Maelzel o delle macchinazioni. Con Sergio Liberovici ha condotto ricerche sull'espressivita' popolare urbana e contadina, finalizzate alla scrittura e alla realizzazione di un teatro radicato nel territorio: Il 29 luglio del 1900 (1972, premio Riccione); Per uso di memoria (1972); L'ingiustizia assoluta (1973); E' arrivato Piero Gori, anarchico, pericoloso e gentile (1974); Or se ascoltar mi state (1976). Ha pubblicato: poesie: Tempo di vivere, Milano, Mondadori, 1955; Conferenze, Sora, Edizione dei Dioscuri, 1984; La cattura dello Splendore, Milano, Scheiwiller, 1998 (finalista Premio Viareggio; Premio Catanzaro Poesia); testi teatrali: L'ingiustizia assoluta - cantata drammatica per attori, gruppi folk e bande musicali, Firenze, Guaraldi, 1974; romanzi e racconti: Inverni alti, Padova, Amicucci, 1959; Un posticino morale, Milano, Scheiwiller, 1984; L'aringa, Milano, Scheiwiller, 1994; saggi: Le canzonette che fecero l'Italia, Milano, Longanesi, 1962; Le canzoni della cattiva coscienza, Milano, Bompiani, 1964; Canti degli operai torinesi. Dalla fine dell'800 agli anni del fascismo, Milano, Ricordi-Unicopli, 1990; Cantacronache. Un'avventura politico-musicale degli anni '50, Torino, Scriptorium-Paravia, 1995; Sono arrivato e la figura c'era in me (Da un'esperienza didattica alla cultura degli immigrati in una fabbrica torinese), Roma, Meltemi, 2000; Giacomo Debenedetti. L'arte del leggere, Milano, Scheiwiller, 2001; Senti le rane che cantano. Canzoni e vissuti popolari della risaia (con Franco Castelli e Alberto Lovatto), Roma, Donzelli, 2005; Le ciminiere non fanno piu' fumo. Canti e memorie degli operai torinesi (con Franco Castelli e Alberto Lovatto), Roma, Donzelli, 2008. E' redattore del periodico di cultura ebraica "Ha Keillah" ("La Comunita'").

Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel 1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto, fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita' umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu' alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi: fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano 1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994; Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014; Massimo Dini, Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992; Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica, Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia, Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta, Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di Primo Levi, Mursia, Milano 1976]

 

Anna Bravo, Raccontare per la storia. Narratives for history, Einaudi, Torino 2014, pp. VI + 216, euro 18. Volume della serie delle "Lezioni Primo Levi" promosse dal Centro internazionale di studi Primo Levi (sito: www.primolevi.it). Traduzione inglese a fronte di Jonathan Hunt.

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Ogni anno il centro internazionale di studi Primo Levi propone una lezione per "alimentare il dibattito sui temi piu' cari allo scrittore torinese".

Quest'anno il compito e' toccato ad Anna Bravo che ha dato alla sua lezione il titolo "Raccontare per la storia", che Einaudi ha recentemente pubblicato.

La Bravo lo ha fatto in modo denso e articolato, accompagnando il suo discorso, ora che e' diventato libro, con una ricca e utile bibliografia a pie' di pagina e un'appendice di testi. Essa ha scelto tre temi: la deportazione per motivi razziali, la zona grigia nel suo articolarsi tra privilegio, memoria e sopravvivenza e il dolore che accompagna la violenza dei giusti.

E' noto che solo nel corso di molti anni e' andata faticosamente emergendo la consapevolezza della centralita' del genocidio del popolo ebraico nell'ideologia nazista. Parte per vilta', parte per calcolo politico o per nascondere la vergogna della connivenza e dei silenzi dell'occidente si e' sminuita la specificita' della Shoah unificando i deportati in un'unica categoria, quella dell'antifascismo e della Resistenza.

Quando Levi scrive "Se questo e' un uomo" la voce degli ebrei e' ancora confusa con quella degli altri prigionieri, dice Anna Bravo, ma Levi si distanzia nettamente da un modello narrativo resistenziale e pone in primo piano non la sua breve avventura di partigiano, ma quella del suo essere ebreo.

Cosi' Levi "mette a fuoco e divulga l'immagine del deportato ebreo, il colpevole di essere nato, l'ultimo degli ultimi nella gerarchia interna dei prigionieri, fratello dei politici ma distinto da loro".

Ed e' questa "la prima delle lezioni di Levi alla storia"; e' il 1947, ma ci vorranno anni prima che si realizzi la scoperta storiografica della Shoah, ci vorra' il processo Eichmann, "La banalita' del male" di Hannah Arendt e tanta memorialistica pubblicata da piccoli editori. Sono anni in cui l'esperienza della Shoah ricade sulla memoria, sul racconto orale che sara', come dice Anna Bravo, il destinatario di uno degli insegnamenti centrali di Levi.

La zona grigia che Levi analizza diffusamente in "I sommersi e i salvati" e' una realta' ambigua "dai contorni mal definiti che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi", la abita "la classe ibrida dei prigionieri funzionari".

Una delle perversioni piu' allucinanti del nazismo e' stata quella di destinare gli stessi deportati ad organizzare la propria agonia e la propria morte, e lo ha fatto gia' prima, nei ghetti polacchi attraverso la creazione degli Judenrat, che gestivano i ghetti e organizzavano la deportazione verso i campi di sterminio.

Le pagine di Levi sulla zona grigia sono tra le sue piu' lucide, amare e coraggiose.

Egli mostra come il nazionalsocialismo degradasse e assimilasse a se' le sue vittime piu' deboli e indifese attraverso l'esercizio del potere e del dominio piu' totalitario e particolarmente attraverso la creazione e la distinzione tra privilegiati e non privilegiati; e i privilegiati si articolavano in una minuziosa gerarchia di poteri sostanzialmente illimitata sugli altri prigionieri. Non era raro, ricorda Levi "che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo senza che questi avesse da temere alcuna sanzione".

Resistere in un sistema fondato sul meccanismo punizione/privilegio era difficilissimo, e i prigionieri privilegiati, dice ancora, erano una minoranza, ma sono stati una forte maggioranza tra i sopravvissuti, e aggiunge, con inflessibile dolore, che "a sopravvivere non sono stati i migliori".

"E' una supposizione, anzi un sospetto, conclude, che ognuno di noi sia il Caino di suo fratello... abbia soppiantato il suo prossimo e viva in vece sua".

E questo e' il "simbolo dell'odio fratricida, commenta Anna Bravo, verso il quale i nazisti spingono i prigionieri e resta il fulcro della sua interpretazione della prigionia. Il lager di Caino e' il luogo della guerra di tutti contro tutti".

Ma tutto cio' non giustifica affatto confondere o scambiare i ruoli tra vittima e carnefici (come hanno fatto la Cavani in un film assai noto e Agamben in un suo pur pregevole libro). "Le vittime restano vittime e i carnefici carnefici", e confonderli, secondo Levi, "e' una malattia morale o un vezzo estetico o un sinistro segnale di complicita'; soprattutto e' un prezioso servizio reso (volenti o no) ai negatori della verita'".

L'ultimo tema che sceglie l'autrice e' quello della violenza dei giusti, che sviluppa considerando quella vicenda di giustizia partigiana che visse dolorosamente Levi nella sua breve guerra per bande ed e' stato oggetto di un interessante e discusso libro ("Partigia. Una storia della resistenza") di Sergio Luzzatto in cui, come scrive Anna Bravo, contrariamente a quanto hanno sostenuto molti la figura di Levi non risulta affatto "diminuita" ma al contrario "accresciuta".

La sua partecipazione al processo e alla fucilazione di due giovani partigiani e' ricordata da Levi in poche righe drammatiche e amare, di straordinaria lucidita' e onesta' intellettuale nel capitolo "Oro" in "Il sistema periodico" e, gia' prima, indirettamente, nel 1952, in una poesia, "Epigrafe".

Il racconto e' del 1975 e bisognera' attendere il grande libro di Pavone perche' il tema della giustizia partigiana entri nella storiografia piu' accreditata.

A rendere nuove e dissonanti le parole di Primo Levi, secondo Anna Bravo, e' "aver nominato il dolore che la violenza agìta dai 'giusti' provoca non solo a chi ne e' colpito, ma anche a chi la esercita" e che non tutto e' riscattabile dalla bonta' degli obbiettivi, dalle intenzioni migliori, dallo stato di eccezione imposto da fascisti e nazisti; e che non si passa indenni attraverso il male altrui. E la sua lezione e' pienamente condivisibile.

 

6. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Nathaniel Hawthorne, Tutti i racconti, Donzelli, Roma 2006, Feltrinelli, Milano 2013, pp. XXXII + 1102, euro 18.

 

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

8. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

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TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2024 del 24 giugno 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com , sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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