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[Nonviolenza] Telegrammi. 2051



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2051 del 21 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com

 

Sommario di questo numero:

1. Sic et simpliciter

2. Una proposta di azione contro il razzismo

3. Paolo Arena presenta "Piano meccanico" di Kurt Vonnegut

4. Segnalazioni librarie

5. La "Carta" del Movimento Nonviolento

6. Per saperne di piu'

 

1. EDITORIALE. SIC ET SIMPLICITER

 

Per opporsi alla guerra occorre fare la pace.

Per fare la pace e' necessario il disarmo e la smilitarizzazione.

*

Per rispettare i diritti umani occorre la giustizia sociale.

Per realizzare la giustizia sociale occorre l'eguaglianza di diritti e la condivisione dei beni comuni.

*

Il primo passo per salvare le vite e' cessare di uccidere.

Il primo passo per salvare le vite e' opporsi a tutte le uccisioni.

*

Vi e' una sola umanita', tutti gli esseri umani ne fanno parte.

Vi e' un solo mondo vivente, casa comune dell'umanita' intera.

*

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

Solo la nonviolenza puo' salvare la biosfera.

 

2. INIZIATIVE. UNA PROPOSTA DI AZIONE CONTRO IL RAZZISMO

 

E' necessario e urgente un impegno contro il razzismo in Italia. Ed invero vi sono gia' molte iniziative in corso. Quella che vorremmo proporre potrebbe essere agevole da condurre e produrre qualche risultato.

*

Un ragionamento

Due sono gli obiettivi: il primo: ottenere, se possibile, risultati limitati ma concreti che vadano nella direzione del riconoscimento dei diritti fondamentali per il maggior numero possibile di esseri umani almeno nel nostro paese; il secondo: contrastare con le nostre voci e la nostra azione il discorso e la prassi dominanti, che sono il discorso e la prassi dei dominatori razzisti e schiavisti, dei signori della guerra e della barbarie.

L'idea e' di provare ad attivare alcune risorse istituzionali per contrastare il razzismo istituzionale.

La proposta e' di premere sui Comuni e sul Parlamento con una progressione degli obiettivi.

Alcuni provvedimenti - quelli che proponiamo ai Comuni - sono agevolmente ottenibili se si creano localmente dei gruppi (persone, associazioni, rappresentanze istituzionali...) capaci di premere nonviolentemente in modo adeguato e con la necessaria empatia e perseveranza; e sono agevolmente ottenibili perche' molti Comuni d'Italia li hanno gia' deliberati e realizzati, e quindi nulla osta in via di principio al fatto che altri Comuni li adottino a loro volta.

Le cose che chiediamo al Parlamento sono meno facilmente ottenibili, ma la nostra voce puo' comunque contribuire se non altro a suscitare una riflessione, a promuovere la coscientizzazione, a spostare i rapporti di forza, ad opporsi a ulteriori violenze smascherando la disumanita' delle scelte razziste e indicando cio' che invece sarebbe bene fare.

*

Un metodo

Noi suggeriremmo a chi ci legge e condivide questa proposta di cominciare scrivendo di persona agli amministratori comunali ed ai parlamentari; poi proponendo ad altre persone di fare altrettanto; poi se possibile coinvolgendo anche associazioni e media ed attraverso essi sensibilizzando e coinvolgendo altre persone ancora; poi chiedendo incontri con i rappresentanti istituzionali; e perseverando.

Non vediamo bene un'iniziativa piramidale con un "coordinamento nazionale" e le modalita' burocratiche che ne conseguono. Preferiremmo un'iniziativa policentrica, in cui ogni persona possa agire da se', e meglio ancora con le persone con cui sente un'affinita', e meglio ancora se si riesce ad organizzare un coordinamento locale, ma tra pari e senza deleghe ed in cui le decisioni si prendono con la tecnica nonviolenta del metodo del consenso.

Una sola condizione poniamo come preliminare e ineludibile: la scelta della nonviolenza.

Proponiamo di cominciare e vedere cosa viene fuori. Comunque non sara' tempo sprecato.

*

Ed ecco le proposte:

1. Quattro richieste ai Comuni:

1.1. affinche' il sindaco - qualora non lo abbia gia' fatto - informi, inviando loro una lettera, tutte le persone straniere diciottenni residenti o domiciliate nel territorio del Comune che siano nate in Italia ed in Italia legalmente residenti senza interruzioni fino al compimento del diciottesimo anno di eta', che la vigente legislazione prevede che nel lasso di tempo tra il compimento del diciottesimo ed il compimento del diciannovesimo anno di eta' hanno la possibilita' di ottenere la cittadinanza italiana facendone richiesta davanti all'Ufficiale di Stato Civile del Comune di residenza con una procedura alquanto piu' semplice, rapida e meno dispendiosa di quella ordinaria per tutte le altre persone aventi diritto;

1.2. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - attribuisca la cittadinanza onoraria alle bambine e ai bambini non cittadine e cittadini italiani con cui la comunita' locale ha una relazione significativa e quindi impegnativa (ovvero a) tutte le bambine e tutti i bambini nate e nati nel territorio comunale da genitori non cittadini italiani; b) tutte le bambine e tutti i bambini non cittadine e cittadini italiani che vivono nel territorio comunale; c) tutte le bambine e tutti i bambini i cui genitori non cittadini italiani vivono nel territorio comunale ed intendono ricongiungere le famiglie affinche' alle bambine ed ai bambini sia riconosciuto il diritto all'affetto ed alla protezione della propria famiglia, ed affinche' i genitori possano adeguatamente adempiere ai doveri del mantenimento e dell'educazione delle figlie e dei figli);

1.3. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la "Consulta comunale delle persone straniere residenti nel Comune";

1.4. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la presenza in Consiglio Comunale dei "consiglieri comunali stranieri aggiunti".

2. Quattro richieste al Parlamento:

2.1. affinche' legiferi il diritto di voto nelle elezioni amministrative per tutte le persone residenti;

2.2. affinche' legiferi l'abolizione dei Cie e di tutte le forme di detenzione di persone che non hanno commesso reati;

2.3. affinche' legiferi l'abolizione di tutte le ulteriori misure palesemente razziste ed incostituzionali purtroppo tuttora presenti nell'ordinamento;

2.4. affinche' legiferi il riconoscimento del diritto di tutti gli esseri umani di giungere in modo legale e sicuro in Italia.

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Naturalmente

Sono naturalmente disponibili alcuni modelli di lettera (e molti materiali di riferimento) per ognuno di questi punti, che chi vuole prender parte all'iniziativa puo' riprodurre e adattare.

 

3. LIBRI. PAOLO ARENA PRESENTA "PIANO MECCANICO" DI KURT VONNEGUT

[Ringraziamo Paolo Arena per questo articolo.

Paolo Arena, critico e saggista, studioso di cinema, arti visive, weltliteratur, sistemi di pensiero, processi culturali, comunicazioni di massa e nuovi media, e' uno dei principali collaboratori del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo e fa parte della redazione di "Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta", un'esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che per anni si sono svolti con cadenza settimanale a Viterbo; nel 2010 insieme a Marco Ambrosini e Marco Graziotti ha condotto un'ampia inchiesta sul tema "La nonviolenza oggi in Italia" con centinaia di interviste a molte delle piu' rappresentative figure dell'impegno nonviolento nel nostro paese. Ha tenuto apprezzate conferenze sul cinema di Tarkovskij all'Universita' di Roma "La Sapienza" e presso biblioteche pubbliche. Negli scorsi anni ha animato cicli di incontri di studio su Dante e su Seneca. Negli ultimi anni ha animato tre cicli di incontri di studio di storia della sociologia, di teoria del diritto, di elementi di economia politica. Fa parte di un comitato che promuove il diritto allo studio con iniziative di solidarieta' concreta.

Kurt Vonnegut (Indianapolis, 1922 - New York, 2007) e' uno dei maggiori scrittori del Novecento; nel 1944 prigioniero di guerra in Germania assistette alla distruzione di Dresda. Per tutta la vita ha lottato contro la guerra e contro ogni fascismo con le armi della poesia. Opere di Kurt Vonnegut: romanzi: Player Piano,1952; The Sirens of Titan, 1959; Mother Night; 1961; Cat's Cradle, 1963; God Bless You, Mr. Rosewater or Pearls Before Swine, 1965; Slaughterhouse-Five or the Children's Crusade, 1969; Breakfast of the Champions or Goodbye Blue Monday!, 1973; Slapstick or Lonesome No More, 1976; Jailbird, 1979; Deadeye Dick, 1982; Galapagos, 1985; Bluebeard, 1987; Hocus Pocus, 1990; Fates worse than death, 1991; Timequake, 1997; God Bless You, Dr. Kevorkian, 1999; raccolte di racconti: Welcome to the Monkey House, 1968; raccolte di saggi: Wampeters, Foma & Granfalloons, 1974; Palm Sunday: An Autobiographical Collage, 1981; A Man without a Country, 2005; opere di Kurt Vonnegut in traduzione italiana: Mattatoio n. 5 o la crociata dei bambini, Mondadori, 1970, Feltrinelli, 2003; La colazione dei campioni. Ovvero addio triste lunedi', Rizzoli, 1974, Eleuthera, 1992, 1999, Feltrinelli 2005; Le sirene di Titano, Nord, 1981, Eleuthera, 1993, Feltrinelli, 2006; Un pezzo da galera, Rizzoli, 1981, Feltrinelli 2004; Madre notte, Rizzoli, 1984, Bompiani 2000, Feltrinelli 2007; Il grande tiratore, Bompiani, 1984, 1999; Ghiaccio nove, Rizzoli, 1986, Feltrinelli, 2003; Comica finale. Ovvero non piu' soli, Eleuthera, 1990, 1998; Galapagos, Bompiani, 1990, 2000; Perle ai porci. Ovvero Dio la benedica Mr. Rosewater, Eleuthera, 1991, 1998, poi col titolo Dio la benedica, Mr Rosewater o perle ai porci, Feltrinelli, 2005; Benvenuta nella gabbia delle scimmie, SE, 1991; Hocus pocus, Bompiani, 1991, 2001; Il potere, il denaro, il sesso secondo Vonnegut, Eleuthera, 1992; Barbablu', Bompiani, 1992; Piano meccanico, Mondadori, 1994, SE, Feltrinelli, 2004; Catastrofi di universale follia, Mondadori, 1994; Buon compleanno Wanda June, Eleuthera, 1995; Cronosisma, Bompiani, 1998; Dio la benedica dott. Kevorkian, Eleuthera, 2000; Divina idiozia. Come guardare al mondo contemporaneo, E/O, 2002; Destini peggiori della morte. Un collage autobiografico, Bompiani, 2003; Un uomo senza patria, Minimum Fax, 2006. Nel nostro notiziario cfr. anche "Notizie minime della nonviolenza in cammino" n. 64, 570 e 585, "La domenica della nonviolenza" n. 108, "Voci e volti della nonviolenza" n. 58; "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 2008, 2016, 2030]

 

Kurt Vonnegut, Piano meccanico (Player Piano, 1952).

*

La storia

In un'America post-bellica non dissimile da quella degli anni Cinquanta, il lavoro fisico umano e' stato quasi interamente abolito in favore delle macchine lavoratrici.

Cio' e' avvenuto per via della scarsita' di manodopera durante l'ultima guerra che ha portato i tecnici e gli amministratori, depositari di un certo know-how, a progettare e mettere in opera una societa' via via sempre piu' automatizzata fino a rendere di fatto inutile l'operato fisico umano, estromettendo cosi' gran parte della societa' dalla possibilita' di essere attiva ed operosa.

I cittadini vengono vagliati da un sistema automatico di classificazione delle intelligenze, delle capacita' e delle utilita' gestito da un calcolatore "Epicac": se i test attitudinali segnalano scarsa predisposizione all'attivita' di tecnico o amministratore si viene relegati all'esercito, alla disoccupazione, ai "Relitti e Puzzoni", sorta di sarcastica definizione per certe brigate di cittadini pubblicamente impiegati in lavori di alcuna utilita' col solo scopo di sedarne le energie.

Paul Proteus e' un dirigente degli impianti di Ilium, nello stato di New York; egli e' il figlio del dottor Proteus, leggendario fautore di questa rivoluzione tecnologica.

Paul e' sposato ad Anita, destinata all'inutilita' ma nobilitata da un matrimonio vantaggioso, divenuta subito la tipica housewife americana arrampicatrice e manipolatrice: casa perfetta, amici perfetti, mondanita' perfetta, molte decisioni prese al posto del marito.

Finnerty e' un vecchio amico di Paul col quale ha esordito nella classe dirigente; e' diventato un cosiddetto pezzo grosso e la sua intelligenza e le sue capacita' gli fanno perdonare certi modi sopra le righe.

La citta' di Ilium e' letteralmente segregata, divisa in due da un fiume: su una sponda i quartieri residenziali dei dirigenti e degli impianti di produzione, sull'altra quelli della gente comune, per lo piu' inoccupata, che si intrattiene al bar o celebra strane parate in strada.

La promozione di Paul e' alle porte e la moglie Anita sta lavorando incessantemente per agevolarla: lo motiva, lo persuade, intrattiene i suoi superiori, studia gli avversari, pontifica un futuro di ricchezza e successo sociale; Finnerty invece comunica a Paul di essersi dimesso: questo ovviamente comporta l'esclusione da tutti i privilegi sociali legati allo status.

Paul comincia a comportarsi sempre piu' stranamente: influenzato dall'amico e da certe visite in un bar del quartiere dei subalterni, comincia a domandarsi quanto il suo benessere costi alla societa' e quanto la meccanizzazione di tutto l'apparato produttivo e gestionale del paese abbia davvero giovato alla salute mentale e politica degli americani.

Queste distrazioni precipitano progressivamente Paul nell'incertezza e nel desidero di sapere se la vita non sia altro da cio' che vive ora: si interessa ad una fattoria tradizionale e la acquista con il progetto di portarvi la moglie per ricominciare una vita che sia piu' umana, laboriosa, faticosa ma appagante rispetto alla noia opulenta a cui sembra siano destinati.

Finnerty si mette nei guai e si associa con uno strano predicatore di strada, Lasher, che vorrebbe essere una guida per la sua gente ma sente di mancare di carisma e talento; Finnerty potrebbe essere l'uomo giusto, ma questo lo rende automaticamente un pericoloso sospetto sabotatore.

I Sabotatori sono la grande minaccia di questa societa', il sabotaggio il reato piu' temuto: qualcosa che arresti la produzione e l'efficienza, che interrompa il flusso programmato delle merci verso le destinazioni previste, che incrini la perfezione di una popolazione in realta' sempre piu' scontenta. Servizi minimi garantiti a tutti, liberta' altamente controllata, svaghi, interferenze politiche: la societa' americana vive una sorta di capitalismo socializzato che ha sostituito al profitto l'efficienza e valuta qualunque aspetto della vita in base a tale parametro.

Questi sabotatori sembra si stiano organizzando, ma non si sa in che modo: in realta' sembra piu' una notizia data dalla propaganda nazionalista che martella il cittadino-lavoratore con incitamenti e slogan e celebrazioni del benessere.

Mentre Paul fa nuove esperienze di questo mondo vero (e nelle alte sfere informatissime si comincia a sospettare di lui) si avvicinano i giorni delle "Praterie": una sorta di campo estivo dove giovani e vecchi dirigenti e aspiranti di tutto il paese si affiatano e si motivano a migliorare, con canti, giochi di gruppo, sport e naturalmente cantate e bevute; il tutto sara' celebrato dal leader dell'apparato statale di produzione e amministrazione.

Il piano di Paul e' di imparare a vivere nella fattoria, portarci la moglie, licenziarsi, vivere una vita frugale e soddisfacente. Porta Anita in visita alla fattoria (causandole un certo disturbo date le sue tendenze programmatrici che non vedono bene una gita non programmata) e le espone l'idea; lei ne ha repulsione perche' proviene dalla classe subalterna e non vuole tornarvi, e non ha altre capacita' che sposarsi ad un dirigente.

Parallelamente a tutta la storia seguiamo le vicende dello Scia' di Brathpur, dignitario e guida religiosa di un lontano paese a cui viene spiegata la societa' americana, con effetti esilaranti: in un paese diviso tra schiavi ed aristocratici, il concetto di cittadino sembra estraneo, salvo poi vedere che vita fa questo cittadino, e tradurne il lemma sempre con "schiavo". Uno dei suoi accompagnatori, Halyard, viene retrocesso lungo la storia per via di un vecchio problema universitario: egli e' cosi espulso dal sistema dei privilegi e noi possiamo assistere a questo processo.

Arrivano i giorni delle Praterie e tutti gli appartenenti al sistema che hanno diritto ad accedervi sono entusiasti, a parte Paul. Egli e' subito coinvolto suo malgrado nelle strane ritualita' goliardiche dell'evento ed in seguito invitato ad una riunione col ministro Gelhorne, il leader di tutto l'apparato: si parlera' dell'imminente promozione di Paul all'impianto di Pittsburgh, per cui Anita lo ha preparato da lungo tempo.

Paul vuole approfittare del momento per licenziarsi. Durante la riunione pero' a Paul viene proposto un progetto ben diverso: egli dovra' fingersi licenziato ed essere accolto tra i sabotatori per poterli infiltrare e denunciare. Paul si licenzia. Ma ai dirigenti non e' chiaro che questo fatto non sia parte del loro piano, Paul si e' licenziato davvero. I dirigenti nel frattempo avevano gia' fatto preparare la cacciata di Paul dall'isola dove si svolgono i giochi delle Praterie e diffuso la voce che egli fosse un sabotatore. Paul torna alla sua citta' in treno, non prima di aver scoperto che Anita lo tradisce col suo rivale professionale, meno capace ma piu' ambizioso, Sheperd.

Paul deve fare conoscenza della vita che prima desiderava vivere, ma quasi subito subisce un rapimento: i sabotatori, la Societa' della camicia stregata, lo vogliono come leader onorario del loro movimento e vogliono usarlo per innescare una rivoluzione che porti i cittadini a riprendersi il controllo sulle proprie vite usurpato dalle macchine. Anche loro hanno gia' messo in moto la cosa a nome di Paul, intendendo di fatto sacrificarlo: un dirigente importante che diventa un sabotatore e' un'immagine messianica che fara' loro molto comodo.

Sbaragliata dalla polizia la Societa' della camicia stregata, Paul viene arrestato: confrontandosi col suo capo e con la moglie, venuti a liberarlo dichiarando che egli e' un infiltrato tra i sabotatori, Paul rivela la sua vera volonta': combattere il sistema delle macchine e tornare ad una societa' piu' umana. Lo sta dichiarando poi anche al suo processo (meccanizzato, ovviamente) quando per le strade della citta' (ed in altre citta' americane) scoppia una sorta di rivoluzione: si devastano le macchine (anche quelle utili, in realta') e si annientano i segni del progresso che avevano rovinato molte vite (ogni cittadino sembra avere un suo tecno-nemico prediletto, che evidentemente identifica con la propria rovina).

La rivoluzione ovviamente fallisce anche se ne restano certe vestigia; i capi dei sabotatori, Paul compreso, vengono arrestati, ma alla citta' di Ilium viene permesso di ricostruirsi da se' con il livello di tecnologia che preferisce, quasi fosse una sorta di esperimento.

*

L'opera

Primo romanzo di Vonnegut, scritto in uno stile che non e' ancora quello scomposto e contaminato delle opere successive. E' un romanzo lineare, scritto in maniera chiara ed onesta, non didascalico, non predicatorio, mai volgare. Una certa musicalita' "industrial" richiama vagamente le scene di automazione a' la "Tempi Moderni", come la sensazione di stritolamento tra gli ingranaggi. C'e' molta ironia dentro e fuori il testo: anzi una vera e propria messa in ridicolo di questa parte della societa' americana autoproclamatasi dirigente. La classe subalterna e' descritta con affetto ma senza risparmiare la critica ai suoi cedimenti a comportamenti deteriori, pero' sempre ricondotti al grande quadro delle varie umanita', tutte da rispettare come uguali e non da catalogare in base al valore; persone inutili forse ad una societa' efficiente, ma non per questo non degne di rispetto.

L'inserimento del punto di vista esterno dello Scia' e' utile a rappresentare come uno straniero possa percepire questo tipo di societa', con tutti gli esilaranti effetti che questo "gioco etnoantropologico" comporta: concetti "lost in traslation", incomprensioni, fatti di evidente stupidita' che cozzano contro l'innocente curiosita' naif dello straniero un po' primitivo. Quasi un monito: "cosi' ci vedono gli altri, comportiamoci bene".

Tra l'ironia filtra l'angoscia per lo stritolamento tra le maglie della burocrazia, l'accettazione mai delusa che l'umanita' sia splendidamente incompleta e che non sia possibile alcuna societa' perfetta, meccanizzata, chiusa all'imprevisto, all'adattamento ed all'improvvisazione - l'improvvisazione come dote principale (anche se ora inibita) di questo essere umano (e americano) che trasforma l'ambiente che ha intorno e ne fa la sua casa, la sua fonte di sostentamento e poi pero' la sua gabbia e forse tomba.

Vonnegut non oltrepassa il confine del demenziale e del surrealismo sfrenato e dello stile ultra-confidenziale come fara' in seguito, ma questo fa di Piano Meccanico un'opera oltre il genere: dentro l'onorata categoria delle distopie certo (a pari dignita' con Bradbury, Orwell, col "Tallone di ferro" di London) ma opera completa, non ghettizzabile nel recinto per secchioni della Fantascienza.

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Sul testo e sul contesto

Vonnegut e' ancora in fase di passaggio tra la societa' produttiva americana (pubblicita', editoria) e le aspirazioni letterarie e sociali. E' un romanzo che si colloca in piena era americana del boom, come ce l'ha mostrata la propaganda dei media: straordinari pagati, elettrodomestici a basso costo, seconda auto, televisore, cibo in scatola, grandi marche, lotta al comunismo, benzina economica, prato ben curato, cane, bambini biondi, latte e giornali consegnati a casa, gagliardetti del football in camera. La societa' industriale avanzata americana e' a pieno regime e l'autore prova a supporne una destinazione futura, basandosi su cio' che sa dell'America di ieri, su cio' che vede attorno a se, su cosa ha letto e conosciuto (con la guerra, con gli studi di antropologia, con quelli scientifici, con il lavoro nelle grandi imprese dell'energia). L'americano della tradizione e' l'uomo che ha costruito il proprio paese con le proprie mani, pezzo per pezzo; pieno di contraddizioni: la terra dell'abbondanza e della liberta' conquistata con un genocidio conclusosi neanche un secolo prima, la paladina della democrazia, ma militarizzata; la patria delle opportunita' purche' le si tolgano agli avversari.

L'America di questo romanzo e' un paese ricco di una ricchezza dispari, dove i cittadini sono catalogati in base al loro valore per la societa' per mezzo di certi test attitudinali compiuti da macchine: quoziente intellettivo, abilita' di vario tipo; fatto molto ispirato alla realta' del passato prossimo e del presente americani, in cui sembra che sbagliare certi test ancora in tenera eta' possa divenire un'ancora per tutto il futuro dell'individuo; un paese che al pari dei suoi avversari di oltrecortina ha compreso che l'immagazzinamento dei dati privati delle persone e' una fonte di potere e quindi assegna direttamente anche un valore a questi dati, nel romanzo di Vonnegut, ed un prezzo, nella nostra realta'. Se si viene classificati come inservibili il paese si prende cura di te, certo, ma non ti mette a capo di niente, non ti affida responsabilita' e ricchezze e lo fa perche' non te le meriti, non sei capace, non e' colpa tua: quasi un fatto fisiologico la disparita' di classe in questa America non troppo fittizia, medico e quindi naturale, inopinabile - la stessa America che cerca nei geni e nella natura la causa dell'obesita', della tossicodipendenza, della violenza e delle cose piu' strane purche' si deleghino ad una strana tecno-fede responsabilita' che nessuno intende piu' assumersi. Uomini naturalmente portati al comando e uomini naturalmente portati a sottomettersi. Da ciascuno secondo le proprie possibilita', ad ognuno in base ai propri bisogni: nell'America sociocapitalista di "Piano Meccanico" questa frase viene portata alle conseguenze piu' omogenee da esseri umani che si limitano a consultare una sola grande macchina decidente che sa cosa e' giusto per tutti, perche' tutti sono modellati secondo tipi umani standard: intercambiabili, riproducibili, gia' assegnati al loro posto all'apparato produttivo. Questa macchina oggi c'e': e' il centro nevralgico (seppure in forma di intelligenza diffusa) della produzione dell'entertainment mediatico americano, dove i ghost writers delle vite altrui decidono stagione per stagione il palinsensto delle vite degli uomini della societa' occidentale dei prossimi anni, lo produrranno sotto forma di serie televisive e poi venderanno i loro prodotti e quell'umanita' formattata e desiderante che essi stessi hanno creato. L'azienda-sistema che va oltre il produrre il prodotto e produce ormai direttamente anche il consumatore.

Vonnegut tende fino a spezzare i paradigmi di efficacia ed efficienza di certe scuole d'economia che contano i cittadini solo come disposti a comprare un bene che scenda di prezzo senza neanche chiedersi cosa sia e senza sapere che se scende il prezzo cala la produzione eccetera; tutto qui e' in mano ad un solo pianificatore onnisciente, lo stato/capitale, ed il profitto corrisponde col suo travestimento di soddisfazione di un bisogno; eppure non c'e' alcuna gioia in questi cittadini dai bisogni soddisfatti, ma con le mani in mano: per Vonnegut (e lo notava Tocqueville, e tale si considerava Franklin) il cittadino americano risolve col proprio lavoro i propri bisogni - o almeno e' convinto di farlo perche' mentre il bravo colono si spacca la schiena a caccia di pelli di scoiattolo c'e' gia' chi sfrutta schiavi cinesi per costruire ferrovie su cui speculare chilometro per chilometro e chi con la borsa moltiplica esponenzialmente i propri profitti.

L'idea della meccanizzazione e' interessante e toccava un tema caldissimo almeno nelle decadi Cinquanta, Sessanta e Settanta: quanto manca a che le macchine sostituiscano completamente il lavoro umano? Tutto sembrava possibile e l'estetica mainstream attingeva a piene mani dalla peggiore fantascienza: le macchine avrebbero sollevato l'uomo dalla fatica fisica, basta comprarle; il cibo precotto e confezionato, le cose tutte uguali, tutte indistruttibili, infallibili; cosa resta da fare all'uomo se le macchine lavorano al posto suo? Qui interviene la fantascienza: in Star Trek l'uomo e' quasi completamente liberato da qualunque lavoro fisico esso non intenda svolgere per propria soddisfazione e per questo si eleva verso le stelle; nella distopia rooseveltiana di Vonnegut ad esempio i "Relitti & Puzzoni" fanno umili lavori di manutenzione che sostanzialmente non sono altro che scavare buche e poi riempirle.

Ma c'era un'altra possibilita', probabilmente, una possibilita' che forse Vonnegut intravede raccontando con rammarico che vennero distrutti anche macchinari che aveva un senso ci fossero (depuratori d'acqua eccetera): occorreva si' meccanizzare del tutto il lavoro manuale ma dopo averne socializzato i mezzi di produzione; vivere la meccanizzazione, per cosi' dire, da sinistra. Ma cosa e' successo? Perche' - nella realta' - queste macchine sempre piu' intelligenti e sempre piu' precise non hanno sostituito il lavoro manuale completamente? Può accadere come in Piano Meccanico, in cui a forza di rimanere inoperosi i cittadini decidano di ribellarsi, ma sappiamo come va a finire: i padroni hanno troppe armi e troppi mezzi e troppi servi perche' possa esserci un rivolgimento violento della societa', i padroni non lo temono.

La ricchezza ed il potere sono concetti relativi e relazionali, necessitano che qualcuno sia sottomesso, necessitano che la loro supremazia sia riconosciuta da qualcuno come santa e giusta.

Nel caso "illuminato" del romanzo di Vonnegut la classe dominante si considera semplicemente fatta delle persone piu' capaci che ci siano, che si occupano di mandare avanti il paese poiche' hanno le competenze giuste per farlo: una divisione in classi fisiologica, naturale - non c'e' oppressore ed oppresso, padrone e servo: solo persone piu' capaci che decidono e persone meno capaci che servano mentre vengono accudite.

Nel caso peggiore mi viene da pensare che parte del piacere di essere potenti stia in un certo tasso di somministrazione del terrore tenendo l'umanita' nella schiavitu' e nella violenza; che ci sia qualcuno che con l'altrui sofferenza condisca il proprio pranzo del potere.

*

Letture

E' forse una lettura troppo europea e troppo ottocentesca considerare questa trattazione di Vonnegut come mancante di un culmine forte, di conseguenze che per alcuni di noi sono ovvie: egli crede in qualche modo nell'uomo americano ma senza illusioni, anzi egli desidera che anche quella statunitense sia inserita a pieno titolo tra le societa' imperfette, ingiuste e contraddittorie. Quello che evidenzia una sottile vena di idealismo nell'autore e' questa fiducia che sia il lavoro a migliorare l'uomo; forse per come lo sottintende e lo idealizza, ma non di certo ricominciando a mandare le persone in fabbrica, dove invece e' giusto che siano le macchine a lavorare; quasi, ed e' opinione diffusa, che le persone non sappiano cosa farsene del proprio tempo se non costrette a vendere parte della propria giornata ad un padrone per il suo accumulo di profitto; penso che Vonnegut semplicemente si tenga lontano dai temi del genere e si occupi intanto di cio' che e' alla portata di tutti: "lasciamo che gli uomini si mantengano con dignita' e che si sentano parte di qualcosa"; in questo caso allora e' un discorso provvisorio accettabile; e forse il suo pizzico di cinismo, il fatto che occorra tenere occupate le persone, e' ragionevole ed e' il mio idealismo a convincermi che l'uomo liberato del lavoro potrebbe evolversi a velocita' esponenziale; ma questi schiavi liberati di Vonnegut bighellonano nel bar, sono dediti alle attivita' piu' strambe, sono in spasmodica attesa che qualcosa si rompa per ripararlo; sono solo io a pensare che senza la schiavitu' del lavoro salariato la nostra vita potrebbe essere dedita alle passioni, alle arti, al conoscerci l'un l'altro, agli studi? E' un'ipotesi cosi' inattuale?

Altra questione che credo stia a cuore a Vonnegut e' radicata proprio nella quantificazione meccanizzata delle qualita' umane, meccanizzazione che necessita parametri stabili, necessita riduzione di attributi astratti dell'umanita' a schede perforabili e computabili da un calcolatore; cosi' come i proto-calcolatori Ibm furono coinvolti nell'organizzazione del bestiame umano macellato dai nazisti; cosi' come i post-calcolatori Usaf oggi bombardano deresponsabilizzati i "nemici della democrazia" sparsi per il mondo.

L'America e' una societa' di uomini come tutte le altre passate e presenti, gli uomini fanno del bene o fanno del male, il potere spinge l'uomo al male, l'uomo necessita di sentirsi facitore delle proprie fortune, la vita e' troppo importante per essere lasciata in gestione alle macchine, occorre vivere a misura delle proprie braccia e della propria testa: questo sembra voler raccontare Vonnegut, senza essere un luddista: il progresso buono, le macchine utili, la scienza sono tappe fondamentali, conquiste dell'uomo che vanno coltivate, apprezzate, manipolate con cura, indirizzate continuamente dalla testa e dal cuore umani; la medicina che ci salva, la scienza che ci posiziona nell'universo, la tecnologia che prolunga i nostri sensi ed i nostri arti.

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Letteratura di genere e filosofia avanzata

Ad integrazione di quanto detto sull'attualita' dei temi di Vonnegut e sul suo essere sempre al centro pulsante delle problematiche della societa' vorrei citare due brani della filosofia piu' avanzata degli stessi anni del romanzo (e del Novecento), per ribadire il fatto che la buona cultura popolare della letteratura per cosi' dire leggera possa affiancarsi con assoluta dignita' alla riflessione scientifica ed integrarla da pari.

Sulla tecnologia e sul possesso delle competenze, tema ancora caldissimo oggi che si parla di codici informatici e brevetti di materiale biologico, Hannah Arendt scriveva nel 1958 (Vita Activa, La condizione umana [The human condition, 1958], Bompiani, Milano 1964, 2009 p. 3, "Prologo"): "Se la conoscenza (nel senso moderno di know-how, di competenza tecnica) si separasse irreparabilmente dal pensiero, allora diventeremmo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle nostre macchine quanto della nostra competenza, creature prive di pensiero alla merce' di ogni dispositivo tecnicamente possibile, per quanto micidiale".

Nel libro di Vonnegut molte macchine degli impianti produttivi hanno una memoria su nastro nella quale sono state inserite, filmate, le competenze del lavoratore che prima svolgeva quell'attivita'. Le strade del quartiere proletario sono piene di persone traboccanti capacita' manuali che pero' non hanno piu' la possibilita' di applicarsi nel fare le cose, nel trasformare la natura in societa', nel riparare cio' che e' guasto. Inoltre questa loro estromissione e' considerata anche (visto che sono le macchine a decidere quali siano le capacita' che contano) una inadeguatezza ad ogni altro tipo di attivita'. Essi, e la cosa ci stupisce ma la comprenderemo con la successiva citazione, non sanno cosa altro fare delle loro vite e del loro tempo.

Proseguendo nella lettura della Arendt troviamo le righe su cui la societa' (inclusa la politica) avrebbero dovuto riflettere negli ultimi decenni (p. 4, "Prologo"): "Ancora piu' prossimo e forse altrettanto decisivo, e' un altro evento non meno temibile, l'avvento dell'automazione, che in pochi decenni vuotera' probabilmente le fabbriche e liberera' il genere umano dal suo piu' antico e piu' naturale fardello, il giogo del lavoro e la schiavitu' della necessita'. Anche qui, e' in gioco un aspetto fondamentale della condizione umana, ma la ribellione contro di esso e il desiderio di essere liberati 'dalla fatica e dall'affanno' del lavoro non sono moderni ma vecchi come la storia che ci e' stata tramandata. La liberta' dal lavoro in se stessa non e' nuova; un tempo era uno dei privilegi piu' radicati di pochi individui. E da questo punto di vista puo' sembrare che il progresso scientifico e l'evoluzione della tecnica siano stati impiegati solo per conseguire cio' che tutte le generazioni passate avevano sognato senza poterlo realizzare. Tuttavia e' cosi' solo in apparenza. L'eta' moderna ha comportato anche una glorificazione teoretica del lavoro, e di fatto e' sfociata in una trasformazione dell'intera societa' in una societa' di lavoro. La realizzazione del desiderio, pero', come avviene nelle fiabe, giunge al momento in cui puo' essere solo una delusione. E' una societa' di lavoratori quella che sta per essere liberata dalle pastoie del lavoro, ed e' una societa' che non conosce piu' quelle attivita' superiori e piu' significative in nome delle quali tale liberta' meriterebbe di essere conquistata".

E queste parole chiariscono anche i dubbi sopra esposti sul perche' le persone non sappiano neanche piu' proiettarsi in una vita che non preveda il lavoro servile, non hanno altri svaghi ed altra aspirazione che arricchirsi e circondarsi di trastulli tecnologici che allevino la loro noia nel tempo in cui non lavorano ed in cui guardano i propri cari col terrore di non sapere piu' cosa dire loro. Questa societa' dei lavoratori che Vonnegut racconta e che e' l'America di oggi: gli adolescente messi a servire nei fast-food, i latinos a lavorare nei campi, gli adulti bianchi a fare i mister nine-till-five quando va loro bene o a desiderarlo negli anni di crisi. Sembra quasi che sia da rivedere tutta la cosiddetta etica del lavoro, soprattutto ora che vogliono convincerci che sia possibile, almeno nei programmi televisivi, intraprendere attivita' lavorative con passione, piacere e persino felicita'. Ma in qualunque azienda degna di questo nome l'unica felicita' possibile e' quella di qualcuno cosi' stordito e cosi' ridotto all'ignoranza da non accorgersi che si sta consumando giorno per giorno e che la propria vita viene masticata dalle ganasce del sistema. Questo e' cio' di cui si e' accorto Finnerty nel libro, troppo tardi, e' gia' impazzito forse e Paul, appena in tempo per liberarsi seppure a caro prezzo.

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Attacco alla borghesia bianca americana

Nell'opera assistiamo ad un durissimo attacco alla borghesia dirigenziale americana, di fatto divenuta un'aristocrazia con peculiarita' tipiche dei ceti nobiliari (se ne fa parte praticamente per diritto di nascita, si ha diritto ad una cittadinanza piu' piena, e' una classe il cui ingresso e' regolato rigidamente eccetera).

Il bravo cittadino bianco americano borghese, che e' rimasto a casa durante la guerra per "mandare avanti le cose", si e' reso conto che essendo egli-testa al comando e' in grado di sostituire essi-braccia con le macchine: in parte per una certa presunzione di migliorare l'efficienza del lavoro (lavoro in senso fisico, cioe' di risultato dell'applicazione di una forza) e la convinzione di essere guide, miglioratori delle condizioni di vita della gente comune che con le sue scarse capacita' ed il suo scarso quoziente intellettivo sarebbe condannata al degrado, alla fatica, alla semplicita' primitiva.

Sembra quasi di assistere ad un autocolonialismo: il povero, inetto, incapace cittadino di serie B e' un buon selvaggio di cui avere cura come si ha cura di un infelice, di un imbelle: e' dovere del nobile bianco cristiano di dare un senso a queste vite che altrimenti sarebbero inutili, egli e' l'illuminato principe mandato dal dio a curarsi di queste creature appena umane.

La borghesia bianca americana ha vissuto cosi' a lungo circondata da schiavi (chiamati liberalmente lavoratori o sottoposti, ma di fatto subalterni) che ha del tutto perso la capacita' di fare qualunque cosa se non schiacciare pulsanti, compilare moduli, tamburellare col dito su qualche display; gli stessi americani che secoli prima aprirono le piste, costruirono le fattorie, coltivarono i campi, fecero le citta', sterminarono gli indiani, importarono schiavi africani e via dicendo. Non solo ha perso ogni capacita' pratica ma ha anche delegato le decisioni a macchine calcolatrici che come ci insegna la migliore fantascienza, sono cosi' brave a mandare avanti il mondo che ben presto decideranno che l'umanita' e' di troppo, considereranno la vita come un contrattempo (ad esempio nel film "Terminator"); ma che vita vivono questi americani di Piano Meccanico? A leggerla non sembrerebbe un libro scritto quasi settant'anni fa: il lavoro e' degradato alla ripetizione di attivita' minime, il tempo e' colonizzato dall'inattivita' o dai trastulli piu' beceri, la segregazione delle due umanita' e' nettissima e militarizzata, la societa' e' mantenuta in allerta con la minaccia dei sabotatori per diffondere un clima di paura e di disponibilita' a cedere liberta' in cambio di sicurezza, chi possiede e decide e' un numero sempre piu' esiguo ma sempre piu' fuori scala in quanto a potere; di quale societa' parla Vonnegut? Quando la fantascienza come letteratura fini' inevitabilmente nel logoro menu dell'accademia si uso' per nobilitarla il termine "Narrativa di anticipazione" (quasi si parlasse dei soliti ristoranti dell'avvenire): era inadeguato perche' negava l'esercizio di astrazione ed altre cose, ma questa di Vonnegut lo e': egli descrive un futuro che era gia' presente e che lo e' ancora, perche' e' un sistema che sembra funzioni (ma noi sappiamo che non e' cosi': i segni dell'entropia che lo divora sono manifesti da lungo tempo). Ed infatti la realta' ha superato la fantasia anche in questo caso: il mondo del profitto, dell'efficacia e dell'efficienza, si e' trasferito in quella realta' virtuale che e' la finanza lasciando i miseri fatti dell'economia reale ad essere trattati dagli schiavi che contano meno di macchinari, perche' la macchina per eccellenza della modernita' e' il calcolatore elettronico, macchina non meccanica che richiama appunto il passaggio tra le due economie reale e finanziaria, la smaterializzazione dell'esistente distillato in bytes da versare in qualche borsa virtuale. Questa nuova macchina (che nel romanzo di Vonnegut e' macchina totale, decisore assoluto di tutti i fatti della societa' americana, techno-profeta a schede forate) e' un grande architetto di una societa' che pretende di essere illuminata in ogni angolo, perfetta, funzionante, prevista e prevedibile.

Ci trovo poi allusioni a certe elite americane, le cui attivita' si svolgono ai confini con la segretezza e che spesso vengono a trovarsi al centro di trame complottiste: le varie societa' piu' o meno occulte, le logge di cittadini, i cerchi magici di decisori di decisori. Le "Praterie" ricordano certi meeting di cui si parla spesso: ricordano il Bohemian Club, ricordano la società semisegreta Skulls and Bones, gruppi di potere che si riproducono, si incontrano per aggiornarsi, si autocelebrano tra goliardia e complotto, si fanno societa' nella societa', elite dell'elite radunati spesso attorno a progetti di societa' autoritari, ragionieristici piu' che architettonici, che perseguono una contabilita' immorale piu' che una proporzione aurea nella loro idea di mondo dove l'armonia e' ridotta alla diade dominatori/dominati purche' entrambi ne siano soddisfatti (in questo caso perche' deciso dall'imparziale calcolo di una macchina/architetto per la quale in teoria tutti gli uomini sono di uguale valore e quindi essa puo' assegnare loro un valore). Vonnegut racconta tutta la greve goffaggine di questa elite di maschietti che si dispiega ed autocelebra in un clima da spogliatoio del calcetto (o da birreria di Monaco, che e' la stessa cosa): un'atmosfera fomentata e tetra, un entusiasmo artefatto e fragile (che infatti si incrinera' non appena scoppia la "rivoluzione" e diversi manager la abbracceranno); un clima che ricorda molto quello di certe sette molto in voga anche ai giorni nostri: ripetizione ossessiva di ritualita' vuote, magari davanti ad un oggetto catalizzatore, venerazione di un "fondatore" quasi trasceso, senso di appartenenza sempre piu' stringente, meccaniche di esclusione, pratiche di autoesaltazione eccetera.

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Cose da spogliatoio

C'e' un ultimo fatto che intendo sottolineare su questa societa' dominante dell'opera di Vonnegut: egli lo sottintende solamente poiche' narra la realta' a lui contemporanea ed e' un fatto sotto gli occhi di tutti (e neanche molto discusso nell'America degli anni Cinquanta, ci vorra' qualche altro anno): la classe dominante e' composta solo da maschi. Forse e' un fatto che appare evidente solo al lettore postumo, ma non credo. Corrisponde alla societa' americana contemporanea all'autore: le donne avevano trovato largo impiego nell'industria americana durante la seconda guerra mondiale, ma con il ritorno degli uomini in patria ed il riavvio delle normali attivita' (di fatto nuove, poiche' l'America torna dalla guerra come nazione dominatrice del mondo: gli imperi sono caduti, molte nazioni sono state attraversate rovinosamente dalla guerra, ma gli Stati Uniti hanno mantenuto intatto il loro patrimonio statuale, la loro riserva interna di materie prime eccetera) per non creare disoccupazione maschile era necessario che esse tornassero ad essere mogli, madri, housewives e poi consumatrici; per loro erano pronti molti nuovi prodotti da acquistare, dovevano preparare il Martini al marito di ritorno dal lavoro (come fa Anita nel libro), devono occuparsi della casa e della famiglia; ed i media naturalmente erano pronti a prodigarsi in perfetti esempi di questo tipo di femminilita'.

Ci sono segretarie, assistenti, mogli, prostitute nell'opera, ma si capisce che in quel (e questo) tipo di societa' la donna non trova alcuno spazio negli strati decisionali della societa'.

Vonnegut neanche lo dice, ma e' ovvio: un sistema cosi' stupido, cosi' poco accudente, cosi' competitivo, cosi' chiuso, cosi' ridotto a schemi di meccanica non e' un mondo fatto da uomini e donne assieme, e' un mondo dove sono solo i maschi bianchi ricchi e prevaricatori a comandare, molti di meno del famoso uno percento.

 

4. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Arthur Schopenhauer, Colloqui, Rcs, Milano 1995, pp. 310. A cura di Anacleto Verrecchia.

- La famiglia Schopenhauer. Carteggio tra Adele, Arthur, Heinrich Floris e Johanna Schopenhauer, Sellerio, Palermo 1995, pp. 536. A cura di Ludger Luetkehaus.

- Icilio Vecchiotti, Introduzione a Schopenhauer, Laterza, Bari 1970, pp. 200.

 

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

6. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2051 del 21 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com , sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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