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[Nonviolenza] Telegrammi. 2054



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2054 del 24 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com

 

Sommario di questo numero:

1. Opporsi

2. Il Requiem di Anna Achmatova e noi (2009)

3. Anna Achmatova: Requiem, nella traduzione di Carlo Riccio

4. Anna Achmatova: Requiem, nella traduzione di Evelina Pascucci

5. Anna Achmatova: Requiem, nella traduzione di Michele Colucci

6. Et coetera

7. Una postilla del 2014

8. Per sostenere il centro antiviolenza "Erinna"

9. Segnalazioni librarie

10. La "Carta" del Movimento Nonviolento

11. Per saperne di piu'

 

1. EDITORIALE. OPPORSI

 

Ripetiamolo una volta ancora, cio' che occorre innanzitutto fare.

Opporsi alla guerra e a tutte le uccisioni.

Opporsi al razzismo e a tutte le persecuzioni.

Opporsi al maschilismo e a tutte le oppressioni.

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' e la biosfera.

 

2. REPETITA IUVANT. IL REQUIEM DI ANNA ACHMATOVA E NOI (2009)

 

Requiem e' il ciclo di poesie cui Anna Achmatova affida la sua piu' nitida e lancinante testimonianza contro il totalitarismo. Straziata da tanto orrore, colpita negli affetti piu' intimi dall'arresto del figlio, ed anch'essa perseguitata, Anna Achmatova leva qui la sua voce - sottile come un sospiro, e forte come una tempesta - a nome di tutte le vittime, in nome dell'umanita' intera.

Cosi' scrivevamo nel gennaio 2006 presentando due delle seguenti traduzioni in un fascicolo di "Voci e volti della nonviolenza".

Riproponendo questa straordinaria testimonianza di Anna Achmatova e' ineludibile il pensiero che - mutatis mutandis - analoga e' la condizione che oggi nel nostro paese vien fatta alle sorelle e ai fratelli migranti. E che qui e adesso alla totalitaria violenza razzista nel nostro paese imperversante occorre opporsi.

 

3. REPETITA IUVANT. ANNA ACHMATOVA: REQUIEM, NELLA TRADUZIONE DI CARLO RICCIO

[Da Anna Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, Einaudi, Torino 1966, 1993, pp. 24-55]

 

Requiem

1935-1940

 

No, non sotto un estraneo cielo,

Non al riparo d'ali estranee:

Ero allora col mio popolo,

La' dove il mio popolo, per sventura, era.

 

1961

 

*

 

In luogo di prefazione

 

Nei terribili anni della "ezovscina" ho trascorso diciassette mesi a fare la

coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi "riconobbe". Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridesto' dal torpore proprio a noi tutti e mi domando' all'orecchio (li' tutti parlavano sussurrando):

- Ma lei puo' descrivere questo?

E io dissi:

- Posso.

Allora una specie di sorriso scivolo' per quello che una volta era stato il suo volto.

 

I aprile 1957. Leningrado

 

*

 

Dedica

 

Davanti a questa pena s'incurvano i monti,

Non scorre il grande fiume,

Ma tenaci sono i chiavistelli del carcere,

E dietro ad essi le "tane dell'ergastolo"

E una mortale angoscia.

Per chi spiri il vento fresco,

Per chi sia delizia il tramonto,

Noi non sappiamo, siamo ovunque le stesse,

Sentiamo solo l'odioso strider delle chiavi

E i passi pesanti dei soldati.

Ci si alzava come a una messa mattutina,

Si andava per la capitale abbandonata,

La' ci s'incontrava, piu' inanimate dei morti,

Il sole piu' in basso e piu' nebbiosa la Neva,

Ma la speranza canta sempre di lontano.

La condanna... E subito sgorgano le lagrime,

Ormai divisa da tutti,

Come se con dolore la vita dal cuore le strappassero.

Come se con rozzezza la rovesciassero indietro,

Ma cammina... Barcolla... Sola...

Dove sono ora le amiche occasionali

Di questi due miei anni maledetti?

Che appare loro nella bufera siberiana,

Che balugina nel disco lunare?

A loro invio il mio saluto d'addio.

 

Marzo 1940

 

*

 

Introduzione

 

Cio' accadde allorche' a sorridere

Era solo chi e' morto - lieto della pace.

E, appendice inutile, si sbatteva

Leningrado intorno alle sue carceri.

E allorche', impazzite di tormento,

Condannate ormai andavano le schiere

E breve canzone di distacco

I fischi cantavano delle locomotive.

Stelle di morte incombevano su noi

E innocente la Russia si torceva

Sotto sanguinosi stivali

E copertoni di neri cellulari.

 

*

 

1.

 

Ti hanno portato via all'alba,

Io ti venivo dietro, come a un funerale,

Nella stanza buia i bambini piangevano,

Sull'altarino il cero sgocciolava.

Sulle tue labbra il freddo dell'icona.

Il sudore mortale sulla fronte... Non si scorda!

Come le mogli degli strelizzi, ululero'

Sotto le torri del Cremlino.

 

1935. Mosca (Kutaf'ja)

 

*

 

2.

 

Placido scorre il placido Don,

Gialla luna entra nella casa.

 

Entra col cappello sulle ventitre',

Vede l'ombra la gialla luna.

 

Questa donna e' malata,

Questa donna e' sola,

 

Il marito nella tomba, il figlio in prigione.

Pregate per me.

 

*

 

3.

 

No, non sono io, e' qualcun altro che soffre.

Io non potrei esser cosi', ma quel che e' successo

Neri drappi lo ricoprano,

E portino via le lanterne...

Notte.

 

*

 

4.

 

Se mostrato t'avessero, burlona

E prediletta fra tutti gli amici,

Di Carskoe Selo' allegra peccatrice,

Quel che sarebbe della tua vita:

Startene, col pacco,

Trecentesima sotto le Croci

E con le tue lagrime cocenti

Sciogliere dell'anno nuovo il ghiaccio.

La' si dondola il pioppo del carcere,

E non un suono - ma quante

Incolpevoli vite vi hanno fine...

 

*

 

5.

 

Diciassette mesi che grido,

Ti chiamo a casa.

Mi gettavo ai piedi del boia,

Figlio mio e mio terrore.

Tutto s'e' confuso per sempre,

E non riesco a capire

Ora chi sia belva e chi uomo,

E se a lungo attendero' l'esecuzione.

E solo fiori polverosi, e il tintinnio

Del turibolo, e le tracce

Chissa' dove nel nulla.

E diritto negli occhi mi fissa

E una prossima morte minaccia

L'enorme stella.

 

*

 

6.

 

Lievi volano le settimane,

Quel che e' stato non capisco.

Come ti guardavano, figlio,

Le notti bianche, in carcere,

Com'esse di nuovo guardano

Con occhio ardente di sparviero,

E della tua alta croce

E della morte parlano.

 

1939

 

*

 

7.

 

La sentenza

 

Ed e' caduta la parola di pietra

Sul mio petto ancor vivo.

Non e' nulla, vi ero preparata,

Ne verro' a capo in qualche modo.

 

Ho molto da fare, oggi:

Bisogna uccidere fino in fondo la memoria,

Bisogna che l'anima si pietrifichi,

Bisogna di nuovo imparare a vivere,

 

Se no... L'ardente stormire dell'estate,

Come una festa oltre la finestra.

Da tempo avevo presentito questo

Giorno radioso e la casa vuota.

 

1939. Estate

 

*

 

8.

 

Alla morte

 

Tu lo stesso verrai - perche' non subito allora?

T'aspetto - ho molta pena.

Ho spento la luce e aperto l'uscio

A te, cosi' semplice e prodigiosa.

Prendi per questo l'aspetto che vuoi,

Penetra come un proiettile avvelenato

O furtiva avvicinati come un esperto bandito,

O avvelenami col delirio del tifo.

O con una storiella da te inventata

E a tutti nota fino alla nausea,

Ch'io veda l'azzurra sommita' del berretto

E il capofabbricato pallido di paura.

Ora tutto e' uguale per me. Turbina lo Enisej,

Brilla la stella polare.

E l'estremo terrore offusca

Il bagliore turchino degli occhi adorati.

 

19 agosto 1939. Casa delle Fontane

 

*

 

9.

 

La follia ormai con la sua ala

Ha coperto una meta' dell'anima.

E un vino di fuoco mesce

E in una nera valle invita.

 

E ho compreso che ad essa

Devo cedere la vittoria,

Prestando ascolto al mio delirio

Come se ormai fosse di un altro.

 

E nulla essa mi consente

Di portare via con me

(Per quanto la si implori

E la si annoi con le preghiere):

 

Ne' gli occhi spaventosi di mio figlio -

Pietrificata sofferenza -,

Ne' il giorno in cui venne la bufera,

Ne' l'ora della visita in prigione,

 

Ne' il caro refrigerio delle mani,

Ne' le ombre agitate dei tigli,

Ne' un lieve suono di lontano -

Le parole dei conforti estremi.

 

4 maggio 1940. Casa delle Fontane

 

*

 

10.

 

La crocifissione

 

Non singhiozzare per Me, Madre, che giaccio nella bara.

 

I.

 

Il coro degli angeli glorifico' l'ora solenne

E i cieli si sciolsero nel fuoco.

Al Padre disse: "Perche' Mi hai abbandonato?"

E alla Madre: "Oh, non singhiozzare per Me..."

 

II.

 

Maddalena si disperava e singhiozzava,

Il discepolo prediletto era impietrito,

E la' dove in silenzio stava la Madre

Nessuno osava neppure volgere lo sguardo.

 

1940-1943

 

*

 

Epilogo

 

I.

 

Ho appreso come s'infossino i volti,

Come di sotto alle palpebre s'affacci la paura,

Come dure pagine di scrittura cuneiforme

Il dolore tracci sulle guance,

Come i riccioli da cinerei e neri

D'un tratto si facciano d'argento,

Il sorriso appassisca sulle labbra rassegnate,

E in un ghigno arido tremi lo spavento.

E non per me sola prego,

Ma per tutti coloro che erano con me, laggiu',

Nel freddo spietato, nell'afa di luglio,

Sotto la rossa muraglia abbacinata.

 

II.

 

S'e' di nuovo avvicinata l'ora del suffragio.

Vi vedo, vi ascolto, vi sento:

 

E colei che fu a stento condotta allo spioncino,

E colei che non calpesta il suolo natale,

 

E colei che, scrollando la bella testa,

Disse: "Qui vengo, come a casa".

 

Avrei voluto chiamare tutte per nome,

Ma hanno portato via l'elenco, e non so come fare.

 

Per loro ho intessuto un'ampia coltre

Di povere parole, che ho inteso da loro.

 

Di loro mi rammento sempre e in ogni dove,

Di loro neppure in una nuova disgrazia mi scordero',

 

E se mi chiuderanno la bocca tormentata

Con cui grida un popolo di cento milioni,

 

Che esse mi commemorino allo stesso modo

Alla vigilia del mio giorno di suffragio.

 

E se un giorno in questo paese

Pensassero di erigermi un monumento,

 

Acconsento ad esser celebrata,

Ma solo a condizione di non porlo

 

Ne' accanto al mare dov'io nacqui:

Col mare l'ultimo legame e' reciso,

 

Ne' del giardino dello zar presso il desiato ceppo,

Dove l'ombra sconsolata mi cerca,

 

Ma qui, dove stetti per trecento ore

E dove non mi aprirono il chiavistello.

 

Perche' anche nella beata morte temo

Di dimenticare lo strepito delle nere "marusi",

 

Di dimenticare come sbatteva l'odiosa porta

E una vecchia ululava da bestia ferita.

 

E che dalle immobili palpebre di bronzo

Come lagrime fluisca la neve disciolta.

 

E il colombo del carcere che tubi di lontano,

E placide per la Neva vadano le navi.

 

1940. Marzo

 

4. REPETITA IUVANT. ANNA ACHMATOVA: REQUIEM, NELLA TRADUZIONE DI EVELINA PASCUCCI

[Da Anna Achmatova, Io sono la vostra voce..., Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1990, 1995, pp. 192-207]

 

Requiem

1935-1940

 

No! Non sotto estraneo cielo,

Non sotto ali straniere a difesa,

Ero con il mio popolo allora,

La' dove esso era, per sciagura

 

1961

 

*

 

In luogo di prefazione

 

Negli anni terribili della "ezovscina" io trascorsi diciassette mesi in code d'attesa fuori del carcere, a Leningrado. Un giorno qualcuno mi "riconobbe". Allora una donna dietro di me, con le labbra livide, che certamente in vita sua mai aveva sentito il mio nome, riprendendosi dal torpore mentale che ci accomunava, mi domando' all'orecchio (li' comunicavamo tutti sottovoce):

"Ma lei questo puo' descriverlo?".

E io dissi:

"Posso".

Allora una specie di sorriso scorse per quello che una volta era il suo viso.

 

I aprile 1957

Leningrado

 

*

 

Dedica

 

Le montagne si piegano dinanzi a questa ambascia,

Non scorre l'ampio fiume,

Ma del carcere sono saldi i chiavistelli,

Le "tane della catorga" al di la' di quelli

E mortale un'angoscia.

Per qualcuno aleggia fresco il vento,

Per qualcuno e' diletto il tramonto -

Noi non sappiamo, siamo ovunque le stesse,

Solo sentiamo delle chiavi l'odioso cigolio

E dei soldati i pesanti passi.

Ci levavamo come per la prima messa,

Andavamo per la Capitale in stato di abbandono,

C'incontravamo la', piu' esanime dei morti,

Piu' basso il sole, la Neva piu' nebbiosa,

La speranza pur sempre canta, ascosa.

La condanna... E in una prorompe in lacrime,

Da tutti ormai separata,

Come se le cavassero la vita dal cuore con dolore,

Come se brutalmente l'atterrassero,

Ma cammina... Vacilla... Sola.

Dove sono ora le spontanee amiche

Di questi miei dannati due anni?

Che cosa appare loro nella tormenta siberiana,

Che cosa sembra loro di vedere nel disco della luna?

A loro invio il mio saluto d'addio.

 

Marzo 1940

 

*

 

Introduzione

 

Questo fu quando sorrideva

Soltanto il defunto, contento della pace.

E si dibatteva, inutile appendice,

Presso le sue prigioni Leningrado.

E quando, per il supplizio impazzite,

Andavano colonne di condannati ormai

E una breve canzone di commiato

Cantavano i fischi delle locomotive.

Verticali su di noi stelle di morte

E innocente la Rus' si contorceva

Sotto stivali insanguinati

E copertoni di nere marusi.

 

*

 

I

 

All'alba ti hanno portato via,

Dietro di te, come a un funerale, andavo,

Nella camera buia piangevano i bambini,

Il cero sgocciolava sull'altarino.

Sulle tue labbra il freddo dell'icona.

Sulla fronte un sudore di morte... Come dimenticare!

Urlero', come le mogli degli strelcy,

Sotto le torri del Cremlino.

 

Autunno 1935

Mosca

 

*

 

II

 

Placido scorre il placido Don,

La gialla luna entra nella casa,

Entra con il cappello di sghimbescio,

Vede la gialla luna un'ombra.

Questa donna e' inferma,

Questa donna e' sola,

Il marito nella fossa, il figlio in cella.

Pregate per me.

 

*

 

III

 

No, non sono io, e' qualcun altro a soffrire

Io cosi' non potrei, ma quanto e' successo

Sia da neri drappi coperto,

E portino via le lucerne...

Notte.

 

*

 

IV

 

T'avessero mostrata, scherzosa

E prediletta di tutti gli amici,

Di Carskoe Selo peccatrice gioiosa,

Che ne sarebbe stato della tua vita:

Come con l'involto, trecentesima,

Sotto Kresty avresti atteso

E con le tue lacrime ardenti

Fuso il ghiaccio del nuovo anno.

La' si culla il pioppo del carcere,

E non c'e' suono - ma quante

Vite innocenti la' si concludono...

 

*

 

V

 

Diciassette mesi a gridare,

A chiamarti a casa,

Ai piedi del carnefice gettata,

Figlio mio e mio terrore.

Tutto si e' sovvertito per sempre

E non capisco ora

Chi sia la belva, chi l'umana creatura

E se lunga per l'esecuzione sara' l'attesa.

E solo rigogliosi fiori

E del turibolo il tinnire, e in qualche dove

Orme verso nessun dove.

E dritto negli occhi mi guarda

E di morte imminente minaccia

Enorme una stella.

 

*

 

VI

 

Volano lievi le settimane,

Che cosa sia successo non capisco.

Come in carcere, figlio,

Le notti bianche ti guardassero,

Come nuovamente guardino

Con occhio di sparviero, ardente

Dell'alta tua croce

Parlino, e di morte.

 

*

 

VII

 

La condanna

 

E la parola di petra e' caduta

Sul mio petto ancora vivo.

Non e' nulla, ecco, ero preparata.

In qualche modo la superero'.

 

Oggi ho molto da fare:

Occorre la memoria annientare,

Occorre fare l'anima impietrire,

Occorre reimparare a vivere.

 

Se no... Infuocato il sussurro dell'estate,

Come una festa oltre la mia finestra.

Avevo da molto presentito questo

Radioso giorno e la casa rimasta vuota.

 

Estate 1939

 

*

 

VIII

 

Alla morte

 

Tu comunque verrai - perche' non adesso, allora?

Ti aspetto - mi e' cosi' penoso.

Ho spento la luce e dischiuso la porta

A te, cosi' semplice e prodigiosa.

Assumi per questo qualsiasi aspetto:

Penetra da piombo avvelenato

O quatta con un peso avvicinati, da bandito provetto,

O attossicami con delirio da tifo.

O con una fandonia ideata da te

E, fino alla nausea, da tutti conosciuta,

Cosi' ch'io veda la sommita' di un berretto azzurro

E pallido di paura il capopalazzo.

Ora per me tutto e' lo stesso. Turbina lo Enisej,

La stella polare brilla.

E degli occhi amati il terrore estremo

Offusca la turchina scintilla.

 

19 agosto 1939

 

*

 

IX

 

Gia' la follia con l'ala

Meta' dell'anima ha coperto,

E offre ardente un vino

E attrae nella nera dolina.

 

E ho capito che a lei

Cedere devo la vittoria,

Dando al mio delirio ascolto

Come fosse ormai di un altro.

 

E nulla ella permette

Ch'io porti via con me

(Per quanto supplicata

E tediata con la preghiera):

 

Ne' del figlio gli occhi terribili -

Sofferenza impietrita,

Ne' il giorno in cui arrivo' il terrore

Ne' in carcere l'ora della visita,

 

Ne' la cara freschezza delle mani

Ne' dei tigli le ombre agitate,

Ne' un lieve suono lontano -

Le parole dei conforti estremi.

 

4 maggio 1940

 

*

 

X

 

La crocifissione

 

Non singhiozzare per Me, Madre,

che sono nella tomba.

 

1

 

Il coro degli angeli magnifico' l'ora grande

E i cieli si fusero nel fuoco.

Al Padre disse: "Perche' mi hai abbandonato!".

A alla Madre: "Oh, non singhiozzare per Me...".

 

2

 

Maddalena si dibatteva e singhiozzava,

Il discepolo prediletto impietriva,

Ma la', dove la Madre stava muta,

Nessuno volgere lo sguardo neppure osava.

 

*

 

Epilogo

 

1

 

Ho provato come si scavino i volti,

Come di sotto le palpebre occhieggi la paura,

Come di scrittura cuneiforme ruvide pagine

Tracci la sofferenza sulle guance,

Come le ciocche, da nere e color cenere,

Argentee si facciano di colpo,

Su rassegnate labbra il sorriso declini

E in un freddo ghigno tremi lo spavento.

E io non per me sola prego,

Ma per coloro tutti che stavano li' con me,

E nel freddo atroce e nell'afa di luglio,

Sotto le rosse mura abbacinate.

 

2

 

Di nuovo del suffragio si e' avvicinata l'ora.

Vi vedo, vi sento, vi percepisco:

E lei che a stento allo spioncino condussero,

E lei che non calca il suolo natio,

E lei che, scrollata la bella testa,

Disse: "Qui vengo come a casa!"

Vorrei tutte chiamarle per nome,

Ma l'elenco sottrassero e, dove saperli?

Per loro un ampio drappo ho intessuto

Di povere parole presso di loro orecchiate.

Loro ricordo sempre e in ogni dove,

Loro non dimentichero' in una nuova sciagura neppure,

E se chiuderanno la mia bocca estenuata

Con cui un popolo di cento milioni grida,

Che ugualmente mi commemorino esse

Alla vigilia del mio funebre di'.

E se in questo paese un giorno

Di erigermi un monumento si proponessero,

A tale celebrazione acconsento, ma

A condizione solo che non lo innalzino

Ne' presso il mare dove nacqui:

E' spezzato col mare l'ultimo legame,

Ne' presso il sospirato ceppo nel giardino dello zar,

Dove l'ombra inconsolabile mi cerca,

Ma qui, dove trecento ore sono stata

E dove il chiavistello non fu aperto per me.

Poiche' nella beata morte appunto temo

Di dimenticare delle nere marusi il fragore,

Di dimenticare come la porta odiosa cigolasse

E una vecchia ululasse come bestia ferita.

E che dalle palpebre immobili di bronzo

Come lacrime, disgelata, scorra la neve,

E il colombo del carcere in lontananza tubi,

E pacifiche vadano per la Neva le navi.

 

1940, marzo. Fontannyj Dom

 

5. REPETITA IUVANT. ANNA ACHMATOVA: REQUIEM, NELLA TRADUZIONE DI MICHELE COLUCCI

[Da Anna Achmatova, La corsa del tempo. Liriche e poemi, Einaudi, Torino 1992, 2004, pp. 136-167]

 

Requiem

1935-1940

 

No, non sotto un cielo straniero,

non al riparo di ali straniere:

io ero allora col mio popolo,

la' dove, per sventura, il mio popolo era.

 

1961

 

*

 

In luogo di prefazione

 

Negli anni terribili della ezovscina ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi "riconobbe". Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di noi tutti e mi domando' in un orecchio (li' tutti parlavano sussurrando):

- Ma questo lei puo' descriverlo?

E io dissi:

- Posso.

Allora una sorta di sorriso scivolo' lungo quello che un tempo era stato il suo volto.

 

Leningrado, I aprile 1957

 

*

 

Dedica

 

Davanti a questa pena piegano i monti,

non scorre il grande fiume,

ma sono saldi i lucchetti del carcere,

dietro di essi "le tane dell'ergastolo"

e un'angoscia mortale.

Per qualcuno alita fresco il vento,

per qualcuno si strugge il tramonto,

noi non sappiamo, siamo ovunque le stesse,

sentiamo solo stridori odiosi di chiavi

e pesanti passi di soldati.

Ci si levava come a una messa mattutina,

si andava per un'inselvatichita capitale,

li' ci si incontrava piu' inanimate dei morti;

il sole piu' occiduo e la Neva' piu' brumosa,

ma da lontano canta sempre la speranza.

La sentenza... E subito sgorgano lacrime;

oramai separata da tutti,

come se dal cuore con dolore le strappassero la vita,

come se rozzamente la stendessero supina,

ma cammina... Vacilla... Sola...

Dove sono ora le amiche involontarie

dei miei due anni infernali?

Cosa scorgono nella tormenta siberiana,

cosa intravedono nel disco della luna?

A loro io mando il mio addio.

 

Marzo 1940

 

*

 

Introduzione

 

Cio' accadeva quando sorrideva

solo il morto, lieto della propria pace.

E accanto alle sue carceri Leningrado

penzolava come una vana appendice.

E quando, impazzite dal tormento,

gia' marciavano schiere di condannati

ed un canto laconico di addio

cantava il fischio delle vaporiere.

Sopra di noi le stelle della morte,

e innocente la Rus' si torceva

sotto stivali insanguinati,

sotto le gomme di nere marusi.

 

*

 

I.

 

Ti hanno condotto via all'alba,

ti andavo dietro come ad esequie,

nella buia stanza piangevano i bimbi,

gocciava il cero sull'altarino.

Sulle tue labbra il freddo dell'icona.

Un sudore di morte lungo la fronte... Non si scorda!

Come le mogli degli strelizzi, ululero'

sotto le torri del Cremlino.

 

1935. Autunno. Mosca

 

*

 

II.

 

Scorre placido il placido Don,

entra in casa una gialla luna,

 

il cappello a sghimbescio, entra,

vede un'ombra la gialla luna.

 

Questa donna e' malata,

questa donna e' sola,

 

morto il marito, in carcere il figlio,

pregate per me.

 

*

 

III.

 

No, non sono io, e' qualcun altro che soffre.

Io non potrei essere cosi', ma cio' che e' accaduto

neri drappi lo coprano,

e portino via le lanterne...

Notte.

 

*

 

IV.

 

Se ti avessero mostrato, burlona,

beniamina di tutti gli amici,

gaia peccatrice di Carskoe Selo',

quel che sarebbe stata la tua vita:

in piedi, con un pacco,

trecentesima sotto Le croci,

fondendo il ghiaccio dell'anno nuovo

con le tue lacrime cocenti.

Dondola il pioppo della prigione

laggiu', e non un suono... ma quante

vite innocenti li' hanno fine.

 

1938

 

*

 

V.

 

Diciassette mesi che grido,

ti chiamo a casa.

Mi gettavo ai piedi del boia,

figlio mio e mio incubo.

Si e' confuso tutto per sempre,

e non riesco a comprendere

chi e' una belva, chi e' un uomo,

e se attendero' a lungo il supplizio.

Rigogliosi fiori soltanto,

tintinnio del turibolo e tracce

chissa' dove, nel nulla.

E mi fissa dritto negli occhi

e minaccia prossima morte

un'enorme stella.

 

1939

 

*

 

VI.

 

Volano lievi le settimane,

non capisco quel che e' stato.

Come le notti bianche, figlio,

ti guardavano in prigione,

come guardano di nuovo

con l'occhio ardente di un rapace,

e della tua alta croce

e della morte parlano.

 

Primavera 1939

 

*

 

VII.

 

La sentenza

 

E sul mio petto ancora vivo

piombo' la parola di pietra.

Non fa nulla, vi ero pronta,

in qualche modo ne verro' a capo.

 

Oggi ho da fare molte cose:

occorre sino in fondo uccidere la memoria,

occorre che l'anima impietrisca,

occorre di nuovo imparare a vivere.

 

Se no... Oltre la finestra

l'ardente fremito dell'estate, come una festa.

Da tempo lo presentivo:

un giorno radioso e la casa deserta.

 

Estate 1939. Casa della Fontanka

 

*

 

VIII.

 

Alla morte

 

Tu verrai comunque: perche' dunque non ora?

Ti attendo, sono sfinita.

Ho spento il lume e aperto l'uscio

a te, cosi' semplice e prodigiosa.

Prendi per questo l'aspetto che ti aggrada,

irrompi come una palla avvelenata,

o insinuati furtiva come un provetto bandito,

o intossicami col delirio del tifo.

O con una storiella da te inventata

e nota a tutti fino alla nausea:

che io veda la punta di un berretto turchino

e il capopalazzo pallido di paura.

Ora per me tutto e' uguale. Turbina lo Enisej,

risplende la stella polare.

E annebbia un ultimo terrore

l'azzurro bagliore di occhi adorati.

 

19 agosto 1939. Casa della Fontanka

 

*

 

IX.

 

Gia' ha coperto meta' dell'anima

la follia con la sua ala,

e un vino di fuoco mesce

e in una nera valle chiama.

 

Ed io ho compreso che devo

concederle la vittoria,

dando ascolto al mio delirio

come se ormai fosse di un altro.

 

E nulla consentira'

che con me io porti via

(per quanto possa implorarla

e annoiarla con preghiere):

 

ne' gli occhi terribili del figlio -

pietrificato dolore -

ne' il giorno in cui venne la bufera,

ne' l'ora dell'incontro in prigione,

 

ne' il dolce refrigerio delle mani,

ne' le ombre scosse dei tigli,

ne' un lontano, lieve suono:

le parole dei conforti estremi.

 

4 maggio 1940

 

*

 

X.

 

La crocefissione

 

Non piangere per Me, Madre, vedendomi nella tomba.

 

1.

 

Saluto' l'ora suprema un coro d'angeli,

e i cieli si dissolsero nel fuoco.

Disse al padre: "Perche' Mi hai abbandonato...?"

E alla Madre: "Oh, non piangere per Me..."

 

2.

 

Si straziava e singhiozzava Maddalena,

il discepolo amato era impietrito,

ma la', dove muta stava la Madre,

nessuno oso' neppure guardare.

 

*

 

Epilogo

 

1.

 

Ho appreso come si infossano i volti,

come dalle palpebre si affaccia la paura,

come traccia il dolore sulle gote

rigide, cuneiformi pagine,

come d'un tratto, da cinerei o neri,

i riccioli diventano d'argento,

su labbra docili appassisce il sorriso

e in un arido ghigno trema lo spavento.

E non per me sola prego,

ma per quanti erano la' con me

nel freddo crudele, nell'afa di luglio,

sotto la rossa, accecata muraglia.

 

2.

 

L'ora del suffragio di nuovo e' giunta,

io vi vedo, io vi ascolto, io vi sento:

quella che a stento spinsero al vetro,

quella che non calpesta il suolo natio,

e quella che disse, scuotendo il bel capo:

"Vengo qui come a casa".

Le volevo tutte chiamare per nome,

ma han preso l'elenco, e non so come fare.

Coi poveri suoni che ho inteso da loro

per loro ho tessuto un largo manto.

Le ricordero' sempre e in ogni dove,

non le scordero' neanche in nuove sventure,

ma se tapperanno la bocca straziata

con cui un popolo di centinaia di milioni grida,

mi commemorino loro allo stesso modo,

la vigilia del mio giorno di suffragio.

E se un di' pensassero in questo paese

di erigermi un monumento,

acconsento ad essere celebrata

ma solo ad un patto: non porre la statua

accanto al mare ove nacqui -

col mare ho reciso l'estremo legame -

o nel parco dello zar, presso il fatale ceppo

dove mi cerca l'ombra sconsolata,

ma qui, dove stetti trecento ore e dove

non mi apersero i chiavistelli.

Perche' anche nella beata morte temo

di scordare un rombo di nere marusi,

di scordare come l'odiosa porta sbatteva

e - bestia ferita - una vecchia ululava.

E dalle immote, bronze palpebre

la neve sciolta scorra come lacrime,

e il colombo del carcere tubi di lontano,

e vadano le navi placide sulla Neva'.

 

Marzo 1940. Casa della Fontanka

 

6. REPETITA IUVANT. ET COETERA

 

Anna Achmatova (pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko, nata a Odessa nel 1889 e deceduta a Domodedovo, presso Mosca, nel 1966) e' una delle grandi poetesse del Novecento. Il ciclo di poesie Requiem, concluso gia' nel '40, conservato per anni solo nella memoria dell'autrice e di pochi amici fidati, fu dall'autrice steso su carta solo nel 1962, e fu pubblicato per la prima volta a Monaco di Baviera nel 1963; la prima traduzione italiana, di Carlo Riccio, apparve su "Tempo presente" nel 1964; solo nel 1987 fu pubblicato nella patria della poetessa. In italiano sono disponibili varie raccolte di scritti di Anna Achmatova, oltre le tre da cui abbiamo estratto le traduzioni riportate sopra. Tra le opere su Anna Achmatova segnaliamo particolarmente Lidija Cukovskaja, Incontri con Anna Achmatova. 1938-1941, Adelphi, Milano 1990.

Per un accostamento alla poesia russa del Novecento segnaliamo particolarmente le belle antologie di Renato Poggioli e di Angelo Maria Ripellino (Renato Poggioli, Il fiore del verso russo, Einaudi, Torino 1949, Mondadori, Milano 1961, 1991; Angelo Maria Ripellino (a cura di), Poesia russa del Novecento, Guanda, Parma 1954, Feltrinelli, Milano 1960, 1979); per un'ampia e aggiornata panoramica cfr. anche Stefano Garzonio, Guido Carpi (a cura di), Antologia della poesia russa, E-ducation.it, Firenze 2004, Gruppo editoriale L'Espresso, Roma 2004.

Per un accostamento alla letteratura russa cfr. almeno Ettore Lo Gatto, Storia della letteratura russa, Sansoni, Firenze 1992 (la prima edizione e' del 1942), e Dmitrij P. Mirskij, Storia della letteratura russa, Garzanti, Milano 1965, 1998.

Ma tre libri almeno ancora vorremmo segnalare, la cui lettura riteniamo indispensabile: Margarete Buber-Neumann, Prigioniera di Stalin e Hitler, Il Mulino, Bologna 1994, 2005; Aleksandr Solzenicyn, Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano 1974-1978, 1995; Tzvetan Todorov, Memoria del male, tentazione del bene, Garzanti, Milano 2001.

 

7. REPETITA IUVANT. UNA POSTILLA DEL 2014

 

Da questi versi ineludibili ancora e sempre un appello scaturisce: cessino tutte le uccisioni e tutte le persecuzioni; cessino tutte le guerre e tutte le dittature; si adoperi ogni essere umano a recare soccorso a tutti gli altri esseri umani; si adoperi l'umanita' intera a recare soccorso ad ogni essere umano.

Ogni essere umano e' un valore infinito.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Vi e' una sola umanita', in un unico mondo casa comune dell'umanita' intera.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

 

8. REPETITA IUVANT. PER SOSTENERE IL CENTRO ANTIVIOLENZA "ERINNA"

 

Per sostenere il centro antiviolenza delle donne di Viterbo "Erinna" i contributi possono essere inviati attraverso bonifico bancario intestato ad Associazione Erinna, Banca Etica, codice IBAN: IT60D0501803200000000287042.

O anche attraverso vaglia postale a "Associazione Erinna - Centro antiviolenza", via del Bottalone 9, 01100 Viterbo.

Per contattare direttamente il Centro antiviolenza "Erinna": tel. 0761342056, e-mail: e.rinna at yahoo.it, onebillionrisingviterbo at gmail.com, sito: http://erinna.it

Per destinare al Centro antiviolenza "Erinna" il 5 per mille inserire nell'apposito riquadro del modello per la dichiarazione dei redditi il seguente codice fiscale: 90058120560.

 

9. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Albert Camus, La peste, Bompiani, Milano 1948, 1976, pp. XXIV + 264.

- Albert Camus, L'uomo in rivolta, Bompiani, Milano 1957, 1976, pp. 344.

 

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

11. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2054 del 24 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com , sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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