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[Nonviolenza] La domenica della nonviolenza. 337



 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 337 del 20 settembre 2015

 

In questo numero:

1. Il primo diritto, il primo dovere

2. Paolo Arena presenta "Barbablu'" di Kurt Vonnegut

3. Per sostenere il centro antiviolenza "Erinna"

4. Segnalazioni librarie

 

1. REPETITA IUVANT. IL PRIMO DIRITTO, IL PRIMO DOVERE

 

Occorre soccorrere, accogliere, assistere tutti gli esseri umani in fuga dalla fame e dalle guerre.

Occorre riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di giungere in modo legale e sicuro nel nostro paese.

Occorre andare a soccorrere e prelevare con mezzi di trasporto pubblici e gratuiti tutti i migranti lungo gli itinerari della fuga, sottraendoli agli artigli dei trafficanti.

Occorre un immediato ponte aereo di soccorso internazionale che prelevi i profughi direttamente nei loro paesi d'origine e nei campi collocati nei paesi limitrofi e li porti in salvo qui in Europa.

Occorre cessare di fare, fomentare, favoreggiare, finanziare le guerre che sempre e solo consistono nell'uccisione di esseri umani.

Occorre proibire la produzione e il commercio delle armi.

Occorre promuovere la pace con mezzi di pace.

Occorre cessare di rapinare interi popoli, interi continenti.

In Italia occorre abolire i campi di concentramento, le deportazioni, e le altre misure e pratiche razziste e schiaviste, criminali e criminogene, che flagrantemente confliggono con la Costituzione, con lo stato di diritto, con la democrazia, con la civilta'.

In Italia occorre riconoscere immediatamente il diritto di voto nelle elezioni amministrative a tutte le persone residenti.

In Italia occorre contrastare i poteri criminali, razzisti, schiavisti e assassini.

L'Italia realizzi una politica della pace e dei diritti umani, del disarmo e della smilitarizzazione, della legalita' che salva le vite, della democrazia che salva le vite, della civilta' che salva le vite.

L'Italia avvii una politica nonviolenta: contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni. Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' e la biosfera.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Vi e' una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.

Salvare le vite e' il primo dovere.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

 

2. LIBRI. PAOLO ARENA PRESENTA "BARBABLU'" DI KURT VONNEGUT

[Ringraziamo Paolo Arena per questo intervento.

Paolo Arena, critico e saggista, studioso di cinema, arti visive, weltliteratur, sistemi di pensiero, processi culturali, comunicazioni di massa e nuovi media, e' uno dei principali collaboratori del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo e fa parte della redazione di "Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta", un'esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che per anni si sono svolti con cadenza settimanale a Viterbo; nel 2010 insieme a Marco Ambrosini e Marco Graziotti ha condotto un'ampia inchiesta sul tema "La nonviolenza oggi in Italia" con centinaia di interviste a molte delle piu' rappresentative figure dell'impegno nonviolento nel nostro paese. Ha tenuto apprezzate conferenze sul cinema di Tarkovskij all'Universita' di Roma "La Sapienza" e presso biblioteche pubbliche. Negli scorsi anni ha animato cicli di incontri di studio su Dante e su Seneca. Negli ultimi anni ha animato tre cicli di incontri di studio di storia della sociologia, di teoria del diritto, di elementi di economia politica. Fa parte di un comitato che promuove il diritto allo studio con iniziative di solidarieta' concreta.

Kurt Vonnegut (Indianapolis, 1922 - New York, 2007) e' uno dei maggiori scrittori del Novecento; nel 1944 prigioniero di guerra in Germania assistette alla distruzione di Dresda. Per tutta la vita ha lottato contro la guerra e contro ogni fascismo con le armi della poesia. Opere di Kurt Vonnegut: romanzi: Player Piano,1952; The Sirens of Titan, 1959; Mother Night; 1961; Cat's Cradle, 1963; God Bless You, Mr. Rosewater or Pearls Before Swine, 1965; Slaughterhouse-Five or the Children's Crusade, 1969; Breakfast of the Champions or Goodbye Blue Monday!, 1973; Slapstick or Lonesome No More, 1976; Jailbird, 1979; Deadeye Dick, 1982; Galapagos, 1985; Bluebeard, 1987; Hocus Pocus, 1990; Fates worse than death, 1991; Timequake, 1997; God Bless You, Dr. Kevorkian, 1999; raccolte di racconti: Welcome to the Monkey House, 1968; raccolte di saggi: Wampeters, Foma & Granfalloons, 1974; Palm Sunday: An Autobiographical Collage, 1981; A Man without a Country, 2005; opere di Kurt Vonnegut in traduzione italiana: Mattatoio n. 5 o la crociata dei bambini, Mondadori, 1970, Feltrinelli, 2003; La colazione dei campioni. Ovvero addio triste lunedi', Rizzoli, 1974, Eleuthera, 1992, 1999, Feltrinelli 2005; Le sirene di Titano, Nord, 1981, Eleuthera, 1993, Feltrinelli, 2006; Un pezzo da galera, Rizzoli, 1981, Feltrinelli 2004; Madre notte, Rizzoli, 1984, Bompiani 2000, Feltrinelli 2007; Il grande tiratore, Bompiani, 1984, 1999; Ghiaccio nove, Rizzoli, 1986, Feltrinelli, 2003; Comica finale. Ovvero non piu' soli, Eleuthera, 1990, 1998; Galapagos, Bompiani, 1990, 2000; Perle ai porci. Ovvero Dio la benedica Mr. Rosewater, Eleuthera, 1991, 1998, poi col titolo Dio la benedica, Mr Rosewater o perle ai porci, Feltrinelli, 2005; Benvenuta nella gabbia delle scimmie, SE, 1991; Hocus pocus, Bompiani, 1991, 2001; Il potere, il denaro, il sesso secondo Vonnegut, Eleuthera, 1992; Barbablu', Bompiani, 1992; Piano meccanico, Mondadori, 1994, SE, Feltrinelli, 2004; Catastrofi di universale follia, Mondadori, 1994; Buon compleanno Wanda June, Eleuthera, 1995; Cronosisma, Bompiani, 1998; Dio la benedica dott. Kevorkian, Eleuthera, 2000; Divina idiozia. Come guardare al mondo contemporaneo, E/O, 2002; Destini peggiori della morte. Un collage autobiografico, Bompiani, 2003; Un uomo senza patria, Minimum Fax, 2006. Nel nostro notiziario cfr. anche "Notizie minime della nonviolenza in cammino" n. 64, 570 e 585, "La domenica della nonviolenza" n. 108, "Voci e volti della nonviolenza" n. 58, "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 2008, 2016, 2030, 2051]

 

Kurt Vonnegut, Barbablu' (Bluebeard, 1987).

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La storia

Barbablu' e' l'autobiografia-diario fittizia di Rabo Karabekian, americano di origine armena, illustratore prima e poi pittore di successo all'interno del movimento dell'espressionismo astratto, scritta dal pittore anziano ormai ritiratosi e finalmente deciso a tirare le somme della propria vita e delle proprie idee sul mondo, sull'arte e sulla societa'.

Viene convinto a scrivere dalla sua ospite invadente quanto energica Circe Berman che si installa in casa sua cercando l'ispirazione per scrivere a sua volta la biografia del defunto marito.

La Berman svecchia in una certa maniera sbrigativa il pittore e la villa-mausoleo-museo in cui si e' rintanato quasi per nascondersi alla vita e lo stimola a fare i conti con un mondo che non e' come vorrebbe lui ma che comunque esiste ed ha bisogno anche di artisti consapevoli che lo rendano meno triste, meno violento.

Karabekian e' figlio di due sopravvissuti al genocidio armeno che hanno perso la propria identita' ed il proprio retaggio a seguito di un rocambolesco esilio, finito per via di un truffatore nella remota cittadina di San Ignacio, in California - lontani dalle altre comunita' internazionali dove gli armeni in esilio riescono persino a prosperare (Parigi, Fresno in California, New York); truffati da un altro esule armeno che li ha convinti a cedere tutte le loro proprieta' (gioielli trovati addosso ad un cadavere dopo l'ennesima strage di compatrioti e prima della fuga) in cambio di un'inesistente tenuta in California.

Persa la loro identita' (il padre di Karabekian era un maestro, poeta, traduttore in armeno dei classici - Shakespeare ad esempio) si adattano ad una vita modesta di artigiani, isolati in un paese straniero.

Il giovane Rabo ha un talento, per quanto ancora acerbo: e' molto bravo a disegnare e non solo in base ai parametri della cittadina isolata in cui vive dove l'arte non e' certo una priorita'.

Trovera' lavoro sin da giovane come vignettista satirico per un giornale locale, il cui direttore gli dice cosa disegnare e cosa far dire ai personaggi (vignette antifasciste, si e' tra gli anni venti e trenta) ma e' un lavoro piccolo, che non lo portera' a nulla.

Nel frattempo su consiglio della madre ha iniziato una corrispondenza con Marilee Kemp, attrice di piccola fama e compagna del famosissimo illustratore Dan Gregory (Gregorian) di discendenza armena anche lui e all'epoca il piu' famoso e pagato artista americano dell'epoca pre-modernista, antecedente l'arrivo dell'arte europea negli Stati Uniti.

La corrispondenza e' incoraggiante: la Kemp lo stimola a crescere, gli invia delle prestigiose forniture di materiale da pittura sottratte al compagno e dei libri, gli dice persino che mostrera' i disegni che lui le invia al famoso illustratore; cosa che non e' vera: all'artista affermato non interessa quasi nulla della faccenda: egli e' un personaggio dannunziano, pieno di se', manesco ed ottuso oltre ad avere dichiarate simpatie fasciste (che gli alieneranno tra l'altro l'amicizia di artisti dell'epoca - persone reali inserite nel romanzo - come il celebre attore W.C. Fields).

Quando Gregory getta dalle scale la Kemp mandandola in ospedale, accetta come sorta di risarcimento di prendere Karabekian come apprendista e lo invita a sue spese a New York (ma in realta' ha organizzato tutto lei).

Karabekian viene accolto in maniera dura da Gregory (la Kemp e' ancora in ospedale) e trattato piu' come un galoppino che come un apprendista: l'artista gli racconta in che modo egli a sua volta imparo' duramente l'arte ed oltre ad affidargli mansioni varie gli assegna un compito artistico (che egli reputa insolvibile, per sottomettere cosi' l'allievo-rivale).

Nel frattempo l'America ed il mondo affrontano la Grande Depressione.

Le idee artistiche di Gregory (illustratore tra l'altro di molte edizioni di libri) sono a dir poco antiquate: nel periodo in cui gli Stati Uniti conoscevano l'arte avanzata europea egli e' un figurativo tradizionalista, con idee ben oltre il cosiddetto rappel a' l'ordre con cui in Europa qualcuno cercava di raccapezzarsi in piena avanzata modernista. E' il piu' grande illustratore vivente certo ma in un mondo che ormai e' andato molto oltre la figurazione, e da un bel po'.

Mentre Karabekian "impara", sviluppa una intensa relazione con la Kemp: entrambi hanno origini modeste, sono autodidatti, spaesati vuoi per vulnerabilita' vuoi per inesperienza, alle dipendenze di qualcuno, incompleti; parlano di arte e di letteratura ma soprattutto frequentano il Museo di Arte Moderna. Questo fatto, piu' che una relazione sessuale tra i due, offendera' Gregory che caccera' l'apprendista (che intanto e' in grado di eseguire la difficile prova di riproduzione che gli era stata assegnata dal maestro).

Vivere da illustratore e' difficile negli anni della Grande Depressione: Karabekian e' aiutato da un altro esule armeno che lo fa assumere in un'agenzia di pubblicita', questa nuova strana "arte" inventata dagli americani che sembra avere ancora bisogno di ingegni artistici come il suo.

Nel frattempo la guerra e' alle porte e Karabekian si arruola: manipolando un ufficiale roso dal risentimento di non aver mai combattuto in guerra, egli si ritrova a fare parte di un'unita' di soldati-artisti che ha il compito di occuparsi di camuffamenti e provocazioni al nemico, oltre che di occuparsi delle opere d'arte recuperate in Europa durante il conflitto.

Nel frattempo Gregory e la Kemp si sono trasferiti in Italia: lui finira' al fianco di Mussolini e poi fucilato col suo collaboratore dagli inglesi in Africa; lei sposata al nobile Bruno di Portomaggiore, ministro della cultura ed omosessuale, che Mussolini stima ma che costringe a sposare la Kemp per una questione di apparenze. Il conte di Portomaggiore e' una persona colta, sensibile, ricchissima ed e' oltretutto il capo del controspionaggio inglese, come la Kemp raccontera' a Karabekian nel 1950 quando si rincontreranno dopo 14 anni.

In guerra Karabekian si distingue per certe sue azioni, ma e' anche costretto a confrontarsi con l'orrore di cui e' capace l'umanita'. Questo fatto contera' molto nella sua carriera artistica successiva poiche' sara' al centro del suo pensiero estetico e di una sola ultima opera che mai mostrera' al pubblico fino alla vecchiaia.

Al ritorno dalla guerra Karabekian diviene progressivamente conosciuto: dapprima egli ha successo come uomo di affari e si limita a frequentare il mondo degli artisti americani (e nuiorchesi soprattutto) facendo loro anche da mecenate - prestando loro danaro in cambio di opere d'arte che andranno poi a formare la sua collezione, la piu' grande al mondo di espressionismo astratto; si sposa e sembra essersi sistemato, ma vuole entrare ancora di piu' in quel mondo di artisti, cosa che gli costa il suo primo matrimonio.

Gia' amico di Pollock e di Terry Kitchen, diviene artista specializzandosi soprattutto in un particolare stile monocromo di grandi campiture di colore che diventano di successo come astrazione, anche se egli segretamente vi intravede fenomeni figurativi inconfessabili.

La sua vita va avanti: successo economico, un nuovo matrimonio con una prestigiosa famiglia Wasp che non lo integrera' mai del tutto, il trasferimento fuori dalla metropoli assieme ad altri artisti e poi il tracollo creativo. Infatti le vernici da lui usate, tipico prodotto della moderna tecnologia post-bellica, si sciolgono e svaniscono, lasciando i suoi numerosi quadri tele bianche come nuove, come mai usate.

Ritiratosi dalla pittura egli vive molti anni in solitudine nella sua grande tenuta deserta, con la sola compagnia della servitu' e con una rimessa chiusa a chiave contenente l'ultimo mistero della sua arte che molti vorrebbero conoscere. Si accompagna ad un altro artista fallito, uno scrittore alcolizzato e psichicamente instabile.

In questo contesto egli incontra la Berman che cerca un luogo dove concentrarsi per scrivere la biografia del defunto marito, ma che in realta' e' sotto pseudonimo una famosissima scrittrice di libri di successo per ragazzi, non certo opere d'arte ma molto diffusi e letti dalla gente comune, comprensibili, lontani da ogni sperimentalismo avanguardista, banali.

Karabekian accetta la proposta ed inizia questo viaggio nel proprio passato e nel proprio presente; accetta l'esuberante invadenza della scrittrice che lo mette in discussione senza conoscerlo, smussandone gli spigoli e convincendolo a trovare un nuovo modo di aprirsi al mondo, a riflettere seriamente sull'arte e sulla societa' in cui si fa arte, sui motivi per cui si fa.

Terminate le rispettive opere non senza screzi e momenti di confronto, Karabekian e' pronto a mostrare alla donna ed al mondo il contenuto della rimessa: la sua ultima definitiva opera dipinta sulle tele che anni prima si erano cancellate. Quest'opera forse intitolata "Adesso tocca alle donne", mostra il momento esatto in cui Karabekian fu liberato dalla prigionia durante la guerra; e' un imponente dipinto-monstre enorme, assoluto nel suo voler racchiudere nel momento di un'ultima imprescindibile figurazione l'unico messaggio che conta e che l'arte dovrebbe dare con chiarezza e senza "scarabocchi": basta con la guerra.

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Lo stile ed il tono

Opera di un Vonnegut maturo, utilizza l'espediente della finta biografia narrata quindi in prima persona al passato. L'io narrante questa volta e' veramente il pittore Rabo Karabekian le cui opinioni e stile corrispondono in parte a quelle dello scrittore Kurt Vonnegut. In questo modo lo stile della scrittura e' quello informale e confidenziale di Vonnegut, con momenti di intensita' alternati ad altri ludici e divertenti, finanche demenziali; in questo modo la narrazione scorre seguendo il filo dei pensieri dell'auto-biografo, una persona che pensa per immagini anche quando ricorda la propria storia e quindi compie piccole rappresentazioni pittoriche separate, scene di taglio quasi cinematografico che ricordano l'illustrazione, anche quella religiosa in sequenza come le vite dei santi o le sequenze tratte dalle scritture - in generale insomma le figurazioni biografiche.

E' lo stile di un uomo semplice, di buoni studi e letture, con uno spiccato interesse per l'arte, poi passato per l'ambiente del militarismo maschile, per la brutalita' della guerra, per i luoghi dell'arte avanzata, per i salotti bene della capitale mondiale della cultura novecentesca, per i circoli di pseudointellettuali snob, per l'alta borghesia americana e poi raffreddatosi nella delusione, nell'amarezza, nella solitudine, nella contemplazione di un mondo che si ama pur senza riuscire mai a comprendere nella sua ostinata violenza. Lo stile di un uomo che ancora sente premere dentro se' la voglia di dire ma che la soffoca, convinto che il mondo non voglia ascoltare, che il suo messaggio sia vecchio ed inutile, che le sue energie non siano sufficienti per cambiare le cose.

E si percepisce lungo l'opera il modo in cui Karabekian e forse lo stesso Vonnegut riconsiderano il proprio fare artistico ed il proprio essere nel mondo dopo svariati decenni e diverse esperienze tra le piu' importanti della storia recente: la crisi americana del ventinove, la seconda guerra mondiale, gli anni post-bellici del neocapitalismo e del consumo sfrenato, l'evoluzione del concetto di arte, il ricadere dell'umanita' nei soliti errori. Uno stile tipicamente a' la Vonnegut: burbero e dolce, serio e scherzoso, dosando i registri con una maestria che a pochi nel secolo si riconosce: senza sermoni, senza omissioni, senza vagheggiamenti, tutto incentrato sul piu' singolare eppure piu' universale dei temi e cioe' la vita umana, quel fatto che ci rende soli tra molti, che ci destina a ripetere inconsapevolmente azioni gia' compiute da altri milioni in ogni tempo. La differenza tra il personaggio Karabekian e lo scrittore Vonnegut e' netta soprattutto in un fatto: Vonnegut non si e' mai arreso, non ha mai smesso di raccontare e di invitare alla riflessione, alla razionalita'. Vonnegut non e' mai stato l'artista eremita che scaglia strali dalla sua torre, indifferente, mentre fuori dalla porta c'e' il bagno di sangue. Il tono vonnegutiano dell'opera al di fuori dello stile autobiografico di Karabekian rappresenta questa continua riflessione dell'artista sul mondo in quanto artista nel mondo; ma forse anche Karabekian era cosi' e dentro di se' anch'egli ha rimuginato di continuo sull'unico argomento che conta, rappresentandolo poi nella sua opera d'arte definitiva e totale. Opera ben lungi da quella di Vonnegut che invece non ha mai preteso di raccontare tutto l'esistente, pur non tralasciando mai in ogni suo scritto di affrontare i temi che contano, ineludibili dall'artista che dal mondo trae la propria ispirazione dovendo pero' in cambio restituire responsabilmente qualcosa che migliori la vita, che aumenti il mondo, che accompagni l'umanita' un passo avanti; ma senza didascalismi, senza pretese di una illuminazione superiore dell'artista rispetto all'uomo comune. L'artista vede, racconta, espone le proprie convinzioni senza inutili incomprensibilita'; lo fa perche' e' il suo lavoro e Vonnegut qualche volta sembra quasi schermirsi del fatto che mentre ci sia gente costretta a rompersi la schiena, il suo lavoro consista soltanto nello scrivere; per questo lo fa con responsabilita', rigore.

L'opera ha sempre la strepitosa leggibilita' dell'autore, questa volta senza i fuochi d'artificio della fantascienza, gli ingarbugliamenti con cui l'autore era solito sorprendere il lettore per poi giungere a scrollarlo riccordandogli che e' solo un romanzo, una storia favolosa inventata da uno che semplicemente lo fa per lavoro e che approfitta, come da che mondo e' mondo, di usare la storia per dire anche altre cose, in genere cose che pensa lui perche' non si possono certo dire le idee di qualcun altro. Ed il fatto come sempre notevole di Barbablu' e' che le idee dell'autore vero traspaiono in maniera onesta, senza didascalismi, senza sentenze inconfutabili. Una storia personale di un pezzo di ventesimo secolo, di storia dell'arte contemporanea, di teoria estetica e sociale, di approccio alla senilita', di ripensamento del proprio ruolo nel mondo. E solo una vecchia volpe puo' usare una falsa autobiografia per farlo, una vera sarebbe stata pomposa e troppo autoreferenziale per chi come Vonnegut ha sempre rifuggito il ruolo di guida che spesso altri autori hanno avuto in certi ambiti (e lui stesso fu molto apprezzato negli ambienti della contestazione studentesca, della controcultura, di tutti quei luoghi facili all'accodamento al leader di turno, all'autore di grido).

L'importanza e la serieta' degli argomenti, seppure magistralmente stemperati nell'ironia e nell'affetto di Vonnegut per i suoi personaggi e per i lettori, vengono affrontati con serieta' pur senza mai interrompere la godibilita' della storia che - come tutta l'opera narrativa dell'autore - e' e resta narrativa contemporanea, un prodotto di finzione, una storia come quelle che gli uomini si raccontano da sempre per intrattenersi; questa volta pero' non ci sono le le onomatopee, i disegni, le canzoni, le spezzature della riga e tutti quegli espedienti usati in passato con mestiere esperto; stavolta no, persino agli esordi invece ce n'erano (i suoni e le canzoni in Piano meccanico, ad esempio). Ed e' bello: si puo' ancora fare grande scrittura (e arte) senza (post)modernismi, senza vertiginosi stilismi,  senza ostentate sperimentazioni; si puo' semplicemente dire quello che si deve dire, bene ed in sobria bellezza.

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Temi

L'opera, come altre dell'autore, ricopre tematiche spazianti dal particolare al generale, intendendo di nuovo collegare i fatti degli individui a quelli della societa' (della Storia) cui appartengono. Il metodo dell'autobiografia/diario si presta ancora meglio della narrazione autoriale poiche' ci restituisce il fatto percettivo del singolo nei confronti del contesto. Essendo questo singolo passato attraverso alcuni dei fatti salienti del novecento (il genocidio armeno, la seconda guerra mondiale, le avanguardie artistiche, l'America come superpotenza dominante, gli anni del cosiddetto riflusso), egli ne e' un testimone alla propria maniera, praticamente la solita vonnegutiana dell'uomo comune attraverso i grandi eventi.

Argomento ancora scottante quello del genocidio armeno, preso ad esempio di un evento in qualche modo minoritario nella nostra narrazione storica (persino in America dove gli espatriati armeni sono comunita' abbastanza folta), minoritario rispetto al Grande Male hitleriano ma non per questo meno atroce, importante, caratteristico della ciclicita' della storia della stupidita' e della violenza umane ma anche indicativo di come questo piccolo abitante dell'universo sia sempre in grado di adattarsi, reinventarsi, sopravvivere e creare universi a sua volta - per quanto spesso lo faccia con sconsideratezza e motivi tutt'altro che nobili.

Poi la Guerra Mondiale, lasciando anche intendere una critica ad un certo intendimento della societa' dei maschi secondo il quale solo il proprio dovere in battaglia renda una persona un Uomo; l'inutilita' dell'apparato militare, il vuoto che esso crea nei suoi appartenenti, la retorica inutile del reducismo.

A seguire questo nuovo scintillante mondo americano in cui tutto sembrava d'oro, in cui sembrava che tutti potessero realizzarsi ed arricchirsi purche' non ci si preoccupasse troppo di cosa accadesse oltre cortina (al di la' dei dispacci ufficiali). Un mondo pieno di energie creative stemperate pero' nel consumo, nel sospetto, nella divisione e nella solitudine della nuova societa' ipermetropolitana, consumista, affamata, adorante l'apparenza e l'abbondanza.

Il ruolo degli artisti in questa societa' e' diviso tra il degrado alla maschera di "creativo" magari nella pubblicita' o nell'intrattenimento piu' basso e tra l'incarnazione dello stereotipo di artista maledetto all'europea, autodistruttivo, tormentato, spesso arrogante.

Karabekian paga lo scotto di essersi presunto un artista sentendosi piu' intelligente delle persone che fruivano della sua opera ed e' stato punito con la perdita di queste opere. La tela che torna bianca e' come fosse un messaggio che da qualche iperuranio donde proviene l'arte lo avvisa sull'unica cosa che un artista debba dire e lo costringa a rimuginarci per anni, a condensarla, a strizzarla fuori dalla sua testa e dal suo cuore realizzandosi in un'unica finale opera d'arte totale (gesammkunstwerk) che riassuma tutta l'esperienza fondamentale dell'artista in un solo atto che lo rappresenti: in questo caso il dipinto, che a partire dalla propria genesi e dal titolo ci appare subito come un riassunto del secolo contenente anche i compiti dell'ora per la societa'.

Altri temi importanti sono quelli piu' squisitamente personali: il fare i conti col proprio passato ed il proprio operato nel mondo e per il mondo, lo scorrere della vita da assecondare senza lasciarsi travolgere, l'amore per gli altri e per i fatti del mondo, il bisogno di comunicare, di non chiudersi mai definitivamente.

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Contesti e suggestioni

Se le (auto)biografie piu' riuscite sono quelle che non si limitano agli specialismi, alle cronache pedanti, alle notazioni di fatti e fatterelli spesso troppo concentrati sul dettaglio, Barbablu' e' una di quelle riuscite. Lo e' perche' non racconta solo la vita del personaggio nel dettaglio, raccogliendola solo come contesto di una storia americana ed internazionale, di come la terra dell'abbondanza ha conquistato tra l'inizio e la fine della seconda guerra mondiale un altro dei tradizionali domini europei, quello dell'arte, e facendolo l'ha trasformata con conseguenze che nel libro sembrano solo appena accennate ma che in realta' sono presenti e ben definite. Infatti la degradazione delle arti a questione di consumo se da un lato ha permesso una fruibilita' maggiore di queste da parte dell'uomo comune, ne ha altresi' permesso una degenerazione molto rapida, una corsa allo sfruttamento di ogni aspetto del rappresentabile e poi oltre, quando si pensava ormai che le ultime avanguardie europee avessero prosciugato le riserve del dicibile almeno nelle arti pittoriche e plastiche. Lo stallo teoretico del ventennio dei totalitarismi europei ha causato la nota fuga (o estinzione) di intelligenze nel vecchio continente e le nuove disponibilita' (di energie, di liberta', di risorse economiche) ed il disimpegno etico offerti dall'America hanno portato a maturazione una nuova concezione di arte che gia' si stava sviluppando: arte non piu' come fenomeno estetico e quindi filosofico, ma arte come produzione di materiale visibile, vendibile, narrante, controllabile, di nuovo organico al sistema, che per quanto possa apparire sistema nuovo e' sempre quello tradizionale diviso in dominatori e subalterni. E allora c'e' il mecenatismo dei grandi capitalisti, le grandi imprese della produzione artistica (il definitivo dominio del sistema hollywoodiano ad esempio, che tra i tardi anni trenta ed i primi quaranta si afferma in maniera assoluta - considerando che vent'anni prima la Germania era la patria del cinema inteso come arte), prosegue lo sviluppo della pubblicita' come pseudoarte perche' l'arte e' degradata a comunicazione, poi arriva la televisione  e di li' in poi l'entropia inghiotte l'umanita' in un pozzo buio e senza possibilita' di scampo.

Molti degli artisti americani in realta' non si comportano in maniera diversa dai loro predecessori-colleghi americani: e' in genere uno stereotipo quello dell'artista a cui non interessa nulla del successo, della visibilita', della ricchezza; ogni artista vuole essere apprezzato e riconosciuto; molti di essi percepiscono il proprio ruolo e danno al mondo, lo migliorano; altri si occupano solo di bellezza oppure si nascondono nell'astrazione piu' fine a se stessa. In America c'e' meno ipocrisia in merito: tutto e' mercato, se tu vuoi comprare una cosa e' lecito che io la venda e cosi' l'artista e' uno che fa cose che la gente vuole vedere: cosa faccia e perche' e' un dettaglio, la confezione del prodotto; e' un percorso inverso quasi: non piu' la bellezza dall'alto che la gente vuole, ma la desiderabilita' nata da se stessa o dalla firma dell'autore famoso - i nipotini di Duchamp vendono cessi senza ironia, e le persone li comprano senza ironia - e poi infatti tra i pochi movimenti americani che risulteranno vagamente d'avanguardia in un simile ambiente c'e' Fluxus (in cui praticamente qualunque cosa in qualunque contesto puo' farsi arte - per quanto con un certo sforzo di immaginazione e per quanto siano cosa che piu' o meno si erano gia' viste in embrione in Dada ed accadranno meglio col Situazionismo - comunque purche' ci sia impressa la firma-brand Fluxus) - e poi ci sara' Warhol che sommerso dalla spazzatura mediatica americana si rendera' conto che nel bene o nel male il referente dell'artista contemporaneo trattasi proprio quella immondizia, quelle star non-morte, quella allegra celebrazione della morte che altro non e' che la tardonovecentizzazione di Bruegel, Velasquez, Goya: re morti, mondi devastati, aristocrazie oltreumane, detriti-merce e scatenate totentanz rock'n'roll - Warhol chiacchierato ma poco compreso infatti, finissimo conoscitore dell'arte europea antica che gia' nessuno aveva piu' voglia di studiare.

Barbablu' e' una sorta di teoria estetica vonnegutiana, anche se lo scrittore ad una simile definizione avrebbe sfoggiato la consueta ritrosia dissacrante. Eppure ritroviamo nell'ultima opera che Karabekian ci mostra alla fine del libro una concezione dell'arte che non possiamo non ricondurre ad un ipotetico asse estetico/politico che va da Brecht a Guernica di Picasso (e che potrebbe avere nelle varie arti antenati eccellenti troppo numerosi da citare - Delacroix? David? Zola? e quanti altri?): l'artista che vorrebbe raccontare le cose belle che vede, i grandi amori, farsi i fatti suoi, trastullarsi persino, ma che per la sua sensibilita' (coltivata, allenata, non scesa dal cielo) e per il suo ruolo conscio di artista moderno (cioe' che ha una volonta' artistica, che fa arte consapevolmente) percepisce la frattura del mondo, il tema che nel suo tempo egli non puo' esimersi di affrontare: l'imbianchino brechtiano, la follia della guerra, il punto di rottura tra un vecchio ed un nuovo mondo ("La Liberta' che guida il popolo", "La morte di Marat"), la geometrica (ed in parte gioiosa) follia della modernita' come unica possibilita' del rappresentabile pittorico post-Guernica (il tardo Mondrian), le icone dei nuovi santi e delle loro reliquie-merce (Warhol). Ben vengano gli sperimentalismi, i nuovi punti di vista, le nuove forme, ma cio' di cui si deve parlare sempre e' quello che l'artista deve vedere fuori dalla finestra del suo atelier: la violenza, la sopraffazione dell'uomo sull'uomo, la stupidita' umana, la morte che alla fine vince su tutto ed a cui sopravvivono solo le opere dell'uomo che durano oltre la vita del proprio creatore e che recano alla generazione successiva la loro testimonianza sempre uguale dalla notte dei tempi (o almeno dalla nascita dell'epica e della tragedia classica): non siamo soli, abbiamo paura della morte e del buio, vogliamo fare cio' che sentiamo giusto, non ci piace che qualcuno ci comandi, siamo tutti uguali, ci amiamo ma siamo costretti ad odiarci, qualcuno ci toglie cio' che e' di tutti, stiamo tutti facendo lo stesso viaggio, abitiamo nella stessa casa, siamo un'unica famiglia. L'arte e' la scia di orme lasciate dall'umanita' in cammino nella storia e come ogni traccia passata indica dove siamo stati e dove potremmo/dovremmo andare.

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E ora tocca alle donne

L'ultima opera pittorica di Rabo Karabekian e' un dipinto realizzato sulle tele recuperate dallo scioglimento dei vecchi dipinti astratto-espressionisti del pittore. Egli quasi a voler espiare il fatto di essere voluto diventare pittore moderno pur provenendo dall'illustrazione propone una rappresentazione figurativa ispirata all'immagine che il pittore ebbe alla fine della guerra, quando su una radura al centro dell'Europa si erano ritrovati i prigionieri liberati dei lager, i militari tedeschi allo sbando, gli abitanti della zona. Uomini con tutte le divise, comprese quelle del degrado e dell'annientamento, risputati fuori dalla guerra apparentemente finita (ma in realta' trasformatasi in qualcos'altro, solo assopitasi, sempre pronta a manifestarsi nella storia dell'umanita'). Tra di loro le donne irriconoscibili, annientate nella loro essenza dalla prigionia nel campo di concentramento (o dalla maschilizzazione dell'apparato militare, essendo le questioni belliche fatto esclusivamente maschile). Ed il titolo dell'opera apre a molte suggestioni: "E adesso tocca alle donne".

Osservando le donne della vita di Karabekian possiamo lasciarci suggestionare da un'idea che Vonnegut sembra volerci dire (o forse ce la leggiamo noi usando come ultima chiave il titolo del quadro). La madre di Karabekian e' una sopravvissuta del genocidio: ha trovato dei gioielli su un cadavere (di donna) e li ha presi (tranne quelli che la donna aveva nascosti in bocca) e con quelli intende mettere in salvo se stessa ed il marito. Vengono truffati (il marito, con la promessa della terra - quindi il tradizionale amministratore/capofamiglia messo in discussione). Quando in America essi sono abbattuti ed il marito si sente amareggiato e sconfitto e' lei a mandare avanti la famiglia: incoraggia il figlio a farsi strada, ad esplorare le proprie possibilita'.

La Kemp e' uno degli esempi dei tipi di donna della modernita': intelligente ed ambiziosa e' costretta dalle circostanze a vivere all'ombra di uomini discutibili, potenti, a cui e' permesso tutto comprese stupidita' e violenza. Lei e' autodidatta, vive degli avanzi di autonomia di Gregory e guarda caso viene "amata" e rispettata solo da un uomo dalla spiccata sensibilita' femminile, l'omosessuale Conte di Portomaggiore. Si prende cura del giovane Karabekian, lo incoraggia, ne intuisce il potenziale. La colpa nei confronti di Gregory va ben oltre il tradimento fisico e sentimentale: ella ha commesso la grave colpa di autonomia intellettuale e culturale - peccato imperdonabile per una donna di quegli anni (e di questi).

La ex moglie di Karabekian dimostra scarsa comprensione per il suo voler abbandonare il mondo della finanza e darsi all'arte (e per di piu' ad un'arte per specialisti, che agli occhi di molte persone e' incomprensibile): non e' per ottusita' della donna, per sua scarsa erudizione; l'arte di quegli anni (e di questi e dell'antichita') e' un fatto tipicamente maschile (l'arte dominante e' quella della classe/genere dominante); per lei sembra tutta una questione di combriccole tra maschietti come il calcetto, mentre ci sta una famiglia/mondo da mandare avanti.

La cuoca che abita con la figlia a casa di Karabekian non ha interesse per le molte famose opere che vede esposte dove vive: molte non parlano alle persone semplici, molte persone vengono scoraggiate ad amare l'arte, molte opere non dicono nulla a nessuno; stessa cosa per sua figlia: vive in un mondo disconnesso da quegli Elisi rappresentati dalla piu' grande collezione al mondo di opere di Espressionismo Astratto: nessuno gliel'ha spiegata - gli artisti stessi sono morti, delusi, troppo integrati per farlo - ed il sistema la tira in un'altra direzione, il romanzetto-massa ad esempio, ma si direbbe la televisione oppure oggi l'intrattenimento in rete.

La Berman e' una donna forte ed intelligente, piena di fissazione come tutti: anche lei ha vissuto all'ombra di un uomo importante (che comunque amava) ed ha dovuto ritagliarsi la sua nicchia di autonomia e fama scrivendo sotto pseudonimo; scrivendo non grandi opere d'arte ma romanzi che hanno successo, che piacciono alle persone - quasi un richiamo di nuovo alla madre che nutre semplicemente la famiglia mentre l'uomo se ne sta nel suo studio ben pulito e ben nutrito a scoprire l'universo. Anche la Berman ha una sua avversione per certa arte eccessivamente museale - o per la villa/museo di Karabekian, ed una fissazione per certe cianografie pittoresche di cui e' pedante specialista. Ma anche lei ha un suo tormento ed una sua missione e forse poter scrivere per la prima volta in liberta', col proprio nome, la spaventa.

E gli uomini dell'opera completano questo quadro: gli uomini che fanno la guerra, gli uomini che credono di potere (e sapere) decidere tutto ma che poi restano devastati dai fatti della vita che credevano di padroneggiare: dal dolore, dall'abbandono, dalla sopraggiunta insicurezza, dall'incapacita' spesso di agire al di fuori del ruolo imposto (l'uomo come cosiddetto bread-winner che pero' non sa svolgere alcuna attivita' di manutenzione di se' o del proprio ambito domestico - delegate/imposte alla donna rimessa a lavorare in casa dopo la provvisoria liberta' conquistata durante la Seconda Guerra col bisogno di manodopera, fatto tipicamente americano), uomini che a forza di manipolare i grandi temi di cui erano cosi' orgogliosi sono totalmente sopraffatti dalla quotidianita', dalla vita, dal mondo che cambia e loro sono incapaci di adattarvisi.

E' quindi l'arte diventata incapace di parlare ad una societa' in cui gli individui non accettano piu' pacificamente i ruoli e gli status imposti loro dal sistema di potere? Il tradizionale apparato iconico era tarato per comunicare con una societa' fatta di ruoli fissatisi lungo i secoli: classi dominanti e subalterne, ruoli di genere eccetera. Ci si e' sempre interrogati sul ruolo della donna in questi millenni di arte e spesso certa obsoleta ed ingiustificabile ideologia ha giustificato fin troppo facilmente la predominanza assoluta del maschile nelle arti, nella cultura, nel sapere, nel potere - ma la risposta, non per usare uno slogan ma per sintetizzare un discorso qui troppo esteso, e' nel fatto che "le idee dominanti sono quelle della classe dominante". Occorre leggere Virginia Woolf per avere le idee chiare in merito: nessuno lo ha detto meglio di lei ("Una stanza tutta per se'", "Le tre ghinee").

Resta dalle suggestioni dell'opera di Karabekian/Vonnegut un fatto che era ora venisse ripetuto anche nell'ambiente della letteratura ai confini del mainstream, da uno scrittore sempre lucido e sempre battente sui temi caldi della sua epoca, da un autore vicino alla fantascienza (altro ambiente molto maschile), da un autore interno al mondo della critica sociale e dell'impegno civile (di nuovo dove spesso si ripropongono i modelli di opposizione di genere); il fatto e' questo: le donne non fanno la guerra; quindi dopo i genocidi del novecento, dopo la Shoah, dopo due guerre mondiali e dopo decenni di bellicismo in nome del capitale, di massacro della biosfera (della "casa" quindi), di economia ("legge della casa") scellerata ed assassina e con lo Spettacolo a celebrare il tutto, dopo tutto questo "Ora tocca alle donne".

 

3. REPETITA IUVANT. PER SOSTENERE IL CENTRO ANTIVIOLENZA "ERINNA"

 

Per sostenere il centro antiviolenza delle donne di Viterbo "Erinna" i contributi possono essere inviati attraverso bonifico bancario intestato ad Associazione Erinna, Banca Etica, codice IBAN: IT60D0501803200000000287042.

O anche attraverso vaglia postale a "Associazione Erinna - Centro antiviolenza", via del Bottalone 9, 01100 Viterbo.

Per contattare direttamente il Centro antiviolenza "Erinna": tel. 0761342056, e-mail: e.rinna at yahoo.it, onebillionrisingviterbo at gmail.com, sito: http://erinna.it

Per destinare al Centro antiviolenza "Erinna" il 5 per mille inserire nell'apposito riquadro del modello per la dichiarazione dei redditi il seguente codice fiscale: 90058120560.

 

4. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Letture

- Umberto Eco e Riccardo Fedriga (a cura di), Storia della filosofia, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2015, vol. 2. Dall'Ellenismo ad Agostino d'Ippona, pp. 430, euro 9,90.

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Riletture

- Bertrand Russell, Saggi scettici, Longanesi, Milano 1968, Tea, Milano 1995, 2013, pp. 338, euro 9.

 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 337 del 20 settembre 2015

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