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[Nonviolenza] Telegrammi. 2179



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2179 del 27 novembre 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com

 

Sommario di questo numero:

1. Peppe Sini: Fermare la guerra e le stragi

2. Contro tutti i terrorismi, contro tutte le guerre

3. Hic et nunc, quid agendum

4. Raniero La Valle: Il papa, Bangui, la misericordia

5. Giorgio Nebbia: Bangui prima di Roma

6. Enrico Peyretti: Sulla via di Dio, ne' odio, ne' violenza, ne' vendetta

7. Annamaria Rivera: Il Mostro e il suo creatore

8. In memoria di Walter Binni, di Angelo Cocconcelli, di Lewis A. Coser, di Alexander Dubcek, di Vittorio Emanuele Giuntella, di Mickey Leland, di Alexius Meinong, di Alberto Melucci, di Pedro Salinas, di Aldo Salvetti, di Manuel Scorza, di Piero Treves, di Diego Valeri, di Sophie Volland

9. Segnalazioni librarie

10. La "Carta" del Movimento Nonviolento

11. Per saperne di piu'

 

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: FERMARE LA GUERRA E LE STRAGI

 

La guerra e' terrorismo e genera terrorismo.

Occorre fermare la guerra e le stragi di cui essa consiste.

Solo dopo aver fermato la guerra si puo' iniziare la necessaria e urgente operazione di polizia internazionale per contrastare le organizzazioni criminali terroriste e i loro complici.

Solo dopo aver cessato di commettere stragi si puo' iniziare a contrastare chi altre stragi commette.

E per fermare la guerra occorre la smilitarizzazione.

E per fermare la guerra occorre il disarmo.

Il disarmo a tutti i livelli.

La smilitarizzazione a tutti i livelli.

L'unica risorsa per fermare la barbarie e' la civilta', che si fonda sul rispettare e salvare le vite.

L'unica risorsa per fermare le stragi e' la pace, che si fonda sul rispettare e salvare le vite.

L'unica risorsa per fermare la violenza e' la nonviolenza, che si fonda sul rispettare e salvare le vite.

L'unica risorsa per contrastare il male e' fare il bene, che si fonda sul rispettare e salvare le vite.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

Il primo dovere e' salvare le vite.

 

2. REPETITA IUVANT. CONTRO TUTTI I TERRORISMI, CONTRO TUTTE LE GUERRE

 

Ogni vittima ha il volto di Abele.

Ogni uccisione e' un crimine.

Non si puo' contrastare una strage commettendo un'altra strage.

Non si puo' contrastare il terrorismo con atti di terrorismo.

A tutti i terrorismi occorre opporsi.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

La guerra e' il terrorismo portato all'estremo.

Ogni guerra consiste di innumerevoli uccisioni.

La guerra e' un crimine contro l'umanita'.

Con la guerra gli stati divengono organizzazioni terroriste.

Con la guerra gli stati fanno nascere e crescere le organizzazioni terroriste.

A tutte le guerre occorre opporsi.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Un'organizzazione criminale va contrastata con un'azione di polizia da parte di ordinamenti giuridici legittimi.

La guerra impedisce l'azione di polizia necessaria.

Occorre dunque avviare un immediato processo di pace nel Vicino e nel Medio Oriente che consenta la realizzazione di ordinamenti giuridici legittimi, costituzionali, democratici, rispettosi dei diritti umani.

Occorre dunque che l'Europa dismetta ogni politica di guerra, di imperialismo, di colonialismo, di rapina, di razzismo, di negazione della dignita' umana di innumerevoli persone e di interi popoli.

Occorre dunque una politica europea di soccorso umanitario, di pace con mezzi di pace: la politica della nonviolenza che sola riconosce e promuove e difende i diritti umani di tutti gli esseri umani.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

La violenza assassina si contrasta salvando le vite.

La pace si costruisce abolendo la guerra.

La politica della nonviolenza richiede il disarmo e la smilitarizzazione.

La politica nonviolenta richiede la difesa civile non armata e nonviolenta, i corpi civili di pace, l'azione umanitaria, la cooperazione internazionale.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

Si coalizzino tutti gli stati democratici contro il terrorismo proprio ed altrui, contro il terrorismo delle organizzazioni criminali e degli stati.

Si coalizzino tutti gli stati democratici per la pace, il disarmo, la smilitarizzazione dei conflitti.

Si coalizzino tutti gli stati democratici per l'indispensabile aiuto umanitario a tutte le persone ed i popoli che ne hanno urgente bisogno.

Si coalizzino tutti gli stati democratici per contrastare le organizzazioni criminali con azioni di polizia adeguate, mirate a salvare le vite e alla sicurezza comune.

Si coalizzino tutti gli stati democratici per la civile convivenza di tutti i popoli e di tutti gli esseri umani.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

Cominci l'Italia.

Cominci l'Italia soccorrendo, accogliendo e assistendo tutte le persone in fuga dalla fame e dall'orrore, dalle dittature e dalla guerra.

Cominci l'Italia cessando di partecipare alle guerre.

Cominci l'Italia uscendo da alleanze militari terroriste e stragiste come la Nato.

Cominci l'Italia cessando di produrre  armi e di rifornirne regimi e poteri dittatoriali e belligeranti.

Cominci l'Italia abrogando tutte le infami misure razziste ancora vigenti nel nostro paese.

Cominci l'Italia con un'azione diplomatica, politica ed economica, e con aiuti umanitari adeguati a promuovere la costruzione di ordinamenti giuridici legittimi, costituzionali e democratici dalla Libia alla Siria.

Cominci l'Italia destinando a interventi di pace con mezzi di pace, ad azioni umanitarie nonviolente, i 72 milioni di euro del bilancio dello stato che attualmente ogni giorno sciaguratamente, scelleratamente destina all'apparato militare, alle armi, alla guerra.

Cominci l'Italia a promuovere una politica della sicurezza comune e del bene comune centrata sulla difesa popolare nonviolenta, sui corpi civili di pace, sulla legalita' che salva le vite.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

Ogni vittima ha il voto di Abele.

Alla barbarie occorre opporre la civilta'.

Alla violenza occorre opporre il diritto.

Alla distruzione occorre opporre la convivenza.

Al male occorre opporre il bene.

Contro tutti i terrorismi, contro tutte le guerre.

Salvare le vite e' il primo dovere.

 

3. REPETITA IUVANT. HIC ET NUNC, QUID AGENDUM

 

Occorre soccorrere, accogliere, assistere tutti gli esseri umani in fuga dalla fame e dalle guerre.

Occorre riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di giungere in modo legale e sicuro nel nostro paese.

Occorre andare a soccorrere e prelevare con mezzi di trasporto pubblici e gratuiti tutti i migranti lungo gli itinerari della fuga, sottraendoli agli artigli dei trafficanti.

Occorre un immediato ponte aereo di soccorso internazionale che prelevi i profughi direttamente nei loro paesi d'origine e nei campi collocati nei paesi limitrofi e li porti in salvo qui in Europa.

Occorre cessare di fare, fomentare, favoreggiare, finanziare le guerre che sempre e solo consistono nell'uccisione di esseri umani.

Occorre proibire la produzione e il commercio delle armi.

Occorre promuovere la pace con mezzi di pace.

Occorre cessare di rapinare interi popoli, interi continenti.

In Italia occorre abolire i campi di concentramento, le deportazioni, e le altre misure e pratiche razziste e schiaviste, criminali e criminogene, che flagrantemente confliggono con la Costituzione, con lo stato di diritto, con la democrazia, con la civilta'.

In Italia occorre riconoscere immediatamente il diritto di voto nelle elezioni amministrative a tutte le persone residenti.

In Italia occorre contrastare i poteri criminali, razzisti, schiavisti e assassini.

L'Italia realizzi una politica della pace e dei diritti umani, del disarmo e della smilitarizzazione, della legalita' che salva le vite, della democrazia che salva le vite, della civilta' che salva le vite.

L'Italia avvii una politica nonviolenta: contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni. Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' e la biosfera.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Vi e' una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.

Salvare le vite e' il primo dovere.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

 

4. RIFLESSIONE. RANIERO LA VALLE: IL PAPA, BANGUI, LA MISERICORDIA

[Dal quotidiano "Il manifesto" riprendiamo il seguente articolo.

Raniero La Valle e' nato a Roma nel 1931, prestigioso intellettuale, giornalista, gia' direttore de "L'avvenire d'Italia", direttore di "Vasti - scuola di ricerca e critica delle antropologie", presidente del Comitato per la democrazia internazionale, gia' parlamentare, e' una delle figure piu' vive della cultura della pace; autore, fra l'altro, di: Dalla parte di Abele, Mondadori, Milano 1971; Fuori dal campo, Mondadori, Milano 1978; Dossier Vietnam-Cambogia, 1981; (con Linda Bimbi), Marianella e i suoi fratelli, Feltrinelli, Milano 1983; Pacem in terris, l'enciclica della liberazione, Edizioni Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1987; Prima che l'amore finisca, Ponte alle grazie, Milano 2003; Chi e' dunque l'uomo?, Servitium, 2004; Agonia e vocazione dell'Occidente, Terre di mezzo, 2005; Se questo e' un Dio, Ponte alle grazie, Milano 2008; Paradiso e liberta', Ponte alle grazie, Milano 2010; Quel nostro Novecento, Ponte alle Grazie, Milano 2011; Un Concilio per credere, Emi, Bologna 2013; Chi sono io, Francesco?, Ponte alle Grazie, Milano 2015]

 

Il papa va a Bangui ad aprire l'anno santo della misericordia e siccome le grandi idee hanno bisogno di simboli concreti il papa, per significare l'ingresso in questo anno di misericordia, aprira' una porta.

Ma per lo stupore di tutte le generazioni che si sono succedute dal giubileo di Bonifacio VIII ad oggi, la porta che aprira' non sara' la porta "santa" della basilica di san Pietro, ma la porta della cattedrale di Bangui, il posto, ai nostri appannati occhi occidentali, piu' povero, piu' derelitto e piu' pericoloso della terra.

Ma si tratta non solo di cominciare un anno di misericordia. Che ce ne facciamo di un anno solo in cui ritorni la pieta'? Quello che il papa vuol fare, da quando ha messo piede sulla soglia di Pietro, e' di aprire un'eta' della misericordia, cioe' di prendere atto che un'epoca e' finita e un'altra deve cominciare. Perche', come accadde dopo l'altra guerra mondiale e la Shoa', e Hiroshima e Nagasaki, abbiamo toccato con mano che senza misericordia il mondo non puo' continuare, anzi, come ha detto in termini laici papa Francesco all'assemblea generale dell'Onu, e' compromesso "il diritto all'esistenza della stessa natura umana". Il diritto!

Di fronte alla gravita' di questo compito, si vede tutta la futilita' di quelli che dicono che, per via del terrorismo, il papa dovrebbe rinunziare ad andare in Africa ("dove sono i leoni" come dicevano senza curarsi di riconoscere alcun altra identita' le antiche carte geografiche europee) e addirittura dovrebbe revocare l'indizione del giubileo, per non dare altri grattacapi al povero Alfano.

Ma il papa, che ha come compito peculiare del suo ministero evangelico di "aprire la vista ai ciechi", ci ha spiegato che il vero mostro che ci sfida, che e' "maledetto", non e' il terrorismo, ma e' la guerra. Il terrorismo e' il figlio della guerra e non se ne puo' venire a capo finche' la guerra non sia soppressa. La guerra si fa con le bombe, il terrorismo con le cinture esplosive. Non c'e' piu' proporzione, c'e' una totale asimmetria, le portaerei e i droni non possono farci niente. Possiamo nei bla bla televisivi o governativi fare affidamento sull'"intelligence", ma si e' gia' visto che e' una bella illusione.

Questo vuol dire che per battere il terrorismo occorre di nuovo ripudiare quella guerra di cui, dal primo conflitto del Golfo in poi, l'Occidente si e' riappropriato mettendola al servizio della sua idea del mercato globale, e che da allora ha provocato tormenti senza fine, ha distrutto popoli e ordinamenti, suscitato torture e vendette, inventato fondamentalismi e trasformato atei e non credenti in terroristi di Dio.

E che cosa e' rimasto di tutte queste guerre? ha chiesto il papa nella sua omelia del 19 novembre, la prima dopo le stragi di Parigi. Sono rimaste "rovine, migliaia di bambini senza educazione, tanti morti innocenti: tanti! E tanti soldi nelle tasche dei trafficanti di armi"; ed e' rimasto che perfino le luci, le feste, gli alberi luminosi, anche i presepi del Natale che ci apprestiamo a celebrare, sara' "tutto truccato".

E' rimasto il grande movente della guerra e l'inesauribile riserva del terrorismo: il commercio delle armi, sia per incrementare le ricchezze private che per migliorare un po' i bilanci pubblici. "Facciamo armi, cosi' l'economia si bilancia un po' - ha ironizzato papa Francesco - e andiamo avanti con il nostro interesse".

Rendiamo le armi beni illegittimi se non per le legittime esigenze di difesa di Stati sovrani, disarmiamo il dominio, l'oppressione, l'ingiustizia, l'ineguaglianza, la discriminazione e finiranno non solo le guerre ma finira' anche il mondo di guerra "questo mondo che non e' un operatore di pace", e cosi' anche il terrorismo si inaridira' e diverra' sempre piu' residuale.

E se decideremo di smetterla con i bombardamenti e la guerra, potremo promuovere una vera operazione di polizia internazionale, non solo autorizzata, ma eseguita dall'Onu, e non sotto un comando nazionale, per ristabilire il diritto nelle terre devastate dall'Isis e dunque ripristinare l'integrita' territoriale dell'Iraq e della Siria, lasciando ai siriani di decidere cosa fare con Assad.

Il papa aveva detto, gia' dopo Charlie Hebdo, tornando dalla Corea del Sud, che "l'aggressore ingiusto ha il diritto di essere fermato, perche' non faccia del male". Non e' solo nostro dovere, e' suo diritto; e anche i giovani estremisti che vengono reclutati per andare in Siria a indottrinarsi e poi tornare in Europa a suicidarsi hanno il diritto di essere salvati da noi e di non avere alcuna Siria in cui andare a buttare la vita.

Questo e' cio' che richiede il diritto internazionale se finalmente si dara' attuazione al capitolo VII della Carta dell'Onu, ed e' la cosa piu' "nonviolenta" che si puo' fare per neutralizzare e battere l'Isis.

 

5. RIFLESSIONE. GIORGIO NEBBIA: BANGUI PRIMA DI ROMA

[Ringraziamo Giorgio Nebbia per averci messo a disposizione questo suo articolo originariamente apparso nella "Gazzetta del Mezzogiorno" del 24 novembre 2015.

Giorgio Nebbia, nato a Bologna nel 1926, docente universitario di merceologia, gia' parlamentare, impegnato nei movimenti ambientalisti e pacifisti, e' una delle figure di riferimento della riflessione e dell'azione ecologista nel nostro paese. Dal sito di Peacelink riprendiamo la seguente piu' ampia scheda: "Giorgio Nebbia, nato a Bologna nel 1926, professore ordinario di merceologia dell'Universita' di Bari dal 1959 al 1995, ora professore emerito, e' stato deputato e senatore della sinistra indipendente. Giorgio Nebbia si e' dedicato all'analisi del ciclo delle merci, cioe' dei materiali utilizzati e prodotti nel campo delle attivita' umane, agricole e industriali. Nel settore dell'utilizzazione delle risorse naturali ha condotto ampie ricerche sull'energia solare, sulla dissalazione delle acque e ha contribuito all'elaborazione dell'analisi del flusso di acqua e materiali nell'ambito di bacini idrografici. Nel corso delle sue ricerche, di ambito nazionale e internazionale, ha studiato il rapporto fra le attivita' umane e il territorio, con particolare riferimento al metabolismo delle citta', allo smaltimento dei rifiuti e al loro recupero, ai consumi di energia. Giorgio Nebbia e' autore di numerosissime pubblicazioni scientifiche e di alcuni libri divulgativi: L'energia solare e le sue applicazioni (Feltrinelli); Risorse merci materia (Cacucci); Il problema dell'acqua (Cacucci); Sete (Editori Riuniti); La merce e i valori. Per una critica ecologica del capitalismo (Jaca Book). Si e' occupato inoltre di storia della tecnica ed ha fatto parte di commissioni parlamentari sulle condizioni di lavoro nell'industria. E' unanimemente considerato tra i fondatori e i principali esponenti dell'ambientalismo in Italia". Tra le sue molte pubblicazioni segnaliamo particolarmente: Lo sviluppo sostenibile, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1991; La merce e i valori. Per una critica ecologica del capitalismo, Jaca Book, Milano; cfr. anche: Il problema dell'acqua, Cacucci, Bari 1965, 1969; La societa' dei rifiuti, Edipuglia, Bari 1990; Sete, Editori Riuniti, Roma 1991; Alla ricerca di un'Italia sostenibile, Tam tam libri, Mestre 1997; La violenza delle merci, Tam tam libri, Mestre 1999; tra le opere recenti: con Virginio Bettini (a cura di), Il nucleare impossibile. Perche' non conviene tornare al nucleare, Utet Libreria, Torino 2009; Ambientiamoci, Nuovi Equilibri, Viterbo 2011. Si veda anche l'intervista nei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 360 (che contiene anche la seguente risposta a una domanda sulla sua biografia: "Sono nato nel 1926 in una famiglia piccolo borghese, ho il diploma di liceo classico, sono laureato in chimica. Dopo la laurea sono stato assunto come assistente di Merceologia, una disciplina che si insegna (sempre meno) nelle Facolta' di Economia, ho avuto quindi l'occasione di vivere una strana esperienza di una persona di educazione naturalistica fra docenti di cultura umanistica (economisti, storici, giuristi). A 32 anni ho "vinto il concorso" alla cattedra di Merceologia nella Facolta' di Economia e Commercio dell'Universita' di Bari dove ho insegnato fino alla pensione, nel 1995. Ho una laurea honoris causa in Discipline economiche e sociali nell'Universita' del Molise e due laurea in Economia e Commercio delle Universita' di Bari e di Foggia. Sono stato coinvolto nei movimenti di difesa dei consumatori, di difesa dell'ambiente, nelle lotte contro l'inquinamento, la caccia e l'energia nucleare, nella protesta contro tutte le forme di armi, a cominciare da quelle nucleari, e contro la guerra. Sono stato impegnato nella diffusione delle conoscenze sulle fonti di energia rinnovabili, soprattutto solare, e mi sono impegnato nell'insegnamento del carattere violento di molte tecnologie, di molte macchine, di molte forme urbane. Sono stato candidato ed eletto al Parlamento come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano e ho fatto parte del gruppo della Sinistra Indipendente alla Camera (1983-1987, collegio di Bari) e al Senato (1987-1992, collegio di Brindisi). Mi sono sposato nel 1955 con una donna che mi ha accompagnato per tutto la vita con una presenza silenziosa e continua anche nelle scelte scomode e che e' morta dopo 54 anni di matrimonio felice nell'agosto 2009. Ho un figlio nato nel 1956, laureato in architettura, impiegato nel campo dell'informatica. Sono un cattolico credente e turbato")]

 

L'annuncio che papa Francesco dara' inizio al Giubileo, domenica prossima 29 novembre, alcuni giorni prima che a Roma, aprendo la "Porta Santa" della Cattedrale di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, nell'ombelico del Continente Nero, sta portando all'attenzione mondiale questo quasi sconosciuto paese. Al suo arrivo a Bangui il Papa sara' accolto dal "presidente di transizione" che e' una donna, Catherine Samba-Panza, laureata in legge nell'Universita' di Parigi II. La Repubblica Centrafricana ha una superficie doppia di quella dell'Italia e una popolazione di poco meno di 5 milioni di abitanti, in rapida crescita, la cui principale fonte di reddito, oltre all'agricoltura, e' l'esportazione di diamanti e di legname pregiato. La popolazione e' molto povera perche' e' stata soggetta a continue invasioni e sfruttamento e violenze sia dai paesi vicini sia dalla Francia che, alla fine dell'Ottocento, aveva costituito una provincia coloniale Ubangi-Chari. Nel 1910 la zona era stata inglobata nell'Africa Equatoriale Francese in cui si erano precipitate le imprese private che producevano e esportavano cotone e diamanti. Durante la seconda guerra mondiale, quando la Francia venne occupata dai nazisti, nell'Africa Equatoriale Francese si rifugio' la Francia Libera, quella parte dell'esercito francese, guidata dal generale De Gaulle, che combatte' al fianco degli Alleati contro la Germania ed ebbe l'onore di entrare per prima nella Parigi liberata nel 1944.

La Repubblica Centrafricana ottenne l'indipendenza nel 1960 e fu afflitta da lunghi periodi di instabilita' dovuti a scontri fra etnie locali; nel 1965 prese il potere il colonnello Bokassa, bizzarro e megalomane dittatore che si proclamo' "imperatore" nel 1972, sostenuto dalla Francia che aveva interesse a proteggere le imprese impegnate nello sfruttamento delle risorse naturali del paese: nel 1979 Bokassa fu sostituito da vari presidenti in lotta fra loro fino al gennaio 2014 quando assunse la presidenza la signora Samba-Panza, in attesa di nuove elezioni.

La Repubblica Centrafricana e' uno dei paesi che non ha accesso al mare e confina a nord col Chad, ad ovest col Camerun, a sud col Congo e con la Repubblica Democratica del Congo e a est col Sud Sudan e col Sudan. La Repubblica Centrafricana e' una specie di grande altopiano con foreste e savane, ricche di biodiversita', e si trova nello spartiacque dei bacini idrografici di due grandi fiumi, l'Ubangi che fa da confine fra la Repubblica Centrafricana e la Repubblica Democratica del Congo, e il Chari. Su alcuni degli affluenti sono state costruite delle dighe e delle centrali idroelettriche.

La Repubblica Centrafricana e' coinvolta in un importante problema ecologico. Al nord del paese si trova il Lago Chad, che "appartiene" agli stati del Niger, della Nigeria, del Chad e del Camerun; il lago Chad e' stato uno dei piu' grandi laghi di acqua dolce, portata da numerosi fiumi fra cui il Chari, che compensano la continua evaporazione di acqua dovuta all'intensa radiazione solare; nel 1960 il lago, poco profondo, aveva la superficie di 25.000 chilometri quadrati (cento volte superiore a quella del Lago Maggiore in Italia) e le sue acque irrigavano i campi dei popoli vicini e consentivano attivita' di pesca. Per aumentare le rese agricole i prelevamenti di acqua per irrigazione si sono fatti sempre piu' intensi e questo, insieme all'evaporazione aumentata a causa dei mutamenti climatici, ha fatto diminuire la superficie del lago, oggi ridotta a 2.500 chilometri quadrati, il che compromette la sopravvivenza di milioni di persone, oltre ad alterare l'intero ecosistema della zona a sud del Sahara. I paesi che condividono la superficie del lago e la Repubblica Centrafricana hanno costituito una Commissione per il Lago Chad che da anni studia come e' possibile evitarne la scomparsa e restituirgli almeno una parte delle acque perdute. Una delle proposte prevede di trasferire una parte delle abbondanti acque dei fiumi che attraversano la Repubblica Centrafricana e che adesso vanno verso sud, nel fiume Ubangi e poi nel fiume Congo e infine nel mare, dirottandola attraverso una sistema di condotte e canali verso nord, nel bacino del fiume Chari e quindi nel Lago Chad. La soluzione sarebbe facilitata dal fatto che i fiumi del bacino del Congo scorrono ad una altezza di un centinaio di metri superiore a quella del lago e quindi una parte delle acque scorrerebbe verso il lago Chad in discesa, per gravita', in un flusso continuo. Da questo flusso di acque in discesa sarebbe anche possibile recuperare energia idroelettrica da utilizzare in parte per i servizi dei nuovi canali e in parte per dare vita ad attivita' minerarie e industriali.

Il progetto di questa gigantesca opera di ingegneria idraulica per ora e' fermo non tanto per i costi o per le difficolta' tecniche, quanto per i possibili rischi ambientali. Gli indubbi vantaggi economici, per l'agricoltura, l'allevamento e la pesca, e quelli ecologici del ritorno delle acque nel lago Chad, potrebbero essere annullati da modificazioni negativi dell'intero ecosistema con danni per l'agricoltura del Centrafrica. Sulla natura non si puo' intervenire con leggerezza e senza precauzioni.

C'e' da sperare che il messaggio di solidarieta', di pace e di misericordia portato dal Giubileo che si aprira' in questo poverissimo paese lo aiuti a liberarsi delle divisioni, dai conflitti e dallo sfruttamento delle sue risorse e possa mettere le sue grandi ricchezze naturali al servizio dello sviluppo umano degli abitanti.

 

6. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: SULLA VIA DI DIO, NE' ODIO, NE' VIOLENZA, NE' VENDETTA

[Ringraziamo Enrico Peyretti per averci messo a disposizione questo testo di introduzione e attualizzazione del tema dell'incontro che si e' svolto il 23 novembre 2015 presso la Moschea Taiba, in via Chivasso a Torino.

Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza; e' stato presidente della Fuci tra il 1959 e il 1961; nel periodo post-conciliare ha animato a Torino alcune realta' ecclesiali di base; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; Il diritto di non uccidere. Schegge di speranza, Il Margine, Trento 2009; Dialoghi con Norberto Bobbio, Claudiana, Torino 2011; Il bene della pace. La via della nonviolenza, Cittadella, Assisi 2012; Elogio della gratitudine, Cittadella, Assisi 2015; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, che e stata piu' volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli, indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.info e alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia (ormai da aggiornare) degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n. 68]

 

Siamo addolorati per le recenti violenze di Parigi, che seguono a tante altre, in tanti paesi, contro civili innocenti, di tanti popoli, culture e religioni. Soffriamo per i massacri che vogliono impaurire e dominare tutti, come soffriamo per le guerre, che uccidono, feriscono, impoveriscono soprattutto le popolazioni civili. Preghiamo che Dio cambi i cuori violenti.

Abbiamo pensato di riunirci come gia' altre volte, cristiani e musulmani, insieme a chiunque, donne e uomini, e' amico della pace, per qualche momento di silenzio, di riflessione e di preghiera. Cerchiamo cosi' di sviluppare nei nostri cuori sentimenti piu' profondi delle parole, sentimenti di umanita', di uguale valore di tutti gli esseri umani, di rispetto tra tutte le culture, di volonta' di vivere insieme nella giustizia, nella liberta', nella dignita'.

Cristiani e musulmani, cerchiamo tutti, con le parole e i modi propri delle nostre religioni, di accogliere la parola e la luce di Dio, per vivere degnamente. Abbiamo ricordato a noi stessi che, sulla via di Dio, non c'e' odio, ne' violenza, ne' vendetta.

Sappiamo che le difficolta' e le ingiustizie del mondo vanno affrontate con lotte giuste, condotte con la forza della ragione e della dignita', del resistere tutti insieme alle prepotenze, e non con l'uccidere, non con l'odio che rende malvagio il cuore e non produce mai risultati buoni. Noi non vogliamo rispondere all'odio con l'odio. Come Antoine Leiris, l'uomo a cui i terroristi hanno ucciso la moglie, noi diciamo "non avrete il mio odio". Questa e' vittoria sul male.

Sappiamo che la violenza offende creature di Dio e quindi offende Dio stesso, e produce sempre altra violenza e dolore. Ricordiamoci che oggi, 25 novembre, e' la giornata di impegno contro la violenza sulle donne.

Sappiamo che la vendetta moltiplica il male, non lo toglie, ma lo raddoppia. Percio' la guerra non toglie il male del terrorismo. Solo una societa' cosciente della vita umana e organizzata con giustizia puo' ridurre violenze e vendette, affermando i diritti umani di ogni persona.

Quando, nelle nostre religioni, sono comparse in passato o compaiono anche oggi forme di odio, di violenza, di vendetta, di dominio, di disprezzo, noi sappiamo che queste azioni tradiscono la volonta' di Dio. Infatti, Dio vuole che siamo giusti, che rispettiamo e amiamo tutti gli esseri umani e la natura. Riconosciamo ciascuno i nostri errori e ritardi nel vivere le nostre religioni, e vogliamo come fratelli aiutarci a diventare migliori cristiani e migliori musulmani.

Assolutamente non e' giusto accusare l'islam di violenza solo perche' ci sono organizzazioni violente che usano e bestemmiano il nome di Allah. Giustamente i musulmani stanno gridando "Not in my name. Non nel mio nome voi terroristi fate omicidi e stragi".

Altrettanto, non e' giusto accusare di violenza il vangelo di Gesu' per il fatto che dei potenti che si dicono cristiani hanno compiuto in passato o compiono anche oggi violenze economiche e militari per dominare altri.

Siamo qui insieme, cristiani e musulmani, per aiutarci a vedere e a vivere il vero insegnamento delle nostre religioni, e a purificarle dagli errori e dai peccati di noi deboli esseri umani. Siamo insieme davanti a Dio, l'unico Dio vivente, a cui diamo nomi diversi ma che e' al di sopra di tutti i nomi. Sia cristiani che musulmani abbiamo fede che Dio e' buono, clemente e misericordioso verso l'umanita'. Percio' lo preghiamo di darci forza interiore per costruire una giusta fratellanza dei popoli, delle culture, delle religioni, ognuna con le sue caratteristiche.

Molti sapienti comprendono che, in questo nostro tempo, Dio chiama i popoli umani, con le loro culture e religioni, ad una maggiore unita', intesa, comunicazione, vicinanza e collaborazione. Le religioni non sono piu' isole separate in differenti regioni della terra. Sono ormai sapienze e regole di vita vissute da persone che abitano insieme nelle stesse citta'. Dio ci chiama alla pace e alla collaborazione tra le religioni perche' vi sia pace tra le nazioni. Come in una famiglia, ognuno ha la sua personalita' libera, ma si deve vivere gli uni per gli altri, senza imposizioni ne' esclusioni, senza superbia ne' disprezzo. Le violenze di questo tempo sono opposizione a Dio che ci chiama all'unita' della famiglia umana.

Vogliamo che i fedeli delle nostre due religioni vivano insieme, in Europa e in Italia, con rispetto, conoscendo e stimando i rispettivi testi sacri e le tradizioni, senza superbia ignorante, senza disprezzo, impegnati nel dialogo per togliere malintesi ed equivoci. Le nostre due religioni possono, nella convivenza civile quotidiana, aiutarsi a vicenda sulla via del bene.

Ognuno di noi ha il suo proprio cammino. Ma c'e' un cammino comune: invece dell'odio la fratellanza, invece della violenza il dialogo e l'accordo, invece della vendetta la riconciliazione e la costruzione della pace. Continuiamo, musulmani e cristiani cittadini di questa nostra citta', a conoscerci, a stimarci e aiutarci, a sviluppare la forza umana nonviolenta, per affrontare insieme i problemi e togliere le ingiustizie che spingono gli ignoranti e i superbi a fare violenza. Come dice il Corano (5,48), Dio non ha voluto fare di noi una comunita' unica per metterci alla prova nel "gareggiare nelle opere buone". Cristiani e musulmani siamo in gara fraterna nel vincere la tentazione di rispondere al male con la vendetta, nel fare il bene, nell'essere giusti, nel rispettare e amare tutti, uomini e donne, cittadini e stranieri, credenti e non credenti, e specialmente i piu' poveri nella societa', nell'educarci alla nonviolenza attiva per costruire la giustizia.

 

7. RIFLESSIONE. ANNAMARIA RIVERA: IL MOSTRO E IL SUO CREATORE

[Dal sito di "MicroMega on line" riprendiamo il seguente articolo li' pubblicato il 21 novembre 2015 (una prima versione era comparsa sul "Manifesto" del 20 novembre); in esso l'autrice riprende elementi di analisi da due suoi saggi pubblicati nel 2002: "Islam e Occidente: un tragico gioco di specchi", in A. Rivera (a cura di), L'inquietudine dell'islam (saggi di Arkoun, Cesari, Jabbar, Khosrokavar, Kilani, Rivera), Dedalo; "Terrorismo, guerra, eterofobia", in G. Leghissa (a cura di), Niente sara' piu' come prima (saggi di Jean, Kilani, Leghissa, Rivera, Rovatti), La Medusa.

Annamaria Rivera, antropologa, vive a Roma e insegna etnologia all'Universita' di Bari. Fortemente impegnata nella difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani, ha sempre cercato di coniugare lo studio e la ricerca con l'impegno sociale e politico. Attiva nei movimenti femminista, antirazzista e per la pace, si occupa, anche professionalmente, di temi attinenti. Al centro della sua ricerca, infatti, sono l'analisi delle molteplici forme di razzismo, l'indagine sui nodi e i problemi della societa' pluriculturale, la ricerca di modelli, strategie e pratiche di concittadinanza e convivenza fra eguali e diversi. Fra le opere di Annamaria Rivera piu' recenti: (con Gallissot e Kilani), L'imbroglio etnico, in quattordici parole-chiave, Dedalo, Bari 2001; (a cura di), L'inquietudine dell'Islam, Dedalo, Bari 2002; Estranei e nemici. Discriminazione e violenza razzista in Italia, DeriveApprodi, Roma 2003; La guerra dei simboli. Veli postcoloniali e retoriche sull'alterita', Dedalo, Bari 2005; Regole e roghi. Metamorfosi del razzismo, Dedalo, Bari 2009; La Bella, la Bestia e l'Umano. Sessismo e razzismo senza escludere lo specismo, Ediesse, Roma 2010; Il fuoco della rivolta. Torce umane dal Maghreb all'Europa, Dedalo, Bari 2012]

 

Lo sappiamo bene: il terrorismo jihadista, ormai fenomeno endemico tanto quanto la guerra, che sia dichiarata o non, e' costituito da un intreccio inestricabile fra modernita' e antimodernita'. Esso e' potentemente iscritto nel mondo della comunicazione e della tecnologia globali (si avvale di armi, media e strumenti di intelligence, oltre che di fonti finanziarie cospicue). Ma, al tempo stesso, avendo intima familiarita' con la morte, e' in grado di opporre il concreto dei corpi, il corpo come arma, all'astratto della nostra tecnologia.

Esso e' anche una forma di totalitarismo, tale non solo in se', per la mortifera ideologia fondamentalista e pan-islamista, e per il ricorso alla violenza estrema, perlopiu' contro civili, ma anche per il fatto di produrre effetti totalitari. La strategia jihadista mira, infatti, a far cadere l'avversario nella trappola, provocandone reazioni destinate ad aggravare lo stato di guerra su scala mondiale e a far emergere il versante aggressivo e repressivo delle democrazie occidentali.

E' accaduto piu' volte nel corso della storia contemporanea: si pensi alle legislazioni d'emergenza adottate dalla Francia dopo gli attentati anarchici degli anni '90 dell'Ottocento e, piu' recentemente, durante la guerra d'Algeria, ma anche dall'Italia negli "anni di piombo" e dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre, in specie col Patriot Act.

In questa trappola il "socialista" Hollande e' caduto in pieno e, con lui, l'Assemblea nazionale che, il 19 novembre, ha approvato il suo progetto liberticida con un voto quasi unanime. Un progetto che, preannunciato in un discorso al Parlamento dai toni marziali e patriottardi, non fa che sospendere garanzie democratiche e liberta' pubbliche.

Infatti, fra le misure previste ci sono: la modifica della Costituzione onde attribuire al presidente della Repubblica maggiori poteri e prolungare lo stato di emergenza di almeno tre mesi, se non ad libitum, come si teme; il domicilio coatto esteso a chi, "per comportamento o frequentazioni, per intenzione o progetto", sia sospettato "di costituire una minaccia per la sicurezza e l'ordine pubblico"; la possibilità di revocare la nazionalita' anche ai cittadini francesi per nascita, oltre che bi-nazionali, se "condannati per attentato agli interessi fondamentali della nazione o per un atto terroristico"; lo scioglimento di associazioni non ben definite, sicche', come ha osservato la giurista accademica Marie-Laure Basilien-Gainche, tutte potrebbero rientrare nel campo di applicazione della legge.

Per furore bellico e sicuritario, la risposta del presidente francese e' del tutto comparabile con quella che fu data da George W. Bush alla carneficina del World Trade Center. In un articolo per "Le Monde" del 17 novembre, William Audereau analizzava le similitudini tra il discorso di Hollande del giorno prima e quello di Bush del lontano 20 settembre 2001: il "socialista" e' riuscito quasi a eguagliare il rozzo guerrafondaio americano, pronunciando ben tredici volte "siamo in guerra", contro le quattordici del secondo.

Ancora qualche analogia. Come dopo l'11 settembre, in luogo della denuncia del misero fallimento di miti e dispositivi sicuritari, v'e' la loro enfatizzazione. E questa ottiene l'effetto d'incrementare allarme e panico, dei quali Daesh potrebbe paradossalmente avvantaggiarsi. Si aggiunga che il clima da emergenza permanente e il panico diffuso contribuiscono a esasperare xenofobia e soprattutto islamofobia, anche violente.

L'islamofobia, a sua volta, e' veicolata dal lessico degradato dei media, in particolare i nostrani, mainstream e non. Non parliamo di espressioni estreme quali il titolo della prima di "Libero" del 14 novembre, per il quale il direttore e' stato giustamente querelato, ne' del dilagare di nostalgie fallaciane. Bensi' di una forma in apparenza innocente, se non inconsapevole: l'abuso di "islamici", termine passpartout che ha sostituito il piu' corretto "musulmani". Non per caso questo lemma polisemico, che permette l'amalgama con "islamisti", in Italia e' entrato nell'uso corrente dopo l'11 settembre (da un po' di giorni qualcuno, dalle parti della Rai, lo ha sostituito con "gli arabi", credendo sia politicamente piu' corretto).

In realta', insieme con l'islamofobia, si riaffaccia la tentazione di liberarsi di chiunque, additato come capro espiatorio, sia considerato agente del disordine e, con essa, il teorema del "nemico interno". V'e' dunque il rischio che ancor piu' s'intensifichi la caccia a indistinti stranieri ed estranei, che gia' ora prende di mira chiunque rechi qualche segno percepito o immaginato come esotico e dunque sospetto: il "velo islamico" (come i media chiamano l'hijab, cioe' un semplice foulard), un accento "strano", la barba lunga, la carnagione ambrata, la facies "mediorientale" o addirittura "turca"...

A esorcizzare il serpeggiante senso di panico, smarrimento, vulnerabilita' non servira' certo ammantarsi nella bandiera tricolore o rifugiarsi dietro Liberte', Egalite', Fraternite'. Così come, dopo l'11 settembre, non servi' ai cittadini americani l'ossessivo e onnipresente God bless America. Ne' c'e' piu' la possibilita' di coltivare l'utopia del villaggio globale: chi volesse "disertare" non troverebbe riparo in alcun angolo del pianeta, per quanto remoto e periferico. Se e' vero che e' ormai interdetta perfino la libera circolazione dei cittadini europei nello spazio Schengen.

Questa catastrofe la dobbiamo, in primis, agli apprendisti stregoni che governano le nostre sorti e quelle del mondo. Quasi incuranti della devastazione e della violenza prodotti dal colonialismo e dal neocolonialismo, dall'"esportazione della democrazia" in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, dalle perverse alleanze con gli inventori-finanziatori del terrorismo jihadista, dall'emarginazione e umiliazione inflitte per decenni alla "racaille", essi fingono d'ignorare una verita' elementare: l'ordine dominante, il loro, cova in se' i germi della propria distruzione; la Barbarie e', in definitiva, immanente alla Civilta'.

 

8. ANNIVERSARI. IN MEMORIA DI WALTER BINNI, DI ANGELO COCCONCELLI, DI LEWIS. A. COSER, DI ALEXANDER DUBCEK, DI VITTORIO EMANUELE GIUNTELLA, DI MICKEY LELAND, DI ALEXIUS MEINONG, DI ALBERTO MELUCCI, DI PEDRO SALINAS, DI ALDO SALVETTI, DI MANUUEL SCORZA, DI PIERO TREVES, DI DIEGO VALERI, DI SOPHIE VOLLAND

 

Ricorre oggi, 27 novembre, l'anniversario della scomparsa di Walter Binni, della nascita di Angelo Cocconcelli, della nascita di Lewis A. Coser, della nascita di Alexander Dubcek, della scomparsa di Vittorio Emanuele Giuntella, della nascita di Mickey Leland, della scomparsa di Alexius Meinong, della nascita di Alberto Melucci, della nascita di Pedro Salinas, della nascita di Aldo Salvetti, della scomparsa di Manuel Scorza, della nascita di Piero Treves, della scomparsa di Diego Valeri, della nascita di Sophie Volland.

*

Anche nel ricordo di Walter Binni, di Angelo Cocconcelli, di Lewis A. Coser, di Alexander Dubcek, di Vittorio Emanuele Giuntella, di Mickey Leland, di Alexius Meinong, di Alberto Melucci, di Pedro Salinas, di Aldo Salvetti, di Manuel Scorza, di Piero Treves, di Diego Valeri, di Sophie Volland, proseguiamo nell'azione nonviolenta per la pace e i diritti umani; contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Vi e' una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' e la biosfera.

 

9. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Letture

- Umberto Eco e Riccardo Fedriga (a cura di), Storia della filosofia. Testi, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2015, vol. 12. Seicento (parte prima), pp. 382, euro 9,90.

*

Riletture

- Andre' Malraux, La condizione umana, Bompiani, Milano 1934, 1982, pp. XXIV + 312.

- Andre' Malraux, La speranza, Mondadori, Milano 1956, pp. 448.

 

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

11. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2179 del 27 novembre 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com , sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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