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[Nonviolenza] Coi piedi per terra. 805



 

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COI PIEDI PER TERRA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVII)

Numero 805 del 23 marzo 2016

 

In questo numero:

1. Mao Valpiana: Orrore e terrore a Bruxelles, una sola risposta possibile: nonviolenza

2. Enrico Peyretti: La violenza non regna

3. Peppe Sini: La proposta delle due Rose

4. Per sostenere il centro antiviolenza "Erinna"

5. Al referendum del 17 aprile voteremo si'

6. Costituito il Comitato nazionale "Vota si' per fermare le trivelle"

7. No allo stravolgimento della Costituzione: al referendum di ottobre votiamo no al golpe bianco

8. Il sito del Coordinamento per la democrazia costituzionale

9. Contro tutti i terrorismi, contro tutte le guerre

10. Hic et nunc, quid agendum

11. Tiziana Bartolini intervista Dacia Maraini

12. Cristina Carpinelli: Svetlana Aleksevich

 

1. EDITORIALE. MAO VALPIANA: ORRORE E TERRORE A BRUXELLES, UNA SOLA RISPOSTA POSSIBILE: NONVIOLENZA

[Riceviamo e diffondiamo.
Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive e ha lavorato come assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di intervento nel sociale"); attualmente e' presidente del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa per la nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del comitato scientifico e di garanzia della Fondazione Alexander Langer Stiftung; fa parte del Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta istituito presso L'Ufficio nazionale del servizio civile; e' socio onorario del Premio nazionale "Cultura della pace e della nonviolenza" della Citta' di Sansepolcro; ha fatto parte del Consiglio della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in Afghanistan e poi liberata. Con Michele Boato e Maria G. Di Rienzo ha promosso l'appello "Crisi politica. Cosa possiamo fare come donne e uomini ecologisti e amici della nonviolenza?" da cui e' scaturita l'assemblea di Bologna del 2 marzo 2008 e quindi il manifesto "Una rete di donne e uomini per l'ecologia, il femminismo e la nonviolenza". E' stato fondamentale ideatore, animatore e portavoce dell'"Arena di pace e disarmo" del 25 aprile 2014 e coordina la campagna "Un'altra Difesa e' possibile". Un suo profilo autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 de "La nonviolenza e' in cammino"; una sua ampia intervista e' nelle "Notizie minime della nonviolenza in cammino" n. 255 del 27 ottobre 2007; un'altra ampia intervista e' in "Coi piedi per terra" n. 295 del 17 luglio 2010]

 

La guerra e' il piu' grande crimine contro l'umanita', che la facciano le bombe dei terroristi di Daesh o le bombe sganciate da aerei di eserciti regolari.

Oggi piangiamo le vittime di Bruxelles e condanniamo i carnefici assassini. Oggi abbiamo bisogno di mezzi di soccorso per salvare i feriti dell'attentato e i profughi in fuga dall'inferno.

Oggi sentiamo la mancanza di una polizia efficiente contro i criminali terroristi e di una polizia internazionale per fermare i criminali di guerra.

Oggi dobbiamo difendere i diritti umani di tutti, dei turisti e cittadini innocenti come delle popolazioni che subiscono i bombardamenti indiscriminati.

Oggi e domani dev'essere il momento della nonviolenza, l'unica via per salvare l'umanita' dal suo suicidio.

 

2. EDITORIALE. ENRICO PEYRETTI: LA VIOLENZA NON REGNA

[Riceviamo e diffondiamo.

Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza; e' stato presidente della Fuci tra il 1959 e il 1961; nel periodo post-conciliare ha animato a Torino alcune realta' ecclesiali di base; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; Il diritto di non uccidere. Schegge di speranza, Il Margine, Trento 2009; Dialoghi con Norberto Bobbio, Claudiana, Torino 2011; Il bene della pace. La via della nonviolenza, Cittadella, Assisi 2012; Elogio della gratitudine, Cittadella, Assisi 2015; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica "Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente", che e' stata piu' volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli, indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.info e alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia (ormai da aggiornare) degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n. 68]

 

La filosofia dell'uomo occidentale, oggi globalizzata, e' duplice:

1. "Homo homini lupus": l'uomo per natura vuole sopraffare l'altro. Solo la violenza maggiore raffinata e astuta del domatore (lo Stato) ferma o frena la violenza delle belve (i cittadini).

La violenza regna in ogni caso, anche quando mette pace imperiale.

2. "L'essere umano ha dignita' e diritti inviolabili".

Come difenderli dalle violazioni?

2.1. Con la violenza "giusta", che e' pure una violazione.

La violenza regna in ogni caso, anche quando fa "giustizia".

2.2. Con la coscienza e cultura sociale della uguaglianza di valore di tutti, espressa nella "regola d'oro" universalmente nota, in decine di formulazioni dell'unico significato: "Tratta gli altri come vorresti essere trattato tu".

Cioe', la dignita' e inviolabilita' altrui e' uguale alla mia, e' fondamento della mia, e' verifica della mia.

La mia sopraffazione su altri nega la mia dignita' e valore, che invece non sono negati dalla sopraffazione altrui da me patita ma non subita.

Il valore della vittima e' limpido, quello del carnefice e' oscurato.

Questa coscienza e cultura e' la piu' vera difesa, preventiva e successiva, della vittima di violenza; e' la forza nonviolenta, e' il satyagraha gandhiano, forza della verita' umana. E' prevenzione e riparazione della violenza.

Percio' la violenza non regna, e puo' essere detronizzata per procedere verso una pace giusta e nonviolenta.

Tutte le culture umane hanno questa possibilita', se elaborano, nell'aiuto reciproco, gli elementi pacifici che tutte contengono.

 

3. EDITORIALE. PEPPE SINI: LA PROPOSTA DELLE DUE ROSE

 

Nei mesi scorsi - tra dicembre e febbraio - abbiamo reiteratamente formulato una proposta per le elezioni amministrative che si svolgeranno tra poche settimane: di costruire delle liste che avessero l'opposizione alla guerra, al razzismo e al maschilismo come fulcro del loro programma.

E parlavamo di programma non solo politico, ma anche specificamente amministrativo: poiche' gli enti locali possono fare moltissime concrete ed efficaci cose per contrastare la guerra, il razzismo, il maschilismo, l'ecocidio.

Quella proposta (che avevamo cercato di rendere piu' visibile con un motto: "La Rosa rossa contro la guerra, la Rosa bianca contro il nazismo. Per la pace e i diritti umani") e' caduta nel nulla.

Ma l'esigenza resta.

Pensando di far cosa non disutile, riproponiamo qui di seguito alcune parole che scrivevamo in dicembre.

*

In poche parole: l'umanita' sta precipitando nel baratro della guerra. E' compito di ogni persona ragionevole, di ogni movimento democratico, di ogni umano istituto far quanto e' in proprio potere perche' questo non accada.

Non bastano le iniziative meramente testimoniali; e non bastano le iniziative del cosiddetto volontariato.

Occorre mobilitare contro la guerra la forza delle istituzioni democratiche. E perche' questo accada occorre che esse siano governate da persone che sappiano che opporsi alla guerra e' il primo dovere, la prima necessita'.

Affinche' nelle istituzioni democratiche entrino persone che abbiano questa consapevolezza occorre presentare liste elettorali che si caratterizzino esattamente per questo: liste elettorali contro la guerra e contro il terrorismo, liste elettorali per la pace e i diritti umani, liste elettorali per la salvezza dell'umanita' e della biosfera.

Con il programma della Rosa rossa: contro la guerra e tutte le uccisioni.

Con il programma della Rosa bianca: contro il nazismo e tutte le oppressioni.

Con la forza della verita', con la scelta della nonviolenza.

A cominciare dalle imminenti elezioni amministrative occorre costruire e presentare dappertutto la lista della pace e dei diritti umani.

Una lista che non pretenda costituire un'organizzazione, ma semplicemente una coalizione che chiama a partecipare tutte le persone, le associazioni, le organizzazioni e i movimenti che si sentono impegnati per la pace e i diritti umani, che sanno che il primo dovere e' fermare la guerra, salvare le vite.

La Rosa rossa e la Rosa bianca. Il volto di Abele. La nonviolenza femminile plurale.

 

4. REPETITA IUVANT. PER SOSTENERE IL CENTRO ANTIVIOLENZA "ERINNA"

[L'associazione e centro antiviolenza "Erinna" e' un luogo di comunicazione, solidarieta' e iniziativa tra donne per far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza fisica e psichica e lo stupro, reati specifici contro la persona perche' ledono l'inviolabilita' del corpo femminile (art. 1 dello Statuto). Fa progettazione e realizzazione di percorsi formativi ed informativi delle operatrici e di quanti/e, per ruolo professionale e/o istituzionale, vengono a contatto con il fenomeno della violenza. E' un luogo di elaborazione culturale sul genere femminile, di organizzazione di seminari, gruppi di studio, eventi e di interventi nelle scuole. Offre una struttura di riferimento alle donne in stato di disagio per cause di violenze e/o maltrattamenti in famiglia. Erinna e' un'associazione di donne contro la violenza alle donne. Ha come scopo principale la lotta alla violenza di genere per costruire cultura e spazi di liberta' per le donne. Il centro mette a disposizione: segreteria attiva 24 ore su 24; colloqui; consulenza legale e possibilita' di assistenza legale in gratuito patrocinio; attivita' culturali, formazione e percorsi di autodeterminazione. La violenza contro le donne e' ancora oggi un problema sociale di proporzioni mondiali e le donne che si impegnano perche' in Italia e in ogni Paese la violenza venga sconfitta lo fanno nella convinzione che le donne rappresentano una grande risorsa sociale allorquando vengono rispettati i loro diritti e la loro dignita': solo i Paesi che combattono la violenza contro le donne figurano di diritto tra le societa' piu' avanzate. L'intento e' di fare di ogni donna una persona valorizzata, autorevole, economicamente indipendente, ricca di dignita' e saggezza. Una donna che conosca il valore della differenza di genere e operi in solidarieta' con altre donne. La solidarieta' fra donne e' fondamentale per contrastare la violenza]

 

Per sostenere il centro antiviolenza delle donne di Viterbo "Erinna" i contributi possono essere inviati attraverso bonifico bancario intestato ad Associazione Erinna, Banca Etica, codice IBAN: IT60D0501803200000000287042.

O anche attraverso vaglia postale a "Associazione Erinna - Centro antiviolenza", via del Bottalone 9, 01100 Viterbo.

Per contattare direttamente il Centro antiviolenza "Erinna": tel. 0761342056, e-mail: e.rinna at yahoo.it, onebillionrisingviterbo at gmail.com, sito: http://erinna.it, facebook: associazioneerinna1998

Per destinare al Centro antiviolenza "Erinna" il 5 per mille inserire nell'apposito riquadro del modello per la dichiarazione dei redditi il seguente codice fiscale: 90058120560.

 

5. REPETITA IUVANT. AL REFERENDUM DEL 17 APRILE VOTEREMO SI'

 

Al referendum del 17 aprile voteremo si'.

Per difendere le coste italiane dalle devastazioni, dal degrado e dai pericoli provocati dalle trivellazioni.

Per difendere dall'inquinamento l'ambiente marino e tutte le sue forme di vita.

Per difendere il diritto di tutte le persone alla salute e a un ambiente salubre.

Per difendere il diritto delle generazioni future a un mondo vivibile.

Per difendere la bellezza della natura, un bene comune prezioso e insostituibile.

Per sostenere l'approvvigionamento energetico da fonti pulite e rinnovabili.

Per far cessare lo sfruttamento dissennato e distruttivo delle risorse naturali.

Per far prevalere la ragione, la responsabilita', il diritto, la solidarieta'.

Con la forza della verita', con la forza della democrazia, per il bene comune.

Al referendum del 17 aprile voteremo si'.

*

Osvaldo Ercoli, Antonella Litta, Emanuele Petriglia, Alessandro Pizzi, Peppe Sini

 

6. REPETITA IUVANT. COSTITUITO IL COMITATO NAZIONALE "VOTA SI' PER FERMARE LE TRIVELLE"

 

E' stato costituito il Comitato nazionale "Vota si' per fermare le trivelle".

Per informazioni cfr. il sito del "Coordinamento nazionale No Triv": www.notriv.com

Attenzione: al referendum del 17 aprile per votare contro le trivellazioni occorre votare si'.

 

7. REPETITA IUVANT. NO ALLO STRAVOLGIMENTO DELLA COSTITUZIONE: AL REFERENDUM DI OTTOBRE VOTIAMO NO AL GOLPE BIANCO

 

In tutta Italia si stanno costituendo i comitati locali per la democrazia costituzionale in vista del referendum che si svolgera' in ottobre.

Nel referendum di ottobre votiamo no al golpe bianco, votiamo no allo stravolgimento della Costituzione, votiamo no alla deriva autoritaria; difendiamo la democrazia, difendiamo l'ordinamento repubblicano nato dalla resistenza antifascista.

 

8. REPETITA IUVANT. IL SITO DEL COORDINAMENTO PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE

 

No allo stravolgimento della Costituzione.

Informazioni e materiali utili per il referendum di ottobre per impedire lo stravolgimento della Costituzione sono nel sito del Coordinamento per la democrazia costituzionale: http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net

 

9. REPETITA IUVANT. CONTRO TUTTI I TERRORISMI, CONTRO TUTTE LE GUERRE

 

Ogni vittima ha il volto di Abele.

Ogni uccisione e' un crimine.

Non si puo' contrastare una strage commettendo un'altra strage.

Non si puo' contrastare il terrorismo con atti di terrorismo.

A tutti i terrorismi occorre opporsi.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

La guerra e' il terrorismo portato all'estremo.

Ogni guerra consiste di innumerevoli uccisioni.

La guerra e' un crimine contro l'umanita'.

Con la guerra gli stati divengono organizzazioni terroriste.

Con la guerra gli stati fanno nascere e crescere le organizzazioni terroriste.

A tutte le guerre occorre opporsi.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Un'organizzazione criminale va contrastata con un'azione di polizia da parte di ordinamenti giuridici legittimi.

La guerra impedisce l'azione di polizia necessaria.

Occorre dunque avviare un immediato processo di pace nel Vicino e nel Medio Oriente che consenta la realizzazione di ordinamenti giuridici legittimi, costituzionali, democratici, rispettosi dei diritti umani.

Occorre dunque che l'Europa dismetta ogni politica di guerra, di imperialismo, di colonialismo, di rapina, di razzismo, di negazione della dignita' umana di innumerevoli persone e di interi popoli.

Occorre dunque una politica europea di soccorso umanitario, di pace con mezzi di pace: la politica della nonviolenza che sola riconosce e promuove e difende i diritti umani di tutti gli esseri umani.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

La violenza assassina si contrasta salvando le vite.

La pace si costruisce abolendo la guerra.

La politica della nonviolenza richiede il disarmo e la smilitarizzazione.

La politica nonviolenta richiede la difesa civile non armata e nonviolenta, i corpi civili di pace, l'azione umanitaria, la cooperazione internazionale.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

Si coalizzino tutti gli stati democratici contro il terrorismo proprio ed altrui, contro il terrorismo delle organizzazioni criminali e degli stati.

Si coalizzino tutti gli stati democratici per la pace, il disarmo, la smilitarizzazione dei conflitti.

Si coalizzino tutti gli stati democratici per l'indispensabile aiuto umanitario a tutte le persone ed i popoli che ne hanno urgente bisogno.

Si coalizzino tutti gli stati democratici per contrastare le organizzazioni criminali con azioni di polizia adeguate, mirate a salvare le vite e alla sicurezza comune.

Si coalizzino tutti gli stati democratici per la civile convivenza di tutti i popoli e di tutti gli esseri umani.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

Cominci l'Italia.

Cominci l'Italia soccorrendo, accogliendo e assistendo tutte le persone in fuga dalla fame e dall'orrore, dalle dittature e dalla guerra.

Cominci l'Italia cessando di partecipare alle guerre.

Cominci l'Italia uscendo da alleanze militari terroriste e stragiste come la Nato.

Cominci l'Italia cessando di produrre  armi e di rifornirne regimi e poteri dittatoriali e belligeranti.

Cominci l'Italia abrogando tutte le infami misure razziste ancora vigenti nel nostro paese.

Cominci l'Italia con un'azione diplomatica, politica ed economica, e con aiuti umanitari adeguati a promuovere la costruzione di ordinamenti giuridici legittimi, costituzionali e democratici dalla Libia alla Siria.

Cominci l'Italia destinando a interventi di pace con mezzi di pace, ad azioni umanitarie nonviolente, i 72 milioni di euro del bilancio dello stato che attualmente ogni giorno sciaguratamente, scelleratamente destina all'apparato militare, alle armi, alla guerra.

Cominci l'Italia a promuovere una politica della sicurezza comune e del bene comune centrata sulla difesa popolare nonviolenta, sui corpi civili di pace, sulla legalita' che salva le vite.

Salvare le vite e' il primo dovere.

*

Ogni vittima ha il voto di Abele.

Alla barbarie occorre opporre la civilta'.

Alla violenza occorre opporre il diritto.

Alla distruzione occorre opporre la convivenza.

Al male occorre opporre il bene.

Contro tutti i terrorismi, contro tutte le guerre.

Salvare le vite e' il primo dovere.

 

10. REPETITA IUVANT. HIC ET NUNC, QUID AGENDUM

 

Occorre soccorrere, accogliere, assistere tutti gli esseri umani in fuga dalla fame e dalle guerre.

Occorre riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di giungere in modo legale e sicuro nel nostro paese.

Occorre andare a soccorrere e prelevare con mezzi di trasporto pubblici e gratuiti tutti i migranti lungo gli itinerari della fuga, sottraendoli agli artigli dei trafficanti.

Occorre un immediato ponte aereo di soccorso internazionale che prelevi i profughi direttamente nei loro paesi d'origine e nei campi collocati nei paesi limitrofi e li porti in salvo qui in Europa.

Occorre cessare di fare, fomentare, favoreggiare, finanziare le guerre che sempre e solo consistono nell'uccisione di esseri umani.

Occorre proibire la produzione e il commercio delle armi.

Occorre promuovere la pace con mezzi di pace.

Occorre cessare di rapinare interi popoli, interi continenti.

In Italia occorre abolire i campi di concentramento, le deportazioni, e le altre misure e pratiche razziste e schiaviste, criminali e criminogene, che flagrantemente confliggono con la Costituzione, con lo stato di diritto, con la democrazia, con la civilta'.

In Italia occorre riconoscere immediatamente il diritto di voto nelle elezioni amministrative a tutte le persone residenti.

In Italia occorre contrastare i poteri criminali, razzisti, schiavisti e assassini.

L'Italia realizzi una politica della pace e dei diritti umani, del disarmo e della smilitarizzazione, della legalita' che salva le vite, della democrazia che salva le vite, della civilta' che salva le vite.

L'Italia avvii una politica nonviolenta: contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni. Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' e la biosfera.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Vi e' una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.

Salvare le vite e' il primo dovere.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

 

11. MAESTRE. TIZIANA BARTOLINI INTERVISTA DACIA MARAINI

[Dal sito www.noidonne.org riprendiamo la seguente intervista dal titolo "Dacia Maraini. Non c'e' femminismo senza utopia" e il sommario "Le grandi organizzazioni femministe sono morte insieme alle ideologie, ma le discriminazioni da combattere sono ancora tante e le donne devono chiedere di piu'. Parola di Dacia Maraini"]

 

Ha dedicato molti suoi libri a figure femminili - Marianna Ucria, Santa Chiara di Assisi, Maria Stuarda, la cortigiana Veronica Franco, la giornalista Michela Canova - sempre sfidando i pregiudizi e nel suo ultimo "La mia vita. Le mie battaglie", Dacia Maraini, sollecitata dalle domande di Joseph Farrell, ripercorre le tappe salienti della sua esistenza. L'abbiamo interpellata per questo nostro focus sull'8 marzo, sulla sua visione del mondo. E delle donne.

- Tiziana Bartolini: Da scrittrice e donna di cultura che ha modo di viaggiare e di osservare il mondo nella sua complessita', come vive questa fase della storia cosi' dura e anche cosi' difficilmente comprensibile?

- Dacia Maraini: Penso che stiamo entrando in una crisi mondiale molto grave, che annuncia guerre. Mi sorprende l'incoscienza dei nostri politici che stanno a bisticciare, insultandosi infantilmente, rinunciando ad alzare la testa e guardare il mondo. Sembra che tutto si risolva nel cerchio del proprio ombelico geografico, nelle piccole beghe interne. La cosa che mi avvilisce e' quando scopro che alcuni politici gongolano di felicita' quando le cose vanno male per il paese, perche' cosi' possono dire peste e corna dei loro avversari. Lo trovo grottesco e immorale.

- Tiziana Bartolini: Perche' manca una parola pubblica incisiva delle donne, perche' non si riesce a delineare un'agenda, anche di massima, intorno alla quale le donne possono battersi tutte insieme?

- Dacia Maraini: Perche' le grandi organizzazioni femministe sono morte assieme con l'ideologia. Anzi sono morte tutte le ideologie e tutte le utopie che hanno spinto le masse negli anni '70. La prassi continua: molte donne si rimboccano le maniche e lavorano per migliorare la condizione delle donne sia sul piano legale, che storico che sociale. Ma sono piccoli gruppi di iniziativa privata. Mancano i grandi ideali che smuovono le masse.

- Tiziana Bartolini: Eppure ci sono tante donne sulla ribalta pubblica, anche con ruoli di potere. Ma come non osservare che il loro protagonismo e' finalizzato, talvolta, verso obiettivi inconciliabili: dalle combattenti peshmerga fino a una Marine Le Pen alla testa di movimenti xenofobi e ultraconservatori, per fare esempi estremi. Sono lontani gli anni in cui i movimenti riempivano le piazze con intenti largamente condivisi. Ma cosa e' successo alle donne?

- Dacia Maraini: Le donne non sono tutte uguali. Per fortuna! Proprio come succede agli uomini, poiche' le donne appartengono al genere umano prima che al genere femminile, sono capaci di fare il male e fare il bene. Il libero arbitrio e' una grande liberta' che nessuna religione e nessuna politica puo' proibire, salvo farsi dittatura e oppressione. Quindi e' normale e comprensibile che ci siano donne generose, moderne, avanzate culturalmente e donne antiquate, razziste, bigotte. Chi pensa alle donne come a un fronte unico, fa del razzismo. Non esistono una razza femminile e una maschile. Esiste l'essere umano con i suoi diritti e i suoi doveri. Detto questo bisogna riconoscere che esiste una questione femminile, ma dovuta alla storia non alla biologia. Non perche' le donne sono fatte in modo diverso, ma perche' hanno vissuto una storia diversa, non voluta da loro ma imposta dal patriarcato che le ha demonizzate, colpevolizzate, chiuse dentro un destino e un ruolo stereotipato spesso limitativo e umiliante. Anche se oggi le cose sono molto cambiate, restano ancora tante forme di discriminazione contro cui combattere. Il femminicidio, per esempio, e' un delitto di genere, ma non dovuto alla "aggressivita' innata degli uomini", come pensano alcuni, ma ad una antica cultura del possesso che torna a galla come un rigurgito in tempi di emancipazione. Se andate a leggere le motivazioni dei delitti in famiglia c'e' sempre un momento in cui lei dice "me ne vado" e lui entra in crisi. Perche' ha identificato la sua virilita' col possesso di quella donna, di quella famiglia. La crisi e' culturale, non biologica. Certi uomini, soprattutto i piu' deboli, hanno paura dell'autonomia femminile; una paura talmente devastante da trasformarli in assassini. Quasi un delitto ogni due giorni: non e' una cosa normale. Segno che l'emancipazione femminile crea terremoti culturali di non facile gestione. Di fronte a queste forme di violenza, le donne hanno il diritto di chiedere piu' autonomia, piu' liberta' professionale, piu' rispetto. Tutte cose che in momenti di crisi come questo vengono tranquillamente gettate da una parte.

 

12. MAESTRE. CRISTINA CARPINELLI: SVETLANA ALEKSEVICH

[Dal sito www.noidonne.org riprendiamo il seguente articolo dal titolo "Svetlana Aleksevich: il Premio Nobel a una voce fuori dal coro" e il sommario "A Svetlana Aleksevich assegnato il Nobel per la Letteratura. Riconoscimento anche per i valori della democrazia e della cultura di un piccolo paese"]

 

Il premio Nobel per la Letteratura e' andato nel 2015 alla giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksevich. La filologa svedese Sara Danius, neo segretaria permanente dell'Accademia reale di Svezia, ha letto in diretta mondiale le motivazioni ufficiali: "per la sua scrittura polifonica, e per un lavoro che e' un monumento alla sofferenza e al coraggio del nostro tempo". Svetlana Aleksevich e' la quattordicesima donna a vincere il Nobel per la Letteratura da quando e' stato assegnato per la prima volta nel 1901. "Meraviglioso. Mi sono subito sentita circondata da grandi ombre, come Bunin o Pasternak, e' un sentimento da un lato fantastico e dall'altro inquietante" ha detto la scrittrice commentando il premio, e in una breve telefonata con il network Stv ha ringraziato la Svezia perche' "ha compreso il dolore russo". Dopo l'assegnazione dei premi Nobel a grandi pilastri della letteratura russa (Bunin, Pasternak, Sholokov, Solzhenitsyn, Brodskij), l'Accademia svedese ha pensato a una donna, Svetlana Aleksevich, anche lei come le altre, una figura russa che, suo malgrado e sulla sua pelle, ha finito per fare storia, non solo della letteratura. Ecco perche' questo e' anche un Nobel "politico".

La Aleksevich ha dedicato il premio alla sua terra nativa, la Bielorussia, "schiacciata dalla storia". "Non e' un premio per me - ha affermato - ma per la nostra cultura, per il nostro piccolo paese, che e' stato messo nel tritacarne della storia".

La vittoria dell'autrice di La guerra non ha un volto di donna (tradotto da Bompiani, 2015) e' un riconoscimento ai valori della democrazia, della liberta' e del libero pensiero. Com'e' noto Svetlana Aleksevich si e' posta sempre in termini critici nei confronti del regime di Lukashenko, e per questo i suoi libri sono stati banditi dal paese. "Fanno finta che io non ci sia, non pubblicano i miei libri, non posso fare discorsi da nessuna parte, non ricordo se la tv bielorussa mi abbia mai fatto una chiamata, neppure il presidente bielorusso", ha dichiarato amareggiata la scrittrice. Lukashenko l'ha persino accusata di essere un'agente della Cia.

Lei e' principalmente una cronista e i suoi libri sono dei reportage. Un approccio a cui la giornalista bielorussa si mantiene fedele da piu' di trent'anni, quasi a negare recisamente il concetto stesso di finzione. L'autrice, infatti, non inventa, non rielabora, e non narra, si limita a trascegliere e assemblare in una sorta di montaggio i monologhi o soliloqui delle persone da lei incontrate. Eppure il suo stile fonde un approccio documentario alla materia resa con una fluidita' e densita' emotiva proprie del romanzo classico russo. Per Sara Danius "La sua (...) non e' una storia fatta di eventi, ma una storia di emozioni. Ciò che ci offre nei suoi libri e' un mondo emotivo, in modo che gli eventi storici che tratta nei suoi libri, come ad esempio il disastro di Chernobyl' o la guerra sovietica in Afghanistan, siano pretesti per esplorare l'individualita' del singolo". I romanzi della Aleksevich hanno come contenuto le migliaia d'interviste condotte soprattutto su donne e bambini, trasfigurate in un magmatico racconto che le fonde. Ecco cosa dice la stessa scrittrice, a proposito del suo romanzo Preghiera per Chernobyl': "Questo libro non parla di Chernobyl' in quanto tale, ma del suo mondo. Proprio di cio' che conosciamo meno. O quasi per niente. A interessarmi non era l'avvenimento in se', vale a dire cosa era successo e per colpa di chi, bensi' le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l'ignoto. Il mistero. Chernobyl' e' un mistero che dobbiamo ancora risolvere. Questa e' la ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti".

La scrittrice ha piu' volte ricordato che a ispirarla nel suo particolare stile letterario - definito "romanzo collettivo" o "romanzo testimonianza" - e' stato lo scrittore bielorusso Ales' Adamovich con il suo libro "La guerra sotto i tetti" (1960). Altra ispiratrice di Svetlana, in quanto a genere letterario, e' stata Sof'ja Fedorchenko, un'infermiera di Kiev che nel 1917, di ritorno dal fronte galiziano, pubblico' "Il popolo in guerra", un romanzo, la cui forma letteraria e' definita dalla stessa Aleksevich "delle voci umane", in quanto veicolo in forma scritta della cosiddetta vox populi. E', infatti, un testo che raccoglie racconti e riflessioni di soldati russi sulla guerra e la pace.

In singolare filiazione con la Fedorchenko, Svetlana Aleksevich scrive il romanzo "U vojny ne zhenskoe litso" (La guerra non ha un volto di donna), dove la Grande Guerra Patriottica e', pero', raccontata dalle donne: perlopiu' volontarie (infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere e lavandaie, ma anche soldatesse di fanteria, addette alla contraerea e carriste, sminatrici, aviatrici, tiratrici scelte) accorse al fronte per difendere la patria e gli ideali della loro giovinezza contro uno spietato aggressore.

La guerra "al femminile - dice la scrittrice - ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue". Attraverso centinaia di conversazioni e interviste, Svetlana ha raccolto le parole di queste testimoni, facendo rivivere fatti e sentimenti serbati troppo a lungo in silenzio. Ha cosi' svelato il segreto di una guerra che le aveva per sempre segnate; non solo per le atrocita' direttamente vissute sul campo, ma anche per le umiliazioni subite al termine del conflitto. Sbarazzandosi di formule retoriche e di propaganda, questo libro e', infatti, una dissacrazione dell'eroica figura delle combattenti sovietiche, le quali terminata la guerra dovettero dolorosamente scontrarsi con le aspettative della societa' patriarcale. Dopo aver sfruttato il sacrificio di queste eroine, si pretendeva che queste tornassero a svolgere i soliti ruoli tradizionalmente "femminili". "Non ci sapevamo vestire, truccare, ne' muovere, la nostra giovinezza era trascorsa al fronte, e le altre ci davano delle prostitute, perche' avevamo combattuto fianco a fianco con gli uomini".

Valentina Parisi, in "Aleksievic. La fatica di uccidere con le mani di ragazza", chiarisce molto bene il contesto: "all'indomani della Vittoria, [...] dopo essersi abituate a marciare con scarponi piu' grandi di qualche numero del loro piede, le ex combattenti dovettero tornare alle scarpette col tacco [...]. Sensi di colpa, il rimpianto di aver perso la propria spensieratezza giovanile in battaglia, terrificanti incubi perseguiteranno per anni le reduci, insieme all'incomprensione della societa' patriarcale che rimproverava loro la promiscuita' sperimentata con gli uomini in trincea. Angosciante e', tra le altre, la testimonianza di una ragazza tornata al suo villaggio da Berlino, carica di ordini e medaglie e scacciata dalla madre timorosa di non riuscire a trovare marito alle figlie minori, se l'avesse riaccolta in casa. [...] Dal rispetto discende la cura estrema profusa dall'autrice nel rendere le voci di queste donne spesso mai rientrate davvero dal fronte, sole o costrette a vivere tra di loro in appartamenti in coabitazione, comunque amareggiate dalla sensazione di essere state defraudate della vittoria. Un coro su cui, forse, spicca a mo' di epitaffio, la scritta, [...], lasciata da una di loro sulle pareti del Reichstag: 'Io, Sof'ja Kuncevic, sono venuta qui per uccidere la guerra'".

"La nostra - afferma la Aleksevich - e' una cultura del racconto". E i suoi racconti corali (in lingua russa) attraversano varie generazioni sovietiche e post-sovietiche. In essi, l'autrice restituisce fedelmente la testimonianza dei protagonisti, dando loro voce direttamente tramite centinaia d'interviste e di conversazioni che annota e riporta, riducendo al minimo la propria presenza nel testo, per lasciare spazio ai monologhi o ai soliloqui delle persone da lei intervistate. E lo fa con un linguaggio giornalistico asciutto ed evocativo. Partendo dalla realta' storica degli intervistati, costruisce il suo racconto - dalla trama sonora e rarefatta. Un racconto epico e al tempo stesso intimo della disillusione di un popolo che dopo il crollo dell'Urss si e' dovuto confrontare con la ricostruzione della propria identita'. E non senza la consumazione di tragedie documentate dalle storie di personaggi "umiliati e offesi" travolti dalla caduta della civilta' sovietica che, nel bene e nel male, era stata la loro casa.

"Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo" ("Vremja. Second hand" in lingua russa - tradotto da Bompiani, 2014) e' un imponente affresco della quotidianita' dopo la dissoluzione dell'Urss, una vera e propria summa di trent'anni di lavoro, con decine di protagonisti chiamati a parlare: contadini, operai, studenti, intellettuali. Il volume chiude il monumentale ciclo di cinque libri dedicati all'ultimo secolo di storia russa: dall'affresco del ruolo delle donne nell'Armata Rossa al disastro di Chernobyl', dai reduci dell'Afghanistan ai giorni nostri, dalla caduta del comunismo alla perestrojka, fino all'avvento di Putin. Qui la Aleksevich riprende il leitmotiv di "Incantati dalla morte", per poi superarlo, parlando della nascita di una "nuova Russia", dopo una popolare e corale "buonanotte al Signor Lenin". Ne emerge una Russia post-sovietica e post-liberista, in cui rispuntano idee di vecchio stampo: quella del grande impero, del pugno di ferro, della peculiare via russa. "Che cos'e' Putin - afferma la scrittrice - se non la riedizione dell'homo sovieticus rimodellato attraverso la distruzione dei valori del postcomunismo? Sono passati cent'anni - annota la Aleksevich - e di nuovo il futuro non e' al suo posto. Siamo entrati in un tempo di seconda mano".

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Svetlana e' nata nel 1948 nella citta' ucraina di Stanislav (ora Ivano-Frankivsk) in una famiglia di militari (il padre era bielorusso e la madre ucraina). Dopo la smobilitazione del padre dall'esercito, la famiglia ritorna nella nativa Bielorussia, stabilendosi in un villaggio, dove entrambi i genitori lavorano come insegnanti. Laureatasi in giornalismo presso l'universita' di Minsk, inizia a lavorare nella redazione di "Sel'skaja gazeta" (Giornale agrario di Minsk) fino a diventare corrispondente letterario della rivista "Neman" (organo dell'Associazione degli scrittori bielorussi) con l'incarico di responsabile della sezione critica e saggistica. A meta' anni Ottanta, esce il suo primo libro "Ja uechal iz derevni" (Ho lasciato il villaggio), una raccolta di monologhi dedicata al tema dell'inurbamento, che le vale una reprimenda da parte del partito comunista bielorusso. Oggi la sua produzione letteraria conta diversi libri, alcuni tradotti in venti lingue, che le hanno dato fama internazionale e procurato importanti riconoscimenti. Tra questi ricordiamo: "La guerra non ha un volto di donna" (sulle donne sovietiche al fronte nella seconda guerra mondiale - 1985), "Ragazzi di zinco" (sui reduci sovietici della guerra in Afghanistan e sulle madri dei caduti - 1989), "Incantati dalla morte. Romanzo documentario" (sui suicidi in seguito al crollo dell'Urss - 1993), "Preghiera per Chernobyl'. Cronaca del futuro" (sulle vittime della tragedia nucleare - 1997), "Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo" (epopea dell'homo sovieticus - 2013). Ha vissuto a Parigi. Di recente e' tornata a vivere a Minsk. Ogni tanto partecipa ai festival piu' importanti, tra cui quello della Letteratura di Mantova che l'ha, tra l'altro, vista ospite proprio nell'ultima edizione del 2015.

 

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Numero 805 del 23 marzo 2016

 

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