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[Nonviolenza] Voci e volti della nonviolenza. 828



 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVII)

Numero 828 del 21 luglio 2016

 

In questo numero:

1. Per Nuto Revelli

2. Dieci tesi di Giobbe Santabarbara sulla nonviolenza in marcia (2000)

3. Cinque tesi (2000)

4. Quelli che festeggiano il quattro novembre (2000)

5. Dialoghetto tra un perplesso e un persuaso (2000)

6. Dialoghetto tra il dottor Marx e l'avvocato Gandhi (2000)

 

1. MAESTRI. PER NUTO REVELLI

 

Ricorre oggi l'anniversario della nascita di Nuto Revelli, eroe della Resistenza, storico delle vittime della guerra, del "mondo dei vinti", della cultura contadina, autore di alcuni dei libri piu' belli e piu' importanti del XX secolo, luminoso testimone della dignita' umana, maestro da cui molto abbiamo imparato.

*

Nuto Revelli e' nato a Cuneo il 21 luglio 1919 ed a Cuneo e' deceduto il 5 febbraio 2004; ufficiale degli alpini nella tragedia della campagna di Russia, eroe della Resistenza, testimone della cultura contadina e delle sofferenze delle classi popolari in guerra e in pace. Nelle sue opere una grande testimonianza storica, un lucido impegno civile, e una limpida guida morale. Opere di Nuto Revelli: La guerra dei poveri, La strada del davai, Mai tardi, L'ultimo fronte, Il mondo dei vinti, L'anello forte, Il disperso di Marburg, Il prete giusto, Le due guerre, tutti pubblicati presso Einaudi; si veda anche la raccolta di interviste: Il testimone. Conversazioni e interviste 1966-2003, Einaudi, Torino 2014. Opere su Nuto Revelli: AA. VV., Memorie di vita e di Resistenza. Ricordi di Nuto Revelli 1919-2004, Nuova Iniziativa Editoriale, Roma 2004. A Nuto Revelli e' dedicata una fondazione di cui si consulti il prezioso sito internet: www.nutorevelli.org

 

2. REPETITA IUVANT. DIECI TESI DI GIOBBE SANTABARBARA SULLA NONVIOLENZA IN MARCIA (2000)

[Dal vecchio amico ed insopportabile rampognatore Giobbe Santabarbara, antico discepolo di Juan de Mairena e di M. Chouchani, riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo alla riflessione promossa dalla marcia per la nonviolenza del 24 settembre 2000]

 

Prime quattro tesi, a proposito della marcia per la nonviolenza del 24 settembre

I. La marcia si e' lasciata alle spalle le baruffe chiozzotte tra movimentini che rissano tra loro e reciprocamente si scomunicano nel vuoto pneumatico di un ghetto invisibile;  essa ha invece voluto parlare a tutti, e quindi ascoltare tutti, incontrare tutti; nudamente, umilmente farsi incontro a tutti.

A quel tu-tutti che e' l'altro, a quell'altro per cui io sono l'altro; principio dialogico, enigma e speranza, sollecitudine e sollievo, timore e tremore, amore come lotta e lotta come amore.

E questa e' la nonviolenza.

II. La marcia si e' lasciata alle spalle la consuetudine ambigua delle piattaforme onnicomprensive in cui c'e' tutto e il contrario di tutto, cui si puo' aderire senza impegno e senza travaglio; essa ha invece scelto di enunciare pochi obiettivi ma chiari: anzi, uno solo: la scelta della nonviolenza, di cui l'opposizione integrale a tutti gli eserciti e a tutte le guerre e' un'esplicitazione concreta e cogente.

Ha chiamato chi era d'accordo con questo impegno: un impegno esigente, un percorso di ricerca, una lotta inesauribile; ed un esodo che e' anche riconquista del centro, nel vivo del conflitto.

Un appello non ai mass-media, non ai comitati centrali, non alle eminentissime eccellenze: ma alle singole persone: a te, ovvero a tutti; a tutti, ovvero a te.

III. La marcia si e' lasciata alle spalle, con pazienza ed ironia, la logica aberrante delle scomuniche reciproche e dei compromessi mercanteggiati, le pretese di monopolio, le controversie dogmatiche sulla linea giusta, la mediazione dei dottori della legge di questa e quella affiliazione e dei biscazzieri che giocano qualunque gioco; la logica aberrante dell'aggressione proprio a chi ti e' piu' vicino, ed anche delle meschinita' e dei non innocenti fraintendimenti di alcuni dibattiti laceranti ed insensati degli ultimi anni.

Tutto cio' e' alle spalle. Il nostro tempo e' poco, ed il cammino e' lungo e faticoso, e l'opera da compiere grande. Non dissipiamo il nostro tempo. Tutto cio' e' alle spalle.

IV. Coloro che alla marcia hanno preso parte, nella loro stragrande maggioranza, hanno, abbiamo bruciato la navi e non intendiamo tornare indietro: di qui in poi almeno noi lavoriamo per la nonviolenza e non per le alleanze tattiche, le progressioni di carriera, i piccoli guadagni, le convergenze parallele.

Lavoriamo per la nonviolenza, questo ha detto la marcia: chi ascolta questa voce puo' aderire o meno; non puo' impedirci di fare la nostra via.

*

Altre quattro tesi, a proposito della nonviolenza

V. Ma lavorare per la nonviolenza oggi significa in primo luogo lavorare perche' la nonviolenza diventi un movimento politico di massa di trasformazione profonda e immediata della realta'.

Non la testimonianza atterrita; non il mero foro interiore; non le buone maniere; non il vorrei ma non posso; non l'adelante con juicio.

La nonviolenza chiama alla lotta: e' oggi che dobbiamo contrastare.

VI. Ma questo scopo, che la nonviolenza diventi un movimento politico di massa, diventi qui e adesso il potere di tutti (l'omnicrazia di Aldo Capitini), puo' essere realizzato solo ad alcune precise condizioni, su cui non si puo' barare, si cui non si puo' essere tiepidi, su cui si deve prendere o lasciare. E proviamo dunque ad enunciarle.

VII. L'opposizione integrale alla violenza: chi usa metodi di lotta violenti non puo' essere un nostro compagno di lotta; chi usa violenza e' un oppressore sempre, poiche' la violenza riproduce, l'oppressione prolunga e ricrea, l'altrui umanita' denega. O si e' chiari ed onesti su questo, o verremo sbranati.

VIII. La nonviolenza ha molte qualificazioni, vediamone alcune forse irriducibili ad altre categorie.

- La nonviolenza e' nonmenzogna: nessuno mai deve essere ingannato, neppure per piaggeria, poiche' ingannare e' sempre diminuzione di umanita', denegazione di dignita'. La nonviolenza e' faticosa ricerca comune di verita', una ricerca che non finisce mai.

- La nonviolenza e' rottura incessante della complicita' con l'oppressione: e' la cessazione del silenzio degli onesti che sostiene la violenza degli oppressori. E' dunque lotta senza fine contro ogni potere oppressivo, e contro ogni mistificazione.

- La nonviolenza e' coscienza profonda del rapporto che lega i mezzi ai fini; come ebbe a dire Herbert Marcuse: i fini non giustificano i mezzi, piuttosto i mezzi pregiudicano i fini. Se pianto un dente di drago non puo' crescere una pianta di datteri.

- La nonviolenza e' chiamare ognuno ad essere un centro di nonviolenza: e' azione senza delega, e' azione senza oppressione, e' unita' di diversi, e' diversita' di eguali.

- La nonviolenza e' l'applicazione pratica del principio responsabilita'. Esso dice: realizza solo quell'azione che non incrementi il male, che non metta a repentaglio l'incolumita' altrui, nei casi dubbi e' meglio non agire che commettere il male. Ma poiche' anche il non agire e' un agire, un agire omissorio, anche l'astensione dinanzi alla violenza e' un commettere il male; cosicche' principio responsabilita' significa altresi': contrasta ogni commissione di male, opponiti sempre ad ogni violenza.

E questo ci pare sia la nonviolenza.

*

Tesi nona, del chiedere e del non chiedere

IX. La nonviolenza non ti chiede se sei anarchico o liberale, se sei cattolico o sei musulmano, se sei falegname o ballerino, se hai gli occhi azzurri o neri, quale sia il tuo sesso e dove sei nato; la nonviolenza ti chiede solo se vuoi affermare la dignita' umana di ogni essere umano; ti chiede solo se vuoi difendere la biosfera perche' la vita e quindi anche la civilta' umana abbia un futuro; ti chiede solo se senti un legame di affinita' e di amicizia con l'umanita'.

Se tu rispondi di si', ti chiede di lottare per questo, senza rinunciare a nulla dei tuoi convincimenti, semplicemente rigorizzando i ragionamenti e la condotta, semplicemente cercando di essere concreto e coerente, di dire e fare cio' che davvero senti e pensi.

La nonviolenza e' questo. Una lotta di liberazione che non rinvia la liberazione a dopo la vittoria. Una difesa della dignita' umana che la dignita' umana difende in tutti gli esseri umani.

La nonviolenza e' una rivoluzione che comincia, che comincia da dentro di te, che comincia nell'incontro con gli altri, che comincia ribellandosi ad ogni ingiustizia.

*

Tesi ultima, per arrivare a dieci

X. Chiesero una volta al mio buon maestro andaluso, quale fosse il maestro migliore: quello che ti ascolta.

 

3. REPETITA IUVANT. CINQUE TESI (2000)

 

I. Se vuoi la pace, ripudia la guerra. Ma ripudiare la guerra significa ripudiare tutte le guerre; significa contrastarne tutti gli strumenti, gli apparati, le logiche, le complicita' ideologiche e pratiche.

II. Se vuoi la pace, opponiti all'ingiustizia. L'ingiustizia e' infatti uno stato di guerra cristallizzato e permanente, e' l'oppressione del forte sul debole, del ricco sul povero, del malvagio sul mite.

III. Se rivendichi per te il diritto a vivere, a tutti devi riconoscere lo stesso diritto. Mi scrisse una volta Tomaso Serra (il grande anarchico di Barrali, di una infinita bonta'): tutti i problemi del mondo si risolverebbero se si attuasse questo consiglio: "Ama il prossimo tuo come te stesso". E' un antico consiglio cui sarebbe ora di dar retta. Gli anarchici la sanno lunga.

IV. La menzogna e' una forma di oppressione. Essa umilia la persona cui e' destinata, ne denega la dignita', pretende di trasformarla in oggetto, in utensile da manipolare, cancellandone la qualita' di essere senziente e pensante. Ma umilia anche la persona che la usa, poiche' la falsifica e diminuisce, la sfigura e costringe all'inautenticita', a vivere nella confusione, ad essere agente di caos di contro all'esigenza, sua e comune, di limpidezza e coscienza.

Il segreto e' una forma della menzogna: esso offende, avvilisce, opprime l'ignaro, e grava il portatore di un peso in precario equilibrio, lo rende cattivo (che in radice vuol dire: prigioniero).

La manipolazione, la mistificazione, la propaganda intesa come gioco del persuadere evidenziando alcuni argomenti ed occultandone alcuni altri, sono forme della menzogna, e dunque dell'oppressione, sull'altro e su di se'.

V. La nonviolenza, che Capitini chiariva essere anche e sempre nonmenzogna, e' il tentativo intellettuale e morale, teoretico e politico, di uscire da tanto dolore e vergogna: di contrastare l'inganno e l'oppressione, di opporsi alla guerra e all'ingiustizia, di affermare la dignita' propria e di tutti, di inverare quel che afferma una delle strazianti dolcissime voci ad un tempo angeliche ed interiori di Umberto Saba: "esser uomo tra gli umani, io non so piu' dolce cosa".

 

4. REPETITA IUVANT. QUELLI CHE FESTEGGIANO IL QUATTRO NOVEMBRE (2000)

 

I.

 

Quelli che festeggiano la guerra vinta

festeggiano la guerra persa dagli altri.

 

I vivi marciano, s'abbracciano i vivi, i morti

giacciono, giacciono senza piu' risveglio.

 

Tutto cio' che e' stato distrutto

e' divenuto seme di nuove distruzioni.

Tutto cio' che e' sopravvissuto

e' l'odio che lo ha tenuto in piedi.

 

Molti i malvagi

prima della guerra

dopo la guerra

solo i malvagi.

 

A guerra finita i governanti

si stringono la mano, e dalla stretta

il sangue ancora stilla delle vittime.

A guerra finita i governati

stringono l'ultima lettera dei morti

sulle macerie in nota di cicogna.

 

L'ultima guerra sempre ne prepara

una nuova. Piu' vasta e piu' crudele.

 

II.

 

Dell'esercito l'unica utile

ragionevole riforma

e' la sua abolizione.

 

5. REPETITA IUVANT. DIALOGHETTO TRA UN PERPLESSO E UN PERSUASO (2000)

[Lungo una via cittadina, dinanzi a un bar, in una giornata umida e a tratti piovigginosa]

 

Beppo: Caro Geppo, qual buon vento?

Geppo: Beppo mio, tempo brutto; ma tu piuttosto che ci fai costi'?

B.:  A dire il vero venivo a cercarti...

G.: E perche' mai, di grazia...

B.: Mi frullava in testa di farti una domanda: ma perdindirindina, che diamine mai ti rappresenta dunque 'sta marcia per la nonviolenza di cui da un po' di tempo in qua vai cianciando a destra e a manca fino a indolenzirti mandibola e mascella?

G.: E proprio tu me lo chiedi, vecchio sacripante, che col tuo loicizzare infinito hai stancato fino i sassi lungo quel cammino? chiedilo a te stesso, piuttosto.

B.: Niente trucchi, mio buon amico, e rispondimi tu alla domanda.

G.: E dunque sia. La marcia da Perugia ad Assisi per la nonviolenza del 24 settembre e' stata a mio parere un appello, una verifica e un impulso; un'occasione di chiarificazione essenziale. Da molto tempo mi pare che la nonviolenza sia una scelta indispensabile per un agire politico all'altezza dei problemi tremendi che l'umanita' si trova oggi di fronte; e per mio conto da lunga pezza ho deciso che il mio impegno voglio dedicarlo a cose che io riesca a trovare limpide e persuasive.

B.: Di limpido vedo ben poco in questo basso mondo, e di persuasivo ancor meno. Codesto, e non negarlo, e' un mondo torbido ed enigmatico, in cui ad ogni passo vedi ingiurie ed ingiuria commetti.

G.: Ma anche il non agire e' uno sbagliare, e dinanzi all'orrore e' il piu' grave.

B.: Ed infatti e' per questo che anch'io, carissimo, sono venuto a scarpinare in quelle umbre contrade teco medesimo e con altri molti.

G.: Quando cominci a parlare in guisa siffatta sento un che di ironico e beffardo.

B.: Come se tu non facessi lo stesso, vecchio giocoliere: "in guisa siffatta", dici; ma parla come magni (se posso citare questa vetusta battuta da cabaret).

G.: Per quanto tu cerchi di buttarla in parodia, eri pure tra i camminanti tra Perugia e Assisi, e non mi consta che tu ci sia venuto controvoglia.

B.: Ed invece proprio controvoglia c'ero venuto; ma a onor del vero tutto in vita mia ho fatto controvoglia, e fin qui me ne sono trovato, come dire, assai bene.

G.: Ah, vecchio buffone, allora intigni. Come se non lo sapessi quante ammaccature e lividi e cicatrici il tuo caracollante condurti t'ha procacciato.

B.: Non piu' di quante il tuo statuario contegno t'ha recato in dono, bello mio.

G.: Sta di fatto che li' eravamo ambedue; e quel ragionamento fatto coi piedi lungo quelle strade penso meriti di essere riproposto ed approfondito e proseguito; quella marcia e' solo un inizio. La nonviolenza e' in cammino. Mi pare giusto dirlo in giro, ed esortare altri a mettersi in viaggio con noi.

B.: E non temi che questo tuo modo, diciamolo: ossessivo, di porre la cosa riproduca una specie di pretenziosita' larvatamente - chiedo scusa - totalitaria; o come ci ha scritto quell'amico nostro di Toscana, dico di Giggi, una sorta di nuovo fondamentalismo? che il tuo proporre la nonviolenza come paradigma torni ad essere un nuovo tentativo di "punto di vista della totalita'" (penso a Rosa Luxemburg marxista in Storia e coscienza di classe di Lukacs, naturalmente) che degenera dipoi facilmente in dogmatismo? o che faccia cortocircuitare etica e politica che invece e' bene tenere distinte pena appunto gli orrori dello stato etico e delle filosofie deterministiche (e insieme mistiche) della storia? o che indebolisca il movimento che si oppone al "disordine costituito" deprivandolo di altri e necessari orizzonti teorici, strumenti analitici e opzioni strategiche?

G.: Eh no, bello mio; e per un sacco di buoni motivi, come suol dirsi: perche' la nonviolenza non e' un'ideologia di ricambio (ti ricordi l'uso di questa formula del buon Basaglia?), ma un illimpidimento ed un'intensificazione di scelte di giustizia e liberta', di un impegno che in altre teorie filosofiche o religiose, politiche o morale, puo' gia' trovare un fondamento.

Essa non richiede, a mio avviso, giuramenti di fedelta' ad astrattezze, ma analisi concreta della situazione concreta per opporsi nel modo piu' limpido e quindi coerente ed efficace alla violenza cristallizzata o dispiegata che sia; la nonviolenza vive nel conflitto, nella ricerca e nella comunicazione; suscita il conflitto, la ricerca e la comunicazione; e' conflitto, ricerca e comunicazione: come la si puo' spacciare per una gabbia totalitaria se non si da' nonviolenza senza apertura? come la si puo' spacciare per dogmatica se essa e' incessante apertura e riconoscimento e cammino? Non esiste una nonviolenza come teoria conclusa ed autosufficiente, essa e' eminentemente un atteggiamento critico e sperimentale, e ben lo diceva il vecchio Gandhi.

La nonviolenza non e' un indebolimento della lotta, ma un potenziamento di essa nel renderla piu' trasparente, nell'inverarne i principi e gli scopi fin nel momento della decisione e nelle procedure di deliberazione, lungo tutto lo svolgimento dell'azione, nel vivo del conflitto, nel cuore della relazione con l'altro.

La nonviolenza non e', a me pare, un'ideologia in piu', ma un impegno di rigore intellettuale e morale, un atteggiamento di ricerca e di ascolto, un'apertura all'altro; e tutto cio' non implica la rinuncia alle proprie convinzioni filosofiche o religiose, etiche o politiche: al contrario essa le verifica e le tempra, per separare il grano dal loglio e salvarne e valorizzarne il nucleo razionale e assiologico.

Se posso usare, in un senso un po' diverso da quello originario, una vecchia e cara immagine, ricordi la metafora marxiana della catena coperta di fiori? Liberarsi dalla catena e cogliere il fiore vivo, questo occorre. Questo e' l'invito.

B.: Per quanto tu t'ingegni di buttarla in poesia (e con la complicita' del Moro di Treviri, poi!), mio buon amico, non fingere di non capire che taluni vedono in certe tue proclamazioni un atteggiamento rigido e, posso dirlo?, puritano. E si potrebbe dire, per punzecchiarti vieppiu', da "anima bella" e piccolo suslov.

G.: E dalli. Solo perche' chiedo chiarezza mi si appiccica addosso l'etichetta di dogmatico e di intollerante (ed insieme, con buona pace della logica, di acchiappanuvole e perdigiorno). Ma io non voglio imporre alcunche' a chicchessia: solo mi sforzo di rigorizzare e cercar di rendere coerenti tra loro le cose che penso con quelle che dico e con quelle che faccio. Mi conosci da tanto di quel tempo da sapere che diffido delle spiegazioni onnicomprensive, che ho in uggia gli ordini e i giuramenti, che ho terrore dei dogmi e delle gerarchie, che propugno una convivenza fondata sulla ragionevolezza, che ritengo che solo sulla sobrieta' e la mitezza puo' fondarsi un civile convivere, che occorrono regole condivise e costumi benevoli. Ed e' una vita che quando chiedo ai pubblici amministratori di essere onesti mi si accusa di essere un novello torquemada, quando chiedo ai militanti dei movimenti di opposizione di non fare le scimmie dei potenti oppressori mi si taccia contemporaneamente di mollaccione e di autoritario; quando chiedo che organizzando un'iniziativa di lotta si stabiliscano regole precise e si chieda a tutti i partecipanti di attenervisi mi si replica che cosi' si deprime la creativita' (confondendola forse con l'irresponsabilita' e l'incoscienza). Poi, naturalmente, gli stessi che cosi' mi obiettano tuttavia pretendono che gli altri le regole le rispettino, denunciano la violenza da altri commessa, e s'infuriano quando qualcun altro e' colto con le mani del sacco. Io chiedo solo di applicare anche a se stessi quel codice di condotta che si pretende dagli altri.

B.: Mi pare che tu vada fuori dal seminato.

G.: Non c'e' seminato, c'e' piuttosto da seminare: da seminare l'idea e la pratica di avere rispetto per gli altri e per se', di non mentire ne' a se' ne' agli altri. E il resto viene da se'.

B.: La fai troppo semplice, mio caro. Io invece fatico a capire quando mento a me stesso, e costantemente me lo chiedo, e questo mi lacera e frange al punto che il piu' delle volte me ne ritrovo come paralizzato. Cosicche' in tanta e tanto gravosa e opprimente perplessita', riesco a malapena ad impegnarmi per questo solo: nelle iniziative che certamente si oppongono al male e che il male non riproducano a loro volta. Ma sempre incerto, sempre a fatica.

G.: Che e' la stessa cosa che faccio io.

B.: No, perche' questa stessa cosa tu la fai deciso e come sollevato, io cupo e brancolante. Cosicche' quella stessa cosa non e' la stessa per te e per me.

G.: Non e' la stessa ed insieme e' la stessa cosa, ed anzi se non fosse la stessa cosa non sarebbe diversamente vissuta da noi due e da entrambi pur accolta. Poiche' la sua verita' e' in questo: che il perplesso non meno del persuaso possono cogliere e fare la cosa giusta.

B.: Continui a fare il furbo: la verita', la cosa giusta, sono formule, concetti; l'agire concreto e' invece il regno dell'incerto, dell'ambiguo, dell'obliquo, dell'illusione e dello scacco.

G.: Proprio per questo occorrono concetti chiari, regole precise e condivise, coerenza tra mezzi e fini.

B.: Me l'aspettavo questa stoccata, e mi chiedevo quando sarebbe arrivata: e' il tuo cavallo di battaglia questo della coerenza trai mezzi e i fini.

G.: Invero e' il cavallo di battaglia, o se preferisci il mulo da soma, o meglio ancora lo zaino e la cassetta degli attrezzi, di ogni persona di volonta' buona. Anche di te.

B.: Canaglia, lo so. Eppure quanta fatica a trovare i mezzi, quanta fatica a individuare i fini; per non dire di quella pugnalata logica che e' nota col nome di eterogenesi dei fini; per non dire di come nel definire i mezzi "tot capita tot sententiae"; per non dire dell'affanno che si dura a cercar di capire cosa sia fine e cosa sia mezzo.

G.: Potrei darti torto? Eppure ai sofismi e alle aporie occorre far fronte; ed occorre far fronte al male, al male concreto, all'ingiustizia in atto, alla violenza che opprime. Con tutte le nostre incertezze dobbiamo pur affermare con chiarezza:

primo, che occorre resistere al male, e se pensiamo che sempre occorre resistere allora e' possibile resistere sempre, poiche' da questo stesso pensiero la nostra resistenza e' gia' cominciata.

Secondo: che il potere malvagio si regge sul consenso, sulla rassegnazione e sulla complicita': occorre negare il consenso, rompere la complicita', uscire dalla rassegnazione.

Terzo: che chi lotta per affermare la dignita' umana, il riconoscimento dell'altro, la solidarieta' e il diritto di ogni essere umano, deve agire coerentemente con i fini che si prefigge; cosicche' una lotta di liberazione non puo' ridurre altri in schiavitu', e soprattutto chi afferma l'umanita' non puo' distruggere l'umanita' nel corpo e nella vita di un altro essere umano: deve anzi precludersi tutto quello che puo' anche solo rischiare di provocare cio'.

Quarto: che alla violenza dell'oppressione, dell'ingiustizia, della disumanita', della devastazione, dell'assassinio, delle guerre, occorre contrapporsi nel modo piu' rigoroso: con la nonviolenza.

E se posso permettermi di aggiungere un quinta considerazione: quanto a cosa la nonviolenza sia, per ognuno di noi e' una cosa diversa, che ha fondamenti diversi e diverse espressioni; e per tutti noi e' meno un sistema che una ricerca; meno un magazzino di risposte preconfezionate che un interrogare continuo e incessante, e un cammino da fare. E dunque orsu', mettiamoci in cammino.

B.: E la butti in retorica ancora una volta, vecchio Houdini. E tuttavia al male occorre far fronte;  e dai sofismi e dalle aporie non lasciarci incantare e pietrificare. Ed allora, con tutte le nostre incertezze (e che sempre ci accompagnino e preservino dagli entusiasmi e i dogmi che a mio modesto avviso sempre e solo nuovo male procurano) possiamo pur affermare con chiarezza:

e dunque, primo: che occorre resistere al male, e quand'anche non sapessimo con certezza cosa il bene sia, e' certo che al male bisogna opporci, e se bisogna opporci dunque opponiamoci, nel corso della lotta ci si fara' chiarezza sulle alternative da costruire.

E dunque, secondo: che il potere malvagio si regge sulla forza dell'inerzia, di quell'azione colpevole che e' l'omissione; si regge sulla forza di quella pigrizia il cui vero nome e' vilta', su quella vilta' il cui vero nome e' paura, su quella paura che e' paura di perdere il nostro relativo privilegio rispetto a chi gia' subisce piu' greve oppressione: ed occorre dunque rompere la complicita', rinunciare al privilegio frutto di complicita', sconfiggere la vilta' che e' cointeressenza nell'oppressione, smascherare la paura come adulazione del potere malvagio e rigettarla dunque in quanto tale (vi e' beninteso un'altra paura, nobile e giusta: la paura di fare del male, ed essa paura sia cara al nostro cuore), preferire comunque la lotta all'accettazione del male, togliere al potere malvagio il suo supporto piu' potente: l'inerzia nostra.

E dunque, terzo: che chi lotta per affermare la dignita' umana propria ed altrui, chi afferma la comune umanita', deve certo agire coerentemente con i fini che si prefigge; cosicche' tra i suoi strumenti, le sue tecniche, le sue strategie di lotta e fin di deliberazione, deve escludere quelle che oppressione riproducono, che umanita' altrui denegano.

E dunque, quarto: che alla violenza, occorre contrapporsi sempre, e vi e' un solo modo per adempiere questo assioma: la nonviolenza.

E se posso permettermi a mia volta di aggiungere un quinta considerazione: quanto a cosa la nonviolenza sia, per me e' questione su cui non cesso di interrogarmi; e mentre ci interroghiamo vediamo di por mano a rendere il mondo meno iniquo e i nostri congeneri meno infelici; e dunque orsu', mettiamoci in cammino.

G.: Sbruffone e plagiario che non sei altro.

B.: Ciarlatano e imbroglione che altro non sei.

G.: Sarebbe bello continuare, vecchio mio, ma vedo che qui comincia a piovere e ne' tu ne' io abbiamo con noi quel meraviglioso utensile che chiamano ombrello, sara' pertanto bene affrettarsi verso casa.

B.: Ancora una domanda, amatissimo: incontrandoci sempre qui per via, di fretta dinanzi a una vetrina di caffe' o a uno specchio di barbiere, mi chiedo sovente quale di noi due sia quello vero e quale l'immagine riflessa. Tu che ne pensi?

G.: Mio caro, ecco il sigillo al nostro conversare; che tu sei perplesso finanche su questo, mentre io son persuaso che in fin dei conti nulla cambi se tu sia l'immagine allo specchio o invece io.

B.: Sei il solito gran gaglioffo, vecchio mio; e mastro d'astuzie come quell'antico del maggior corno. Ma adesso sbrighiamoci a casa che l'acquazzone s'avvicina.

 

6. REPETITA IUVANT. DIALOGHETTO TRA IL DOTTOR MARX E L'AVVOCATO GANDHI (2000)

[Un luogo che sembra Londra, in una tipica giornata londinese, eccetera eccetera]

 

Marx: Carissimo avvocato Gandhi, anche lei a passeggio qui?

Gandhi: Carissimo dottor Marx, che piacere incontrarla, pensavo non uscisse mai da quella biblioteca.

M.: Sto andando a fare una piccola urgente commissione, esigenze familiari, sa. E poi una boccata d'aria ci vuole, ogni tanto.

G.: Molto ben detto; facciamo due passi insieme?

M.: Anche piu' di due.

G.: Non immagina che gioia incontrarla, e mi permetta di dirmi suo ammiratore e fin debitore per tante e tante feconde idee.

M.: Lei mi confonde con la sua gentilezza; e pensare che c'e' chi dice che io e lei saremmo irriducibilmente avversari.

G.: Cosa vuole, e' che prima ci riducono a caricature, a marionette; poi ci schiaffano nel cassone del teatrino, tirano su il siparietto e ci presentano come Arlecchino e Brighella, che squittendo ingiurie ci pigliamo a mazzate e ce ne diamo di santa ragione. Io poi, prendere qualcuno a bastonate, via...

M.: Se e' per questo neanche io mi diletto di simili esibizioni muscolari. Anzi, se un merito rivendico alla mia azione nel movimento rivoluzionario degli oppressi e' proprio di aver spiegato che la rivoluzione non si fa con le fucilazioni, i pugnali, le forche e le congiure nei sottoscala del palazzo, ma che al contrario essa e' un lungo e profondo processo storico di presa di coscienza della propria condizione da parte delle masse sfruttate, e che quindi il movimento operaio deve acquisire cultura, coscienza e capacita' di costruzione di alternative e di gestione della societa', e per far questo popo' di roba si trova a dover essere, e ad essere obiettivamente se tale programma accoglie, pensi un po', erede dell'economia classica inglese, della riflessione politica francese, e, mi consenta, del pensiero filosofico tedesco.

G.: Lei e' troppo buono con gli intellettuali; forse basterebbe che gli oppressi prendessero coscienza di essere oppressi e che l'oppressione si regge sulla loro sottomissione: il primo passo per liberarsi, lei lo ha spiegato tante volte, e' prendere coscienza dell'ingiustizia che si subisce e quindi, aggiungo, negare il consenso agli oppressori.

M.: Molto ben detto, ma diciamo anche che occorre studiare sul serio per cogliere le menzogne dell'ideologia, per riconoscere l'alienazione e contrastarla; che occorre sforzarsi di cercare ed affermare la verita', senza le presunzioni dei tanti sacerdoti che predicano il sempreuguale e la rassegnazione, o la tracotanza degli scalmanati che scambiano i propri deliri, o sofismi, o anche solo i propri desiderata, per la realta' effettuale (e magari pretendono imporli a forza di plotoni d'esecuzione).

G.: E cosi' e', e sta proprio a noi, rivoluzionari impegnati nella lotta di liberazione per un'umanita' di eguali, contrastare tanto i poteri oppressivi quanto chi a quei poteri oppressivi e' cosi' subalterno da riprodurne e riproporne la logica e la condotta senza neppure accorgersene.

M.: E cosi' sia, abbiamo certo un gran daffare. Ma adesso mi scusi, che qui devo voltare, sa, sto andando al Monte dei pegni a portare un po' dell'argenteria di famiglia...

G.: La vita e' dura per le persone di volonta' buona; a ben rivederci, caro dottore.

M.: A presto ritrovarci, caro avvocato.

 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVII)

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Numero 828 del 21 luglio 2016

 

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