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la grande menzogna



La grande menzogna
La morte di un soldato italiano in Iraq avvenuta il 21 gennaio ha sollevato
sui giornali ed in televisione la solita retorica della bandiera, della
patria, degli italiani brava gente che non fanno la guerra ma portano la
pace, ecc. ecc.
La notizia vera, mi pare, l'apertura di un'indagine su questa morte da parte
della Procura di Roma ed in particolare del pool antiterrorismo diretto dal
dott. Franco Ionta, indagine in cui si ipotizza il reato di omicidio per
fini di terrorismo. L'episodio merita di essere commentato, perché
trasparente rispetto le reali dinamiche in corso.
In Iraq c'è una guerra, cui l'Italia partecipa con proprie truppe, a tutti
gli effetti truppe di occupazione. Ora, è rilevante il fatto che la parola
guerra sia obliata e fatta sparire dal vocabolario usato per parlare di
Iraq. L'uccisione di un soldato (di professione), mitragliere elicotterista
(che effetto faceva sparare alla gente dall'alto?), in un'azione armata in
Iraq nel 2005, non può essere definita come evento bellico, ma va rubricata
come un fatto di omicidio (pur per finalità di terrorismo) commesso
all'estero in danno di un cittadino italiano (da qui la competenza della
Procura della Repubblica di Roma): il cuoco italiano sgozzato in Arabia
Saudita qualche mese fa e il soldato di professione ucciso in combattimento
sono trattati dal punto di vista dell'ordinamento allo stesso modo. Ci si
chiede: perché?
Siamo passati dalla guerra senza aggettivi, alla guerra umanitaria, alla
operazione di polizia internazionale, alla guerra preventiva, alla guerra al
terrorismo: l'evidente incertezza nel vocabolario da usare denuncia la
novità di un fenomeno o il tentativo di mutar di senso alle parole per
mistificare la realtà. E questo bisogno di mistificazione potrebbe esser
coessenziale al potere così come oggigiorno viene esercitato e/o come sua
debolezza.
Forse il nocciolo della questione sta nel ribaltamento dello statuto della
guerra: per cinquant'anni, dopo il 1945, la guerra era stata considerata con
grande negatività a livello collettivo. Al di là dei conflitti locali, la
guerra di Corea, le guerre di Indocina (francese e americana), le guerre
arabo-israeliane, furono percepite come eventi eccezionali, residuo di un
modo vecchio di porre le relazioni internazionali, frutto in gran parte
della guerra fredda. Il futuro era un futuro di pace, perché la guerra,
nell'era atomica, assumeva connotati irragionevoli.
Ora a noi si prospetta la guerra permanente (al terrorismo, diciamo): la
condizione di guerra sarebbe la condizione normale e non l'eccezione.
Evidentemente questa prospettiva sta fuori gli ordinamenti
liberal-democratici che ci governano, non fosse altro perché necessariamente
la guerra è costituzionalizzata come evento eccezionale e non certo normale,
giacché la guerra comporta una sospensione delle regole di normale
funzionamento degli ordinamenti: talché vi è una incompatibilità genetica
tra ordinamenti liberal-democratici e guerra.
Dunque, a cosa stiamo assistendo? Evidentemente ad una modifica profonda
degli ordinamenti liberal-democratici in senso autoritario, ad una
militarizzazione della società, ad una fascistizzazione strisciante. In
Italia il fenomeno è più chiaro per la presenza di Berlusconi e dei suoi,
negli USA per la presenza di Bush e dei teocons o neocons che si dica. Non
assistiamo ad un atto eversivo improvviso, ma alla tenace demolizione,
dall'interno, dell'ordinamento giuridico democratico. La scusa è la più
classica, cioè la guerra alle porte. Quando a livello propagandistico il
messaggio non fa presa, gli eversori che guidano gli USA ricorrono
semplicemente alle vie di fatto: vedi asserita bontà dell'invasione
dell'Iraq anche senza armi di distruzione di massa.
La politica delle vie di fatto e dello stato di eccezione è politica che
prescinde dalla classica tripartizione dei poteri (legislativo, giudiziario,
esecutivo) e concentra ogni potere nell'esecutivo e nella polizia: ogni
questione (sociale o politica) diventa una questione di sicurezza, di ordine
pubblico, ogni oppositore un collaboratore del nemico.
La fonte e la giustificazione di questo esercizio del potere sta nel
destino: la missione degli USA che dai padri pellegrini in avanti è quella
di anticipare il paradiso in terra. Il potere si nega come storicamente dato
e cerca di ancorarsi ad istanze extramondane, con chiari ritorni a forme di
giustificazione della sovranità assolutistici: si era re per grazia di Dio.
Giacché l'esercizio del potere che gli USA e i loro accoliti, tra cui spicca
il nostro paese, è troppo vero, ipereale, la realtà scivola dietro lo
schermo della parola falsa, stante l'insostenibilità di quel che si vede.
Non si può dire: guerra, fascismo, morte, pena lo svaporare della finzione
che tutto permea. Non si può dire neppure che un soldato è morto combattendo
in Iraq, pena il dover dire che in Iraq c'è la guerra e che il nostro paese
è in guerra. Stante l'illegittimità di questo stato di cose, l'ordinamento
stesso si manifesterebbe come illegittimo, dal Presidente della Repubblica
che abbraccia la vedova ai parlamentari che hanno rinnovato la copertura
finanziaria di tutte le missioni militari all'estero e così via.
La guerra direbbe semplicemente che. siamo in guerra. Rubricare tutto, come
si è affrettata a fare la Procura di Roma, sotto l'etichetta del reato
comune mistifica la realtà ed è atto che scientemente rientra nell'
operazione in corso di trasformazione dell'ordinamento in senso autoritario
e militarista.

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