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La guerra non è rottura della comunicazione tra le parti




Il giorno 27/ago/06, alle ore 01:25, Andrea ha scritto:

Se poi non si vuole credere che in tre mesi, almeno sotto l'aspetto della comunicazione dei contenuti, alcune cose si risolverebbero, be'.......

Infatti io non credo che sia così. Le "nuove guerre" non hanno mai a che fare con l'incomprensione o con una rottura della comunicazione tra le parte. Pensare così rappresenta un grave errore, e una depoliticizzazione del conflitto, che non permette più agli analisti di analizzare le guerre con gli strumenti classici dell'analisi politica, sociale ed economica.

La guerra nei Balcani non è il risultato della rottura della comunicazione fra gruppi etnici e della mancanza di strumenti culturali e politici per gestire il conflitto in modo nonviolento. La caratteristica principale delle nuove guerre è quella di avere al centro la questione della politica delle identità. Con le nuove guerre il potere si legittima sulla base dell’identità etnica, nazionale o religiosa. Tali identità non devono però essere viste come sentimenti primordiali, ma come vere e proprie costruzioni politiche, in base alle quali vengono definiti nuovi assetti statali e nuove relazioni sociali. La guerra etnica viene utilizzata dalle classi dirigenti per creare nuove legittimità politiche, non più fondate sui diritti sociali e politici universali e sull’efficacia dell’amministrazione dello stato, bensì basate sull’esclusivismo etnico, il controllo del territorio e la distribuzione di forme di protezione dalla violenza generalizzata e di sicurezza sociale, grazie ai proventi derivati dai traffici illeciti e da forme di economia grigia e parallela.

Le nuove guerre nascono proprio in quelle regioni in cui la scarsità delle risorse, associata alle terapie shock di aggiustamento strutturale, hanno indebolito fortemente lo stato, creato grande insicurezza sociale e lasciato così campo libero a quei soggetti che, tramite la guerra, si sono costituiti quali signori della guerra, controllori del territorio e dispensatori di benefici provenienti da traffici illeciti.

Insomma, non si tiene in debito conto la natura di quelle guerre, che sono conflitti per costruzione di nuove forme statuali e di nuovi sistemi politici, in cui cambia il rapporto fra cittadini e potere, non più mediato dalle regole dello stato di diritto e dalle garanzie sociali del welfare, ma dall'appartenenza etnonazionale e dal paternalismo autoritario, in un quadro economico di creazione della ricchezza, tramite l'instabilità diffusa e a network affaristico- mafiosi che controllano il commercio transfrontaliero.

Queste guerre non possono così essere considerate né il prodotto di odi secolari, né il risultato dell'avidità di pochi e corrotti leader politici. Io penso allora che i conflitti delle nuove guerre creino infatti stati che non possono essere definiti "weak" o "failed" in senso tradizionale, ma adattamenti flessibili e di lungo periodo alla globalizzazione. Nel Sud la crisi dello stato nazionale moderno viene affrontata con l'emergere di economie grigie e informali, assieme alla crescita di progetti politici di lungo periodo che ridefiniscono le forme dello stato e del potere.

Ecco perché parlare di ripristino della comunicazione fra le parti non rappresenta lo strumento adeguato alla risoluzione dei conflitti. Noi dobbiamo dare dignità politica al conflitto e renderci conto che milioni di persone fanno la guerra in modo convinto e danno il consenso a chi li dirige per farla. Questo può ovviamente non piacere a tutti noi, ma dobbiamo essere in grado di partire da questo dato di fatto per cambiare la realtà. Dovremmo insomma essere in grado di tornare ad utilizzare gli strumenti classici dell'analisi politica, sociale ed economica, con buona pace delle retoriche dell'armonia universale e della comunicazione.

Perdonate la lunghezza

Claudio Bazzocchi