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Buongiorno Silvia !




Buongiorno Silvia!

  Silvia Baraldini da stamattina , anzi diciamo da ieri sera è libera.
Non so attraverso quali meccanismi giudiziari abbia potuto beneficiare
dell'indulto, sicuramente ci sono e ci saranno polemiche in merito al
provvedimento.Ho appreso la notizia attraverso il telegiornale, la
mostrava in foto di repertorio, perchè si dicevano "sguarniti" di
immagini recenti.

Allora vi dico che Silvia è una di noi, una di quelle che se incontri
il suo sguardo, rimani acchiappato. Gli occhi chiari ma penetranti,
non è molto alta, non è affatto magra anzi, riesce a destreggiarsi su
un ciclomotore o una vespa, ha una bocca che sorride, il tono della
voce dolce e deciso. Le prendono strane ansie di sapere se ha fatto
bene le cose, il suo lavoro. Una che ha paura di far tardi, di non
essere trovata a casa. Una che la inviti e dice sempre di no, anche
se, "se ne muore di venirci in quel posto"...

Brindo a Silvia con il caffè macchiato ora che sono le 7 della
mattina, nel momento che più mi piace, quello del risveglio, di essere
tra le pareti di casa e sapere che poi potrò uscire fuori, LIBERA.
Cara Silvia, non hai più "pretesti", ti aspettiamo.

Doriana Goracci
  *******************************************************************
p.s.: per chi ne volesse sapere di più segue una "storia " della sua
vita tratta da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Silvia Baraldini (Roma, 12 dicembre 1947) è un'attivista comunista che
ha operato negli anni '60, '70 e '80 negli Stati Uniti. Membra di un
partito eversivo (Black Panther Party) che combatteva per i diritti
civili dei neri, fu condannata nel 1983 a una pena cumulativa di 43
anni di carcere negli Stati Uniti per concorso in evasione,
associazione sovversiva, due tentate rapine e ingiuria al tribunale.
Ne sono nate negli Stati Uniti e in Italia discussioni e proteste da
parte di chi ha visto una ragione soprattutto politica nella condanna,
ritenuta eccessiva.

Dopo essere stata detenuta in Italia per scontare la sua pena,
estradata in seguito alle pressioni del forte movimento di
sensibilizzazione mirato a mostrare una diversa chiave di lettura
sulla sua attività, Silvia Baraldini è stata scarcerata il 26
settembre 2006 grazie all'indulto.
     * 1 Elementi giovanili
     * 2 Attività politica
     * 3 L'arresto
     * 4 Il processo
           o 4.1 I capi d'accusa
           o 4.2 La condanna
     * 5 Il carcere
           o 5.1 Le tappe
           o 5.2 La malattia
           o 5.3 Il movimento di sostegno
     * 6 Bibliografia
     * 7 Collegamenti esterni



Elementi giovanili

Nata in Italia, Silvia si trasferì nel 1961 (a quattordici anni) negli
Stati Uniti per seguire il padre, inizialmente dipendente della
Olivetti a New York e successivamente funzionario della ambasciata
italiana a Washington.

Negli Stati Uniti frequentò una scuola superiore, dove, all'ultimo
anno, iniziò a occuparsi di politica, entrando a far parte di un
gruppo studentesco a favore dei diritti politici dei neri. Si iscrisse
alla fine degli anni '60 all'Università statale del Wisconsin, una
delle più impegnate degli Stati Uniti dal punto di vista politico.

Attività politica

Silvia Baraldini iniziò la sua attività politica sull'onda del
movimento sessantottino, protestando e manifestando per tutti gli
obiettivi che si prefiggeva quella generazione, quindi per i diritti
civili dei neri americani, contro la guerra del Vietnam e per i
diritti delle donne. In seguito la sua attività si focalizzò contro
l'apartheid e il nuovo colonialismo in Africa.

Con il progredire degli anni la sua attività si era rivolta a favore
dei movimenti politici radicali statunitensi. Prima di tutto mise in
luce il programma illegale COINTELPRO dell'FBI che spiava e
infastidiva gli oppositori politici interni. In seguito diventò
un'assidua sostenitrice del Black Liberation Army (BLA). La Baraldini,
infatti, dal 1975 apparteneva all'organizzazione comunista "19
maggio", un'organizzazione legalmente riconosciuta dal governo
statunitense, che fiancheggiava appunto il movimento BLA. L'attività
della Baraldini nel BLA era molto forte; divenne membro del Committee
to Free the Panther 21 e sostenne assiduamente le ragioni di Mumia
Abu-Jamal, un giornalista afro-americano condannato a morte in
Pennsylvania.

L'arresto

La Baraldini venne per la prima volta arrestata il 9 novembre 1982 per
associazione sovversiva, legata al suo attivismo politico comunista e
di appoggio ai movimenti afro-americani di liberazione. Scarcerata
sotto cauzione, venne arrestata nuovamente cinque mesi dopo, il 25
maggio 1983. L'arresto era legato ad una rapina avvenuta il 20 ottobre
1981 a un furgone blindato della Brink's Bank di Nyack, Long Islands,
conosciuta come la "Brink's Robbery", messa a segno dalla formazione
comunista cui era organica.

I rapinatori uccisero una guardia giurata, autista del furgone
blindato attaccato, e altre due guardie furono ferite, inoltre
uccisero due poliziotti della polizia di Nyack, Police Officer Waverly
Brown and Sergeant Edward O'Grady. Nove bambini rimasero orfani in
seguito allo scontro. La rapina rese 900.000 dollari. Una delle
partecipanti allo scontro, Kathy Boudin, fu rilasciata sulla parola
nel 2003, furono altresì condannati per la rapina David Gilbert and
Susan Clark.

I partecipanti alle azioni si denominavano "May 19th Communist
Organization", Weatherpersons,Weather Underground, Black Liberation
Army (BLA).

Il processo


I capi d'accusa

Essa fu processata con i seguenti capi di accusa:

    1. Il 2 novembre 1979 aveva concorso con altri all'evasione di
Assata Shakur, alias Joanne Chesimard, "l'anima" del Black Liberation
Army (BLA), che stava scontando una condanna all'ergastolo per
omicidio di un agente di polizia stradale;
    2. Fu accusata di essere un'ideologa sia del movimento "19 maggio"
e di altri movimenti afro-americani di liberazione tra cui "La
famiglia" che forniva appoggio logistico;
    3. Fu accusata di aver preso parte ai preparativi di rapina, mai
portata a termine, di un furgone blindato a Danbury nel Connecticut;
    4. Fu accusata di aver preso parte 19 maggio 1981 ai preparativi
di rapina, mai portata a termine, di un furgone blindato alla Chemical
Bank di Nanuet, a New York;
    5. "ingiuria al tribunale" ("Contempt of Court"), per aver
rifiutato di fornire testimonianza sui nomi di altri militanti del
movimento "19 giugno".


La condanna

Il processo si concluse con una sentenza del luglio 1983 che può
essere riassunta in questi punti:

     * 20 anni per concorso in evasione, appunto di Assata Shakur,
alias Joanne Chesimard;
     * 20 anni per associazione sovversiva, con applicazione della
legge Rico, originariamente usata per casi di criminalità mafiosa e
organizzata, per la quale venivano pagati dalla persona le accuse
contestate al gruppo di appartenenza, (cosiddetta associazione a
delinquere), e per i due preparativi di rapina;
     * 3 anni per "ingiuria al tribunale" ("Contempt of Court"), per
aver rifiutato di fornire testimonianza sui nomi di altri militanti
del movimento "19 giugno".

Al primo arresto del 9 novembre 1982 l'FBI aveva offerto una forte
somma di denaro alla Baraldini per denunciare i compagni e l'offerta
le fu rinnovata in carcere con una contropartita che corrispondeva
alla sua liberazione. Il rifiuto di collaborare non fece altro che
inasprire la pena qualificando la Baraldini come detenuta pericolosa.
Venne quindi trasferita nel durissimo carcere di Lexington e le
condizioni detentive divennero più aspre.

Il principale testimone a carico fu il pentito Tyrone Rison. Il
principale coimputato fu Sekou Odinga.

Il carcere


Le tappe

La Baraldini venne prima rinchiusa nel carcere di New York, poi in
quello di Pleasanton in California e poi, a Lexington, dove fu
sottoposta al carcere duro con isolamento, censure nella posta e
limitazioni nelle visite, sorveglianza continua anche nei momenti più
intimi.

Il regime carcerario venne ridotto e l'unità di sicurezza di Lexington
chiusa dopo la lotta della Baraldini e di altre carcerate sostenuta
anche da Amnesty International.


La malattia

La Baraldini ha visto peggiorare le sue condizioni carcerarie anche a
causa di un peggioramento del suo stato di salute. Nel 1988, dopo aver
avvertito forti dolori addominali, le era stato diagnosticato un
tumore maligno. L'amministrazione penitenziaria non si dimostrò molto
attenta alle esigenze della carcerata e tendeva ad ostacolare e
limitare le cure di cui la Baraldini aveva bisogno.

Dopo alcuni interventi chirurgici nel 1990, la Baraldini venne
trasferita nel carcere di massima sicurezza di Marianna in Florida. Si
è voluto vedere in questo gesto un tentativo dell'amministrazione
statunitense di isolare ancora di più la Baraldini dal movimento
d'opinione a favore che si stava formando in quegli anni, infatti il
carcere si trova in una località isolata.

L'ultimo trasferimento è stato a Danbury, nel Connecticut.

Il movimento di sostegno

In Italia il movimento di sostegno si intensificò soprattutto dopo la
malattia della Baraldini. I vari episodi locali confluirono nel
"Coordinamento Nazionale Silvia Baraldini" e vi aderirono diverse
personalità di spicco come Dario Fo, Franca Rame, Antonio Tabucchi,
Umberto Eco mentre Francesco Guccini le dedicò nel 1993 la "Canzone
per Silvia" nell'album "Parnassius Guccinii".

Il movimento si batteva per far rimpatriare la Baraldini ritenendo
l'accusa statunitense fittizia e comunque esagerata rispetto alle
reali colpe. Uno dei punti focali della lotta era la richiesta
dell'applicazione della Convenzione di Strasburgo per il trasferimento
dei condannati. Il problema era che tale accordo non obbliga i paesi
interessati né fissa dei tempi da rispettare.

Nel 1992 l'accordo e l'estradizione sembravano vicini ma la Baraldini
ricevette dalla magistratura americana lo status di pericolosità
altissima e tutto sfumò.

Inserisciquiunaformula==Ritorno in Italia== I tentativi di rimpatrio
ebbero infine successo nel 1999, quando, il 24 agosto Silvia Baraldini
è stata rimpatriata per scontare in Italia in resto della sua pena.

Il rimpatrio ha avuto diverse polemiche per l'accordo diplomatico tra
l'Italia e gli USA. Si è parlato degli eccessivi costi legati al
viaggio di rimpatrio, richiesti dalle autorità statunitensi per
ragioni di sicurezza, e si sono fatte congetture su un possibile
scambio tra il reimpatrio e la strage del Cermis. Comunque un
caposaldo è che il Ministro della Giustizia americano aveva chiesto
garanzie affinché non si procedesse alla liberazione o ad uno sconto
della pena come la libertà condizionale. Infatti l'Italia ha dovuto
associare al rimpatrio una sentenza della Corte d'Appello per recepire
quella americana. In pratica la Baraldini non è stata giudicata in
Italia per i reati commessi negli Stati Uniti, ma è stata estradata
con il vincolo di dover scontare in Italia la pena inflitta negli
Stati Uniti. Proprio su questo punto la polemica ha trovato basi forti
di discussione, volendo vedere in questo vincolo una riduzione della
sovranità nazionale. Tuttavia è raro che un paese abbia giurisdizione
per i reati commessi da suoi cittadini in un altro paese in cui siano
residenti. E' un principio giurisprudenziale assai discusso e
importante tenuto conto dell'elevato numero di emigranti italiani
all'estero e stranieri in Italia.

La Baraldini è agli arresti domiciliari dall'aprile 2001 a causa delle
sue condizioni di salute. Dopo il suo reimpatrio ha scelto il silenzio
e non ha più rilasciato interviste ai media.

Grazie alla legge sull'indulto promossa dall'ultimo governo Prodi,
Silvia Baraldini è stata infine scarcerata nel settembre 2006.