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Le falsità del Partito Democratico



Le falsità del Partito Democratico


Il conto alla rovescia per la formazione del Partito Democratico è cominciato. Dopo i congressi dei DS e della Margherita, sembra che il processo abbia avuto un’accelerazione. Il fatto, a dir la verità, non ci appassiona più di tanto, ma ci sembra interessante fare comunque qualche considerazione.

Nell’ascoltare i vari leader che sostengono il progetto del PD, osserviamo che, in linea di massima, le basi su cui poggia tale progetto siano nel loro contenuto contaminate da un certo grado di falsità e di ipocrisia. Spieghiamo perché.


La prima falsità: la politica estera

Partiamo dalla politica estera. Alla base del PD c’è, sostanzialmente, la politica estera che sta svolgendo l’attuale governo Prodi. Questa politica è basata su una serie di prese di posizione, che non solo non condividiamo affatto, ma che si poggiano su affermazioni assolutamente fuorvianti.
Il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq è stato deciso perché – sostengono i leader del futuro PD – il centrosinistra ha sempre considerato l’intervento armato in Iraq una “guerra sbagliata”.
Domanda: esiste quindi una “guerra giusta”?
Quando si dice che una cosa non è stata eseguita in modo corretto, si sta presupponendo che esiste un modo giusto di fare la stessa cosa. Ed è proprio questo lo scopo di affermare che quella in Iraq è stata una guerra sbagliata: lo scopo è di affermare, poi, che invece la presenza delle truppe italiane in Afghanistan, nei Balcani e recentemente in Libano, è stata una scelta giusta.
La differenza è solo formale, dal nostro punto di vista. Invece di occupare militarmente uno stato straniero solo in nome della Nato, lo si fa anche su mandato ONU e in condivisione con l’Unione Europea. Il risultato ci sembra lo stesso, però: vite innocenti stroncate, incremento del terrorismo, aumento dell’instabilità della regione mediorientale.
Ma non finisce qui. Non ci troviamo più di fronte ad una coalizione di centrodestra che a stento ricordava l’esistenza di una Costituzione. Qui ci troviamo di fronte ai leader del centrosinistra, che del rispetto della Costituzione ne hanno fatto una bandiera quando erano all’opposizione.
Ebbene, cosa si sono inventati? Affermano che la loro azione non è in contraddizione con l’articolo 11 della Costituzione – quello che afferma il ripudio dell’Italia per la guerra – ma anzi ne è la sua “corretta applicazione”. Corretta applicazione che verrebbe dal fatto che i padri costituenti quando “scrissero l’articolo 11 – all’indomani dell’orrore della guerra, dell’olocausto, dell’uso della bomba nucleare – pensavano ad un mondo libero e liberato da ogni forma di violenza, sopraffazione, sofferenza, terrore”. Parole di Piero Fassino.
Domanda: ammettendo pure che questi siano stati i pensieri dei padri costituenti – cosa indimostrabile, ovviamente, quindi un’ipotesi che rimarrà tale – che c’entrano tali pensieri con le attuali missioni militari italiane all’estero? Perché queste dovrebbero rappresentare la “corretta applicazione” dell’articolo 11?
Ci sembra di ravvisare, invece, una certa difficoltà a giustificare la persistenza di queste missioni militari, se, a quanto pare, si arriva a distorcere il significato di un articolo così chiaro e netto nella sua affermazione. Di ciò che pensavano i padri costituenti mentre scrivevano la Costituzione possiamo anche – con tutto il rispetto – non tenerne conto. Di ciò che invece è scritto dobbiamo tenerne conto, eccome. E la nostra conclusione è, al di là di inutili chiacchiere, che le missioni militari italiane in Afghanistan, nei Balcani e in Libano sono in totale contraddizione con ciò che asserisce l’articolo 11 della Costituzione italiana.
Se poi, oltre alle parole scritte, consideriamo anche i fatti, la falsità delle basi politiche su cui poggia il PD si fa più che evidente. Dobbiamo registrare, infatti, che nel 2006 le esportazioni di armi dall’Italia sono aumentate del 61% rispetto al 2005. Gran parte delle maggiori aziende costruttrici di armi fanno parte di Finmeccanica, di cui lo stato italiano è l’azionista principale. Saranno quindi le casse dello stato a riempirsi maggiormente di euro dalla vendita di armi.
Come si concilia questa esportazione di strumenti di morte con la tanto decantata responsabilità, per contribuire ad un mondo più libero e sicuro, che starebbe dietro le decisioni governative in materia di politica estera? Come si concilia con la tanto sbandierata iniziativa del governo italiano “per una nuova stagione di disarmo, in primo luogo nucleare”?


La seconda falsità: la politica economica e sociale

 Le affermazioni che dimostrerebbero la validità del governo attuale in materia economica e sociale dimostrano quanto le basi politico- economiche del PD siano abbondantemente intrise di neoliberismo, di quel sistema economico, cioè, che ha già dimostrato ampiamente la sua assoluta inadeguatezza a risolvere i problemi più urgenti della popolazione italiana e mondiale.
Per dimostrare la suddetta validità si enunciano la crescita della competitività, l’aumento del grado di internazionalizzazione delle imprese, il consolidamento della ripresa Fiat, la nascita di nuovi più grandi poli bancari, le acquisizioni internazionali di Enel e Eni.
Imprese e banche: queste sono ormai le priorità. Come nel più classico dei racconti per aspiranti manager, il bene della Banca e dell’Impresa si tradurrebbe nel benessere di tutti. 
Il Prodotto Interno Lordo sembra inoltre essere diventato l’unico parametro sulla base del quale si afferma se un paese stia andando o meno nella giusta direzione.
Domanda: quale sarebbe la differenza tra questo centrosinistra, rispetto alle priorità economiche, e il precedente governo di centrodestra?
E il sociale? Ecco che compaiono, a dimostrazione di un rinnovato interesse per i problemi dei cittadini, “la rimodulazione di assegni familiari e detrazioni fiscali a favore dei redditi meno abbienti e delle famiglie con figli, il piano pluriennale per gli asili nido, il Fondo nazionale per le persone non autosufficienti, il Fondo per l’integrazione dei cittadini non-comunitari, il rifinanziamento delle leggi per il welfare locale”.
Tutte iniziative lodevoli, se funzionassero. Ma i cittadini se ne accorgeranno? Sarà difficile, se poi dovranno pagare il ticket al pronto soccorso, dovranno svuotare il portafogli quando si fermeranno dal benzinaio o dovranno acquistare i libri di scuola per i figli, dovranno accettare il ricatto del precariato o del lavoro nero – se non addirittura rischiare la propria vita - per poter andare avanti, dovranno vedere la propria liquidazione scippata dai fondi pensione o allontanarsi sempre più il giorno in cui potranno godere di una pensione.
Una visione realmente democratica presupporrebbe almeno l’ipotesi che il PIL non sia, da solo, in grado di dare una misura reale della condizione di un paese. Da un punto di vista realmente democratico tale misura dovrebbe tener conto della disponibilità di risorse per tutti, del livello di precarietà, dell’uguaglianza di accesso per tutti alla sanità e all’istruzione. Si dovrebbe tener conto inoltre della qualità della vita: a che punto stiamo con la sofferenza derivante dalla solitudine, dall’isolamento sociale, dall’incapacità di comunicazione con gli altri, dalla mancanza di fiducia in se stessi e nel futuro?
Dove sono queste questioni nelle declamazioni entusiaste per la nascita del PD? Abbiamo l’impressione che si voglia continuare a far credere – in una visione della vita totalmente economicista e determinista - nell’illusione che la crescita del PIL coincida con la crescita del “ben-essere”.



La terza falsità: le riforme istituzionali

Riguardo a temi importanti come la democrazia e la rappresentatività, riscontriamo nel progetto del PD aspirazioni che non trovano il nostro consenso.
Si ribadisce la validità di un sistema, come il bipolarismo che, nei paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, sta dimostrando tutta la sua incapacità nel rappresentare democraticamente tutte le istanze politiche che si sono sviluppate nella società. A ciò bisogna aggiungere che il bipolarismo ha sempre scoraggiato la partecipazione alla vita politica.
Domanda: se è proprio il divario tra i cittadini e la politica una delle principali preoccupazioni, almeno a parole, dei vertici del futuro PD, come si concilia questo con la passione per un sistema, come quello maggioritario tendente al bipolarismo, che invece ha fatto registrare, fin dal momento della sua introduzione in Italia, un calo irreversibile della partecipazione al voto?
In una democrazia veramente matura, quale ancora dobbiamo vedere in qualsiasi punto della terra volgiamo lo sguardo, non si può costringere la società ad adottare un determinato sistema, qualunque esso sia. Se bipolare dovrà essere, lo sarà solo per volontà popolare e non a suon di riforme elettorali ancora una volta decise dall’alto. Oggi il popolo è solo chiamato saltuariamente ad esprimersi su referendum abrogativi di sistemi elettorali decisi dall’alto. Anche questo “formalismo democratico” è responsabile, insieme alla costrizione al bipolarismo, del calo progressivo di partecipazione popolare alla vita politica.
Invece si insiste nel mettere mano alle riforme elettorali che, sempre in nome della stabilità e della governabilità, riducono ogni volta di più la rappresentatività. Non c’è più alcun dubbio, al contrario, che la democrazia, per essere reale, dovrebbe basarsi proprio sulla rappresentatività.
Democrazia dell’alternanza, collegi uninominali, premi di maggioranza, soglie di accesso, riduzione del numero dei parlamentari, rafforzamento dei poteri del presidente del consiglio: queste sono le aspirazioni dichiarate del PD in materia di sistema elettorale e istituzionale. Queste sono, a nostro avviso, proprio quelle misure che, non solo non garantiscono stabilità e governabilità reali, ma riducono drammaticamente la rappresentatività, unica base valida per una democrazia reale.
Spesso sentiamo dire che in politica non ci sono “nemici”, ma “avversari”. Giusto. Ma ci sembra che qui, invece, il nemico ci sia e non siede al Parlamento. Il nemico, per questi signori, non siede dall’altra parte del Parlamento, ma è rappresentato dal cittadino che partecipa attivamente alla vita politica del suo paese.     


La quarta falsità: il partito “nuovo”

La base ideologica si cui poggia il PD sarebbe, sempre secondo i leader che lo sostengono, un pensiero “nuovo” per un secolo “nuovo”.
Si afferma giustamente che nel bagaglio delle esperienze del secolo scorso “non troviamo oggi le lenti, gli attrezzi, gli strumenti per leggere e agire in un tempo nuovo in cui tutti i caratteri della società – modo di produrre, di consumare, di lavorare, di comunicare, di relazionarsi agli altri, di concepire e organizzare la vita individuale e sociale – sono cambiati profondamente”.
Il PD sarebbe una “necessità storica”. Il PD non sarebbe una necessità dei partiti politici che in esso confluiscono, ma una “necessità del paese”, il PD “serve all’Italia”.
E come spesso succede quando si parla di necessità storica e di pensiero nuovo, ci si appella ad un “nuovo umanesimo, capace di suscitare comuni, innovative risposte alle grandi questioni che interrogano l’intelligenza e la coscienza dell’umanità contemporanea”. Sempre parole di Piero Fassino.
Ci permettiamo a questo punto di affermare però, proprio in quanto umanisti, che il nuovo umanesimo presuppone uno sguardo critico su ciò che viene definito “tempo nuovo”, sguardo che non rintracciamo nel progetto del PD.
È vero che molte delle cose in cui fino a poco tempo fa si credeva ciecamente non possono più essere sostenute, ma non si può guardare tutto questo come se fosse il frutto di leggi “naturali” a cui bisogna adattarsi semplicemente per stare al passo con i tempi. Si da per scontato, ad esempio, che le leggi di mercato regoleranno il progresso sociale, dimostrando una forma di adattamento “decrescente” che poco si addice ad una forza che si propone come progressista.
Se ancora oggi dobbiamo registrare una notevole disparità di opportunità, una sostanziale indisponibilità dei servizi sociali per ridurre la solitudine e l’incomunicabilità, la persistenza di varie forme di barriere sociali e di discriminazioni, la mancanza di rispetto delle diversità, l’assenza di criteri di equità nella distribuzione della ricchezza, una progressiva riduzione delle risorse a favore dell’istruzione e della salute dei cittadini, dobbiamo anche affermare che tutto questo non è il frutto di “una lotta tra forze meccaniche” e neanche di “un riflesso di condizioni naturali”, ma la risultante della “lotta tra intenzioni umane”.
Se non si riconosce tutto questo, non si può parlare di una forza “nuova e progressista”. Siccome la storia ci ha più volte insegnato che attribuire la responsabilità delle ingiustizie a forze meccaniche o a leggi naturali è funzionale a mantenere lo status quo, una forza politica che accetta un tale punto di vista si ritroverebbe ancora una volta dalla parte degli oppressori, anziché dalla parte degli oppressi.
Ebbene, non si rintraccia nelle basi ideologiche del PD l’aspirazione ad un mondo nuovo, ma solo la constatazione dell’inadeguatezza degli strumenti usati nel secolo scorso per affrontare il cosiddetto “tempo nuovo”. Si riscontrano solo, nel migliore dei casi, delle buone intenzioni per ridurre i disagi determinati dall’aggressione di una globalizzazione intesa come se fosse una catastrofe naturale e non come il prodotto di intenzionalità umane. Con questi presupposti ideologici, può il PD essere definito un “partito nuovo”?


I 12 punti di un governo di sinistra progressista

Oggi, quindi, è palese la necessità di un nuovo soggetto sociale e politico, slegato dalle logiche di potere, una nuova forza alternativa ai due schieramenti di centro-destra e centro-sinistra, diversi nelle forme, ma troppo simili nei risultati e negli obiettivi.
Serve una grande alleanza del variegato universo di persone e organizzazioni di base, sociali, politiche e culturali che ancora si propongono una trasformazione radicale non violenta della società. Un progetto sociale e politico nel quale questo universo di diversità possa convivere, convergere e rafforzarsi fino ad arrivare a governare il paese.
Prodi annunciò, in occasione dell’ultima crisi di governo, i suoi "12 Comandamenti". Oggi noi dichiariamo che anche questo progetto può e deve indicare le sue priorità irrinunciabili. Sono 12 punti sintetici e aperti ai contributi e all'arricchimento di quanti lavorano da anni nei campi che riteniamo prioritari. Eccoli:

1 - Una politica di pace e disarmo

- Smantellamento degli arsenali nucleari

- Ritiro delle truppe da tutti i teatri di guerra

- No a nuovi basi USA-NATO e smantellamento progressivo di quelle esistenti

- Ridiscussione della nostra appartenenza alla NATO anche in riferimento alla mutata situazione geopolitica.

- Sviluppo del dialogo e della diplomazia per la soluzione dei conflitti internazionali

- Rispetto degli impegni presi per i fondi allo sviluppo e alla cooperazione internazionale


2 - Immigrazione: accoglienza e riconoscimento del diritto di cittadinanza

- Cancellazione della Bossi -Fini

- Chiusura dei CPT

- Varo di una legge che riconosca pari diritti e opportunità (compreso il voto) ai cittadini stranieri


3 - Coppie di fatto

- Varo di una legge che riconosca lo status di famiglia alle coppie di conviventi, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, estendendo loro i diritti/doveri delle coppie sposate


4 - Istruzione pubblica e di buon livello per tutti

- Rilancio della scuola pubblica con fondi e strutture adeguate


5 - Sanità pubblica e di buon livello per tutti

- Rilancio della sanità pubblica con fondi e strutture adeguate


6 - Ambiente, energia e infrastrutture

- Difesa dell'acqua come bene comune che deve restare pubblico

- Sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, con esplicita esclusione dei rifiuti

- Forte impulso al trasporto pubblico

- No alle grandi opere ( No Tav, No Ponte, No rigassificatori, No inceneritori)

- Campagne per il risparmio energetico


7 -  Lavoro

- Abolizione della legge 30

- Messa in atto di ammortizzatori sociali a sostegno di chi si trova in condizioni di precarietà lavorativa

- Reddito di cittadinanza per chi è privo dei mezzi necessari per vivere


8 - Conflitto d'interessi

- Varo in tempi certi e prima delle prossime elezioni di una legge sul conflitto d'interessi


9 - Partecipazione dei cittadini e rapporto elettori-eletti

- Referendum anche propositivi sui temi prioritari, compresi la politica internazionale e i temi economici-finanziari.

- Legge di responsabilità politica, con verifica periodica del mantenimento delle promesse elettorali e possibilità di perdita della carica se queste non vengono mantenute.


10 - Difesa delle fasce deboli

- Reddito di cittadinanza per chi è privo dei mezzi necessari per vivere

- Riforma del sistema previdenziale per garantire a tutti i pensionati una buona qualità di vita


11 - Priorità di bilancio

- Riduzione delle spese militari

- Lotta all'evasione fiscale

- Introduzione della Tobin Tax per tassare la speculazione e dare priorità alle spese sociali


12 - Riconversione dell'industria bellica
- Incentivi alla riconversione e sostegno all'occupazione.


Roma, 29 aprile 2007


Carlo Olivieri
Segreteria Programma e Documentazione
del Partito Umanista
 
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