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La guerra senza tanti giri di parole



Articolo apparso su Liberazione del 14 luglio 2007

La guerra senza tanti giri di parole
Elettra Deiana

Adriana Cavarero, un'intellettuale di quelle che hanno grandemente
contribuito alla riflessione e alla storia del femminismo in Italia, sveste
la guerra di ogni giro di parole allusive, di ogni eufemismo e ossimoro, di
ogni retorica del discorso. Ma anche di ogni categoria della tradizione
politica, come "guerra", "terrorismo", "nemico", ormai inadeguate rispetto
alla realtà. Lo fa nel suo ultimo libro: Orrorismo, ovvero della violenza
sull'inerme , uscito di recente nella collana Campi del Sapere della
Feltrinelli. E, a cominciare dal titolo, fa intendere di voler ridare
significato pregnante alle cose e alle parole.
Quando la guerra ricomparve in Europa, che sembrava essersene liberata per
sempre dopo il mattatoio della Seconda guerra mondiale, fiorirono, con le
bombe sganciate su Belgrado, gli ossimori linguistici per depistare il
senso e le finalità della bellica impresa che la Nato andava promovendo nei
nostri cieli. Dalla guerra chirurgica - colpire solo gli obiettivi militari
perché la tecnologia tutto può - a quella umanitaria - ristabilire con le
armi i diritti umani calpestati; dagli effetti fatalmente collaterali -
qualche civile inerme colpito, purtroppo, per un tragico errore - a quelli
per forza benefici - la democrazia ha i suoi costi, bellezza!
L'imperativo etico-militare fu: ristabilire ordine pace democrazia, costi
quel che costi. L'Italia si rese complice e protagonista dell'orrore
celeste e dell'ideologia umanitaria che quell'orrore legittimò.
Ne sono passati di anni da quei giorni sconvolgenti di aprile del 1999.
Sembra ieri e le guerre nel frattempo si sono moltiplicate senza più
infingimenti retorici, senza più occultamenti dei fatti se non quelli resi
via via opportuni e necessari dalla ragion di Stato e dalla complicità dei
media. Che per fortuna spesso, per vocazione, professionalità e voglia di
capire di chi scrive, danno conto della guerra molto più di quanto i
governi interessati avrebbero convenienza a divulgare. Ma l'abitudine alla
guerra genera assuefazione, soprattutto quando è lontana e non ci riguarda.
Si contano ormai i morti civili in Afghanistan e in Iraq, i marines caduti
nei vari teatri di guerra, gli eccidi nel Corno d'Africa e quant'altro, per
non parlare della tragedia in Palestina, come se si trattasse di incidenti
automobilistici. Un dato statistico, né più né meno, che compare e scompare
a seconda degli interessi del momento.
Cavarero sceglie di spiazzare la scena pubblica e mediatica costruendo
meticolosamente il set dell'orrore bellico a partire dalle sofferenze di
chi lo conosce e lo subisce sul proprio corpo: le vittime e gli inermi di
tutte le nuove guerre che insanguinano il mondo. Orrorrismo, spiega
l'autrice, è un neologismo che non troviamo nei dizionari e nei vocabolari
e come tale "è un azzardo" perché un neologismo è sempre tale, dice,
"soprattutto quando è coniato a tavolino". Ma trovare una parola nuova per
esprimere ciò che si vuole esprimere è anche un modo, mai necessario come
nel presente, per restituire senso alle cose che si vogliono raccontare
prima ancora che al linguaggio con cui le si racconta; per rompere, direi
io, l'acquiescente adattamento alla banalità del male. E allora Cavarero
costruisce la fenomenologia dell'evento bellico così come si va snodando
sulla scena mondiale, attraverso la messa in scena dei massacri provocati
ogni giorno di più, nel gioco al massacro di opposti fondamentalsmi, dalle
bombe iper tecnologiche dell'Occidente che si vuole evoluto ai corpi bomba
dell'Oriente che vogliamo barbarico. Tra questi, traguardo estremo, le
donne bomba, orrifico emblema di un'idea del sacrificio del sangue che ha
invaso e rese pazze le vite. Membra divelte, luoghi pubblici trasformati in
mattatoi, feste nuziali che diventano orge di sangue con bambini al
seguito: sempre così nei luoghi di guerra, sia si tratti di un tipo di
bomba sia dell'altro e il terrore che tutto ciò dovrebbe suscitare diventa
inesprimibile, è orrore allo stato puro per chi lo subisce, cronaca
reiterata in lontananza per chi ne è spettatore distratto.
Messa in scena del crimine bellico nei diversi territori in cui si compie,
dall'Iraq alla Cecenia, da Abu Grahib a Beslan, passando per l'aberrazione
di Auschwitz che dell'orrorismo è metafora per sempre: su questo intreccio
è costruito il libro di Cavarero, attraverso lo scavo minuzioso ed erratico
nelle filiere etimologiche delle parole che la contemporaneità utilizza per
nominare gli eventi e gli effetti della guerra; attraverso la rivisitazione
di miti e icone dell'orrore classico, gli archetipi della cultura che è
dentro di noi e che concorrono ad evocare, se richiamate alla mente, la
sensazione di spaesamento e turbamento per quello che avviene intorno a
noi. Medusa e l'infanticida Medea: l'orrore, secondo il mito, ha un volto
di donna e un cuore di madre e tra i primati la paura fondamentale e più
profonda è quella dello smembramento, in particolare il taglio della testa
La testa fu l'unica cosa che rimase dell'attentatrice cecena Ajza, una
testa scarmigliata e sanguinante proprio come quella della Medusa, che il
padre, scrive Cavarero, raccolse in un sacchetto con pochi altri frammenti
di corpo. L'autrice guarda decisamente alle vicende di guerra dalla parte
di chi è più vulnerabili e esposto, gli inermi appunto. Chi subisce
l'orrore della guerra alla guerra guarda da un altro punto di vista,
diametralmente diverso da quello dei comandi militari, dei capi politici,
dei giornalisti al seguito. Un altro punto di vista, perché un'altra è la
posta in gioco, un'altra la vita. Oltraggiata degradata disumanizzata,
senza neanche la memoria del proprio nome, il diritto alla propria identità
singolare. Siamo oltre la guerra, suggerisce Cavarero. Ma può esserci un
"oltre" al cuore di tenebra della guerra?