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LE DONNE DI VICENZA



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Nella tenda si comincia a sentire l’effetto del riscaldamento, e le membra all’inizio 
intirizzite si rilassano. C’è anche più tepore perché il tendone è colmo, di donne, in 
maggioranza, ma c’è anche qualche uomo. La piccola donna vestita di rosso, della quale 
non capisco il nome apre due fogli di carta scritti a mano, con la calligrafia grossa e 
un poco incerta. Legge, a voce alta e chiara, una sorta di poesia, un lamento struggente 
per quella sua porzione di terra, la fontega si chiama, che un tempo lontano, durante la 
sua giovinezza, era dominata dalle vigne, dai fiori e dalle rane.
“Dove andranno ora le rane, che fine faranno i fiori, le viti, quel vino; che cosa ne 
sarà di tutto questo, se ci costruiranno sopra una base militare?- si chiede, ci chiede.”
Con un momento mattutino di parole di donne, pervaso dalle musiche di uno strumento a 
corda, dalla voce di un coro femminile che ha cantato una poesia di Rosina, una 
ottantenne del posto, e l’intensa lettura del brano Pensieri di pace durante 
un'incursione aerea di Virginia Woolf si è conclusa da tre giorni la mobilitazione 
europea del Comitato No Dal Molin a Vicenza.
Difficile che i giornali ne parlino; gli occhi dei media erano tutti puntati sul corteo 
del giorno prima, dal quale molti osservatori si aspettavano degenerazioni, che invece, 
anche se annunciate da una minoranza mossa più dal testosterone che dai contenuti, non ci 
sono state, e quindi perché restare e seguire una iniziativa di donne?
E invece ci sono tutte, puntuali nel tendone alle undici di domenica le donne che da mesi 
animano con determinazione e coraggio il Comitato che non vuole l’allargamento della base 
militare a Vicenza. Ci sono nonostante la stanchezza sia tanta non solo per 
l’organizzazione. Nei mesi che hanno alle spalle queste donne hanno visto la propria vita 
sconquassarsi, forse per sempre, da questa faccenda della base militare Usa in piena 
città.
- Anna, che abita in centro, si è appassionata grazie al figlio di quindici anni che un 
giorno è arrivato con un volantino redatto da un centro sociale, e tutto è cominciato, 
magari solo per l’apprensione tutta genitoriale di capire che posti frequentasse 
l’adolescente. Poi non si è mai fermata.
“Certo, - dice sorridendo come a scusarsi, - questo No Dal Molin ha preso a noi donne 
tutto il tempo libero, poco, che avevamo. Dimenticata la palestra e qualche momento di 
riposo, io almeno sto cercando di salvare spazio per imparare finalmente l’inglese, ma mi 
sa che anche questo diventerà sempre più difficile”. Anna continua a schernirsi per il 
presunto disordine di casa, che invece è impeccabile. Il Dal Molin fa capolino anche qui, 
perché al posto delle classiche riviste di una casa media spuntano dovunque volantini, 
fly, adesivi, manifesti e materiali del Comitato. Mentre prepara una colazione degna di 
un hotel a cinque stelle Anna dice che si sente come se avesse dormito per cinquant’anni, 
e nel dirlo c’è tutta l’importanza e la definitività dell’irruzione di questo evento 
nella sua esistenza, comunque vada a finire.
- Antonella invece abita proprio al limite dell’area dove dovrebbe sorgere l’ampliamento 
della base, chilometri e chilometri di verde e di terra in ostaggio.
Racconta che quando Marco Paolini venne a vedere l’impressionante estensione di verde 
destinata allo scempio salì con l’operatore, per filmare meglio, sulla piccola antenna da 
radioamatore di suo marito, antenna che si trova a due metri dall’uscio di casa. “Nel 
giro di tre minuti sono arrivate quattro camionette – racconta -. I militari hanno 
chiesto che cosa stavamo facendo, e noi sconcertati abbiamo domandato se fosse anche 
vietano montare sulla propria antenna e guardare il panorama”.
Ma il fatto più straordinario che sta accadendo da mesi in questa ordinata cittadina 
dell’operoso, chiuso e fortemente xenofobo nord est è quello che salta subito agli occhi 
quando si percorre il quartiere che sorge accanto al perimetro dove potrebbe nascere la 
futura base militare Usa, un ordinato e ordinario quartiere le cui strade portano tutte, 
con sfrenata fantasia, i nomi degli aeroporti italiani: via Ciampino, via Fiumicino, via 
Linate, via Malpensa eccetera.
Ogni villetta di questo quartiere, nessuna esclusa, per la stragrande maggioranza 
occupata da nuclei familiari che mai si sarebbero sognati di aderire a qualsivoglia 
campagna politica, specialmente una campagna che può essere annoverata dentro l’abusata 
categoria tutta giornalistica del ‘no-global’, ha nel giardino una bandiera sulla quale 
campeggia l’insegna No Dal Molin. E anche ammesso che la maggiorparte di queste persone 
sia soltanto interessata al suo spazio privato, al non avere la rogna della grave ed 
invasiva presenza inquinante socialmente, acusticamente e ambientalmente di una base 
militare, e magari se si trattasse di un altro luogo non muoverebbe un dito per 
impedirlo, il risultato ottenuto da questo movimento, e da queste donne in particolare è 
enorme.
La loro semplicità, la loro grazia nell’esporre le ragioni dell’essere uscite dalle case 
tranquille per mescolarsi con i giovani dei centri sociali, con i sindacalisti, con 
l’attivismo ambientalista nazionale e internazionale, con le Donne in nero, con le 
femministe, per alcune di loro soggetti fin qui estranei o comunque non facenti parte 
della formazione è la vera e grande novità che salta subito agli occhi. Assenti dal loro 
percorso i tradizionali dispositivi ideologici (destra/sinistra, nemico/amico, noi giusto 
loro sbagliato) le donne No Dal Molin hanno incluso la gente comune perché si sono fatte 
capire non dalle minoranze militanti, ma dei vicini di casa, spezzando il mortifero ciclo 
della reclusione dei soli attivisti, perché hanno parlato con il linguaggio del 
quotidiano, della preoccupazione, della cura e dell’amore per lo spazio comune e 
pubblico, dando prova di tenerci e di considerarlo altrettanto importante così come 
chiunque tiene e protegge quello privato.
C’è molto di più, in quello che si sta consumando a Vicenza, rispetto all’opposizione pur 
giustissima alla costruzione di una ennesima base militare: c’è la ricerca di parole e 
modi inclusivi e non solo contrappositivi per creare consenso sulle ingiustizie e i 
pericoli causati della militarizzazione del territorio, e per traslato delle menti; c’è 
il superamento, rispetto al no necessario dell’inizio, della negazione per costruire 
aperture, dei sì pieni di progetti, di comunità, di sperimentazione e contaminazione di 
pratiche e linguaggi; c’è la promessa di pratica politica che lavora su obiettivi, che 
include e non separa su base ideologica o di tessera. Fragile, certo, questa 
sperimentazione delle donne del Comitato, e di incerto esito, visto l’entusiasmo con il 
quale il governo di centro sinistra appoggia la costruzione della base militare a 
Vicenza. Ma anche i fiocchi di neve sono lievi, uno per uno; eppure insieme danno vita 
alle candide e solide coltri che qui, per molti mesi, coprono il paesaggio.

Fonte: Arcoiris

Il testo è stato preso da Monica Lanfranco, giornalista, formatrice alla nonviolenza, 
direttore di Marea, collabora con Carta, Linus e Rai International. E' una delle 
portavoce della convenzione permanente di donne contro le guerre. Ha scritto con Maria Di 
Rienzo "Donne disarmanti-storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi".

Vincenzo Caldarola