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Che fare n. 0



Che fare n. 0

Che fare? E’ stata la domanda posta dal Rappresentante dell’Associazione per la sinistra 
unita e plurale di Firenze il 19 aprile, in apertura dell’Assemblea nazionale.
Un gruppo di ventenni delle colline a sud di Bologna - che fa parte dell’Associazione 
culturale ‘La Bottega dell’Elefante’ - indirettamente risponde: “Dopo ore di sconforto 
trascorse a leggerci pagine di Brecht, Benni, Vittorini e Fortini abbiamo capito cosa 
possiamo ancora fare. Continuare a leggere, pensare, scrivere per restare liberi.”  

Per quanto mi riguarda – io che non vado a votare da circa dieci anni -, fornisco un 
contributo per ragionare sulla situazione attuale mediante alcuni scritti che man mano ho 
intenzione di produrre. Lo scopo principale – oltre che di non stare zitto - è di fare in 
modo che l’occasione dell’aprile 2008 sia una vera fine che produca un vero inizio. 
Ovvero cosa cambierebbe se domani alle europee o fra cinque anni la sinistra tornasse al 
5, all’8 o addirittura al 12 per cento?  

Viviamo in una società in cui - insieme alla guerra umanitaria permanente - il potere 
predispone in una delle tante città ricche di storia come Bologna dei “Progetti di 
sicurezza partecipata”. Si istituiscono cioè comunità a comando, affinché cittadini e 
studenti più tutelati e integrati difendano i propri rispettivi interessi nei confronti 
di cittadini e studenti che non riescono o, anche, non intendono star dietro al marcio 
imperante che tutto travolge mediante l’ariete dell’individualismo.

Una società in cui per i disperati nel mondo la vita non è solo lo strumento più efficace 
e più economico ma è l’unico; l’arma vincente. In cui si è preso la scelta fra quella di 
attendere di morire ammazzati da una bomba aerea e quella di guadagnarsi felicità e sogni 
uguali agli altri decidendo di volare in cielo con Dio per la propria gente. L’aldilà è 
divenuto il premio subito e ambito al tempo stesso. Nella post-modernità della 
globalizzazione, il martirio è così elevato a forma espressiva dominante che conclude un 
inferno e insieme ne produce altri per chi resta; amici e nemici.

Contro il capitalismo globale finché non riusciamo a federare le differenze (come invece 
è avvenuto ma solo per qualche momento a Seattle 1999, Genova 2001 e nelle tante 
manifestazioni contro la pace di Bush & C.), più che destinare energie a voler prendere 
il potere di un mondo che non ci interessa – come quello rappresentato al governo dalla 
cosiddetta sinistra radicale – dobbiamo difendere la libertà di pensiero e di 
immaginazione. Avremmo potuto ad esempio inscenare situazioni di guerra fra i passanti 
delle nostre città oppure promuovere consulenza a favore dei militari contro le missioni 
di guerra. Adesso dobbiamo invece giocare con le carte che abbiamo in mano e muoverci 
nell’ambito delle nostre capacità di azione altrimenti si fa retorica; promuovere 
alternative di categorie politiche intorno a dei temi specifici. E lavorare per 
reinventare la cultura; cosa che né gli Usa né dapprima l’Europa coloniale hanno capito, 
finendo con l’applicare la mera forza. La possibile opposizione alla guerra, oggi viene 
risucchiata nello schermo in modo tale che le tecniche di comunicazione avocano a sé 
tutta la sfera pubblica senza che alcuno trovi modo di opporvisi efficacemente.     

Bisogna comunque prepararsi perché l’Impero prima o poi si porrà il problema della 
rilegittimazione e della propria autorevolezza, e il modo migliore agli occhi del mondo 
sarà quello di trovare una qualsiasi soluzione per il conflitto denominato 
“israelo-palestinese”. Le premesse dicono che non potrà che essere un accordo strumentale 
e un inganno, per il semplice fatto che la realtà non è più quella di trent’anni fa; oggi 
esiste la quarta-quinta potenza militare del mondo contro un gruppo di disperati; 
internati in un lager a cielo aperto e abbandonati a se stessi.  
L’Impero Occidentale – come ogni potere – mette in atto uno dei procedimenti classici di 
legittimazione sottraendo se stesso all’ambito storico, alla contingenza. Immaginiamo la 
fine del capitalismo!

Prendere infine atto che, grazie al lavorio quotidiano dei mass media nonché del tempo 
che passa, il rapporto con le passioni della Resistenza e i valori fondativi della 
Costituzione scompare; si potrebbero mettere al centro temi come il dogma della proprietà 
privata, l’amicizia, la finitezza umana? Nominiamo fatti, cose, persone.         

28/4/8 – Leopoldo BRUNO